GREGORIO AGIS.

 

 

 

 

 

 

LA NATURA.

Studio sulle forze che governano il mondo dei corpi aggregati.

 

 

 

 

 

 

CONTENUTI.

Prologo e avvertimento preliminare.

Specie ed evoluzione (libro I).

Specie e individuo: l’istinto, la specie come intelligenza (libro II).

Ricezione passiva (libro III).

Dalla natura alla storia (libro IV).

Innocente ferocia, civile malvagità (libro V).

Forma animalesca, forma bestiale: trasposizione culturale degli istinti e individualismo (libro VI).

Gli inganni (parte I) (libro VII).

Gli inganni (parte II) (libro VIII).

Gli inganni (parte III) (libro IX).

Lo scopo degli inganni (libro X).

Conclusione.


Physis kryptesthai filei.

La natura ama nascondersi.

(Eraclito, Diels-Kranz, B 123).

 

PROLOGO E AVVERTIMENTO PRELIMINARE.

 

0.1.Nel primo nostro scritto di questa serie, quello intitolato Il fondamento della ricerca, e che era dedicato all’ontologia, abbiamo parlato di intelligenze nascoste, che sarebbero le responsabili dell’esistenza del mondo dei corpi aggregati, cioè di quella che gli uomini comuni considerano la realtà, e delle apparenti connessioni causali che lo governano. In quello studio abbiamo focalizzato l’attenzione sul fatto che le cosiddette leggi naturali, intese dalla scienza moderna come meccanicismi, sono invece l’opera di intelligenze che sembrano voler ottenere un effetto ben preciso: simulare l’esistenza di un mondo extramentale, fatto di materia eterogenea al pensiero e retta da leggi meccaniche inintelligenti e afinalistiche. Come il Lettore ricorderà, ivi escludemmo la possibilità dell’esistenza di una realtà extramentale fatta di una materia eterogenea al pensiero, mediante l’applicazione di leggi logiche, identificando l’essere con ciò che necessariamente è e dunque è da sé senza alcun bisogno di una causa diversa da sé stesso per esistere, e stabilendo che l’essere necessariamente esistente è il pensiero: soltanto il pensiero, infatti, può generarsi da sé ed essere causa di sé stesso; l’essere dunque è pensiero e coscienza(1) e non un insieme di cose extramentali, le quali non si pensano da sé, non esistono necessariamente e di conseguenza per esistere hanno bisogno di una causa diversa da sé. Per il principio di ragion sufficiente, dicemmo, niente può esistere se non ciò che è da sé essendo necessariamente vero, o ciò che è messo in atto da una causa; che esistano delle realtà senza che nessuna causa le faccia essere e che non si causino da sé è impossibile: insomma, “nulla c’è senza una ragione che lo faccia essere” dice il principio di ragion sufficiente, e per definizione è irrazionale chi trasgredisce questo principio. E chi asserisce l’esistenza di una materia che non si pensa da sé e non è  il prodotto del pensiero di nessun altro, cioè che non è causata da nulla, ma se ne sta in uno spazio extramentale, anch’esso non pensato da nessuno e dunque non causato da nulla, è un irrazionale, visto che tale asserzione è una trasgressione al principio di ragion sufficiente. Nulla che non si pensi da sé e non sia pensato da altri può esistere, e due generi di cose soltanto possono esistere: la coscienza con i suoi contenuti, e le immagini che essa produce di sé e dei suoi contenuti. Altro nell’universo non c’è.

0.2.Il Lettore ricorderà, altresì, la definizione di corpo che ivi enunciammo: il corpo è immagine(2). Ragion sufficiente perché ci sia un’immagine è un’immaginazione che la produca, altrimenti essa non esiste, perché un’immagine non è qualcosa di necessariamente esistente, e senza una causa che la faccia essere, da sé, non può essere. Pensare che esistano corpi fuori dal pensiero e dalla coscienza è dunque irrazionale. Tutto quello che vediamo è immagine, e dunque è pensiero.

0.3.Quanto alle cosiddette leggi naturali, che i razionalisti vorrebbero esistenti senza che nessuna causa le faccia essere, concependole come leggi “meccaniche”, non pensate da nessuno, che esistono perché esistono galleggiando nel vuoto, diciamo invece che ragion sufficiente perché ci sia una legge, che è un pensiero, visto che in genere la legge naturale è un enunciato esprimibile in termini matematici, è che un pensiero la pensi e la stabilisca, e poi la metta in atto, altrimenti la legge non c’è. Il materialista pretende di aver trovato delle leggi che esprimono legami causali costanti, ma se non c’è un legame logico tra l’effetto e la causa, significa che quell’effetto non è tale, non è l’effetto di quella causa se non in apparenza; mentre la legge che lega i due eventi che sembrano uno la causa e l’altro l’effetto è un artificio, una convenzione, o meglio una simulazione(3). La vera causalità va sempre dal pensiero all’immagine visibile, i corpi non possono fungere da causa, perché sono solo immagini e non realtà, e l’unica causalità che esiste autenticamente è quella spirituale. La coscienza è causa di quell’immagine riflessa nello spazio che è la materia, l’elemento informe, riflesso dell’idea di essere, che è l’idea più generica di tutte, capace di ricevere le altre forme più specifiche; le idee o forme trascendenti, universali ed eterne, sono la causa dell’esistenza delle loro immagini visibili impresse nella materia (così ridefinita), le quali rendono solida quest’ultima e la cristallizzano in una forma; la vera causalità è sempre spirituale: tutto ciò che è visibile e sensibile è immagine di una realtà spirituale invisibile. Questo è evidente nel vero mondo, dove i suoni, i profumi e i colori sono evidentemente pensieri(4) e dove il volume, cioè l’immagine completa che è il corpo visibile, è immagine appunto di una coscienza che è essere e forma spirituale, il che è come dire che è coscienza e conoscenza di sé.

0.4.Così abbiamo dimostrato che non esistono forme al di fuori del pensiero (perché le forme sono pensieri), e che se nei corpi aggregati vediamo forme, significa che un pensiero ce le ha messe; e, parimenti, la simulazione di una causalità meccanicistica implica l’operazione continua di intelligenze che la facciano essere, così come la “nostra” percezione sensibile implica l’intervento di un’intelligenza che abbiamo chiamato “sistema nervoso” o anche “mente duale”(5), la quale simula un rapporto causale tra le alterazioni degli organi del “nostro” corpo aggregato e le immagini che la nostra coscienza percepisce, anzi addirittura la derivazione dei moti della nostra coscienza da sostanze chimiche presenti nel “nostro” cervello o da altri fenomeni apparentemente meccanici come il baluginare di misteriose energie neuronali. E’ facile che chi non è avvezzo all’applicazione rigorosa di leggi logiche, e non abbia chiare in mente le definizioni di essere e di realtà, cada nel tranello e pensi a un legame causale laddove c’è solo concomitanza temporale (ma di questo diremo più estesamente altrove). Insomma, asserire che la Natura è un collettivo di intelligenze che cospira per creare un cosmo fittizio, un mondo ingannevole, e per offuscare nell’uomo la retta immagine di sé come coscienza ed essere, che a tutta prima può sembrare opinione di fideisti irrazionali e persino fanatici, è invece perfettamente razionale, ed è una verità scientifica; e se non sembra così alle persone comuni è perché esse sono irretite nell’inganno e scambiano per razionalità quella che non è tale, chiamando erroneamente ragione la negazione del soprasensibile e dello spirito, che invece è irrazionale, e scienza l’enunciazione di quelle leggi che sembrano governare il mondo sensibile in modo meccanicistico, senza rendersi conto da dove esse realmente provengano. Il Lettore ricorderà anche che avevamo allora lasciato in sospeso una questione, invece, piuttosto importante: che genere di intelligenze sono? Qual è il loro scopo quando aggregano elementi per simulare una realtà che non c’è? Quali sono le loro intenzioni nei nostri confronti? E noi, perché ci troviamo qui?

0.5.L’indagine non è facile, dato che risulta chiara su di esse una cosa sola, che esse intendono tener occultate ai nostri occhi le loro intenzioni, e anche la loro esistenza. Strappare alla Natura il suo segreto non è cosa da poco; non è cosa, soprattutto, per chi cerchi illusioni consolatorie al posto della verità, e per chi non abbia il coraggio di aprire gli occhi su quanto sia poco condiscendente e molto severo l’animo di costoro nei nostri confronti. Avevamo escluso, nella nostra precedente trattazione, che le intelligenze che governano il mondo dei corpi aggregati siano Dio, abbiamo escluso con argomenti logici che il mondo della materia aggregata sia la creazione di Dio; ne abbiamo sottolineato, per altro, gli effetti deleteri sull’anima umana, escludendo dunque anche che la vita biologica sia un dono(6). Ben lungi dall’essere un dono, la vita biologica, cioè la connessione con un corpo aggregato, è un danno terribile per l’anima; speriamo che ormai il Lettore che sia passato seriamente attraverso i nostri precedenti scritti sulla malattia dell’anima e sul bene, intitolati rispettivamente La cura dell’anima e Il fondamento dell’etica, se ne sia convinto. Il Lettore tenga conto, per favore, che se vuole entrare con piena consapevolezza negli argomenti “iniziatici”(7) che nel presente scritto stiamo per affrontare deve prima seriamente addottrinarsi, oltre che di ontologia, anche di scienza dell’anima, che è quella che abbiamo cominciato a svolgere nei due scritti testé citati, ma che dovremo completare in altri lavori. In questo nuovo scritto intendiamo osservare con la massima attenzione le operazioni delle intelligenze che abbiamo chiamato Natura (con la maiuscola, per distinguerle dalla vera natura, che sono le idee, le quali sono la vera causa dell’esistenza delle cose del mondo reale, quello dei “corpi semplici”, che abbiamo chiamato impropriamente anche corpi spirituali(8); questa del mondo terreno è una natura falsa, una simulazione, e chiamiamo perciò Natura i portatori di questa simulazione, quelle forze che ne causano l’esistenza) e i risultati che esse ottengono, onde avvicinarci un poco alla risposta che cerchiamo. Infatti, siamo guidati da una convinzione: gli effetti che esse ottengono sono i loro fini, poiché essendo questi esseri portatori di forma capaci di organizzare un mondo tanto solido e complesso, devono essere intelligenze estremamente abili e potenti, le quali devono ben saper calcolare quali sono gli effetti delle loro azioni. Sicché possiamo ipotizzare con una certa sicurezza che ciò che esse producono è proprio ciò che esse intendono produrre, e cioè che gli effetti della loro opera coincidano con i loro fini.

0.6.Mi spiace per coloro che, infantilizzati da secoli di Cristianesimo storico, si nutrivano di favole zuccherose come quella degli angeli custodi, credenza che, tra l’altro, sta degenerando ai giorni nostri per via delle tendenze cosiddette new age, lo scomposto e variegato movimento dove trovano sfogo gli irrazionalismi alternativi a quello cattolico che prima li comprimeva col suo dogmatismo e col potere dell’istituzione ormai oggi in decadenza: si è arrivati in questo ambito a fare del contatto “con gli angeli” una moda non esente perfino da scopi commerciali; tutti questi dovranno ben aprire gli occhi. No, il Lettore stia ben attento: le intelligenze della Natura non sono angeli (visto che il mondo terreno non è il paradiso!), né quello che nel nostro precedente scritto abbiamo chiamato “sistema nervoso” o “mente duale” è un amoroso custode impegnato a salvaguardarci da pericoli e tentazioni “sataniche”. Tutt’altro: è lui stesso che ci spinge in mezzo ai pericoli e agli inganni di un mondo che, con la sua natura di simulazione, ci occulta la verità, il bene e ci rende peggiori, ammalandoci nell’anima, per poi metterci alla prova e dimostrarci colpevoli. Mi dispiace per codesto brusco risveglio, che il Lettore, se vuole togliersi dalle illusioni infantili e diventare adulto dovrà affrontare: qui sulla Terra, nel mondo umano, o, per meglio dire, nella sfera dei corpi aggregati e cioè ingannevoli, non c’è niente che aiuti l’uomo o lo protegga dal male; anzi, tutte le forze che operano qui, nessuna esclusa, sono rivolte a sottrarre all’uomo il bene, la verità e a imbrogliarlo e incepparlo sempre di più in errori e smarrimenti. Sembrerà un’asserzione un po’ forte; e lo è, e siamo consapevoli che detto così nell’enunciato nudo e crudo questo sembra incredibile a chi vi pone mente per la prima volta. Ovviamente, non pretendiamo che il Lettore ne sia convinto senz’altro: ci impegniamo in questo scritto a svolgere un discorso ben fondato, che all’ontologia da noi tratta mediante l’impiego dei principi logici e del principio di ragion sufficiente in particolare, vedrà giustapposta una rigorosa analisi del dato fenomenologico e del dato storico.

0.7.Insistiamo qui sul fatto che la presente opera non è da leggersi per prima, perché senza l’adeguata preparazione essa potrebbe riuscire incomprensibile e addirittura pericolosa. Il Lettore è avvisato: chi non abbia la sufficiente dimestichezza con le nozioni di ontologia e di scienza dell’anima, e non abbia sgomberato a sufficienza la propria anima da attaccamenti ed errori concettuali, potrebbe rimanere dalle nostre conclusioni troppo turbato e scandalizzato. Non si prendano, infine, questi argomenti alla leggera, affrontando la lettura del presente testo solo per curiosità o per gioco. Il Lettore tenga presente che se dopo questo, e dopo la lettura di altri testi che metteremo a Sua disposizione in futuro sul presente sito, non vede modificarsi la propria vita fino a rovesciarsi del tutto, significa che ha fallito. Attenzione dunque, ci vuole molta attenzione, e un’assoluta purezza di cuore.


NOTE AL PROLOGO.

 

Nota 1: per definizione il pensiero è coscienza, perché pensiero e coscienza di pensiero sono la stessa cosa, un pensiero inconscio è una contraddizione in termini come un’immagine inestesa o un poligono senza lati. Dunque là dove è pensiero in atto, vi deve essere anche una coscienza che pensa.

 

Nota 2: cfr. Il fondamento della ricerca, §§1.9; 1.14 e segg.; ricordiamo che ivi dicemmo che tutto ciò che è esteso, e cioè visibile, ha la natura dell’immagine, compreso lo spazio, che è immagine della facoltà che ha l’essere di immaginare, ossia di rivestire di segni visibili i suoi contenuti invisibili, il che è come dire che lo spazio è immagine dell’immaginazione dell’essere, del pensiero infinito di cui noi siamo le infinite coscienze.

 

Nota 3: riguardo alla causalità apparente del mondo dei corpi aggregati rimandiamo, per ora, a quanto detto ivi, libro IV; ma bisognerà trattarne più a lungo in uno scritto apposito; per gli scopi della presente opera è sufficiente aver dimostrato che il mondo dei corpi aggregati e la sua apparente causalità sono frutto di operazioni da parte di intelligenze nascoste.

 

Nota 4: usiamo il termine “pensiero” nel senso più esteso, cioè per noi tutti i contenuti della coscienza sono pensiero, non solo il pensiero cognitivo, ma anche gli affetti.

 

Nota 5: cfr. Il fondamento della ricerca, §4.5.

 

Nota 6: cfr. Il fondamento della ricerca,§§2.2; 2.9-2.10 e §§3.18-3.19. Cfr. anche Il fondamento dell’etica, libro VIII.

 

Nota 7: per il concetto di iniziazione si veda Platone, Fedro, 249c. La vera iniziazione è il momento in cui l’anima si procura, mediante la retta applicazione del metodo assiomatico deduttivo, a partire dall’assioma che essere è pensiero, le rette idee (è questo che Platone chiama anamnesis cioè reminiscenza) e dunque la conoscenza di sé e dell’essere, processo conoscitivo che Platone descrive come un volo che l’anima compie al seguito di un dio; in altre parole, l’iniziazione coincide con l’uso corretto della deduzione e con la conseguente visione delle idee rette che rappresentano l’essere.

 

Nota 8: cfr. Il fondamento della ricerca, nota 10 al libro II e passim.

 


LIBRO I.

 

 

 

 

 

 

SPECIE ED EVOLUZIONE.

 


LIBRO I.

 

INDICE DEGLI ARGOMENTI.

 

I corpi aggregati sono soggetti alla legge di evoluzione delle specie; l’uomo e l’evoluzione culturale: il principio di selezione naturale è stato disinnescato dalla cultura(1.1).

 

Visione completa dell’evoluzione naturale: non è un processo casuale o meccanico, ma è guidato dalle intelligenze delle specie(1.2-1.3).

 

Discussione sulla visione materialista, sua irrazionalità e infondatezza(1.4). Se il materialista nega l’evidenza, è per reazione alla religione dogmatica e oscurantista(1.5).

 

Indirizzi di ricerca che seguiremo durante la presente opera(1.6-1.7). Finalità dello studio sulla Natura è la liberazione dell’anima dalla dipendenza da essa(1.8).


1.1.Le forme assai complesse e varie che si mostrano nel mondo dei corpi aggregati sono il frutto, con buona pace dei Cattolici, di una lunga, lunghissima evoluzione, che ha portato gli organismi a diventare sempre più raffinati e funzionali e, in parallelo, le manifestazioni della coscienza in essi a essere sempre più importanti e vistose. La scienza contemporanea spiega questo fenomeno in termini di evoluzione meccanica: i corpi con caratteristiche non adatte alla sopravvivenza, non potendo accedere alla riproduzione della specie, non avrebbero potuto lasciare le proprie caratteristiche alle nuove generazioni, e dunque tali caratteristiche non si sarebbero conservate, mentre nel patrimonio della specie si sarebbero invece accumulati i tratti peculiari degli individui forti, capaci di accedere alla riproduzione della specie e di lasciare alla prole la propria eredità biologica. In questo modo le specie, nel corso del tempo avrebbero modificato in meglio i propri organismi, mentre le specie incapaci di questo adattamento si sarebbero estinte. L’ultimo frutto della selezione naturale e dell’evoluzione delle specie è l’uomo, il quale però ha disinnescato il meccanismo di selezione naturale sviluppando una tecnologia, ha cominciato cioè a inventarsi degli artifici che consentano anche agli elementi deboli della specie di sopravvivere e riprodursi, sicché prestanza e vigore fisico non sono più i requisiti indispensabili per poter lasciare una prole e conservare le caratteristiche della propria forma organica per le generazioni future, e altri criteri si sono sostituiti a quelli naturali; intendo dire che mentre negli animali privi di cultura era indispensabile, per esempio, avere una dentatura forte per poter sopravvivere e arrivare alla riproduzione, invece gli uomini (chiamiamo così gli animali dotati di cultura) hanno inventato lame e coltelli, sicché anche l’individuo con denti deboli può sopravvivere e riprodursi, e infatti la nostra specie ha una dentatura debole, che facilmente si logora e si ammala; lo stesso dicasi per unghie e artigli, per un pelo folto e così via(1). L’evoluzione culturale ha disinnescato quella biologica, e così la nostra qualità adattiva non è più fisica ma mentale: è cioè l’intelligenza pratica(2) e organizzativa, che ci consente di vincere le avversità del mondo naturale senza che questo comporti più l’eliminazione degli elementi deboli della nostra razza.

1.2.Con il quadro evoluzionistico della scienza contemporanea possiamo concordare pienamente. Ma, alla luce della nostra ontologia e della nostra scienza dell’anima, forse potremo completare questo quadro con quello che manca. Dicemmo (cfr. Il fondamento della ricerca, libro IV ) che le forme impresse nella materia aggregata, da quelle che informano gli atomi singoli, a quelle che con questi primi mattoni costituiscono tessuti e organi, e a quelle che aggregando insieme tessuti e organi costituiscono organismi completi e li fanno funzionare, sono pensieri e dunque ragion sufficiente della loro esistenza è un pensiero che le pensi. Abbiamo chiamato Natura l’insieme delle intelligenze (supponendo che siano molte e non una sola, perché verosimilmente per compiere un lavoro così complesso ci vogliono più menti che collaborano e non ne basta una sola) che si occupano di formare i corpi aggregati e di farli sopravvivere durante un arco di tempo determinato, fino alla loro disgregazione, secondo certe leggi stabilite per il loro sviluppo e la loro decadenza, sulle quali ci interrogheremo più oltre. Se a questa visione ontologico-fisiologica giustapponiamo, come già suggerito di fare in qualche cenno di metodologia che anticipammo nel corso delle trattazioni precedenti, il metodo dell’osservazione fenomenologica, dobbiamo pensare che queste intelligenze portatrici di forme, come qualunque coscienza, hanno bisogno di imparare dall’esperienza. Cioè, la selezione delle qualità adattive, secondo noi, non sarebbe tanto il frutto di un meccanismo naturale, come vorrebbe lo scienziato materialista, quanto il risultato di un apprendimento per prova ed errore che avrebbe riguardato le intelligenze portatrici di forma. Intendo dire che, come un ingegnere che progetti, per esempio, un’automobile o un aeroplano, dopo aver messo alla prova le macchine da lui inventate e aver visto i loro punti deboli, provvede a correggerli in modo che l’apparecchio diventi sempre più perfezionato, versatile e resistente, capace di svolgere più efficacemente la propria funzione, così avranno fatto anche le intelligenze della Natura che, dai primi abbozzi di corpi poco agili e ingombranti, poco funzionali, dotati di espedienti rozzi, e così poco eleganti, sono passate a fasi di perfezionamento assai avanzato, sicché gli organismi da loro assemblati sono diventati funzionali e anche belli, veramente ammirevoli. Basti guardare il percorso evolutivo che porta dall’Hyracotherium al cavallo o dallo Pterosauro (rettile volante) all’uccello moderno, per esempio, o a quanto fossero sgraziati e ingombranti, e poco funzionali, i corpi dei dinosauri rispetto a quelli dei moderni mammiferi, per notare come la capacità costruttiva di queste intelligenze si sia raffinata con l’esperienza.

1.3.E’ evidente che esse si sono date un quadro di leggi fisiche, chimiche e biologiche, cioè hanno stabilito per convenzione dei nessi causali “artificiali(3)” (dovremo abituarci a considerare la falsa natura del mondo terreno come una continua catena di simulazioni e di artifici), delle leggi del tutto arbitrarie che governino i corpi aggregati, i loro movimenti nello spazio, le loro interazioni e le loro trasformazioni, da mantenere costanti come fossero necessarie e meccaniche, e si sono poi accordate fra loro per far funzionare entro questo quadro di false leggi fisiche, chimiche e biologiche i loro organismi, impegnandosi a trovare le soluzioni più ingegnose per la loro sopravvivenza; un po’ come inventare un gioco stabilendone le regole, sicché chi vuol giocare è obbligato a rispettarle. In effetti, si ha quasi l’impressione che le specie (chiamiamo così per brevità ciascuna intelligenza che si occupa della formazione e della sopravvivenza degli individui, appunto, che appartengono a una certa specie) giochino tra loro una partita, facciano a gara a chi riesce a trovare le soluzioni più astute in ordine alla sopravvivenza degli individui da loro formati; dico così perché ogni volta che una specie di predatori trova un espediente che consenta ai suoi individui di predare meglio, la specie degli individui predati subito intavola una contro-mossa ben precisa, atta a impedire agli individui della specie predatrice di catturare e mangiarsi troppi dei propri individui, rischiando l’estinzione, che è come dire la sconfitta. In tutte queste vicende della selezione delle specie, uomo escluso, possiamo vedere un’esibizione di intelligenza non degli individui, ovviamente, che sono come delle pedine passive, mosse sulla scacchiera, cioè nel mondo terreno, dai giocatori, che sono le intelligenze che formano e governano le specie, ma di queste ultime. Individui così non sviluppano alcuna intelligenza individuale e non hanno dunque nessuna volontà autonoma, ma sono solo spettatori passivi di ciò che accade loro: la loro anima, cioè, è spettatrice passiva dei desideri che sorgono in lei per via dei bisogni del corpo terreno e delle azioni svolte dall’aggregato in conseguenza di questi desideri. Sono come burattini tirati dai fili dell’istinto.

1.4.Prima di parlare dettagliatamente dell’istinto, dobbiamo però fermarci a confutare la visione accreditata oggi dalle scienze materialiste, perché già immaginiamo che qualche Lettore, il quale non abbia riflettuto con la dovuta serietà sulla nostra ontologia o che per indisciplina non abbia seguito il nostro consiglio di leggere gli scritti qui proposti nel giusto ordine, sia rimasto perplesso e giudichi irrazionali le nostre asserzioni sulle intelligenze delle specie, abituato a scambiare per razionalità la pregiudiziale negazione del soprasensibile, cioè del mondo delle cause, senza rendersi conto che, al contrario, è proprio la mancata visione delle cause a rendere irrazionale una mente. E’ la cosiddetta scienza materialista, infatti ad essere irrazionale, consistendo in una continua trasgressione al principio di ragion sufficiente. Già dicemmo, infatti, dell’impossibilità dell’esistenza di una materia da sé, se per “materia” si intende qualcosa di esteso, inerte ed oggettivo, eterogeneo al pensiero, privo di una causa che lo faccia essere e che non sia in grado di causarsi da sé, e dell’inconsistenza di una concezione che veda lo spazio come qualcosa di extramentale e delle pretese dunque di un sapere oggettivo: preghiamo il Lettore che non l’avesse fatto di andare al I libro de Il fondamento della ricerca e leggerlo con attenzione, o non riuscirà a seguirci; e dicemmo anche (cfr. ivi, libro IV e supra, §0.4) che è irrazionale pensare a forme fuori dal pensiero, perché le forme sono pensieri e dunque ragion sufficiente perché ci sia una forma è un pensiero che la pensi; così dicasi anche per una legge naturale: anche le leggi sono formulazioni del pensiero e non possono essere da sé senza che nessuno le pensi e le stabilisca. E nemmeno il cambiamento può verificarsi da sé senza una causa che lo faccia essere, perché cambiamento significa che una forma nuova si è sostituita a quella vecchia, e le forme non si creano da sé, ma devono essere prodotte da qualche pensiero. Aggiungiamo qui che è impossibile che le soluzioni adattive si siano prodotte meccanicamente, come nella concezione materialista: è impossibile che una materia priva di coscienza e al di fuori del pensiero, che se ne sta nel vuoto senza percepirsi da sé e senza che nessuno la percepisca (e che quindi non sarebbe nulla) si muova e si modifichi “a caso(4)”, cioè per nessuna causa o per leggi meccaniche che nessuno ha posto ma esistono senza una ragione che le faccia esistere, e aggregandosi e disgregandosi a caso o meccanicamente dia luogo a tutte le combinazioni possibili di elementi preesistenti (ma come ci sono gli elementi, e quale causa li muove?) fino a produrre forme così complesse da animarsi (per magia?) e diventare vive e coscienti. Perché è questa la visione lacunosa, assurda, completamente irrazionale, che impone come scientifica le cosiddetta scienza materialista, per l’abitudine insana di chiamare razionale non la retta applicazione del principio di ragion sufficiente, ma qualunque spiegazione riesca a ricondurre la realtà a cause materiali negando lo spirito e il soprasensibile. In quest’ottica, il pensiero, che invece è l’essere, sarebbe il sottoprodotto casuale di un processo meccanico e inintelligente. Ma se anche questo fosse vero (mentre l’abbiamo già dimostrato logicamente impossibile), che cioè tutte le possibili aggregazioni della materia si siano verificate a caso fino a che soltanto quelle capaci di sopravvivere si sono conservate e riprodotte, troveremmo nel mondo terreno innumerevoli fossili di questi organismi “sbagliati” incapaci di vita. Se è vero che la materia si aggrega a caso senza un’intelligenza che la guidi, dovrebbero esserci tutte le tracce di tutte le combinazioni verificatesi, anche di quelle fallimentari: dovremmo vedere i fossili di tessuti o organi assurdi, abbozzati appena e incapaci di svolgere qualsiasi funzione, di organismi mostruosi, assemblati a caso, per esempio con abbozzi di occhi incapaci di vedere e collocati dove non servono, o membra deformi e nella posizione sbagliata, scheletri incapaci di reggersi e di avere una struttura sensata, niente che assomigli a qualcosa di vivo e funzionante. Ma se questi tentativi errati non hanno lasciato tracce di sé è perché non furono mai, e la vita ha, sì, seguito un piano di sviluppo dal semplice al complesso, dal rozzo al raffinato, dal poco funzionale al meravigliosamente efficace, sempre però nell’alveo di una progettazione ben precisa e sotto la guida di intelligenze formatrici; sicuramente la materia (quella terrena(5), intendo), che non è capace di formarsi da sé ma è prodotto dell’opera formatrice delle suddette intelligenze, non si è mai assemblata o metamorfosata “a caso”, ma sempre secondo forme ben progettate e ottenendo risultati intelligenti: tutti gli organismi che siano mai apparsi sulla terra erano capaci di vivere e nessuno era un ammasso casuale e fallimentare di materia. Perciò il modello dei meccanicisti coglie la realtà solo parzialmente, quando vede l’evoluzione dei corpi organici e le leggi di selezione naturale, ma chi applichi correttamente il principio di ragion sufficiente vede bene anche dietro alle quinte di questo scenario teatrale che è il mondo terreno, e lì ci sono intelligenze che seguono leggi e imprimono forme nei tessuti, negli organi e nei corpi organici aggregando in essi atomi, cioè spiriti cui esse hanno preventivamente imposto una forma elementare, e che perfezionano tali organismi sempre di più, man mano che passano le generazioni e con l’esperienza si rendono evidenti i loro punti deboli.

1.5.D’altronde, se non ci fosse  un motivo culturale ben preciso, nessuno potrebbe mai pensare a un concetto tanto inconsistente come la casualità (cfr. supra, nota 4 al presente libro I) e dubitare che vi sia un’intelligenza a guidare la costruzione di capolavori della tecnica come le ali di un gabbiano, per esempio, che applicano in maniera così evidente leggi matematiche complesse come quelle della dinamica dei fluidi, che l’uomo a malapena ha saputo imitare costruendo aerei e facendoli volare; o anche solo di fronte alla levità straordinaria di un tessuto altamente sofisticato come quello delle ali di una farfalla, nessuno sosterrebbe che sia fatto a caso: in ogni organismo, dal più semplice al più complesso, si vedono all’opera leggi di biochimica, di statica, della fisica più avanzata. La semplice foglia di un ciclamino, per esempio, dimostra una sapienza costruttiva perfettamente razionale: osservi il Lettore come essa è fatta a forma di imbuto in modo che l’acqua piovana si accumuli al suo interno e lentamente, con la dovuta delicatezza, sia convogliata a cadere là dove serve, sulla radice della pianta. O che dire di quei semi che cadono dai rami più elevati degli alberi e non si danneggiano nel cadere al suolo perché si servono di dispositivi che sfruttano lo stesso principio del paracadute o dell’elica? Chi negherebbe che lo scheletro del gatto sia un capolavoro di ingegneria? Nessuna persona onesta concettualmente e realmente razionale potrebbe mai negare una verità tanto evidente, se non ci fossero delle cause storiche ben precise per arrivare a questo. Se oggi i materialisti si autoingannano negando intelligenza alla Natura benché in questo mondo si vedano “negli arbori a ragion fatte le foglie(6)” e tutti i corpi di quaggiù costituiti secondo numero e misura in maniera opportuna, dai minerali con la loro straordinaria simmetria, ai vegetali, appunto, con le loro forme regolari e così poetiche e con le loro precisissime funzioni biochimiche, e a tutti gli organismi viventi con i loro ritmi, le loro funzioni e le loro forme armoniose (anche la bellezza è espressione di intelligenza), tutti soggetti a leggi regolari e cioè a numeri(7), se i materialisti non riescono a vedere ciò che è evidentissimo, ossia che dove troviamo numeri e forme, i quali sono pensieri, là si esprime intelligenza e pensiero, è per via di una violenta, inevitabile e legittima reazione contro la superstizione cattolica, che ha imposto all’anima europea per secoli una visione contraffatta del mondo dello spirito, ha occultato gli enunciati razionali della nostra ontologia sostituendoli con assurdi dogmi irrazionali, e per di più imposti coercitivamente, con risultati deleteri sull’anima umana ed effetti devastanti nella storia, come ben sappiamo. Il legittimo disgusto per la religione ha indotto gli uomini in cerca di una visione razionale e scientifica sulla natura a “buttare via il bambino con l’acqua sporca”, come direbbero gli anglosassoni, cioè a negare valore scientifico a qualsiasi visione ontologica, a qualsiasi conoscenza del soprasensibile, senza distinguere tra copia contraffatta e verità logica, anche fuorviati dall’asserzione violenta e prepotente dei Cattolici che al di là dell’esperienza dei sensi ci sia solo un mistero insondabile dalla ragione, un Dio oscuro e misterioso che dà di sé qualche cenno in un’ambigua rivelazione, e non un essere che è anche un mondo perfettamente conoscibile e chiaro, comprensibile razionalmente a chi abbia la buona volontà di applicare i principi logici e il principio di ragion sufficiente nel giusto modo. La reazione al misologismo, al dogmatismo e all’oscurantismo della Chiesa è stata inevitabilmente esagerata e ha portato gli uomini verso l’errore opposto, li ha indotti a negare la realtà del vero essere, cioè del pensiero e della coscienza, disgustati dall’insipiente visione dello spirito imposta dalla religione, sicché oggi si spaccia per ragione solo il pensiero che neghi sé stesso, che sostenga cioè che l’essere non è pensiero ma materia extramentale e realtà oggettiva, e che offra delle realtà spirituali spiegazioni quali che siano, anche del tutto carenti e irrazionali, purché le riconducano a cause materiali e meccanicistiche. Coloro che hanno monopolizzato per secoli i concetti più preziosi del nostro sapere, le idee rette mediante cui l’essere conosce sé stesso, storpiandole e rendendole irriconoscibili, incrostate di superstizione e ridotte a dogmi assurdi e irrazionali, e tenendo dunque prigioniera, incatenata e nascosta la verità, che è il vero logos, e cioè il vero Cristo, e con lui la giustizia e il bene, con l’impedire lo sviluppo di qualunque scienza ontologica e qualunque riflessione razionale sull’anima e sulla sua vera natura, sul vero essere e sul mondo, per gelosia farisaica, per timore cioè della concorrenza di un pensiero più efficace, capace di spodestare i loro enunciati oscuri e ingannevoli e liberare l’anima dell’uomo europeo dal loro dominio, sono  responsabili di questo sviamento dell’uomo moderno verso materialismo e meccanicismo, e del conseguente smarrimento di sé dello spirito europeo, e della sua follia. Di questo chiederemo conto, in seguito. Ora occupiamoci di tornare al bivio in cui si è scelta la direzione sbagliata, cioè quella dell’affossamento di qualunque ontologia, come se ontologia e superstizione religiosa fossero la stessa cosa, e cerchiamo, invece, di imboccare la direzione giusta.

1.6.Una delle conoscenze più importanti che il dogmatismo cattolico ha impedito all’uomo di procurarsi è la visione corretta della Natura e della funzione che ha il mondo dei corpi aggregati, cioè la conoscenza degli scopi che si propongono queste intelligenze quando creano i corpi mediante i quali ingannano e ammalano le anime. Già accennammo(8) più volte, nel corso delle precedenti trattazioni, a quale disastroso esito conduca l’errore della Chiesa di imporre la credenza in un “Dio creatore” e di spacciare le leggi della Natura per sua volontà, impedendo così agli uomini e alle donne di liberarsi dalla forma animalesca che l’identificazione col corpo aggregato imprime nella loro anima. E’ appunto di questo argomento che vogliamo parlare ora in maniera più approfondita, delle operazioni che la Natura compie sulle anime e cioè del rapporto tra corpo aggregato e specie che lo regola da un lato e anime individuali dall’altro. In primo luogo si parlerà dunque dell’istinto, fenomeno che la scienza moderna descrive ma non spiega, arrivando solo ad asserire che il comportamento negli animali è prodotto da eredità genetica, e che, come si ricorderà, era l’argomento che stavamo per affrontare (supra, §1.3) prima della digressione rivolta a polemizzare con la visione materialista dell’evoluzione delle specie; cogliendo precisamente la natura dell’istinto negli animali (compreso l’uomo, che è un animale anch’esso, ma ha per differenza specifica quella di avere una cultura e un istinto debole) si potrà iniziare a comprendere il senso di ciò che fanno tali intelligenze sulle nostre anime; in seguito si parlerà di trasposizione degli istinti nella morale culturale dell’uomo (di questo abbiamo già dato qualche cenno nei precedenti scritti(9)) osservando la fase di passaggio tra la natura animale e quella umana; bisognerà convincerci che i modi che hanno le persone appartenenti alle culture non ancora involute nel male (è così che noi chiamiamo, come si vedrà, quelli che la scienza materialista chiama “primitivi” o “selvaggi”) di rapportarsi alle forze della Natura sono molto istruttivi riguardo a come esse operano, e che da loro possiamo imparare molte cose, e che è sbagliato scambiare per superstizione le loro credenze e i loro usi, quando la peggior superstizione che il mondo abbia mai conosciuto è il Cattolicesimo(10); e si potranno trovare indizi utili per capire la Natura anche nella preistoria, lo faremo in scritti appositi, in sede di ricerca storica, servendoci di studi archeologici seri.

1.7.Poi bisognerà osservare le operazioni che compiono questi temibili esseri nella storia, le manovre realizzate da loro nei confronti dell’uomo ormai civilizzato. Infatti non si esaurisce qui, nell’imprimere nelle anime una forma animalesca, l’opera di queste arcane forze che governano il mondo terreno: un altro fronte delle loro attività è rivolto a controllare il cammino della civiltà onde essa attraversi diversi stadi, ognuno portatore di un diverso sistema di idee e di valori, cioè di errori concettuali sul bene e sul male. Si troveranno delle sorprese: al Lettore sarà richiesto di rovesciare i giudizi storici correnti e di considerare l’esperienza dell’uomo europeo non come un cammino verso il progresso ma come una terribile involuzione, e la storia della nostra civiltà, che è ancora in corso, non come il luogo dell’espressione delle facoltà umane, della nostra capacità artistica e della nostra intelligenza, ma come campo dell’esperienza del male. Infine, dopo un itinerario sicuramente non facile da accettare da parte di chi vuol essere ottimista e spensierato, si potrà arrivare a capire il vero senso del Cristianesimo storico, il suo vero scopo e la vera intenzione di chi lo ha seminato: questo finale argomento sarà svolto nei Complementi alla presente opera, che saranno inseriti nel nostro sito dopo di essa.

1.8.Una volta comprese tutte queste cose si sarà acquisita la capacità di distinguere, nella propria anima, che cosa è interferenza del corpo aggregato e dunque della specie da ciò che è prodotto invece da noi stessi, dalla nostra attività pensante individuale, e, nell’ambito di questa, che cosa fa parte della nostra autentica natura di esseri di pensiero, autonomi e capaci di rettitudine e di bene, e che cosa invece si è incrostato in noi ed ha prodotto guasti nella nostra forma spirituale per via delle concezioni ingannevoli sulla realtà e sul bene che si sono introdotte e stratificate nella cultura dominante che ci ha formati. E soprattutto, cosa assai importante, impareremo a distinguere ciò che davvero può aiutarci a uscire dalla condizione di anime imprigionate nel mondo terreno e ciò che invece ne è la contraffazione, tra ciò che è ingannevole diversivo, trappola “satanica(11)”, e ciò che realmente può guidarci verso il bene e la salvezza. Infatti, una volta che si sia compresa approfonditamente la natura di inganno e simulazione del mondo terreno, e la funzione di esperienza del male, cioè dell’ignoranza e della stoltezza e dei loro esiti, che è propria della forma umana, si capirà anche chiaramente che le operazioni che compiono queste intelligenze su di noi vanno contrastate e disinnescate, in quel processo di guarigione, di ripristino in noi della forma spirituale sana, che può portarci a ritrovare il nostro vero essere, la nostra vera natura, e il vero mondo, processo che nel Platonismo si chiamerebbe “diventare dio” e consisterebbe nel convertire l’occhio spirituale, l’intelletto, dalle concezioni errate terrene alle vere idee che rettamente rappresentano l’essere (che, come dicemmo sopra, in nota 7 al Prologo, è l’unica vera iniziazione). Questa  sarebbe la vera redenzione dell’uomo, quella che la vera dottrina del Cristo avrebbe potuto realizzare, chiamandola anche metanoia (trasformazione del nous, cioè dell’intelletto) o anche “uccisione dell’uomo vecchio” (quello terreno, appunto, identificato col corpo aggregato e preda di istinti e brame di beni falsi) e “nascita dell’uomo nuovo” (quello spirituale, rigenerato dall’aver ripristinato in sé la retta idea di essere e dall’aver ritrovato dunque la propria vera natura, la retta conoscenza di sé), e che avrebbe portato alla “vittoria sul mondo”, cioè alla sconfitta di queste forze ingannevoli della Natura e alla nostra liberazione, se il Cristianesimo non fosse caduto nelle mani sbagliate, se non fosse stato consegnato nelle mani dei Romani, che lo hanno poi guastato e reso inservibile trasformandolo nella religione ufficiale del loro impero e accollandogli la funzione di ideologia del regime, eclissando le dottrine eleatiche e platoniche in esso originariamente contenute. Ma su questo, e su come tutto ciò non rappresenti la sconfitta della verità e del bene, ma solo una fase preparatoria, diremo oltre nella presente opera e nei suoi Complementi.


NOTE AL LIBRO I.

 

 

Nota 1: che la debolezza fisica della nostra specie e il conseguente bisogno di strumenti e di artifici per superare le avversità abbiano avuto l’effetto di stimolare l’intelligenza pratica dell’uomo, l’aveva già intuito Virgilio, secondo il quale fu Giove stesso a porre fine alla mitica età dell’oro, quando ipsaque tellus/ omnia liberius nullo poscente ferebat (“da sé la terra tutti i suoi frutti con più amore donava, senza che nessuno chiedesse”), e a decidere che da un certo momento in poi la nostra vita fosse difficile e piena di pericoli, e questo per uno scopo ben preciso: ut varias usus meditando extunderet artis/ paulatim... (“affinché il bisogno forgiasse con la riflessione le diverse arti, a poco a poco...”). Il dio ci avrebbe dunque spinti a inventare l’agricoltura, curis acuens mortalia corda/ nec torpere gravi passus sua regna veterno (“aguzzando con gli affanni l’ingegno dei mortali, per impedire che il suo regno restasse inerte in un pesante letargo” Georgiche, I, 121 segg.). C’è da chiedersi però -e passo la domanda agli esperti- se, come ho detto nel testo ripetendo l’opinione oggi comune, la nostra specie si sia indebolita fisicamente in seguito all’invenzione di artifici mediante i quali anche gli elementi deboli potevano accedere alla riproduzione e lasciare le proprie caratteristiche in eredità alle nuove generazioni, oppure se è vero quello che pensa Virgilio, che, cioè, prima la nostra specie si sia indebolita fisicamente, e poi, invece di estinguersi, abbia aguzzato l’ingegno e si sia procurata come sua peculiare capacità adattiva l’intelligenza tecnologica. Alla luce di ciò che esporrò in seguito, sembrerà chiaro, credo, che ha ragione Virgilio, poiché la forma della specie è decisa dall’intelligenza che la governa, e dunque dalla Natura, intesa come quell’insieme di intelligenze formatrici (cfr. Il fondamento della ricerca, libro IV), che può ben corrispondere a ciò che Virgilio e tutti i Romani chiamavano Giove, sicché l’apparizione di un primate così debole e sguarnito, che s’ingegnasse da sé per sopravvivere, deve essere stata una mossa loro.

 

Nota 2: è ovvio che l’intelligenza dell’utile va distinta dall’intelligenza del bene quale l’abbiamo definita nel nostro precedente testo Il fondamento dell’etica.

 

Nota 3: sulla causalità simulata del mondo terreno cfr. Il fondamento della ricerca, §§4.6-4.9.

 

Nota 4: che il concetto di caso sia inconsistente è immediatamente dimostrabile, solo dandone la definizione, perché chiamiamo “caso” ciò che fa essere una cosa senza esserne la causa, il che è contraddittorio, perché se qualcosa provoca l’esistenza di qualcos’altro, questo qualcosa per definizione ne è la causa. Chiamiamo causa, infatti, una cosa che provochi l’esistenza di qualcos’altro. Nulla avviene a caso, ma tutto ciò che è o è necessariamente esistente o è causato da una ragione, e questo è di nuovo il principio di ragion sufficiente, e dunque dobbiamo tornare a dire che è la scienza materialista, la quale fa appello al caso quando vuol spiegare la comparsa di una qualità adattiva in un organismo senza dover ammettere che la causa che l’ha prodotta sia intelligente, a essere irrazionale, perché è irrazionale chi ignora il principio di ragion sufficiente e non chi connette rigorosamente la causa all’effetto, cioè il pensiero ai suoi prodotti, come facciamo noi. Il fatto è che la cosiddetta scienza odierna chiama razionale non l’applicazione del principio di ragion sufficiente, ma la negazione preconcetta dell’invisibile, dell’essere come pensiero e coscienza, laddove, invece, stanno tutte le cause, condannando sé stessa, con questo tragico errore metodologico di base, a una pseudo-razionalità che la inceppa. Sui motivi storici di questo errore, vedi oltre, nel testo.

 

Nota 5: per l’esistenza di due tipi di materia, una il riflesso della coscienza sana e sapiente, in possesso del retto concetto di essere e una oscura e confusa, riflesso di attività pensante irrazionale, che la Natura impiega per foggiare i suoi elementi e poi aggregarli, vedasi Il fondamento della ricerca, §§2.6; 2.12; libro III e libro IV.

Nota 6: Tommaso Campanella, Il senso delle cose e la magia, Libro I, cap. 3°. Si trova, all’inizio di questo libro, una limpida formulazione del principio di ragion sufficiente: “Ente nullo potere ad altri dare quel che egli in sé non ha (ivi, I,1)”, il che è come dire che non ci può essere nell’effetto ciò che già non è presente nella causa; perciò, dimostra il Campanella, è impossibile ciò che pretendono i materialisti, che “di cose non senzienti il senso nasca (ivi, I,3)”, che da materia inerte ed extramentale, priva di coscienza, nasca la coscienza. Singolare destino ha questo grande filosofo, perseguitato dalla Chiesa, che gli distrusse il primo manoscritto di quest’opera, scritto in latino (ma egli la riscrisse in italiano, mentre era prigioniero in un orribile carcere, dove rimase 27 anni in condizioni insopportabili e più volte sottoposto a tortura, perché accusato di eresia), e oggi rifiutato anche dalla scienza razionalista. La retta ontologia, come il figlio dell’Uomo nel Vangelo, non ha dove posare il capo, evidentemente.

 

Nota 7: dalla regolarità il materialista induce la natura meccanica e afinalistica delle leggi naturali, mentre è l’esatto contrario: se una cosa accade regolarmente e non a caso vuol dire che c’è un’intelligenza che la regola. Ma bisogna capire che quella dei meccanicisti è una reazione al Dio dei Cattolici, il quale è stato foggiato dalla loro immaginazione nella maniera più assurda e illogica (e perciò stesso blasfema) come un tiranno che agisce non secondo leggi regolari ma ad arbitrio. Interessava impellentemente ai materialisti liberare l’Universo da questa incombente e minacciosa presenza, che rendeva la vita degli uomini un incubo e la storia un massacro (hanno tutta la mia comprensione), per questo hanno forzato il loro ragionamento e dalla regolarità nella natura hanno ricavato la conseguenza diametralmente opposta da quella che è logico ricavare, e cioè che là dove sono regole c’è un pensiero intelligente che le pone. Il rovesciamento più sicuro di un’intelligenza arbitraria sembrò essere un caso regolare, senza che si notasse la contraddizione in termini e l’inconsistenza del concetto. Nella nostra concezione, lo si vedrà, codeste intelligenze non sono Dio e non dobbiamo loro nessuna gratitudine, nessuna sottomissione, ma anzi sono i nostri avversari, da sconfiggere e da cui liberarci; il Lettore impegnato che mi segua fino in fondo, vedrà.

 

Nota 8: in particolare nei due scritti di etica, La cura dell’anima e Il fondamento dell’etica, passim. Considero etica anche gli studi psicologici, perché platonicamente intendo per guarigione dell’anima il recupero della giustizia.

 

Nota 9: cfr., per esempio, Il fondamento dell’etica, nota 1 all’Introduzione.

 

Nota 10: anche il concetto di superstizione è stato alterato dagli errori presenti nella nostra cultura europea, per due motivi: il primo è che la fede cattolica si è accreditata come vera fede, bollando come superstizioni tutte le credenze delle altre tradizioni, con criterio errato; il secondo è che la scienza materialista giudica superstizioso chiunque veda forze intelligenti muovere la realtà, mentre noi abbiamo abbondantemente dimostrato, spero, che è l’esatto contrario. Per noi è superstizione l’idolatria, cioè l’atteggiamento adulatorio verso il divino (concepito come molti dèi o come uno solo non fa differenza, anzi il monoteismo è una superstizione peggiore perché diventa anche intollerante, ed è superstizione, un atto profondamente irrazionale, la personificazione del principio), e quindi qualsiasi religione in quanto tale, senza differenza, è superstizione, poiché già il fatto che al divino si tributi un culto per ricevere in cambio dei favori è idolatria e non c’è una vera fede da contrapporre alla superstizione: se è fede è irrazionale e in quanto tale è superstizione. Etimologicamente la parola superstitio indica la sopravvivenza di vecchi modi di pensare in un’epoca nuova, nella quale invece le vecchie concezioni avrebbero dovuto essere affossate. Anche per questo parliamo di superstizione riguardo al Cattolicesimo, perché la promessa di rinnovamento contenuta  nella vera dottrina di Cristo non è stata mantenuta, e invece si è trasformato il pensiero cristiano, che doveva essere logos, cioè scienza logica e retta ontologia, in un culto che ha conservato tutti i difetti, tutte le concezioni superstiziose, appunto, di quello romano, nonché la sua struttura amministrativa e la sua gerarchia piramidale. Bisogna però distinguere, per quanto riguarda il significato della parola superstizione, perché non tutte le sopravvivenze del passato sono superstizioni: conoscenze rette e utili che abbiano avuto gli antichi, o che professino i cosiddetti selvaggi, non sono affatto superstizioni, se sono razionali, ma sono conoscenze; e non è detto che i moderni siano più razionali degli antichi, anzi, come sto cercando di dimostrare, è l’esatto contrario, essendo espressioni di somma irrazionalità sia la fede cattolica che la scienza materialista. E’ errato dunque considerare superstizioni le credenze “magiche” dei cosiddetti primitivi o selvaggi, esse sono invece forme di sapere assai interessanti, dalle quali possiamo trarre molti insegnamenti sulla Natura, e lo faremo a suo tempo, quando ci dedicheremo allo studio delle culture primitive; e anche certe credenze attestate nel mondo antico non sono affatto irrazionali, ma ci serviranno. Insomma, si tenga conto che non tutte le credenze “magiche” sono irrazionali, ma solo quelle che siano scadute nella religione, cioè sottendano un rapporto di do ut des con la divinità e pretendano di ottenere risultati, soprattutto in campo spirituale, riguardo alla salvezza dell’anima, con mezzi inefficaci, con riti e sacramenti, con mezzi sostitutivi ed accidiosi, laddove andrebbero messe in atto le vere cause della guarigione dell’anima, cioè l’educazione alla verità e alla giustizia. Ma il rapporto con le forze intelligenti della Natura che mette in atto il “primitivo”, quando vuole ottenere da esse degli effetti, senza piaggeria e in maniera opportuna, o quando vuol comunicare con esse per ottenerne informazioni utili alla sopravvivenza, o anche quando il “primitivo” dice di sapersi mettere in contatto con mondi spirituali dove egli trova i suoi antenati, tutto questo non ha niente di irrazionale; e nemmeno l’impiego dei sogni e di altri mezzi divinatori, che gli antichi usavano per comunicare con le intelligenze nascoste, sono qualcosa di irrazionale, perché che cosa c’è di irrazionale in una comunicazione? una telefonata è qualcosa di irrazionale? siamo noi piuttosto a essere ciechi e sordi, e anche molto presuntuosi, se invece di sentire curiosità verso ciò che può istruirci diamo per scontato di sapere già tutto noi e omettiamo di esplorare, rispettandoli, i patrimoni di conoscenze degli altri. Sicché la chiusura positivista verso il pensiero “magico” non fa che ripetere un errore già commesso dalla religione. Il Cattolicesimo, infatti, fin dall’inizio, ha messo in atto un’opera di sistematica distruzione delle tradizioni antiche, ma lo ha fatto, paradossalmente, con criteri rovesciati: ha distrutto ciò che metteva conto conservare ed esplorare perché credenza valida e istruttiva sul piano spirituale oppure testimonianza del pensiero in una sua fase storica (mi viene in mente, per esempio il fanatico zelo con cui Gregorio Magno, nel VI secolo distrusse quelli che lui considerava idoli pagani, e che invece erano espressioni di un’antichissima tradizione conservata nel cuore della Sardegna, quella dei Barbaricini, che ancora come i loro antenati neolitici vedevano, in maniera per nulla affatto irrazionale e, anzi, molto poetica, la forza intelligente della Terra nella gravità della pietra e nel vegetare del legno, e cioè le perdas fittas e i “pali sacri”,  testimonianze che ci parlerebbero ancora oggi di un’antichissima corrente culturale estesa dall’Europa megalitica al Vicino Oriente, se dalla furia di codesto papa non fossero, appunto, state distrutte), mentre ha conservato meticolosamente tutto ciò che è retrivo e irrazionale, tutte le concezioni più deleterie della religione tradizionale romana, trasformando, come detto, la dottrina di Cristo in una odiosa superstizione, e dimostrando così di non essere affatto in cerca della verità, perché chi cerca la verità la ama e la rispetta dovunque sia, anche nelle tradizioni altrui, ma soltanto del potere, poiché ha agito così distruttivamente per gelosia farisaica, per timore cioè della concorrenza di altri pensieri e tradizioni nel dominio sull’anima umana. Avrebbe dovuto fare esattamente il contrario, e cioè liberarsi delle superstizioni di casa sua e istruirsi anche con le informazioni sulla verità presenti in altri popoli, invece di chiamare, con la consueta disonestà concettuale, superstizione le conoscenze degli altri e vera fede la propria superstizione. Ma di questo si parlerà più diffusamente in sede storica. Sui Barbaricini si può consultare lo studio ampio e importante del grande archeologo sardo Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi, dal Paleolitico all’età dei nuraghi, Il maestrale/Rai-Eri 2003.

 

Nota 11: sul nostro peculiare uso del termine “satanico” vedi: Il fondamento dell’etica, nota 10 al libro V. Sull’attività di codeste intelligenze di tendere trappole e tranelli all’uomo dovremo parlare a lungo sia nella presente opera che in altri scritti più dettagliati; ne avevamo già accennato ivi, §5.6.


LIBRO II.

 

 

 

 

 

 

SPECIE E INDIVIDUO: L’ISTINTO. LA SPECIE COME INTELLIGENZA.


LIBRO II.

 

INDICE DEGLI ARGOMENTI.

 

L’etologia descrive gli istinti ma non ne dà una spiegazione soddisfacente(2.1-2.2). Polemica con la visione materialista(2.2). Difetto metodologico dei materialisti e (di nuovo) suoi motivi storici; chi vuol essere coerente e logico deve recuperare la visione ontologica, perduta per la mancata distinzione tra visione scientifica razionale e visione religiosa irrazionale dello spirito(2.3-2.4). Dimostrazione logica dell’esistenza di intelligenze che formano e guidano gli individui delle varie specie(2.2 e 2.4-2.5).

 

Definizione di “specie”(2.6). L’ereditarietà biologica è una simulazione; la Natura crea inganni e vuol rimanere nascosta(2.6; 2.10).

 

Contro i pregiudizi che vogliono gli animali diversi dall’uomo(2.7-2.10).


2.1.La scienza materialista conosce bene l’istinto, ma non ne dà una spiegazione logica, che parta dalla retta definizione di essere, di coscienza e contenuti della coscienza, di movente, di azione etc. e discenda a conclusioni atte a spiegare il fenomeno nel suo insieme in maniera soddisfacente: essa si contenta di descriverlo senza trovare le vere cause. Gli scienziati che studiano il comportamento animale si sono accorti che la maggior parte di tali comportamenti osservabili negli animali non umani sono “innati”, e cioè non vengono acquisiti individualmente con l’apprendimento, ma si innescano senza alcun bisogno di istruzione individuale; inoltre, essi sono sempre i medesimi in tutti gli individui della stessa specie: ci si è accorti, cioè, che esiste un repertorio di azioni stereotipe, sempre le stesse, ognuna delle quali viene messa in atto, ogni volta che si presenta la situazione tipica che la richieda, da tutti gli individui di una stessa specie nel medesimo modo. Di fronte a una situazione simile, il comportamento di tutti gli individui della stessa specie sarà identico come se fossero stati “programmati” a rispondere così a quello stimolo. E questo succede ovunque, nel mondo terreno: un animale appartenente a una specie, di fronte a una situazione simile, si comporterà esattamente come tutti gli altri animali della stessa specie, senza che questo comporti trasmissioni di informazioni da un individuo all’altro, prescindendo dunque da possibili contatti.

2.2.La scienza che studia il comportamento animale, l’etologia, parla dunque dell’istinto come comportamento innato, e anche come “conoscenza innata comune a un’intera specie” (AAVV, Alle radici del comportamento, Roma 1980, pag.7) e sostiene che tale fenomeno è dovuto ad adattamenti “filogenetici(1)” verificatisi nel corso dell’evoluzione naturale. Cioè, come le caratteristiche somatiche, anche il comportamento istintivo sarebbe frutto di selezione naturale, essendo capaci di sopravvivere e di accedere alla riproduzione solo quegli individui che per puro caso avessero azzeccato il comportamento adatto da tenersi di volta in volta; essendo poi i vari modelli di comportamento, non è chiaro come, registrati nei geni e trasmissibili ereditariamente, essi sarebbero diventati, appunto, quella “eredità filogenetica”, che, secondo i materialisti, è la spiegazione scientifica dell’istinto. Ma quanto sia irrazionale una spiegazione meccanica ed incentrata sull’idea di caso dell’evoluzione, lo abbiamo già detto e non ci dilunghiamo oltre: aggiungiamo che vieppiù irrazionale ci sembra il concetto di comportamento trasmesso per “eredità filogenetica”, se si pretende che veicolo di questa eredità siano geni e cromosomi, cioè materia exramentale ed inerte, degli aggregati di atomi, sostanze chimiche. I cosiddetti scienziati, infatti, pensano che geni e cromosomi contengano una sorta di precipitato delle esperienze passate di tutti gli individui della stessa specie, che in qualche modo deve essersi formato come somma e sintesi, appunto, di esperienze individuali passate, e in qualche modo misterioso, meccanicamente o chissà come, deve essersi “registrato” nel DNA(2) di quella specie, sì da poter essere trasmesso di generazione in generazione ed essere dunque innato in ogni individuo senza alcun bisogno di apprendimento, ma per via di eredità biologica. Ma, obiettiamo noi, come si spiega che le memorie degli individui siano diventate patrimonio collettivo? Come si pretende che la tendenza a un’azione venga registrata su un pezzetto di materia inerte? Ogni azione è frutto di un atto di volontà, di una decisione, e le decisioni sono pensieri, e i pensieri stanno nella coscienza, non fuori; e perché venga memorizzata una serie di decisioni stereotipe da usare nelle circostanze che lo richiedono, occorre una memoria, ed è la coscienza che ha memoria, e non esiste memoria al di fuori della coscienza(3). Ragion sufficiente perché ci sia una decisione, che è un pensiero, è un pensiero che la pensi e ragion sufficiente perché le decisioni strategicamente corrette siano registrate, cioè memorizzate, è una memoria che le registri, cioè una coscienza che se le ricordi. Dire che le conoscenze istintive sono “registrate” nel DNA, pretendendo di aver dato con questo una spiegazione scientifica esauriente, è assurdo: una volta che abbiamo chiamato DNA ciò su cui presumiamo essere registrate tali memorie, che cosa abbiamo spiegato? Nulla, abbiamo solo dato una descrizione, non una spiegazione. Come spieghiamo che il DNA conserva memorie, se esso è materia inerte e non memoria, cioè coscienza? E come mai le conoscenze istintive sarebbero poi trasmesse per via di discendenza biologica? Le conoscenze sono pensieri: i pensieri si ereditano biologicamente? Chiamarle “conoscenze innate”, come fanno gli etologi, non è una spiegazione scientifica, perché la parola “innato” è un termine senza significato, un concetto inconsistente ed irrazionale: esso vuol proprio dire che le conoscenze stanno nell’individuo senza alcuna causa che ce le abbia messe, il che è una trasgressione vistosa al principio di ragion sufficiente e perciò un’asserzione irrazionale. Come si è visto, tutto il discorso della scienza razionalista sull’evoluzione e sugli istinti è zeppo di trasgressioni al principio di ragion sufficiente, e noi dobbiamo quindi tornare a dire che non è razionale chi trova spiegazioni apparenti pur di negare lo spirito, che è invece la causa dell’esistenza delle cose, se per spirito intendiamo pensiero e coscienza, ma, al contrario, è razionale chi vede le vere cause applicando il principio di ragion sufficiente in maniera corretta; e le vere cause stanno nello spirito, cioè, in questo caso, nelle intelligenze che governano le specie. E’ ciascuna intelligenza che governa una specie, infatti, che si ricorda dei comportamenti più adatti alla sopravvivenza dei suoi individui, sicché li registra nella propria memoria e li comunica poi a tutti gli individui che appartengono alla sua specie.

2.3.Quindi possiamo anche essere d’accordo con gli etologi, quando chiamano “innati” gli istinti, intendendo dire con questo che essi non vengono appresi individualmente, ma sono patrimonio dell’intera specie; e siamo d’accordo con loro anche quando parlano di “programmazione innata” (ivi, pag.10), ma purché non ci si fermi qui: per essere realmente razionali dobbiamo trovare le vere cause che fanno esistere gli istinti, e non appagarci di una descrizione del fenomeno e di spiegazioni carenti o assurde, dove le lacune vengono coperte con termini privi di significato. Torniamo a dire che, se i materialisti si appagano di una spiegazione tanto incompleta e insoddisfacente, è perché essi scambiano per scientificità la semplice negazione del soprasensibile e per ragione tutto ciò che può consentire loro di sembrare in grado di spiegare le cose senza far appello allo spirito, cioè al pensiero invisibile, che invece è il mondo delle vere cause. Per questo si fermano al concetto di “programmazione innata”, o “eredità filogenetica” senza andare oltre. Noi invece non ci fermiamo qui, e abbiamo il coraggio di andare a guardare dietro al sipario che ci nasconde il mondo delle vere cause: noi non abbiamo paura di trovarci quel mostruoso Dio creatore dei Cattolici, di cui abbiamo già confutato l’esistenza dopo aver visto il vero essere, grazie alla nostra ontologia; noi non abbiamo timore di passare da irrazionali se parliamo di spirito, e cioè di pensiero e coscienza, perché non confondiamo l’ontologia con la religione, e non abbiamo sviluppato quella ripugnanza verso le cose dello spirito che proviene dalla reazione legittima ma eccessiva verso contraffazioni irrazionali e storpiature superstiziose che dello spirito ha imposto la cultura cattolica; e sappiamo anche che una visione scientifica dello spirito, e cioè dell’essere, non solo è possibile, ma è anche la condizione indispensabile senza di cui non si può fondare alcun sapere veramente scientifico.

2.4.Dunque siamo liberi di trarre le conseguenze logiche dalle evidenze osservate dagli scienziati, senza incepparci davanti ad esigenze materialistiche, cioè a quel dogma della scienza moderna che vuole scientifiche e razionali solo quelle spiegazioni che riconducono i fenomeni, e in particolare quelli interni alla coscienza, a cause chimiche, ormonali, elettriche o insomma materiali nel loro senso del termine, cioè visibili(4): per noi è l’esatto contrario, perché per noi la vera razionalità è proprio la capacità di ricondurre le immagini visibili delle cose alle loro cause invisibili, il divenire all’essere (per dirla in linguaggio platonico), perché non è l’immagine che genera l’essere, ma è l’essere che genera l’immagine e dunque non è il corpo, che è immagine, a generare il pensiero, che è l’essere, ma viceversa è il pensiero, l’essere, a produrre il corpo come immagine di sé. Questo significa (insistiamo su questo perché sappiamo bene di trovarci contro corrente) che è un errore logico pensare che la “programmazione innata”, cioè l’insieme di conoscenze istintive e di comportamenti che la specie insegna ai suoi individui, sia prodotta dall’evoluzione, se per evoluzione si intende un processo casuale e meccanico che porterebbe una materia inerte ed extramentale a organizzarsi fino a diventare cosciente: non è dal corpo che si genera la coscienza con i suoi contenuti, ma sono la coscienza e l’intelligenza che generano i corpi(5); e non è dal DNA, se per DNA si intende un fascio di atomi e molecole di materia inerte, che si sviluppa la memoria dei comportamenti da tenere, ma semmai è possibile viceversa, che sia il DNA a essere generato da una coscienza (non quella dell’animale individuale, ovviamente) come immagine visibile della registrazione di memorie che lo spirito della specie impiega nel comunicare alle forze intelligenti, le quali sono preposte ad aggregare i corpi al momento della loro formazione, le caratteristiche somatiche che esse devono imprimervi e al sistema nervoso l’elenco di comportamenti istintivi che andranno poi comunicati di volta in volta all’individuo(6); ed è logico concludere che, se la specie conserva le memorie delle caratteristiche somatiche e dei comportamenti dei singoli individui, scegliendo quelli più adatti ai suoi scopi, che sono la sopravvivenza dei suoi individui e la conservazione di sé stessa, ella ha memoria e volontà e dunque è coscienza e ha intelligenza, perché solo nella coscienza si ha memoria e capacità decisionale, fuori no. Se non c’è un io che ricorda, dove sono le memorie? E se non c’è un io che vuole, che decide, dove sono le decisioni? E senza decisioni come c’è un comportamento?

2.5.E se possiamo considerare il repertorio di comportamenti stereotipi tenuti dagli individui di una stessa specie di fronte alle medesime situazioni come una “programmazione innata”, ebbene, dobbiamo essere coerenti e logici, e ammettere che dove c’è una programmazione, là ci deve essere anche un programmatore, o le programmazioni si programmano da sé? galleggiano nel vuoto? nascono dal nulla, per magia? Ragion sufficiente perché ci sia una programmazione è una mente che la pensi, un programmatore, altrimenti la programmazione non c’è. Se la specie programma i suoi individui, ovvero, se vogliamo dir meglio, comunica loro una serie di strategie fisse utili alla sopravvivenza terrena e alla riproduzione, vuol dire che essa è cosciente e intelligente, perché ciò che non ha coscienza e intelligenza non sa pensare programmi, non sa concepire e comunicare strategie(7).

2.6.Definiamo dunque la specie biologica in questo modo: in primo luogo “specie” è l’intelligenza nascosta che si cura degli individui ai quali ella stessa conferisce una determinata forma animale, di quelle anime cioè che ella costringe ad aggregarsi in un corpo terreno. Inoltre, la parola “specie” ha anche un altro significato: in secondo luogo essa, infatti, è l’insieme di tutti gli individui collegati a un corpo terreno di quella determinata forma, e, in terzo luogo, può anche significare la forma stessa. Per esempio, “la specie del gatto” può significare lo spirito della specie dei gatti, quello che decide quali caratteristiche hanno i loro corpi aggregati e quali i loro istinti; ma dicendo “la specie del gatto” posso anche intendere la forma del gatto, cioè l’insieme di caratteristiche che si imprimono nell’aggregato singolo per farne un gatto, oppure anche l’insieme di tutti gli individui il cui corpo aggregato ha forma di gatto e che dunque ricevono le conoscenze innate, gli istinti, proprie dei gatti dalla loro specie. Ma oltre che correggere il concetto di specie, dobbiamo anche chiarire quello di ereditarietà biologica. Abbiamo già insistito abbastanza sul fatto che è impossibile che la causa dell’esistenza di una forma composta di determinate caratteristiche sia una sostanza chimica, un aggregato di atomi intesi come inerti ed exramentali, perché la forma è un pensiero e il pensiero non viene da ciò che pensiero non è. Per la stessa ragione, dicemmo, la memoria di strategie di comportamento non può avere come causa delle sostanze chimiche, perché ciò che non ha coscienza non ha memoria. Il fatto è che gli scienziati materialisti scambiano per causalità la semplice concomitanza: ogni volta che un determinato gene compare nel DNA di un organismo, in quell’individuo compare un determinato carattere. Ma non sempre la concomitanza indica causalità, il fatto che due eventi siano sempre concomitanti non dimostra affatto che uno sia la causa dell’altro. La Natura ha stabilito che le specie inducano le forze aggregatrici a imprimere un certo carattere in un organismo, quando esso riceve il gene corrispondente, e che esso riceva quel gene dall’unione dei due patrimoni genetici dei due genitori, secondo certe leggi che i genetisti conoscono, e che sembrano meccaniche; ma tutto questo è una simulazione. Non vi è alcuna necessità che un organismo derivi da un altro organismo e che questo debba essere fecondato da un altro organismo ancora, di sesso maschile: le specie potrebbero imprimere la loro forma nella materia, cioè in quegli sciami di atomi dei quali già parlammo (ne Il fondamento della ricerca,§3.13 e passim), liberamente e senza altri vincoli che la coerenza interna della loro combinazione di caratteristiche; ma non lo fanno, è ovvio, perché la Natura non vuole rivelare l’esistenza di cause intelligenti nel mondo della simulazione, ma vuol indurre in noi l’idea di un meccanicismo afinalistico, perciò si tiene nascosta e si maschera dietro leggi che sembrano meccaniche. E non vi è alcuna necessità che un organismo somigli ai suoi genitori: la forma non viene trasmessa dal genitore al figlio, ma dalla specie ai suoi individui. Tutta la legge di ereditarietà biologica, come tutte le leggi di questo mondo finto che i materialisti chiamano invece “realtà”, è una simulazione(8). La Natura replica e combina i geni dei due organismi genitori nell’organismo figlio e ha stabilito per convenzione che a ognuno di essi debba corrispondere una determinata caratteristica per indurre in noi false concezioni sul nostro essere: ci inganna facendoci credere di essere determinati a essere quello che siamo da forze che stanno fuori di noi, privandoci così della nostra autonomia, e ci impone la concezione che ciò che siamo dipende dal sangue, dalla stirpe, dalla razza; e quanti danni nella storia abbia prodotto e continuerà a produrre questa concezione errata, il Lettore lo ricorderà bene, voglio sperare. Torneremo meglio su questo argomento nel prosieguo del presente scritto, ma si dovrà dedicare al razzismo e ai pregiudizi di questo tipo più di uno studio storico. Codesti spiriti ingannatori inducono in noi la concezione di una falsa parentela, onde noi ci crediamo prossimi e legati da vincoli familiari con persone che invece col nostro spirito non entrano per nulla, non hanno nessuna comunanza: poiché la parentela biologica è immagine contraffatta della vera parentela, che è affinità spirituale, comunanza di idee e di sentimenti, non di cromosomi e di sangue. Ma di questo e di altri inganni si parlerà oltre; ora procediamo con ordine, perché c’è un argomento che mi sta a cuore che vorrei affrontare in questa sede.

2.7.Ora chiedo al Lettore di prestare attenzione a un fatto importante. Gli etologi, come tutti gli scienziati in genere, non distinguono tra corpo terreno e coscienza (e tanto meno tra corpo aggregato e corpo semplice, come proponiamo noi di fare dopo le riflessioni contenute ne Il fondamento della ricerca,§3.15 e passim e in particolare nella nota 10 al libro II, le quali dovranno avere seguito in scritti monografici più approfonditi), nessuno di loro può sospettare che i corpi che attualmente cadono sotto la nostra esperienza siano simulazioni: essi pensano che il vero essere degli individui, umani o no, che popolano “il mondo” (l’unico che conoscono) sia, appunto, il corpo aggregato, mentre questo non è il nostro vero essere, ma una maschera appositamente congegnata per nascondere il nostro essere reale e negarlo. Chi cade in questo tranello pensa che la coscienza non è un essere e non è distinguibile dal corpo, essendo un epifenomeno(9) della materia, come dire una specie di effetto collaterale non voluto da nessuno e casuale. Perciò i materialisti alimentano un pregiudizio, che cioè gli animali non umani siano diversi dagli uomini, perché l’uomo sarebbe stato portato dall’evoluzione ad avere un sistema nervoso più complesso che gli consente di usare un linguaggio e di essere razionale, mentre gli animali non parlano, non usano segni e dunque non sarebbero come noi capaci di pensare. D’altra parte, il pregiudizio verso gli animali non umani era peggiore nel Cattolicesimo, perché la religione superstiziosa vede una differenza ontologica tra animale e uomo, in quanto, secondo i Cattolici, “l’uomo ha l’anima” e gli animali no. La prima di queste due asserzioni è sgrammaticata, la seconda è un errore logico: l’espressione corretta è “l’uomo è anima”, non “ha l’anima” perché chiamiamo “anima” la coscienza e il pensiero, che è l’essere, e non qualcosa di oggettivo che si possa avere o non avere. L’anima è il tuo essere, sei tu, non qualcosa che si aggiunga al tuo essere come un possesso. Ogni essere è anima, e dunque è un errore logico pensare che gli animali non “hanno” l’anima: anch’essi sono anime, perché sono esseri, come potrebbero essere privi di anima? sarebbe come dire che sono privi di essere. Dove c’è vita, c’è coscienza, e dove c’è coscienza c’è anima, poiché vita, coscienza e anima sono tre parole diverse ma che indicano un significato solo, l’essere, che è pensiero e coscienza di sé e dunque vita. Ricordiamo al Lettore, che non sia convinto dell’identità tra essere e coscienza (ma questo è il nostro assioma fondamentale, e dunque chi ancora non l’abbia colto e non se ne sia impadronito, disseppellendolo dagli errori concettuali sulla materia e sulla realtà, e sull’oggettività, che abbiamo già confutato nel libro I de Il fondamento della ricerca, non potrà seguirci) che nessuna realtà è inanimata, essendo materia e corpo l’immagine riflessa nello spazio della coscienza; quelle realtà che sembrano inanimate nel mondo terreno sono invece aggregati di spiriti (gli atomi) convinti ad assumere e a mantenere stabile una forma dal potere mentale delle intelligenze della Natura, quelle fra esse che si occupano di ipnotizzare, per dir così, gli spiriti semplici a basso grado di chiarezza, conferendo loro una forma (un insieme cioè di qualità e proprietà) che essi non saprebbero darsi da sé(10). Ma sulla laboriosa e complessa costruzione di un mondo fisico, cioè del mondo della simulazione e dell’apparenza, che è la fondamentale operazione delle intelligenze della Natura, di cui già qualcosa dicemmo nel succitato testo, dovremo parlare in dettaglio altrove.

2.8.Dunque gli animali, tutti gli animali, umani o no, sono anime aggregate a corpi organici, esseri composti da due realtà, una semplice, la coscienza individuale, appunto, e una composta, un aggregato di tanti spiriti a livello di consapevolezza diversa, cui sono sovrapposte forme su forme. Ricordiamo perciò una cosa importante: abbiamo definito l’anima come atto di coscienza dell’essere, tutte le anime ricadono sotto questa definizione e tutte le anime sono congeneri, sono tutte pensiero e coscienza nell’atto di percepirsi e dunque di rappresentarsi individualmente. Abbiamo detto che l’essere è la somma delle sue coscienze, senza specificare: “la somma delle sue coscienze umane(11)”, gli atti di coscienza sono tutti immagini diverse del medesimo essere, immagini mediante cui il principio infinito rappresenta e dunque conosce sé stesso. Anche gli animali sono il bene per l’essere, se per bene intendiamo la conoscenza che l’essere ha di sé, che è ciò che gli consente di essere, dato che essere è coscienza e conoscenza di sé, e visto che consideriamo bene l’essere e ciò che fa essere l’essere, male il non essere o ciò che distrugge l’essere o ne deturpa la rappresentazione rendendolo oscuro a sé stesso e dunque carente di essere. Questo ha risvolti etici molto importanti di cui parleremo altrove. Oggi gli scienziati razionalisti sono in polemica con la religione, ma da un punto di vista diverso rispetto al nostro: mentre la religione vuole esaltare l’uomo al di sopra degli altri animali, gli scienziati e i razionalisti in genere dicono che anche l’uomo è un animale, non per innalzare alla dignità umana gli animali non umani e dunque assegnare loro valore, ma per abbassare l’uomo, deprivandolo del suo valore infinito, sostenendo che egli è frutto di meccanicismi e del caso, e appiattire il suo essere sulla forma animalesca, riportando a cause materiali anche il suo pensiero e i suoi affetti e cercando, a volte, di spiegare il suo comportamento in termini di eredità genetica e programmazione innata(12).

2.9.La nostra visione è un altra: per noi tutte le anime, tutti gli atti di coscienza dell’essere, fanno parte dello stesso genere, quello degli esseri, e hanno dunque le stesse potenzialità, quelle di pensare e di volere, cioè di rappresentarsi tramite un sistema di idee e avere tendenze desiderative, una capacità decisionale, nonché dei sentimenti. Quando abbiamo detto (supra,§1.3) che gli animali non umani sono, qui nel mondo terreno, come burattini tirati dall’istinto, non intendevamo asserire che essi “non hanno l’anima”, cioè che sono privi di coscienza individuale, né intendevamo negare loro intelligenza e volontà, tutt’altro, dobbiamo spiegare meglio ciò che intendevamo. Il fatto che essi si lascino guidare dagli istinti senza opporvisi nella maggior parte dei loro comportamenti significa solo che essi non partecipano attivamente come noi alle vicende della vita terrena, che sono passivi di fronte a una realtà che, evidentemente, sentono come estranea e incomprensibile e dunque non suscita in loro nessun interesse, alcun moto della loro capacità decisionale. Essi non producono alcun desiderio attivamente e individualmente nei confronti di questa realtà, ma sono spettatori passivi dei contenuti (desideri istintivi, conoscenze “innate”) che la specie immette nella loro coscienza, cioè dei bisogni che provengono dal corpo aggregato (fame, sete etc.) e delle finalità specifiche (istinto di sopravvivenza, desiderio sessuale e tutti gli istinti che da questi discendono) e non contrastano le spinte che da essi derivano, ma le assecondano; questo non significa che essi non abbiano la capacità di pensare e di decidere individualmente, ma solo che per lo più qui, nel mondo terreno, non la impiegano. L’uomo invece alimenta in sé dei desideri nel mondo terreno, fino a trasformarli in attaccamenti, essendosi svincolato dalle finalità specifiche e rivolto a soddisfazioni individuali. Per questo contrasta l’istinto e lo devia verso finalità individualistiche, come già accennammo nelle nostre trattazioni sull’etica e sulla cura dell’anima, e pensa e decide individualmente.

2.10.La dimostrazione fenomenologica della presenza anche negli animali non umani di un’intelligenza e di un’affettività individuali non è difficile: chiunque abbia in casa un animale domestico potrà raccontare mille episodi che dimostrino come anche fuori dall’istinto gli animali sanno pensare e sentire, e dunque non annoierò il Lettore con esempi di questo tipo tratti dalla mia esperienza(13): vorrei citare, invece, il caso di una lucertola, la quale, una volta per sfuggire alle grinfie del mio gatto mise in atto una strategia vincente, ma sicuramente non dettata dall’istinto. La bestiola impresse alla sua fuga una svolta di novanta gradi onde poter entrare nel giardino dei miei vicini e rifugiarsi tra le zampe del loro cane, sicché quando il gatto si trovò davanti i freddi occhi lupeschi del grosso siberian husky fu costretto a desistere. Gli istinti in genere non trovano soluzioni per situazioni singole particolari, ma prevedono comportamenti fissi di fronte a semplici situazioni consuete in natura ed è dunque impossibile che fosse prevista, nell’istinto della lucertola, la mossa di andarsi a rifugiare tra le zampe del nemico naturale del suo inseguitore, visto che averne uno a portata di mano non è proprio una situazione consueta. La specie, infatti, non comunica mai ai suoi individui dei comportamenti che risolvano le singole situazioni contingenti nella loro varietà, caso per caso, anche se, essendo un’intelligenza, potrebbe farlo, né aggiorna di volta in volta l’elenco di azioni stereotipe utili alla sopravvivenza, ma solo dopo lunghi processi, come ci si aspetta da una programmazione prodottasi per selezione e non guidata da un’intelligenza: altrimenti sarebbe troppo evidente la sua vera natura di essere pensante con finalità precise, mentre, come già Eraclito aveva compreso (si veda il frammento da noi riportato sopra, a mo’ di intestazione, all’inizio del presente scritto), ella vuole rimanere occulta, insieme a tutte le altre intelligenze della Natura che governano il mondo terreno. Infatti tutte le loro manovre, come già più volte dicemmo, sono finalizzate a ingannare l’uomo su sé stesso, a convincere l’anima ad accettare concezioni false sull’essere, su sé stessa, sul bene e sul valore, creando una simulazione, un mondo falso e ingannevole: perciò tutto quello che esse fanno deve rimanere nascosto e sembrare quello che non è. Lasciamo dunque alla lucertola la sua capacità strategica individuale ed ammettiamo che anche il piccolo rettile, come noi, è anima e pensiero, e desiderio di bene.


NOTE AL LIBRO II.

 

Nota 1: la parola “filogenetica” è un termine composto da due radici greche, una che significa “generare” e l’altra che significa “tribù, stirpe”; dunque “filogenetico” significa soltanto “ciò che si genera all’interno di una stirpe”. Non è l’unica volta che la scienza, quando non sa dare spiegazioni, conia traslitterando il greco paroloni che non spiegano nulla, ma danno l’impressione, con l’alone fumoso che li circonda, di essere chissà che verità scientifica. La chiarezza, la semplicità della terminologia e l’onestà concettuale dovrebbero essere invece requisiti metodologici indispensabili in una vera scienza. L’espressione “eredità filogenetica”, dunque, significa soltanto “serie di caratteristiche che attraverso i geni e i cromosomi un organismo eredita dalla stirpe”, e dire che l’istinto è dovuto ad adattamenti filogenetici non è una spiegazione ma una descrizione, significa solo che anche l’istinto, come le caratteristiche somatiche, è ereditario: resta sempre da chiarire come tali caratteristiche si imprimano nell’organismo e da dove vengano e come i comportamenti stereotipi ricavati dall’esperienza si siano registrati nei geni e siano divenuti ereditari.

 

Nota 2: come tutti sanno, l’acido deossiribonucleico (abbreviato: DNA) è una sostanza chimica, cioè un aggregato di atomi e molecole; il suo nome deriva dalla molecola di zucchero deossiribosio, che è una delle tre parti essenziali del nucleotide, cioè dell’elemento fondamentale che combinandosi in serie con altri elementi dello stesso genere forma il DNA. Le altre due parti del nucleotide sono acido fosforico e una base contenente azoto, una struttura ciclica che è la parte più importante per la genetica, perché è mediante questa struttura che si veicola il messaggio contenente l’informazione sulle caratteristiche che debbono essere impresse all’organismo. Infatti esistono quattro tipi di basi, e dunque quattro tipi di nucleotidi, che sono usati dalla Natura come quattro lettere di un alfabeto convenzionale che serve a combinare parole, ognuna con un significato, e cioè ogni parola contiene l’informazione sulla caratteristica che la forza aggregatrice dell’organismo deve imprimere a quest’ultimo. L’insieme di tutte queste “parole” è il patrimonio genetico di un individuo, praticamente il libretto delle istruzioni che il nostro “duale” (il sistema di intelligenze che forma e governa il “nostro” corpo aggregato) legge per produrre il “nostro” organismo così come deve essere secondo la specie e i sottogruppi di essa (razza, stirpe, famiglia, altre intelligenze simili alla specie ma che agiscono su scala più ristretta, in accordo fra loro). Per il termine “duale” cfr. Il fondamento della ricerca, §4.5.

 

Nota 3: ovviamente, tutte le tecniche di memorizzazione meccanica sono fondate su relazioni causali che sono simulazioni, come tutte le leggi della Natura. Già dicemmo (cfr. Il fondamento della ricerca, libro IV) che tutte le cause meccaniche sono simulazioni, adducendo alcuni esempi; si tenga conto che applicando il principio di ragion sufficiente nella maniera corretta, si scoprirà, per esempio, che essendo suoni e immagini contenuti del pensiero, è irrazionale pensare che la memoria di suoni e immagini possa stare al di fuori del pensiero. Una registrazione, che sembra dovuta a cause elettromagnetiche, non lo è affatto: non è il campo elettromagnetico di un dischetto a contenere la registrazione del suono, per esempio in un CD di musica, ma la mente di una di queste intelligenze, preposta ad occuparsi di tali fenomeni: ella trasmette alla nostra coscienza quel pezzo di musica ogni volta che il supporto dove è contenuta la magnetizzazione corrispondente viene a contatto con l’apparecchio riproduttore, in modo che sembri che tale pezzo di musica sia registrato nel dischetto, mentre non è affatto così, il dischetto non ha niente a che vedere con la musica, che è pensiero e sta nel pensiero, non fuori; e né un aggregato di atomi né un onda elettromagnetica possono contenere memorie, perché la memoria sta nella coscienza e non altrove, infatti ricordare significa aver coscienza di ricordare e se non c’è coscienza non c’è memoria: se non c’è nessuno che ha coscienza di un ricordo, quel ricordo dov’è? Lo stesso dicasi per ogni tecnica di registrazione e riproduzione: fotografie, fotocopie e così via. Per ognuno di questi fenomeni c’è un’intelligenza diversa che si occupa di comunicare alla nostra coscienza la registrazione dell’immagine o del suono, la memoria cioè di tali cose (che per il principio di ragion sufficiente non può stare fuori dal pensiero e dalla coscienza), come se essa dipendesse da qualche supporto materiale e da qualche causa fisica, quando codeste “cause” con le percezioni della nostra coscienza che chiamiamo fotografie, registrazioni e cose simili non c’entrano affatto. Sarei curioso di sapere perché tali intelligenze non hanno previsto registrazioni anche di profumi e sapori o di sensazioni tattili oltre che di suoni e odori, in fondo noi possiamo ricordare anche questi tipi di sensazione.

 

Nota 4: come si dirà anche nel §2.6, è un errore metodologico scambiare per legame causale la semplice concomitanza: se gli scienziati sono in grado di constatare che in presenza di una certa sostanza chimica nell’organismo si verifica nella coscienza un determinato contenuto (un sentimento, uno stato d’animo) con questo non hanno però dimostrato che la sostanza chimica sia la causa che fa essere i contenuti della coscienza, e tale legame causale è confutato dal nostro ragionamento, dall’applicazione corretta del principio di ragion sufficiente. Tale concomitanza dimostra solo che ci sono delle sostanze chimiche ben precise (cioè degli aggregati di atomi) che fungono da segnale al “nostro” sistema nervoso, il quale per convenzione è indotto a comunicare alla nostra coscienza sempre lo stesso contenuto ogni volta che una determinata sostanza chimica viene rilasciata, da un’altra intelligenza preposta a questo, nel “nostro” organismo: per esempio ci comunica paura ogni volta che vede adrenalina, o sollievo da dolori fisici quando vede endorfina etc.. Insomma, le sostanze chimiche sono segnali e non cause, le cause stanno nello spirito. Si può supporre che solo quando i contenuti presenti nella nostra coscienza sono passivi, cioè quando li riceviamo dal sistema nervoso e non li produciamo attivamente da noi stessi, siano presenti quei segnali, e che questi segnali provengano dalla specie e dalle intelligenze che governano i suoi sottogruppi (o da qualcuno che da esse dipende), perché deve essere la specie (e simili) a ricordarsi quale sentimento istintivo dobbiamo provare nelle situazioni tipiche che lo richiedono o quali reazioni dobbiamo avere a determinati stimoli. Ma, comunque sia, quei segnali presuppongono delle intelligenze che se li scambiano e che, dopo averci aggregati a un corpo, pretendono di muoverci come burattini imponendoci i loro contenuti.

 

Nota 5: il Lettore che voglia seguirci deve tenere ben presente i principi già da noi enunciati ne Il fondamento della ricerca sull’essere come pensiero e sul corpo come sua immagine, altrimenti la nostra trattazione non Gli risulterà comprensibile. Non mi stancherò di ripetere che gli scritti presenti in questo sito vanno affrontati nel giusto ordine, perché un edificio si deve iniziare dalle fondamenta, non dal tetto e dunque i testi che s’intitolano “il fondamento...” vanno letti prima e con molta attenzione; so come vanno oggi queste cose: la maggior parte delle persone, in cerca di risposte rapide e comode, cliccano su parole singole e vogliono testi brevi di rapida lettura che appaghino la loro frettolosa smania di risolvere i problemi immediatamente e con poca spesa, magari solo per far bella figura nei salotti o per copiare in un compito in classe. Ma se qualcuno clicca su una parola singola e legge solo un pezzettino del mio testo, non ne capirà nulla e ne rimarrà probabilmente scandalizzato e penserà che sono matto (non sarebbe la prima volta), per questo sono molto preoccupato e, a costo di essere noioso, ripeterò questa raccomandazione spesso.

 

Nota 6: per i Lettori più attenti, che abbiano con il dovuto impegno introdotto nella propria anima le rette idee di essere e di materia, vorrei approfondire questo ragionamento, con una puntualizzazione. L’immagine visibile nello spazio dei contenuti del pensiero di codeste intelligenze, in particolare la memoria delle caratteristiche “genetiche” da imprimere ai loro organismi singoli e l’elenco di istinti, è un immagine singola, non un corpo aggregato, com’è ovvio. La forma è un pensiero, e la memoria di una strategia di comportamento è un pensiero, e dunque non ci sarebbe alcun bisogno di trascrivere tali pensieri mediante un alfabeto convenzionale fatto di atomi e molecole, le intelligenze hanno ben altri modi per comunicare tra loro (sulla percezione comune vedasi Il fondamento della ricerca, §§5.3-5.4); l’esistenza nel mondo “fisico” di segnali di questo tipo, geni e cromosomi intendo, che trascrivono le informazioni “genetiche” in un linguaggio convenzionale tramite un alfabeto di quattro lettere (si veda supra, nota 2 al presente libro II), e cioè in un linguaggio che come la nostra scrittura si serve di un supporto artificiale per comunicare dei significati tramite segni che sono delle semplici convenzioni, deve farci pensare. Geni e cromosomi non sono facilmente visibili, per l’uomo, ma a un certo punto della sua evoluzione tecnologica e scientifica egli è stato in grado di trovarli e di studiarli; dunque possiamo presumere che se la Natura ha creato di tali istruzioni sulla forma e sull’istinto una copia “fisica”, cioè composta di materia aggregata percepibile, benché con fatica, anche dall’uomo, è proprio perché voleva che l’uomo la scoprisse e ne ricavasse una concezione meccanicistica dell’ereditarietà biologica. Lo stesso dicasi per quelle sostanze come, per esempio, gli ormoni che sembrano la causa dello scatenarsi nella nostra coscienza di determinati desideri o sentimenti (come detto supra alla nota 4 al presente libro II) e invece sono solo dei segnali indicatori che in quel momento, in quella determinata situazione, la specie vuole che ci troviamo a provare quei determinati sentimenti o desideri, i quali però ci vengono comunicati dal sistema nervoso, cioè dall’intelligenza che abbiamo chiamato anche “duale” e che governa il “nostro” organismo, non dalle sostanze chimiche, che non sono in grado di comunicare pensieri; anche in questo caso, se la funzioni di questi segnali fosse solo di comunicare quale istinto va innescato in quel momento, la loro traduzione in una sostanza chimica sarebbe completamente inutile, perché specie e sistema nervoso hanno ben altri modi di comunicare fra loro: le sostanze chimiche servono per noi, per attirare la nostra attenzione e, stimolandoci anche con la difficoltà dell’impresa, illuderci di aver trovato una spiegazione scientifica dell’esistenza della coscienza e dei suoi moti. La Natura vuole occultare l’anima a sé stessa, vuole nasconderci il vero essere e introdurre concezioni ingannevoli nel nostro pensiero, per i suoi scopi; e quali siano tali scopi, lo vedremo alla fine del presente itinerario.

 

Nota 7: i manuali di biologia parlano del “codice” genetico, ben coscienti che “un codice è un sistema di simboli usato per tradurre l’informazione da una forma in un’altra”, correttamente equiparando il codice genetico all’alfabeto umano: “I codici possono contenere un numero qualsiasi di simboli... Questi simboli possono essere tradotti da chi conosce il codice” (AAVV, Dalle molecole all’uomo, a cura del BSCS, Zanichelli, vol. I, pag. 138), e parlando dunque del DNA come di una lunga serie di messaggi nei quali le varie combinazioni di nucleotidi sono le parole (cfr. ivi, pag. 139), e anche come di “un grosso archivio d’istruzioni...” (ivi, pag. 137), il quale “contiene le informazioni su come fabbricare tutti gli altri tipi di molecole della cellula” (ibidem). Dal canto loro, gli etologi, come già detto, parlano di “programmazione innata” (AAVV, Alle radici del comportamento, Roma 1980, pag.10), riferendosi agli istinti. Ma questi scienziati non si rendono conto che così, implicitamente, ammettono che se il DNA è scritto in un alfabeto convenzionale, ed è comprensibile solo a chi conosce il codice, bisogna che sia stata un’intelligenza a scriverlo e che sia un’intelligenza capace di decodificarlo a leggerlo per utilizzare le istruzioni in esso contenute? e che se parlano di “programma” devono sottintendere che la Natura sia capace di programmare e dunque sia intelligente? Non si rendono conto costoro che tutte le loro teorie non si reggono se non sul presupposto (perfettamente galileiano, tra l’altro, come sanno coloro che conoscono realmente il pensiero del fondatore della nostra scienza) che la Natura è intelligente e consapevole? E’, il mio, un invito agli scienziati, a prendere atto di come la loro scienza (anche le scienze fisiche e chimiche, intendo, non solo la genetica e l’etologia) possa meglio fondarsi su un’ontologia corretta che sulla preconcetta negazione del mondo spirituale delle cause, spacciata erroneamente per razionalità. Ricollegandoci a quanto già detto nel libro I de Il fondamento della ricerca (si veda in particolare la nota 1) ribadiamo qui che la metodologia e la filosofia della scienza in voga oggi hanno bisogno di essere rifondate daccapo, smarrite come sono nella assurda ricerca di un sapere “oggettivo”, e che non si può dimostrare nulla di razionale sulle leggi naturali e sulla loro costanza senza il presupposto che una mente (collettiva e da non confondersi col Dio creatore dei Cattolici, come anche Galileo Galilei faceva, ma senza danni per il suo metodo ipotetico-deduttivo che nell’indagine dei fenomeni terreni è quello valido) le ponga e le applichi costantemente.

 

Nota 8: posso citare almeno tre casi della mia esperienza personale che confermano quanto sto dicendo, o che, per lo meno, risulterebbero incomprensibili alla luce della genetica oggi accreditata come scientifica. Il primo è questo: un’estate, tornando dal mio soggiorno sul lago di Como, portai con me un vasetto di semi che avevo raccolto io stesso da una pianta di specie spontanea che là è diffusa, la quale mi era sembrata molto bella e che perciò volevo far crescere anche sul balcone della casa dove abito, a Milano. Misi i semi in una ciotola ampia e aspettai che germogliassero; infatti, a suo tempo, crebbero delle piantine, ogni piantina germogliò proprio dal punto dove avevo collocato il seme corrispondente nella terra, sicché, tutto contento, continuai a tenerla umida e a spiare la loro crescita pregustando il piacere della fioritura. Ma quando le piantine divennero più grandi, con mio stupore, mi accorsi che non erano affatto esemplari di quella specie spontanea portata dal lago, che mi piaceva, bensì banali erbacce molto comuni qui a Milano. Che cosa poteva essere successo? Pensai che la specie dell’erbaccia milanese mi avesse visto, mentre depositavo i semi a uno a uno nella mia ciotola piena di terra, e avesse approfittato per far crescere i suoi esemplari al posto di quelli che piacevano a me, ingannandomi, sapendo cioè che credendoli dell’altra specie non li avrei sradicati come tutti fanno di solito con quelle erbacce, e i suoi individui avrebbero così potuto giungere a maturazione indisturbati. Evidentemente questa specie di erbacce milanesi, che non è apprezzata, non riesce a far crescere un numero soddisfacente di esemplari qui intorno, perché tutto è coperto di asfalto, c’è poco spazio e quel poco che c’è viene coltivato dal comune con fiori e ripulito dalle erbe spontanee, e così, per emergenza, tale specie deve aver pensato che poteva anche agire apertamente con me, visto che io di loro so già tutto e con me non devono fingere. Il secondo esempio è il mio gatto Orfeo: è un gatto dal pelo semilungo nerissimo, ma è figlio di un maschio siamese di pura razza e di una gatta di razza persiana perfettamente candida, due gatti che vivono chiusi in un appartamento e dunque è esclusa la possibilità di scappatelle. Il veterinario a cui ho fatto presente la faccenda, dopo qualche istante di attonita riflessione, ha aperto le braccia e ha esclamato: “misteri della genetica”. Appunto. Il motivo per cui è successa una cosa tanto strana, io lo so: avevo deciso di non prendere mai più con me un altro gatto, dopo che era morto il mio, contagiato dalla FIV (sindrome da immunodeficienza felina), ma un giorno mi arrivò la notizia che a casa della mia allieva R. era nata una cestata di gattini. R., di solito, riesce ad accasare tutti i gattini che nascono in casa sua abbastanza facilmente, ma questa volta mi raccontò che le si era presentato un problema: era rimasto da solo l’ultimo micetto della sua cucciolata, non lo voleva nessuno perché era nero, mentre tutti gli altri, com’è normale, erano di pelo chiaro ed erano stati adottati facilmente. I Milanesi, evidentemente, sono ancora superstiziosi e temono i gatti neri. Figuriamoci se il cuore di Agis non si intenerisce davanti a un essere scartato e rifiutato da tutti: cambiai idea e presi con me il micetto, il quale divenne poi un bellissimo gattone nero e con me estremamente affettuoso, una vera consolazione. So per certo che la specie ha compiuto questa manovra, sospendere le leggi della genetica sul colore del pelo di Orfeo, proprio perché voleva ottenere questo risultato, che lo adottassi io e lo so grazie alla mia capacità di leggere i messaggi dei sogni. Non posso anticipare qui tutta la dimostrazione di quanto sto asserendo, perché occorre prima che il Lettore si lasci condurre attraverso i mondi simbolici, cioè la vera realtà, e acquisti dimestichezza con i loro linguaggi, ma questi saranno oggetto di studi più avanzati, perché se ne parlassi ora probabilmente susciterei incredulità e scherno; chiedo solo di avere un po’ di fiducia nei miei confronti e di sospendere il giudizio su questo argomento, fino a che non sarò in grado di raccontare tutta la storia per esteso in modo convincente. Per adesso anticipo solo che è stato una specie di risarcimento per qualcosa che mi avevano fatto. Il terzo caso è un geranio che avevo sul balcone: originariamente era di colore rosso vivo, ma da un certo momento in poi uno dei suoi rami cominciò a farmi i fiori candidi, sicché ebbi per un po’ lo strano spettacolo di una pianta bicolore. Peccato che poi Milano è stata infestata da quella farfallina marrone che deposita le sue uova nei gambi dei gerani bucherellandoli tutti e provocandone la morte, epidemia che ha colpito anche il mio geranio anomalo, sicché ora non ho più la prova di quanto sto dicendo. Ho provato a salvarne qualche troncone e a riprodurlo per talea, ma la parte che era bianca è tornata a fare dei normali fiori rossi come la pianta madre. Boh? questa dev’essere una bonaria presa in giro del sottoscritto da parte della specie geranio, che sapendomi immerso in queste riflessioni ha voluto, evidentemente, scherzare con me.

 

Nota 9: il termine “epifenomeno” è stato usato correttamente dal filosofo Leibniz, che considerava, all’inverso dei positivisti attuali, la materia un epifenomeno dell’attività appercettiva e desiderativa della monade (atomo, inteso come sostanza semplice spirituale), cioè un riflesso visibile della coscienza e dei suoi contenuti, esattamente come nella nostra ontologia. Ma gli scienziati razionalisti oggi abusano di questo termine, quando asseriscono che la coscienza è un epifenomeno della materia, conferendogli così il significato irrazionale e fumoso di “effetto collaterale casualmente prodottosi”. Ho già accennato sopra, nella nota 1 al presente libro II, a come sia un difetto metodologico, oltre che un atto di disonestà concettuale, impiegare parole difficili che sembrano spiegazioni scientifiche e invece sono asserzioni vuote o fumose, del tutto irrazionali.

 

Nota 10: per il concetto di materia come immagine dell’essere cfr. Il fondamento della ricerca, §2.6; di corpo (quello reale, che è un corpo semplice, un unico atto di pensiero e non un aggregato di atomi) come prodotto dall’unione di due idee, o meglio delle loro immagini nello spazio, quella dell’idea più generica di essere e una più specifica che la completi, cfr. ivi, §2.7 e segg.; per la discussione su atomi come spiriti e corpi aggregati come simulazione di realtà, cfr. ivi, libri III e IV.

 

Nota 11: anzi, a dir la verità, poiché l’uomo ha una coscienza ottenebrata da una falsa idea di essere e non ha retta conoscenza di sé, la somma delle coscienze umane non è affatto una rappresentazione appropriata dell’essere, ma solo un’immagine oscura e carente; gli atti di coscienza dell’essere, la cui somma è la retta conoscenza di sé del principio infinito ed è quello che noi chiamiamo bene, o anche Dio, e che più propriamente è l’essere, sono le coscienze elette (per questo concetto si veda, per esempio, le note 2 e 3 al libro VI de Il fondamento dell’etica, e anche ivi, nota 14 al libro VII, in fondo, al N.B.), non quelle in via nel mondo terreno che ne sono, semmai, la storpiatura e la negazione. Gli animali non umani e i cosiddetti selvaggi hanno ancora una cognizione intuitiva nella loro coscienza della vera natura dell’essere e di sé e dunque sono più vicini ad essere una rappresentazione retta del principio rispetto agli uomini deturpati dalla loro forma spirituale irrazionale. Comunque, ogni atto di coscienza dell’essere, malato o sano che sia, luminoso od oscuro, ha sempre valore infinito ed è, almeno potenzialmente, dio.

 

Nota 12: si noti che entrambi i rami sbagliati della nostra cultura occidentale, religione cattolica (e assimilati) e scienza razionalista, tendono a oscillare tra la svalutazione dell’uomo e la sua esaltazione. I Cattolici svalutano l’uomo in confronto a un presunto Dio creatore, sostenendo che la ragione umana non è capace di coglierne il mistero, che gli uomini non sono capaci di essere giusti, che non sanno salvarsi da sé e così via, salvo poi asserire che l’uomo è immagine di Dio e signore del creato, mentre gli animali sono a sua disposizione perché non hanno l’anima; il razionalista da un lato esalta l’uomo perché è l’unico animale con un intelletto e dall’altro lo svaluta perché animale come gli altri, determinato a essere quello che è dal suo patrimonio genetico e incapace di intendere e di volere perché in balia degli istinti o dell’”inconscio”. Queste incoerenze sono tipici sintomi della malattia dell’anima da cui entrambi i tipi umani, il fideista e il razionalista, sono affetti: la superbia. Infatti essi non usano un criterio univoco e razionale per valutare l’uomo, ma tendono a svalutare la natura umana quando questo li soddisfa perché con tale manovra abbassano il prossimo, mentre tendono ad esaltare la medesima natura umana, quando questo serve loro per esaltare sé stessi. Ciò dimostra che nei loro enunciati essi non mirano alla ricerca della verità e che dunque non applicano correttamente un metodo razionale, sicché non sanno procurarsi un criterio stabile e univoco per valutare l’uomo, ma oscillano a seconda dell’istanza del momento, e forzano i loro ragionamenti per ottenere soddisfazioni alla loro smania di ingigantirsi, dimostrando così che la loro meta non è la verità ma soddisfare la propria superbia. Per noi, come si ricorderà, tutti gli atti di coscienza dell’essere hanno il medesimo valore, che è infinito; ma agli uomini, che sono malati, rivolgiamo la nostra massima attenzione, perché ne hanno bisogno.

 

Nota 13: ma per chi, invece, non ha mai avuto animali domestici in casa, almeno un esempio tra i mille e mille che nella mia esperienza ho collezionato dai miei contatti con gatti, cani, piccioni e così via, lo vorrei dare. Una decina di anni fa un gatto della nostra colonia, sul lago di Como, fu graffiato da altri gatti più forti di lui, in una disputa per il territorio; era infatti il più debole e l’ultimo arrivato, tanto che per le sue condizioni miserevoli lo avevo soprannominato “il Pitocchino”. Per potergli curare questi graffi infetti, che gli causavano la perdita del pelo sopra gli occhi, dovevo  medicarlo con una pomata antibiotica a orari fissi tutti i giorni, e dunque perché io lo potessi avere a mia disposizione al momento della medicazione, il gruppo dei “gattari” decise di chiuderlo nel pollaio vuoto di uno di loro. Ma dopo alcuni giorni il gatto si era proprio stufato di essere chiuso dentro al pollaio ed escogitò un piano di fuga. Quando arrivai con le medicine per la medicazione davanti alla porta del pollaio, oh! sorpresa! il pollaio sembrava vuoto, il gatto non c’era più. Eppure la porta era chiusa perfettamente. Entrai costernato chiedendomi come avesse fatto a scappare, ma in quella, mentre mi guardavo attorno incredulo con le spalle alla porta incautamente lasciata aperta, sentii un tonfo e vidi il gatto saltare giù dall’architrave della porta, e sgusciare fuori dal pollaio in un baleno. Il Pitocchino, astutamente, si era nascosto sull’architrave della porta, prevedendo la mia reazione alla vista del pollaio vuoto, immaginando che, colto di sorpresa, l’avrei lasciata aperta alle mie spalle mentre mi chiedevo che cosa fosse successo, così da consentirgli di scappare, e, in effetti, il suo piano ha funzionato. Così il Pitocchino ci ha dimostrato inequivocabilmente che i gatti sanno pensare, mentre Agis altrettanto inequivocabilmente ha dimostrato di essere tonto.


LIBRO III.