GREGORIO AGIS.
IL FONDAMENTO
DELL’ETICA.
Bene, giustizia, felicità.
CONTENUTI:
Introduzione.
La giustizia (libro I).
Vizi e virtù dell’anima (libro II).
Gli strumenti per il giudizio (libro III).
La vita etica: preambolo (libro IV).
La vita etica: problemi (libro V).
Il cruccio e la speranza di Agis. Realizzabilità del bene (libro VI).
Casistica (libro VII).
La vita, l’inganno (libro VIII).
Conclusione.
INTRODUZIONE.
0.1.Nei nostri due precedenti scritti, Il fondamento della ricerca e La cura dell’anima, abbiamo già dato la definizione di essere e di bene da due punti di vista diversi, quello dell’ontologia e quello della scienza dell’anima. I risultati sono stati i seguenti:
a.in seguito alla confutazione della concezione errata sull’essere, che vuole la realtà fatta di materia eterogenea al pensiero, come una somma di cose estese in uno spazio extramentale, abbiamo definito l’essere come pensiero, e dunque abbiamo identificato l’essere con la coscienza, cioè col pensiero che pensa e conosce sé stesso, e abbiamo definito realtà i contenuti del pensiero.
b.abbiamo così scoperto che noi stessi, che siamo coscienze, siamo l’essere. O meglio: la somma delle coscienze, gli atti mediante cui il pensiero, che è l’essere, rappresenta sé stesso sono l’essere. Essere è pensiero che rappresenta sé stesso: siamo noi coscienze la rappresentazione dell’essere; siamo noi l’essere. L’anima dunque non è creata ma esiste di necessità, visto che l’essere, per il principio di non contraddizione, non può non essere.
c.abbiamo chiamato bene l’essere e male il non essere; sicché, se l’essere è il pensiero che rappresenta rettamente sé stesso, e la coscienza è la retta rappresentazione del pensiero, possiamo definire il bene come la retta conoscenza mediante cui l’anima rappresenta l’essere, che chiamiamo anche verità; mentre il male è l’ignoranza e l’errore concettuale per cui l’anima perde la retta conoscenza dell’essere e di sé e dunque il bene.
d.abbiamo definito salute dell’anima lo stato della coscienza che è in possesso delle idee rette, che pensa sé stessa rettamente e che dunque ha una forma spirituale ineccepibile dal punto di vista logico, e tende a produrre sentimenti e desideri razionali, cioè puri, amorosi, positivi. Infatti, il Lettore ricorderà che abbiamo stabilito un nesso causale tra l’idea di bene e gli affetti dell’anima, e cioè dicemmo che ella desidera ciò che considera bene e prova sentimenti di gioia in presenza di ciò che considera bene, sicché i suoi desideri e sentimenti sono retti, ovverosia RAZIONALI, se ella li produce fondandosi nei suoi giudizi sulla retta idea di bene, sono invece IRRAZIONALI e dunque dannosi e non retti se li produce fondandosi, nei suoi giudizi, su concezioni errate di bene.
e.abbiamo infine asserito che, poiché bene è l’essere, affinché l’anima abbia la retta idea di bene, deve conoscere la retta idea di essere. Per questo abbiamo definito il male come ignoranza e la malattia dell’anima come quello stato dell’anima che, macchiata da errori concettuali sull’essere e sul bene, produca in sé tendenze affettive irrazionali, cioè disposizioni verso i desideri di falsi beni e sentimenti malvagi, dannosi verso il prossimo e anche verso sé stessa. Abbiamo anche asserito che l’anima perde la retta nozione di essere quando si identifica col corpo aggregato, crede di ricevere l’essere da qualcosa di esterno da sé e dimentica di essere l’essere. Cioè, la forma animalesca o bestiale(1) che si imprime in essa in seguito all’identificazione col corpo aggregato e alla sua esperienza terrena è la malattia dell’anima.
0.2.Abbiamo messo in evidenza, dunque, come la malattia dell’anima abbia come radice l’ignoranza e come frutto la perdita dell’amore e lo sviluppo dell’odio. Il Lettore ricorderà che abbiamo definito l’amore come desiderio del bene vero o come sentimento che l’anima prova per il vero bene quand’è presente, e abbiamo definito bontà la tendenza a provare amore, cioè a desiderare il bene. Ma se l’anima, dicemmo, ignora che la somma degli atti di coscienza dell’essere, cioè sé stessa e tutte le altre anime, sono l’essere e dunque sono il bene, non potrà più amarli, non amerà più sé stessa né le altre anime, poiché non le sentirà più come il bene. Nello studio intitolato La cura dell’anima abbiamo osservato come la perdita dell’amore di sé induca nell’anima il bisogno impellente di colmare questa lacuna, come cioè l’anima che abbia perso il proprio valore retto sia portata a credere che il suo bene sia ingigantire la propria importanza cercando di darsi un valore fittizio, non tollerando la sensazione di svalutazione in cui si trova, e abbiamo notato come tale tendenza, che abbiamo chiamato superbia, provochi in lei altre tendenze, quelle cioè verso sentimenti o desideri negativi quali invidia, gelosia, prepotenza, menzogna etc., che, recuperando il termine tradizionale, potremo chiamare vizi, così come potremo chiamare virtù(2) le disposizioni razionali, cioè amorose, dell’anima una volta ripristinata la visione logico-razionale di esse e dunque la loro retta definizione.
0.3.Ora, infatti, vogliamo riprendere la ricerca sull’essere e sul bene dal punto di vista dell’etica; così, dopo aver visto il bene come idea retta di essere, e cioè verità e sapienza, e dopo aver visto il bene come stato di salute dell’anima, e cioè nella forma spirituale che consegue alla retta conoscenza dell’idea di essere, e dunque al ripristino, per l’anima, del suo retto valore, ovverosia dell’amor di sé, vedremo ora il bene come GIUSTIZIA. Perché è di giustizia e di ingiustizia che si parla, quando si parla di etica, non di dovere. Abbiamo già confutato l’identificazione che fanno i Cattolici del bene con il dovere(3); ora vedremo che neanche la giustizia ha niente a che vedere con il dovere. Né la giustizia è ciò che si fa per compiacere un presunto essere superiore onnipotente e creatore, di cui già abbiamo confutato l’esistenza(4). La giustizia è la realizzazione del bene; e poiché il bene, quando è realizzato e viene fruito dall’anima, la rende sana e cioè felice, realizzare il bene significa produrre nell’anima felicità. La giustizia, dunque è ciò che consente all’anima di raggiungere la felicità.
0.4.Felicità è lo stato di continua, ininterrotta ed eterna fruizione del bene; che gli uomini tendano al bene, e cioè cerchino la felicità, era un assioma indiscutibile in tutte le etiche del mondo antico, una sorta di stella polare, che però è stata eclissata e non illumina più la via degli esseri umani, dacché al posto del bene come felicità l’etica del Cristianesimo storico ha collocato l’ubbidienza cieca a un Dio personale, la cui volontà viene confusa con le leggi di una Natura terrena, che noi abbiamo già dimostrato, nei nostri due precedenti scritti, essere ingannevole e contraria al bene, e con i doveri imposti da una società terrena dove non vige alcun principio di giustizia, spacciando così per etica cristiana, di volta in volta, l’ideologia del regime al potere. Noi vogliamo ora recuperare la stella polare e dunque la retta direzione del nostro cammino.
0.5.Chiamiamo dunque felicità il sentimento che genera nell’anima il possesso del bene e chiamiamo bene l’essere, che è il pensiero che ha coscienza e conoscenza di sé. L’anima è dunque felice quando possiede l’essere, quando cioè è pensiero che si pensa rettamente, conoscendosi, quando è uno degli infiniti atti di coscienza dell’essere, che in tale atto rappresenta sé stesso rettamente. Insomma, la felicità viene all’anima in seguito al possesso della verità. Chi nega all’anima la possibilità di raggiungere la verità, le nega la salute, il bene, la felicità. Se poi chi avviluppa l’anima negli oscuri velami di dogmi irrazionali proibendole di vedere l’essere e sé stessa, e dunque di essere buona e giusta (cioè sana e felice), le promette anche il “paradiso”, assurdamente concepito come premio per chi si sottometta ciecamente a norme senza fondamento logico e a una serie di precetti spacciati per morale assoluta rivelata da Dio e che invece sono o l’utile della specie o la legittimazione degli abusi e degli arbitri di chi è al potere (e che molto poco hanno di assoluto, visto che si adattano ai tempi, di volta in volta, con estrema facilità), questa è una vera e propria truffa. L’anima stia attenta, impari a riconoscere chi è il nemico e chi è l’amico, onde non cadere nelle numerose trappole che costellano il mondo terreno. L’anima si renda conto che il “paradiso” è uno stato di coscienza, non un luogo extramentale, e che è luce, non tenebra; e la luce, immagine di ciò che rende chiaro e visibile l’essere a sé stesso, è la sapienza logico razionale, e non può toccare a chi omettendo di procurarsela si è appagato di fede cieca e dogmi irrazionali, che è come dire tenebra. Perché l’inferno dell’anima, il suo male e la sua malattia, sono l’ignoranza e gli errori concettuali, l’irrazionalità che la ottenebra e la rende malvagia, così come il suo paradiso è la visione retta dell’essere e del bene che la rendono luminosa e buona(5).
0.6.Vogliamo dunque offrirti, anima umana, noi che ti amiamo, i fondamenti logici per trovare il bene e la tua salute, per costruire un’etica che ti procuri la giustizia, quella vera, e insieme alla giustizia la felicità.
NOTE
ALL’INTRODUZIONE.
Nota 1: propongo di distinguere, nel nostro gergo, la forma animalesca da quella bestiale nel seguente modo: è animalesco l’uomo che segua quei precetti morali, i quali, pur essendo trasmessi culturalmente, sono però trasposizioni dell’istinto animale. Queste forme spirituali animalesche sono proprie di culture molto primitive, che rappresentano stadi di passaggio tra la condizione animale dotata di istinto e la condizione umana, dove l’istinto è in remissione e perciò i comportamenti che prima erano dettati dall’istinto devono essere guidati da norme assorbite culturalmente. La forma bestiale è invece quella in cui gli individui, anche condizionati in questo dalla cultura dominante, deviano l’istinto o le tendenze che ne derivano dalla finalità della specie, e lo trasformano in un desiderio individuale, finalizzato all’ingigantimento del proprio ego. Esempio: nutrirsi è un istinto, e procurarsi le risorse necessarie per sopravvivere è un comportamento istintivo, che però nell’uomo viene appreso per via culturale; ma se l’anima è in cerca di un modo per ingigantirsi e ne fa un punto di alienazione del valore (su questi concetti vedasi La cura dell’anima, libro III), l’accaparramento di risorse non è più finalizzato alla semplice sopravvivenza , che è desiderio della specie prima che dell’individuo, ma diventa un’operazione ipertrofica, finalizzata all’esibizione di una superiorità sociale ed economica che non è più desiderio specifico, ma interessa solo l’individuo e che, anzi, danneggia la collettività e dunque la specie. Allo stesso modo l’istinto sessuale può essere deviato dalla finalità riproduttiva che interessa la specie prima che l’individuo, e trasformato in un mezzo per sentirsi importanti ed ammirati, tanto che la nascita di un figlio, cioè l’interesse della specie, diventa invece un effetto collaterale indesiderato. Chiamiamo dunque i primi due comportamenti “animaleschi”, perché ricalcano l’istinto animale, i secondi, che ne sono la deviazione, invece, “bestiali” perché ne rappresentano l’involuzione verso un male peggiore. Il Lettore avrà già capito che la forma animalesca ha tendenze a desiderare, come se fosse il bene, l’utile del corpo e della specie, e tali desideri sono generati dalla concezione errata che il nostro vero essere sia il corpo aggregato, e dunque la forma animalesca è l’insieme delle tendenze verso l’utile della specie; invece la forma bestiale è propria di chi nella propria anima abbia introdotto l’idea mortifera che sia un bene l’ingigantimento della propria importanza, spinto in questo dalla sofferenza dovuta alla svalutazione che l’anima riceve nella forma umana (vedasi su questo La cura dell’anima, libro III), e quindi devia gli istinti verso questo scopo.
Nota 2: per la definizione completa di virtù si veda infra, §2.4 e §2.6.
Nota 3: vedasi La cura dell’anima, §§5.6 e nota 11 al VI libro; e anche infra, §2.4.
Nota 4: cfr. Il fondamento della ricerca, libro II e §3.18 in fondo.
Nota 5: chi abbia compreso il concetto di corpo semplice come prodotto di un atto cosciente del pensiero, che è anche immaginazione (facoltà di produrre immagini, cioè, per definizione, corpi) può capire che il “paradiso”, come lo chiamano, esiste, sì, ma non è un luogo extramentale (come d’altronde nessun luogo, visto che abbiamo confutato, nel libro I de Il fondamento della ricerca, la possibilità dell’esistenza di qualcosa fuori dal pensiero, il che è come dire fuori dall’essere): è bensì un riflesso visibile nello spazio dell’anima sana; la sua sapienza appare come luce e i contenuti affettivi sono profumi, sapori, colori (si veda su questo ivi, §§2.6-2.14). Si può dunque capire che nessuno può “portarti in paradiso”, se fai “il bravo” e assolvi i riti imposti dalla religione; non è con i riti e i sacramenti che l’anima diviene sapiente e sana, ma con la confutazione degli errori concettuali che generano in lei tendenze verso i falsi beni, e con l’acquisizione della verità, che rettifica i suoi affetti. Né ci sono i diavolacci che se sei “in peccato mortale” ti acchiappano, t’infilzano su un forcone e ti portano all’inferno. L’inferno dell’anima è la tenebra, che è la manifestazione visibile del suo stato di ignoranza e stoltezza, insieme alla forma irrazionale che ne deriva, la quale, quando appare nello spazio, manifesta deformità e carenze simbolicamente, dando luogo a uno scenario pieno di immagini e sensazioni ripugnanti.
LIBRO
I.
LA
GIUSTIZIA.
LIBRO
I.
INDICE DEGLI ARGOMENTI.
L’etica come scienza della giustizia(1.1).
La giustizia come realizzazione del bene(1.1) e cioè come “dare a ciascuno ciò che gli spetta”(1.1-1.2).
All’anima, che è l’essere, spetta l’essere e cioè la forma di sapienza e amore, che chiamiamo anche salute; la felicità(1.2).
Ingiustizia come negazione all’anima del bene e del valore(1.3). Il principio fondamentale dell’etica: non negare all’anima (propria o altrui) il bene e il valore(1.3).
Polemica con errori comuni nella nostra cultura(1.4-1.6).
Ciò che abbiamo già visto in relazione alla salute dell’anima, possiamo riesaminarlo in relazione alla giustizia(1.7).
1.1.Intendiamo per “etica” quella scienza che guida le nostre azioni in una realtà intersoggettiva. La domanda centrale della ricerca etica è: che cosa è giusto fare? o, in altri termini, che cos’è la giustizia? Abbiamo testé (§0.3) definito la giustizia come realizzazione del bene, e sappiamo già, per averlo ripetuto ormai più volte(1), che bene è l’essere e che l’essere è pensiero che ha coscienza e conoscenza di sé; e abbiamo anche detto che il pensiero, quando pensa sé stesso (eternamente, perché il pensiero, se non pensa, non è, ma l’essere, per il principio di non contraddizione, non può mai non essere) si rappresenta e si conosce in un’infinita molteplicità di atti di coscienza, che sono le anime. Perciò, se la giustizia è la realizzazione del bene, e il bene è l’essere, l’anima, quando in sé rappresenta e realizza l’essere, e dunque è il bene, è giusta. Ma poiché, come abbiamo detto, l’essere è la somma di tutte le coscienze, le infinite rappresentazioni dell’infinito pensiero, perché una sola anima, essendo un essere finito, non rappresenterebbe rettamente l’essere infinito, e sarebbe una menzogna e non la verità sull’essere senza tutte le altre anime, il bene non è la realizzazione della verità in un’anima sola, ma in tutte, e dunque possiamo riformulare la definizione così: giustizia è dare a ciascuno ciò che gli spetta. Infatti è così che si realizza il bene, quando a nessuno è tolto ciò che è bene che abbia.
1.2.Ma l’anima è l’essere, e dunque le spetta l’essere. E se essere è pensiero che ha coscienza e conoscenza di sé, spetta all’anima di conoscere, di procurarsi la verità e la luce su sé stessa e sull’essere; e abbiamo chiamato questo stato di retta conoscenza di sé “salute” (cfr. La cura dell’anima, §1.5) o forma spirituale eletta (o anche retta). Dunque l’anima, quando si procura la salute, compie un’azione giusta, perché la salute, che è lo stato di coscienza sapiente e di conseguenza amoroso(2), le spetta; ma, ovviamente, è giusta quell’anima la quale riconosca che anche a tutte le altre anima spetta l’essere, che cioè spetta a tutte le anime di essere una retta rappresentazione dell’essere, di avere forma sana e retta grazie al possesso della verità. E’ giusto dunque che l’anima, insieme a tutte le altre anime, abbia sapienza, ingiusto che anche una sola anima sia tenuta nell’ignoranza; il che è come dire che è giusto che l’anima, insieme a tutte le altre anime, abbia il bene, se bene è l’essere e se l’essere è pensiero che ha sapienza; ed è ingiusto che anche una sola anima sia privata del bene. E poiché la fruizione del bene, ovvero il sentimento dell’anima che sa di possedere il bene, si chiama felicità, concludiamo che è giusto che l’anima, insieme a tutte le altre anime, sia felice, ingiusto il contrario.
1.3.Va da sé, quindi, che commette ingiustizia chi priva l’anima, propria o altrui, del bene, e cioè della conoscenza dell’essere; e commette ingiustizia chi priva l’anima, propria o altrui, del suo valore, visto che noi diamo valore a ciò che è bene, e dato che l’essere è il bene e le anime sono l’essere, e dunque le anime (tutti noi, gli esseri, che siamo atti di coscienza dell’essere) sono il bene. Insomma: chi nega l’essere o il valore di sé stesso o del prossimo è ingiusto, mentre per essere giusti è sufficiente riconoscere di sé stessi e del prossimo la verità e il valore. La nostra etica è tutta qui, questo ne è il principio fondamentale, da cui si possono ricavare le norme di comportamento particolari per agire bene: l’etica non è una pletora di precetti e una serie di norme ponderosa e complessa, ma il suo fondamento è semplice e chiaro: non negare all’anima, propria o altrui, il suo bene, cioè l’essere, e poiché è essere il pensiero che conosce rettamente sé stesso, non negare all’anima la retta sapienza; non negare all’anima, propria o altrui, il valore, perché l’anima è l’essere, e l’essere è il bene, e dunque ha valore. Per agire rettamente non occorre altro. Chi segue questo principio senza mai derogare realizza il bene, per quanto può, ed è giusto.
1.4.Non è vero dunque che è impossibile per l’uomo essere giusto e che è giusto solo Dio, come dicono i Cattolici; quando l’anima è giusta ella stessa è dio. Perché non esiste un Dio che è un altro essere, inteso come un essere personale (o, peggio, un individuo che è poi tre persone, assurdamente) che sarebbe più essere di noi coscienze: Dio è l’essere che ha coscienza di sé, e cioè è il principio, che è pensiero infinito, infinita potenza di pensare (e non una persona né un essere individuale), con i suoi atti di coscienza, le rappresentazioni in atto che ha di sé, che siamo noi: noi siamo le coscienze dell’essere, noi siamo l’essere, noi siamo Dio(3). Ed è un errore pensare che la giustizia divina sia imperscrutabile, perché la giustizia è un’idea(4), ed è facilmente visibile nel pensiero, se la si definisce con precisione, a chiunque sia pensiero e coscienza. E’ sufficiente applicare il metodo assiomatico deduttivo: dagli assiomi che è bene essere, male non essere e che essere è pensiero e coscienza, abbiamo trovato che spetta alla coscienza di essere l’essere e di essere il bene e abbiamo chiamato tale enunciato “giustizia”. E’ una tautologia, cioè una verità necessaria, sempre vera, perché la sua negazione, essendo contraddittoria, è sempre falsa. E non c’è niente di più chiaro, di più certo, di più facile da capire che una verità dimostrata in questo modo. Non c’è niente di imperscrutabile e misterioso nell’essere, ma chi vela l’essere a sé stesso con queste asserzioni superstiziose e irrazionali lo depriva da ciò che gli spetta, cioè commette ingiustizia, secondo la nostra definizione.
1.5.Non è vero, dunque, che dirsi giusti è un atto d’orgoglio, che la giustizia è una virtù inarrivabile per l’uomo, e che siamo inderogabilmente peccatori: è una calunnia invidiosa. Hanno torto i Cattolici che sottraggono all’uomo la possibilità di redimersi veramente, negandogli la via verso la giustizia col convincerlo che essa è un qualcosa di misterioso e incomprensibile, inattuabile, salvo poi propinargli una redenzione fasulla, che contraddittoriamente prescinde dallo stato di giustizia dell’anima: che altro è la redenzione, infatti, se non la guarigione dell’anima dalla tendenza al male, cioè dall’ingiustizia? Essi pretendono così, con le loro manovre, di legittimare e giustificare le proprie carenze impedendo agli altri di far loro da termine di confronto e smascherarli. Al contrario, quando l’anima ha in sé l’idea di bene e lo realizza, ella è giusta, ed è giusto che se l’accrediti, questa virtù; perché è cosa retta dire di sé stessi la verità. Ma possibile che non si noti l’assurdità di una religione che pretende che tu sia buono, e che ti minaccia punizioni eterne se non lo sei e compi atti colpevoli, e poi ti proibisce di conoscere la “scienza del bene e del male”, sostenendo che essa spetta solo a Dio (è questo infatti il cosiddetto “peccato originale” che da Adamo si è trasmesso fino a noi, secondo loro), e che procurarsela è un atto di orgoglio? Che Dio è quello che ti proibisce di conoscere il bene e il male, e poi se non fai il bene e non eviti il male ti condanna in eterno? Ma come faccio a realizzare il bene se non so che cos’è? forse che posso disegnare un triangolo se ignoro la definizione di triangolo? posso procurarmi dell’oro se non so che cos’è l’oro e come riconoscerlo? posso fabbricare un tavolo se nessuno mi spiega com’è fatto un tavolo? e come posso fare il bene se non so che cos’è? e come posso evitare il male se non so che cos’è? Devo fidarmi di una pletora di precetti e norme spacciate come bene e volontà divina imperscrutabile da un clero che si qualifica come intermediario tra me e una divinità misteriosa che mi chiede di essere umile e sottomesso, cioè di rinunziare al mio bene, la sapienza e la rettitudine, perché toltomi il bene poi me lo darà in premio in cambio di adulazione e piaggeria e di riverenza verso al suo clero? Non è assurdo?
1.6.E che manovra è proibirmi di essere giusto, sostenendo che procurarsi la scienza del bene e del male è un atto di orgoglio e di insubordinazione verso Dio, salvo poi disprezzarmi e svalutarmi perché, essendo umano, sono incapace di essere giusto? Il Lettore che abbia prestato attenzione al nostro precedente studio avrà già acquisito le armi per difendersi da tale manovra: avrà già capito che questa è la classica fantasmagoria di comodo del superbo che vuole immaginarsi gli altri tutti quanti inetti e colpevoli per poterli disprezzare, ingigantendo sé stesso mediante una falsa immagine di santità, e che agisce con prepotenza per costringere la realtà ad adeguarsi ai suoi desideri, alla sua smania d’ingigantirsi: ti rende ingiusto e incapace con la prepotenza, la frode, la menzogna per poterti disprezzare e dominare, accreditandosi presuntuosamente come unico detentore della morale e della sapienza teologica e pretendendo riconoscimenti pubblici di questa presunta superiorità. Perché questi sedicenti pastori alimentano in sé un attaccamento formidabile verso il prestigio e il potere e i privilegi e gli onori che conferisce loro il ruolo di principi di santa romana Chiesa(5): sono i mezzi con cui essi soddisfano la propria superbia. Dunque il loro misologismo, quello che gli storici hanno chiamato perspicuamente oscurantismo, cioè questa tendenza a inchiodare l’anima al suo male convincendola di essere incapace di trovare da sé la verità, e dunque la forma spirituale retta, il bene e la salute, salvo terrorizzarla con minacce di pene infernali come punizione per la sua incapacità, dalle quali promettono poi di salvarla con mezzi irrazionali, coi poteri misteriosi dei loro riti e sacramenti, non è la classica manovra del ciarlatano che ti vuole imbrogliare spillandoti in cambio qualcosa? Non faceva così anche Vanna Marchi, mettendo in atto il medesimo schema: incombe su di te un pericolo spaventoso, tu non sei capace di liberartene senza aiuti soprannaturali, ti offro io il rimedio, di cui sono l’unico detentore, anzi ti prometto mirabilia? Minacce e promesse, relegarti nell’incapacità e offrirsi poi come unici detentori del rimedio, in cambio di soldi, nel caso dei ciarlatani più piccoli, in cambio di potere, onori, privilegi, benefici, riverenza e sottomissione, nel caso di questo grandioso, immenso, satanico ciarlatano che è la Chiesa cattolica. E perché Vanna Marchi è stata condannata ed è in galera, e quell’altro è sul trono? Se il Lettore è religioso e si sta scandalizzando di quanto appena detto, stia attento e rifletta bene: se ama Cristo, ascolta Cristo, non quei romani che trascinano il suo nome nel fango attribuendogli le loro nefandezze, e lo tengono in ostaggio, incatenato e torturato dai loro dogmi infernali. E Cristo non dice: lascia a me la giustizia e il bene, ché io sono Dio e tu sei incapace; egli, al contrario, dice: “E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? (Lc.12,57)”(6).
1.7.No, per rettificare l’anima e renderle la salute non occorrono riti magici e forze misteriose. Perché le sue tendenze diventino tutte razionali, da irrazionali che sono, perché ella tenda a desiderare solo il bene vero e non quelli falsi e illusori, ella deve rettificare la sua idea di essere, perché sapendo che l’essere è il bene, possa desiderare il vero bene, desiderando l’essere. E quando desidera il vero bene, desidera l’essere di tutti gli esseri, perché questo è il bene, e dunque dà loro il retto valore e li ama; ecco che ella è diventata giusta, si è redenta. Una tale anima, conoscendo il valore dell’essere e sapendo di essere l’essere recupererà il retto amore anche di sé, e già dicemmo che l’anima che conservi il retto amore di sé è sana, perché se non si sente profondamente lesa dalla penosa sensazione di non avere valore e si ama, non cerca di darsi quel valore che non ha, non cerca di ingigantirsi, scambiando per beni i mezzi che possano soddisfare questa smania di darsi un valore eccessivo e illegittimo, che è la sua malattia: tutto questo era la materia che trattammo nel precedente studio La cura dell’anima. Ora ci sentiamo di aggiungere che l’anima sana può dirsi anche giusta perché ha dato almeno a sé stessa ciò che le spetta, la forma sana, appunto, luminosa e sapiente, e tende a desiderare lo stesso bene anche per le altre anime, cioè tende alla giustizia. Il che è come dire che la salute dell’anima, che le proviene dalla retta conoscenza dell’essere, da un altro punto di vista è giustizia. Notiamo anche che, se l’anima non è schiava di una tendenza a ingigantirsi, perché sa darsi il retto valore, non alimenterà nemmeno quelle tendenze irrazionali che dipendono da tale smania di ingigantimento, la sua superbia, perché ha sradicato da sé le cause che le fanno essere, cioè il desiderio di riservare per sé tutto il valore a scapito degli altri e di negare la propria eguaglianza con gli altri, la normalità umana, che chi non ha la retta idea di essere sente erroneamente come screditante. E tali tendenze, abbiamo visto, sono quelle ad alimentare sentimenti negativi verso il prossimo (gelosia, invidia) e desideri dannosi (prepotenza, distruttività); sono, insomma, ciò che si sarebbero chiamati “vizi”, se il Cattolicesimo non si fosse impadronito di tale termine, insieme a quello opposto, “virtù”, e non ne avesse alterato talmente il significato da renderlo assurdo, sicché oggi nessuno osa più parlare di vizio o virtù, per tema di essere scambiato per bigotto repressivo e irrazionale. Vogliamo ora, invece, recuperare il significato scientifico di questi due termini, perché essi sono strumenti indispensabili alla realizzazione del bene, che ci erano stati proditoriamente sottratti.
NOTE AL LIBRO
I.
Nota 1: cfr. Il fondamento della ricerca, §2.9 e La cura dell’anima, §1.3 e passim.
Nota 2: abbiamo definito la salute dell’anima (cfr. ivi, §1.5) come lo stato che consegue alla conoscenza della verità ontologica; il Lettore ricorderà la relazione che abbiamo stabilito tra l’idea di bene e la tendenza verso desideri e sentimenti: a seconda di ciò che un’anima crede essere il bene, desidererà cose diverse, perché noi desideriamo ciò che crediamo un bene. Sicché nell’anima si produrranno tendenze razionali, cioè sane, verso il bene vero (l’insieme delle tendenze e dei contenuti conoscitivi che ne stanno alla base si chiama “forma spirituale”) solo se ella ha in sé la retta idea di bene. E poiché è bene l’essere, come già dicemmo, occorre che ella sappia correttamente che cos’è l’essere, perché abbia salute. Tutto questo è materia contenuta nel libro I de La cura dell’anima, e, comunque, essendo il principio fondamentale della nostra psicologia, in mancanza del quale non si può sradicare il male dall’anima, non ci stancheremo mai di ripeterlo (vedi anche infra, §§2.1-2.2). Dell’amore abbiamo parlato nel II libro de La cura dell’anima. Mi permetto di richiamarne qui la definizione: si chiama amore il desiderio di bene, sia inteso come tendenza a desiderare il bene, sia come singolo atto desiderativo (cioè ogni singolo desiderio contingente, se va verso il bene, è un atto d’amore), e si chiama amore anche il sentimento di fruizione del bene presente, cioè gioia o felicità.
Nota 3: si veda Il fondamento della ricerca, §§2.1-2.2; 2.4 e 2.9-2.10.
Nota 4: l’idea è ciò che è immediatamente visto nel pensiero quando esso applica il metodo assiomatico deduttivo, a partire dall’assioma principale, che essere è pensiero e cioè coscienza e conoscenza di sé, e che essere è bene, male non essere. Attenzione a non confondere l’idea, che è una visione chiara e certa che l’essere si procura su sé stesso a priori, deduttivamente, senza l’apporto dell’esperienza sensibile, con i concetti ricavati a posteriori dall’esperienza sensibile, cioè astratti, che sono tutti sbagliati, perché confusi, oscuri e contraddittori. Il Lettore ricorderà ciò che dicemmo negli ultimi tre libri de Il fondamento della ricerca, che, cioè, le sensazioni del mondo terreno non rappresentano veri esseri ma simulazioni fuorvianti e ingannevoli. E, comunque, il Lettore che voglia seguirci è invitato a tenere sempre presente il rovesciamento del “ragionamento bastardo”, come lo chiama Platone nel Timeo (52b), il pregiudizio materialista sull’essere, che abbiamo compiuto nel I libro dello stesso scritto.
Nota 5: per il concetto di “fantasmagoria di comodo”, vedasi La cura dell’anima, §4.9 e per “superbia” e “attaccamento” e tutta la teoria del bisogno di ingigantire la propria importanza come patologia dell’anima deprivata del suo retto valore, vedasi ivi, libro III.
Nota 6: promettiamo qui di elaborare un testo ove si dimostrerà la concordanza tra la nostra Scienza sacra con il dettato evangelico (chiamiamo così, Scienza sacra, la nostra filosofia per distinguerla sia dalla pseudoscienza materialista che dalla religione irrazionale; si noti che per noi “sacro” ha il significato di “intoccabile”, ma non perché il sacro sia proibito ai profani, come nel linguaggio distorto della superstizione, bensì viceversa, noi usiamo tale vocabolo nel suo significato originario: il “sacro” in tempi assai remoti coincideva col “pubblico”, cioè era sacro ciò di cui l’individuo non poteva appropriarsi esclusivamente, non era “privatizzabile”, detto in termini moderni, ma che doveva rimanere patrimonio di tutta la collettività: per esempio, erano sacre le fonti, perché l’acqua è una risorsa che spetta a tutti e nessuno può appropriarsene in esclusiva. Infatti la nostra scienza, essendo semplice, chiara e ben dimostrata è anche massimamente condivisibile). Prima, però, occorrerà terminare il ciclo di studi sull’essere e sull’anima.
LIBRO II.
VIZI E VIRTU’ DELL’ANIMA.
LIBRO II.
INDICE DEGLI ARGOMENTI.
Richiamo al concetto di forma spirituale e alla terminologia connessa(2.1).
L’immagine della pianta: l’idea introdotta nell’anima è la causa (seme), delle sue disposizioni (fusto), e le disposizioni sono causa dei singoli contenuti della coscienza e delle sue azioni (frutti). La pianta buona e la pianta cattiva (2.2).
Salute e giustizia dell’anima: se l’anima è sana, cioè possiede la retta forma spirituale, è anche giusta; se l’anima è ammalata perché la sua forma spirituale è composta da tendenze irrazionali, è anche ingiusta. Le azioni colpevoli sono, infatti, sintomi della malattia dell’anima, frutto cioè delle sue tendenze irrazionali(2.2-2.3). Etica e scienza dell’anima hanno lo stesso oggetto, il bene e il male, ma da due punti di vista differenti(2.3).
Vizio e virtù: prima definizione(2.4). Polemiche contro concezioni false di virtù presenti nella nostra cultura(2.4).
Definizione completa di vizio e di virtù e classificazione delle virtù secondo la tradizione socratico-platonica(2.5-2.6). La superbia (2.5). Digressione sull’esigenza di rigore terminologico: i solecismi diventano calunnie(2.5).
La virtù come intelligenza; equivalenza tra intelligenza e bontà(2.7). Polemica contro un errore della cultura comune, che vuole ragione e bontà in antitesi tra loro(2.7).
Prima classificazione dei vizi, e impostazione del problema(2.8).
2.1.Onde realizzare il nostro proposito di recuperare il retto significato dei termini “vizio” e “virtù”, non sarà inutile, credo, ritornare un momento alla visione della forma spirituale e svolgere un richiamo ordinato alla terminologia ad essa connessa. Abbiamo visto nel nostro precedente studio sull’anima, che la radice dei desideri e dei sentimenti nell’anima stessa è l’idea di bene, perché noi desideriamo ciò che sentiamo come bene e proviamo sentimenti di contentezza fruendo di ciò che consideriamo bene; la disposizione a desiderare una certa cosa sentendola come bene dipende, quindi, dalle concezioni sul bene che l’anima ha inserite in sé stessa. E già nella nostra scienza dell’anima abbiamo distinto la forma spirituale di chi, vivendo allo stadio animalesco, crede che il bene sia la sopravvivenza del corpo terreno e la riproduzione della specie, da quella di chi soffrendo per la svalutazione di sé dovuta all’essere umani, crede che sia bene tutto ciò che serve a colmare la lacuna, a coprire la propria mancanza di valore e a ingigantire il proprio ego; il bene come utile del corpo e della specie terreni, e quindi della società terrena, e il bene come illusoria soddisfazione individualistica, appagamento di un bisogno irrazionale di distinguersi dandosi più importanza, come mezzo di autoesaltazione, sono le due concezioni errate che vanno confutate e sradicate dall’anima perché ella possa trovare il bene vero, la retta conoscenza dell’essere e di sé, cioè la verità. Abbiamo chiamato DESIDERI IRRAZIONALI quelli prodotti nell’anima dalle false concezioni sul bene, e TENDENZE IRRAZIONALI le disposizioni a desiderarli: cioè, la disposizione o tendenza verso una certa cosa è potenzialità di desiderare quella cosa, mentre il desiderio è l’atto singolo contingente, è il singolo atto desiderativo effettivamente prodotto dall’anima nelle singole occasioni. O meglio, possiamo chiamare “tendenza” il desiderio in potenza, e “desiderio” l’atto desiderativo singolo, benché nel linguaggio comune le due cose vengano spesso confuse. Anche le tendenze a provare certi sentimenti possono essere irrazionali, quando l’anima si compiace di cose che crede beni ma non lo sono realmente, o prova dispiacere per quello che sembra un male ma non lo è, oppure è indotta a provare sentimenti negativi per il bene altrui (vero o presunto) o compiacimento maligno verso qualche presunto male che abbia colpito qualcun altro. Tutto poggia sulla falsa idea che la svalutazione e il danno degli altri sia il nostro bene, consentendoci di accrescere a dismisura la nostra importanza. Per esempio, è un sentimento irrazionale l’invidia, che è il moto negativo di una persona che veda un altro in possesso di un bene, vero o presunto, che egli (o ella) non ha, come se fosse un male che gli altri raggiungano il bene. L’invidioso è tale per via della sua superbia, cioè della smania di tenere gli altri distanti da sé e relegati nella svalutazione, mentre chi riesce a procurarsi un bene, in quest’ottica distorta, sembra valere di più. Intendo dire che per una tale anima è un bene, erroneamente, riuscire a dirsi superiore agli altri, e ciò produce in lei fastidio e dispiacere quando ella si avvede d’aver mancato tale scopo. Parimenti dicasi per la gelosia, che è il sentimento di chi vuol riservare un bene, vero o presunto, solo per sé e deprivarne gli altri, come se l’anima avesse bisogno di distinguersi e negare la propria normalità umana per valere qualcosa. Anche questa tendenza irrazionale rampolla dall’idea che ingigantirsi rispetto agli altri sia un bene.
2.2.Insomma, rappresentiamoci lo spirito come se fosse terreno da coltivare: se getto un seme, cioè se vi introduco un’idea, nascerà e crescerà una pianta che ha per fusto le disposizioni o tendenze (che dir si voglia) e per frutti i desideri, i sentimenti, le volizioni e le azioni che ne dipendono. Se il seme era buono, cioè se l’idea di essere e di bene era quella retta, nascerà una pianta buona, il cui fusto sono le tendenze a provare desideri e sentimenti razionali, e i cui frutti saranno buoni: i singoli desideri e sentimenti razionali, cioè amorosi, volizioni rette e azioni giuste. Infatti, se l’anima ha in sé la retta idea di bene sentirà come beni le cose che sono realmente tali e non sbaglierà nelle sue scelte e farà il bene. Se il seme era cattivo, cioè se nello spirito si è introdotto l’errore concettuale sull’essere e sul bene, le sue tendenze saranno dirette verso desideri irrazionali, cioè la pianta sarà cattiva e produrrà frutti tossici e amari, e spine: sentimenti e desideri irrazionali e perciò dannosi e azioni ingiuste(1). E’ molto importante che l’anima veda chiaramente sé stessa, e perciò insistiamo su questo punto, che forse non s’era focalizzato a sufficienza: quando l’anima sente una cosa come bene, la desidera, perciò i nostri desideri dipendono da ciò che crediamo essere il bene; in ogni desiderio c’è implicito e inespresso un giudizio. Se l’anima ha in sé concetti di bene errati giudicherà beni e dunque desidererà quelle cose che non sono beni realmente, desidererà dei beni falsi e illusori. Questi desideri sono irrazionali, perché rampollano da idee irrazionali: come dicemmo nell’immagine della pianta, l’idea è il seme da cui nasce un fusto che è la tendenza a desiderare un certo tipo di cose credendole beni; la tendenza, poi, che è desiderio in potenza, si traduce in atto nei singoli desideri, che sono irrazionali se la tendenza è irrazionale, e cioè rampolla da un’idea irrazionale di essere e dunque di bene. Se invece l’anima ha in sé la retta idea di essere e dunque di bene, sentirà come bene, cioè desidererà, quello che è bene realmente e perciò tale desiderio è razionale e la tendenza a provare quel tipo di desiderio, poggiando su un’idea razionale, è una tendenza razionale. Così dicasi per i sentimenti: se sento una cosa presente come bene, gioisco, perciò i miei sentimenti positivi dipendono dalla mia idea di bene: se questa è razionale il sentimento è razionale, se è invece una concezione errata sul bene, la mia gioia o contentezza dipenderà da un bene falso, che io giudico bene irrazionalmente, e perciò sarà un sentimento irrazionale, e la tendenza a provarlo, che rampolla dall’idea irrazionale di bene, sarà una tendenza irrazionale; lo stesso dicasi per i sentimenti negativi. Il Lettore ricorderà che abbiamo chiamato la pianta buona “forma spirituale eletta” e la pianta cattiva “forma spirituale animalesca o bestiale”, dividendo la forma spirituale irrazionale e maligna in due specie(2).
2.3.Vediamo dunque che c’è una stretta relazione tra salute dell’anima e giustizia: se la sua forma spirituale è retta, cioè se le sue tendenze sono tutte razionali perché dipendono dalla retta idea di essere e di bene, ella avrà in sé anche la giustizia, che, abbiamo detto, è la realizzazione del bene, e cioè consiste nel dare a ciascuno ciò che gli spetta. Infatti, l’anima che sappia che l’essere è coscienza e conoscenza di sé, e sappia che la coscienza dell’essere è molteplice, è la somma degli infiniti atti di coscienza del pensiero infinito, e che questi siamo noi, le anime, sa anche che è bene che a ogni anima tocchi di essere l’essere, e che sia una retta rappresentazione dell’essere; dunque ella amerà il bene di tutte le anime, compresa sé stessa, cioè vorrà che tutte le anime, compresa sé stessa, abbiano il bene, la verità: solo così, infatti, avendo in sé la verità, un’anima può essere la retta rappresentazione dell’essere. L’anima così istruita, perciò, amerà la giustizia e compirà solo azioni giuste, perché vorrà realizzare il bene e cioè consentire a tutte le anime, compresa sé stessa, di possedere la verità. Ella darà la medesima importanza che a sé stessa anche a tutte le altre anime, perché sa che tutte le anime sono il bene, perché il bene è l’essere che conosce sé stesso ed è nei suoi atti di coscienza, nelle anime tutte, che il pensiero infinito, l’essere, rappresenta e dunque conosce sé stesso; ella quindi darà il medesimo valore alle altre anime come a sé stessa. E, per definizione (cfr. supra, §§1.1-1.2), riconoscere a ciascuno il retto valore e non negare a ciascuno ciò che gli spetta, cioè la verità, è giustizia. Tutte le azioni di un’anima siffatta saranno rivolte alla giustizia, cioè alla realizzazione del bene; invece, l’anima ammalata, che è quella che non possiede la forma eletta per la mancanza della retta idea di bene (perché, cioè, non sa che cos’è l’essere), non saprà realizzare il bene e così essere giusta, perché non sa che cos’è, e vedremo in seguito quanto danno può fare sia la mancanza di un’idea retta di giustizia che la negazione di essa. Dunque se la giustizia è la realizzazione del bene e se l’anima sana (come abbiamo chiamato l’anima che abbia in sé la forma retta) è buona, cioè tende al bene, l’anima sana è anche giusta e se un’anima è giusta dimostra di essere sana. Questo spiega perché nel nostro precedente testo, dedicato alla cura dell’anima, ove ci affaticammo a distinguere la malattia dalla salute, già avevamo anticipato i concetti fondamentali della nostra etica, parlando di bene, di male, di vizi e di virtù, anche se allora chiamavamo i vizi “tendenze irrazionali” dell’anima e le virtù “tendenze razionali” (cfr. La cura dell’anima, nota 3 al libro II), e anticipando già esempi di azioni e comportamenti ingiusti, considerandoli però non colpe, ma sintomi di malattia dell’anima. Infatti l’ingiustizia è effetto della forma errata dell’anima, che è malattia, la quale a sua volta ha la sua radice nell’ignoranza della retta idea di essere; se il Lettore ha prestato attenzione a quanto detto supra, §2.2, e nei §§1.1-1.5 del nostro precedente scritto, La cura dell’anima, deve ormai essersi convinto di questo: l’ingiustizia, cioè la mancata realizzazione del bene, che è tendenza a deprivare gli altri del bene e del valore e dunque a commettere azioni ingiuste, è effetto della mancanza nell’anima dell’idea di bene, e cioè della conoscenza dell’essere. Infatti i moventi delle azioni ingiuste sono i sentimenti e i desideri irrazionali di chi alimenta in sé tendenze dovute a concezioni errate sul bene, le quali derivano da una visione errata dell’essere. Come dire che le azioni ingiuste e l’ingiustizia sono i sintomi della malattia dell’anima; sicché, praticamente, l’etica e la scienza dell’anima vengono a coincidere, essendo entrambe scienze del suo bene e del suo male. Unica differenza fra questi due rami della nostra Scienza sacra, come abbiamo stabilito di chiamarla (vedi nota 6 al I libro, in parentesi), è che nella cura dell’anima focalizziamo l’attenzione sulla mancanza del bene nella singola anima, e cerchiamo di osservare la sua forma spirituale, i suoi attaccamenti, e cioè come soddisfi la sua tendenza a ingigantirsi indebitamente; nell’etica rivolgiamo l’attenzione al male che compie nei confronti degli altri, alle sofferenze e ai danni che provoca nelle altre anime commettendo azioni ingiuste, e dunque chiamiamo la sua malattia “colpevolezza” e “colpe” i suoi sintomi. E dunque chiamiamo “vizio”, cioè tendenza alla colpa, ciò che prima avevamo chiamato “tendenza irrazionale”.
2.4.Eccoci dunque alla definizione di vizio e di virtù. Vizio è una tendenza irrazionale dell’anima, cioè la disposizione a desiderare un falso bene oppure a provare un sentimento irrazionale, prodotto da una concezione errata sul bene; la volontà, che è la facoltà di scelta ed è sempre tesa verso l’ottenimento di un bene anche quando nell’intelletto la retta idea di bene è oscurata da concezioni false, è viziata, appunto, quando pur volendo il bene non sa realizzarlo, perché, ingannata dai falsi beni, sceglie quello che crede un bene ma non lo è(3). Virtù è invece la disposizione retta, razionale, che nasce nell’anima dalla visione retta del bene, e cioè dell’essere; quando l’anima ha in sé solo tendenze a desiderare il bene vero e a provare sentimenti amorosi e la sua volontà è sempre diretta verso ciò che realmente è il bene, si dice virtuosa. Distingueremo più oltre le varie specificazioni di vizio e di virtù; per ora sia chiaro che è virtuosa solo l’anima che abbia ripristinato in sé la retta visione dell’essere e sapendo che essere è bene, e che essere è il pensiero infinito che rappresenta sé stesso rettamente nelle molteplici sue coscienze, desidera solo la verità e ama tutte le altre anime, come sé stessa, cioè vuole che esse tutte abbiano la verità, il bene. L’anima realmente virtuosa si adopera unicamente per questo scopo; e perciò la virtù non è, come pensano i Cattolici, la dedizione a quelle norme che servono a far sopravvivere e prosperare la società terrena, che sono ciò che essi considerano “dovere” (cfr. La cura dell’anima, §5.6 e nota 11 al libro VI), e in particolare non è virtù per la donna la verginità fino al matrimonio e la fedeltà al marito, né dedicarsi alla prole trascurando tutto il resto, compreso ciò che rende realmente virtuosi, cioè la ricerca della verità; né è virtù per l’uomo dedicarsi al benessere della propria famigliola omettendo di amare chi è fuori dalla ristretta cerchia della propria parentela biologica; né per i figli è virtù obbedire ai genitori terreni, se questi impongono i valori falsi di una morale irrazionale fondata sull’errore di identificare il nostro essere con il corpo aggregato, omettendo di onorare e amare ciò che realmente ci fa nascere: la verità, la conoscenza dell’essere e del bene. No, la virtù non è l’obbedienza a un Dio creatore, che non esiste, come già abbondantemente abbiamo dimostrato(4), la Natura non è Dio, e i suoi interessi non sono la volontà divina; la confusione tra la volontà divina e gli scopi della specie terrena è un errore disastroso, che porta gli uomini verso il male e li allontana dal bene e non è virtù dunque l’adesione a una morale che si fonda su questo errore(5). Comparando capillarmente la forma spirituale di chi possiede la vera scienza con quella di chi viene ingannato dalla religione irrazionale, troveremo nella prima la somma delle virtù e la seconda colma di vizi.
2.5.Vizio, dunque, è una tendenza alla colpa, cioè a commettere azioni ingiuste, che è come dire a realizzare i desideri irrazionali ai quali l’anima tende: chi desidera un falso bene, credendo di procurarsi un bene, fa invece danno a sé stesso o agli altri. Iniziamo dalla prima specie del vizio, che già vedemmo ne La cura dell’anima: la superbia. Ivi (§§3.3-3.7) ne osservammo la genesi nel bisogno di ingigantirsi che ha l’anima la quale si senta svalutata; superbia è appunto una tendenza a ingigantire sé stessi, il proprio valore, la propria importanza rispetto a quella degli altri; è l’incapacità di condividere il bene, di reputare bene l’uguaglianza con gli altri. E’ insomma la negazione della bontà e della giustizia: l’anima giusta dà a ciascuno ciò che gli spetta, mentre il superbo vuol deprivare gli altri del loro valore e riservarsi tutto il valore per sé; l’anima sana desidera il bene, che è la somma di tutte le coscienze dell’essere, e dunque ama tutte le altre anime, il che è come dire che ella ha la bontà, che è buona, che vuole il bene di tutti, mentre il superbo non sa condividere nulla con gli altri, né i veri né i falsi beni, e dunque è ostile e scostante verso il prossimo. Nello studio sulla salute e sulla malattia (cfr. ivi, §3.6) vedemmo la superbia, appunto, come un sintomo della malattia dell’anima, che è la perdita dell’amor di sé; qui vediamo la superbia come colpa, perché se ingiustizia è privare qualcuno, sé stessi o il prossimo, di ciò che gli spetta, il superbo, da ciò che abbiamo detto testé, risulta anche ingiusto. E’ importante avere ben chiara in mente la definizione di superbia, perché capita spesso che vengano accusate di superbia quelle persone che non sono superbe affatto. Invidiosamente, infatti, gli inetti chiamano egoisti o narcisisti (che nel loro linguaggio è equivalente a superbi) coloro che si impegnano a cercare la verità, l’eccellenza, il bene, e i Cattolici accusano d’orgoglio le persone che cercano una via logico-razionale al bene usando il termine “orgoglio”(6) come equivalente di “tendenza a ingigantirsi”. Non è raro in tali ambienti questo tipo di solecismo(7), un uso improprio del linguaggio che diventa calunnia, perché essi, avendo i concetti tutti offuscati e confusi dalla loro irrazionalità non sanno usare rettamente le parole: già dicemmo (cfr. Il fondamento della ricerca, §5.6) che questo è il mondo alla rovescia, dove le cose non vengono mai chiamate con il loro nome, dove si chiama bene il male e male il bene, salute la malattia e malattia la salute, e superbia l’amore e amore la possessività feroce del superbo. Il rigore terminologico è invece indispensabile per chi voglia vedere rettamente la realtà e non mentire, e dunque è impellente rettificare i concetti, liberare l’anima dagli errori concettuali che eclissano le rette idee dietro al fumo e alla nebbia di rappresentazioni confuse e contraddittorie perché tratte a posteriori dall’esperienza (quando le vere idee vanno dedotte dagli assiomi) e deformate dalla viziosa tendenza alla falsificazione, e cioè dalla disonestà concettuale di chi è violento verso la realtà.
2.6.Dopo la giustizia, possiamo passare alla classificazione delle altre virtù. La tradizione platonica ne offre tre: temperanza, coraggio e intelligenza, e ci insegna che quando le facoltà dell’anima, e cioè le sue virtù, sono tutte allineate verso il bene, perché l’intelligenza ha in sé la retta idea di essere e dunque di bene, si ha nell’anima lo stato di giustizia. Ed è quello che abbiamo tentato di dire anche noi, asserendo che l’ontologia, cioè la retta visione dell’essere, è il farmaco che rende giuste e buone, e dunque sane, le anime. L’intelligenza, dunque, cioè la tendenza verso la verità, che è il bene, è una virtù, ed è quella fondamentale, senza la quale le altre facoltà dell’anima non sarebbero virtù, perché è l’intelligenza del bene che ci consente di finalizzare al bene vero tutte le nostre capacità, che altrimenti, indirizzate verso beni illusori, risulterebbero vizi. Il coraggio è la capacità di resistere al male, e la temperanza è la capacità di resistere ai desideri che distrarrebbero verso di sé quelle energie e quelle risorse che vanno invece convogliate verso la realizzazione del bene. Soffermiamoci un poco su questi argomenti: innanzi tutto, il Lettore avrà notato che nel presente paragrafo abbiamo chiamato le virtù, cioè le tendenze razionali dell’anima, anche col nome di “facoltà” o “capacità”. In effetti, quando l’anima si procura il retto desiderio, cioè desidera la verità, che è il bene, può procurarsi anche la capacità di realizzarlo; e quando desidera il bene per tutte le altre anime, cioè ha la tendenza alla giustizia, può trovare i mezzi per realizzare questo desiderio, e così via: diciamo quindi che l’anima ha la virtù ed è virtuosa quando non ha solo la tendenza verso un bene, ma quando non rimanga inattiva e si dia la pena di trovare i mezzi opportuni per arrivare al suo fine. Infatti, quando l’anima si muove verso la realizzazione di un bene lo chiama “fine” e si procura i mezzi opportuni per arrivare al suo fine quando mette in atto le cause di cui il fine sarà l’effetto. Questo è un punto importante, perché ci consente di completare la nostra definizione di virtù: possiamo infatti chiamare virtù in potenza la disposizione razionale dell’anima, ma perché la virtù sia efficace e diventi virtù in atto, ci vuole qualcosa di più: la capacità di realizzare ciascun desiderio retto che la tendenza razionale dell’anima genera nelle singole situazioni contingenti, cioè compiere azioni virtuose. Dunque la virtù è la tendenza verso un desiderio razionale unita alla capacità di realizzarlo. Perciò per essere giusti, o meglio, perché la giustizia in noi diventi da semplice disposizione una vera e propria virtù, non basta desiderare il bene per tutte le anime, bisogna anche procurarsi i mezzi opportuni per realizzarlo, per quanto si può, e compiere azioni giuste; e per essere temperanti non basta una generica tendenza alla sobrietà, o alla nostalgia di una vita semplice, bisogna proprio procurarsi una strategia per poter finalizzare tutte le proprie energie alla ricerca del bene, rinunciando agli sprechi, a ciò che magari è gradevole, ma sarebbe dispersivo, ed attuarla costantemente; e per essere coraggiosi, non basta il desiderio di contrastare il male, ma bisogna farlo realmente, bisogna combattere in modo efficace e non lasciarsi scoraggiare dalle privazioni e dalle sofferenze che tale lotta comporta. Così le tendenze si trasformano in facoltà o capacità dell’anima, e cioè da virtù potenziale in virtù attuale, nelle singole azioni, nelle singole scelte. Se torniamo all’immagine della pianta del §2.2 dove il seme è l’idea retta, il fusto la disposizione razionale e i frutti sono i singoli avvenimenti dell’anima, quali desideri, sentimenti e azioni che accadono a un certo momento del tempo nelle determinate situazioni, possiamo dire che la virtù è quella forza che produce frutti, che li porta a maturazione, è la capacità di tradurre nei singoli fatti la disposizione razionale. Possiamo così riallacciarci a quella tradizione antica che parte da Socrate e si perfeziona in Platone, la quale ci insegna che la virtù è una techne, cioè una scienza applicata. Infatti la tendenza razionale dipende dalla scienza, cioè dalla retta idea di essere e di bene, mentre la virtù è l’esercizio pratico, cioè l’applicazione della tendenza, e le azioni virtuose sono i suoi prodotti.
2.7.Dunque la tradizione socratico-platonica ha ragione quando ci insegna che tutte le virtù sono specificazioni dell’intelligenza e che l’anima è giusta quando tutte le sue facoltà sono dirette dall’intelligenza. Vorrei aggiungere un’osservazione. Abbiamo definito la bontà come tendenza al bene vero, e abbiamo definito il bene come essere e cioè come coscienza che conosce rettamente sé stessa, come pensiero e verità; dunque il bene è la verità e, d’altronde, abbiamo definito l’intelligenza come tendenza alla verità unita alla capacità di procurarsela. Ma dunque scopriamo che bontà e intelligenza hanno la stessa definizione: bontà è la tendenza al bene, che è verità; intelligenza è la tendenza alla verità, che è il bene. Nel nostro sistema, cioè in una filosofia condotta con metodo logico-razionale, bontà e intelligenza sono la stessa cosa. Soltanto la falsa ragione e la falsa bontà possono essere in conflitto, nel mondo alla rovescia, dove le cose non vengono chiamate con il loro nome e si chiama bontà la tendenza a umiliarsi davanti a un presunto onnipotente, che invece è un atto di ripugnante piaggeria, e ad accollarsi come dovere una serie di norme falsamente morali, che non sono il bene, e non sono dunque volontà divina, perché la volontà divina o coincide col bene o non è tale, ma sono gli interessi di una Natura ingannevole, che porta l’uomo lontano dal suo vero essere e dal suo bene, e perciò non lo rendono buono, ma malvagio, perché il vero uomo è coscienza, è pensiero, o spirito, che dir si voglia, mentre la specie terrena lo costringe a identificarsi con un corpo aggregato che ne deturpa l’anima con i suoi istinti fino a imprimerle una forma animalesca destinata poi inesorabilmente a cadere nella bestialità; e dove si chiama ragione lo sragionamento assurdo che pone l’essere al di fuori dell’essere, cioè del pensiero (perché solo ciò che pensa è)(8). Invece nel vero mondo, nel nostro mondo, dove si chiama ragione l’anima capace di riflettere rettamente le idee e così di conoscere rettamente l’essere, e che dunque ha intelligenza, si chiama questa sua virtù anche bontà, perché se intelligenza è la tendenza alla verità, unita alla capacità di procurarsela, e la verità è il bene, la tendenza alla verità è anche tendenza al bene, cioè bontà. I singoli atti dell’intelligenza, cioè gli enunciati veri, ben dimostrati, sono dunque azioni buone, che realizzano il desiderio di bene, e i mezzi con cui la bontà si soddisfa procurandosi l’intelligenza dell’essere sono l’applicazione del metodo corretto, quello deduttivo, i suoi assiomi e i suoi postulati, e il linguaggio, cioè una terminologia chiara e ben definita e una sintassi precisa. Ma delle azioni realmente virtuose, come delle azioni colpevoli si dirà più oltre.
2.8.Gli altri vizi, oltre alla superbia, il Lettore lo vede facilmente da sé, sono la tendenza a falsificare la verità, e cioè la stoltezza, che è falsa scienza o superstizione religiosa, e includiamo nella falsa scienza tutte quelle sedicenti filosofie che parlano un linguaggio oscuro e privo di rigore logico, spacciando l’oscurità per profondità (se ne trovano numerosi esempi nella cultura novecentesca e contemporanea); l’intemperanza, che può essere tendenza allo spreco o avidità, o tutt’e due insieme; e la debolezza d’animo, cioè la tendenza a cedere rinunciando al vero bene per paura delle conseguenze dolorose che colpiscono chi si oppone alle morali errate della consuetudine. La negazione della giustizia, che abbiamo riscontrato nel superbo, può dirsi più generalmente ingiustizia, che abbiamo già definito sopra come tendenza a deprivare il prossimo dell’essere e del valore, e ha in effetti la sua radice nella false idee di bene che rendono l’uomo prima egoista (nella sua forma animalesca dove il bene coincide con l’utile del corpo terreno) e poi superbo (nella forma bestiale, dove sembra bene all’anima ingigantire la propria importanza negando quella altrui). E però, in altra sede, dovremo addentrarci più capillarmente nella casistica dei vizi, esaminando le specificazioni dei generi testé elencati e chiederci anche se la tradizione non sia incompleta quando elenca quattro virtù soltanto e dunque quattro vizi, che ne sono la negazione o il pervertimento. Nel presente scritto ci siamo proposti, infatti di enunciare solo il fondamento dell’etica, non di esaurire tutto l’argomento.
NOTE AL LIBRO
II.
Nota 1: è per questo che Cristo disse: “Non c’è infatti albero buono che faccia frutto guasto, e neppure albero guasto che faccia frutto buono. Perché ogni albero si conosce dal proprio frutto: sulle spine infatti non si raccolgono fichi, né sui rovi si vendemmia uva (Lc.6,43-44; cfr. anche Mt.7,16-20)”. E’importante tenere ben presente quanto già detto ne La cura dell’anima, §1.11 e cioè che il momento in cui realmente si esercita la facoltà di scelta non è quello dell’azione, quando le cause sono già state seminate e si sta solo verificando l’effetto, ma quello in cui si introduce una concezione (il seme, appunto) nella propria anima. Non possiamo decidere che frutto darà una pianta al momento di raccoglierlo, possiamo scegliere che frutto produrre quando mettiamo in terra il seme, scegliendo opportunamente che specie piantare; non posso pretendere di raccogliere una prugna dolce e dorata, se ho piantato, in precedenza, un rovo selvatico e spinoso.
Nota 2: cfr. supra, nota 1 all’Introduzione.
Nota 3: è la tesi di Socrate, chiamata (a volte con sfumatura spregiativa, ma a torto, come già dimostrammo ne La cura dell’anima, nota 11 al libro VI) dagli storici della filosofia “intellettualismo”. E’ la tesi centrale della nostra scienza etica, così come lo fu per la tradizione socratico-platonica, prima che con l’avvento del Cristianesimo storico calassero le tenebre del medioevo e ogni scienza venisse eclissata; in particolare, al posto della nostra visione scientifica dell’anima e del suo male si imposero le concezioni irrazionali sulla caduta, la tentazione, il diavolo e il peccato. Ora vogliamo tornare sul sentiero giusto della visione logico-razionale, è davvero l’ora di impegnarsi in questo senso, perché questa insipienza e questa incompetenza sull’anima da parte di chi -ricordiamolo- promette falsamente di redimerla e ha monopolizzato per secoli il settore educativo, impedendo con la sua intolleranza lo sviluppo della vera scienza dello spirito, ha prodotto troppi guasti: l’anima dell’uomo europeo è colma di vizi devastanti e gli effetti si vedono, nella storia del XX secolo, al loro culmine, visto che esso è stato il periodo più sanguinoso della nostra esperienza e, sul piano spirituale, è quello che ha prodotto le ideologie più assurde e le filosofie più oscure. Segno dei tempi.
Nota 4: spero che il Lettore che stia seguendo l’itinerario da me proposto si sia ormai convinto di quanto dimostrato ne Il fondamento della ricerca, §§2.4-2.7 e 2.9-2.10; e anche ivi, §§3.18-3.19 e cioè che la creazione dal nulla è logicamente impossibile e anche che la Natura, aggregando atomi e legandoci a un falso corpo composto da altri esseri, che è una simulazione, non è un Dio onnipotente che ci dona la vita, ma un ingannatore (ma è una pluralità di intelligenze) che ce la toglie. Si veda su questo ivi, §§4.3-4.4 e segg.
Nota 5: le morali delle società terrene sono tutte irrazionali e tutte “relative”, come si dice comunemente (ma meglio sarebbe definirle errate e maligne), perché cambiano a seconda delle esperienze storiche; ed è una delle tante morali terrene, finalizzate cioè alla sopravvivenza del corpo aggregato e alla riproduzione della specie, nonché a conservare un dato assetto sociale, anche quella della Chiesa, che dunque è una morale relativa come tutte le altre (e, oltre tutto, particolarmente retriva), nonostante venga spacciata per morale assoluta, come se fosse rivelazione divina, dai Cattolici che la vogliono imporre di prepotenza. Tanto è vero che non esiste una sola morale cristiana, ma nel corso della storia ce ne sono state molte, a seconda delle epoche: chi abbia sufficiente dimestichezza con il dato storico saprà bene che dopo Costantino il sistema di valori e la morale romana, appena leggermente (e ipocritamente) infarinati di Cristianesimo, si sono sostituiti al vero messaggio di Cristo; diversa era la morale imposta dalla Chiesa feudale all’epoca di Gregorio VII, e diversa da quest’ultima fu quella connessa alla monarchia per diritto divino nell’età moderna, e di nuovo differente da entrambe è quella della Chiesa post-conciliare, data dal connubio con la borghesia capitalista. I sistemi di valori e la precettistica morale della Chiesa sono stati più d’uno perché essa sa adattarsi ai tempi, al senso comune dominante: il “Leviatano”, a ogni svolta storica, “guizza (cfr. Is.27,1)”, in modo da raccogliere il massimo consenso possibile e, soprattutto, da avere il favore del regime politico e del potere economico dominanti. La vera morale “assoluta”, cioè eterna, che sarebbe meglio chiamare “scienza del bene” o “etica razionale”, è quella tratta razionalmente, appunto, con metodo logico, dagli assiomi fondamentali dell’ontologia, cioè è quella di Socrate, Platone, Cristo (quello vero) e degli altri filosofi della medesima tradizione che fa capo alla scuola di Elea (o Elìa, come si pronunciava allora), che è ciò che stiamo cercando di recuperare negli scritti contenuti nel presente sito.
Nota 6: la parola “orgoglio” è di derivazione germanica e dunque deve essere entrata nel lessico italiano in epoca franco-carolingia; ha assunto un significato quasi completamente negativo, come sinonimo di superbia, baldanza eccessiva, arroganza, mentre viene usata raramente come sinonimo di retta fierezza, coscienza dei propri meriti, legittima stima di sé. Non so che cosa intendessero i Franchi col loro termine orgoli, ma una cosa è sicura: se per orgoglio intendiamo il sentimento di soddisfazione che prova chi si sia procurato il bene vero, esso è retto amor di sé e non è certo un vizio; se invece uno si sente orgoglioso per motivi irrazionali, è un vizio. Non è illegittimo, comunque, accreditarsi meriti che si hanno realmente, e solo gli invidiosi stigmatizzano come orgoglio la soddisfazione di chi abbia realizzato qualcosa di buono o di bello, o anche di utile.
Nota 7: nel linguaggio comune si intende, di solito, il termine “solecismo” come sinonimo di “sgrammaticatura” o “improprietà di linguaggio”. A noi, in logica, importa quel particolare tipo di solecismo che consiste nel chiamare una cosa con il nome di un'altra che, se fatto volontariamente, non è solo un uso improprio del linguaggio, ma è una truffa, un tipo di menzogna. Il linguaggio dei Cattolici odierni è intriso di simili oscurità; l’ultimo caso è stato quello di chiamare “terrorismo”la legittima istanza di Andrea Rivera: egli chiedeva perché a Pinochet e a Franco (noti tiranni sanguinari) siano stati celebrati funerali cattolici, mentre al povero signor Welby, che alla fine dell’anno scorso, chiedeva solo di poter essere liberato da sofferenze insopportabili, lo si ricorderà, sono stati crudelmente negati. Domanda sacrosanta. Invece di rispondere il monsignore di turno ha chiamato terrorista Rivera, e ha sostenuto che quelli come lui non accettano il dialogo. Altro solecismo: ma se uno fa una domanda, e l’altro, invece di rispondere, si mette a urlare accuse senza senso, chi dei due è incapace di dialogo? E’ in voga ora fra codesti Cattolici dire ai laici (o laicisti, come dicono loro) che sono intolleranti, perché non permettono ai vescovi di esprimersi. E’ uno dei tanti solecismi (nel senso testé definito): chiamano “intolleranza” la legittima critica, il diritto di replica, ma è cosa ben diversa impedire la libera espressione del clero (cosa che nessuno sta facendo) dal dissentire con quello che il clero dice e criticarlo (cosa perfettamente legittima) e chiedere ai politici di non improntare le leggi dello stato sui dogmi cattolici. Chiedono tolleranza, intendendo dire che pretendono sottomissione cieca e muta, e se uno dissente e ragiona è “intollerante”. E questi sono solo i casi più vistosi. Abbiamo già più di una volta asserito, nel corso delle nostre riflessioni, che questo è il mondo alla rovescia, dove le cose non vengono chiamate col loro nome ed è per questo che invitiamo le persone che vogliano uscirne alla chiarificazione logica dei concetti e dunque alla definizione rigorosa delle parole: la cultura umana è una catena ininterrotta di errori concettuali e solecismi, per lo più involontari, ma in certi casi, quando chi li usa è incline alla frode e alla prepotenza, come abbiamo visto, intenzionali.
Nota 8: il Lettore ormai ricorderà quanto da noi dimostrato nel libro I de Il fondamento della ricerca sull’impossibilità di un essere oggettivo, fatto di materia eterogenea al pensiero, ed esteso in uno spazio extramentale e dell’applicazione del principio di ragion sufficiente mediante cui abbiamo dimostrato tale impossibilità. Cogliamo l’occasione per rammentare che chi non abbia espulso dalla propria mente questo, che Platone (Timeo 52b) chiama “ragionamento bastardo” e non abbia compiuto il periagein (Repubblica 515c), cioè la conversione del suo occhio spirituale, l’intelletto, verso la retta idea di essere (che è pensiero e coscienza e non qualcosa di esterno) non riuscirà a seguire le nostre dimostrazioni che sono tutte condotte per deduzione a partire da questo assioma, che essere è pensiero e che bene è essere.
LIBRO III.
GLI STRUMENTI
PER IL GIUDIZIO.
LIBRO III.
INDICE DEGLI
ARGOMENTI.
Ricapitolazione terminologica : bene, verità, bontà, intelligenza; fine e mezzi, virtù; il bene e i beni(3.1). Terminologia (segue): male, ignoranza; malattia, vizi, azioni colpevoli; il male e i mali(3.1). Anche i sentimenti sono beni o mali (primo accenno)(3.1).
Elenco dei significati della parola “bene”(3.2).
Elenco dei significati della parola “male”(3.3).
Occorre distinguere tra male e sofferenza (o dolore): la sofferenza è un bene quando è un sentimento razionale, è un male quando è un sentimento irrazionale(3.4). Polemica contro chi svaluta il dolore(3.4).
Provare dolore irrazionale è una colpa; non sempre provocare sofferenza è una colpa: se è un dolore irrazionale è fondato su un giudizio errato e dunque non è una colpa, cioè un’azione che abbia prodotto un vero male, quello che l’ha provocato, ma un’azione legittima scambiata erroneamente per colpa(3.5).
Importanza del saper giudicare rettamente la natura dei sentimenti e dei desideri: se nascono da una falsa idea di bene e sono irrazionali nessuno ci può accollare come colpa la loro mancata realizzazione, provengono da pretese illegittime; sono pretese illegittime anche quelle del cosiddetto dovere(3.6), e non dobbiamo sentirci in colpa per i sentimenti negativi che provochiamo, se sono irrazionali e dunque non è realmente un male quello che abbiamo fatto per provocarli(3.6). La chiarezza su questi concetti produce in noi la virtù del coraggio (o forza d’animo)(3.5 in fondo; 3.6. in fondo).
Occorre distinguere i sentimenti positivi dal bene: è errato chiamare bene il piacere o la contentezza. I sentimenti positivi, se irrazionali sono dei mali(3.7). La forma edonista inconcludente, debole e intemperante (primo accenno)(3.7). Chi distingue i sentimenti razionali da quelli irrazionali cerca solo ciò che realmente è il bene e dà gioia a ragion veduta, e dunque non disperde energie dietro a falsi beni: è cioè temperante(3.7).
3.1.Ricapitolando quanto detto in precedenza: chiamiamo bene l’essere, ma l’essere non è se non conosce sé stesso, dunque il bene è la verità, ciò mediante cui l’essere conosce sé stesso; chiamiamo bontà la tendenza al bene che è tendenza alla verità, e dunque diventa intelligenza quando sappia mettere in atto i mezzi per realizzarsi, cioè quando desiderando conoscere una cosa applica il retto metodo(1) per procurarsi tale conoscenza. Abbiamo introdotto nel precedente libro II un nuovo termine, quello di “fine”, dicendo (§2.6) che quando l’anima si muove effettivamente verso un bene, esercitando la propria virtù, cioè la capacità di appagare i desideri razionali verso cui ha tendenza, lo chiama “fine”. Dunque la virtù è la facoltà dell’anima razionale di trovare i mezzi per arrivare al suo fine. Aggiungiamo quindi un’altra nota terminologica: se chiamiamo bene il fine retto, che è l’acquisizione della retta sapienza (ciò che ci fa essere realmente, rinascere eterni) e anche la forma spirituale razionale, che ne è l’effetto, cioè la salute dell’anima, chiamiamo “beni” i mezzi che ci consentono di arrivare al fine e consideriamo beni anche le virtù e le azioni da esse messe in atto. Ma poiché il bene è anche l’essere di tutte le altre anime, oltre alla nostra, consideriamo bene, in particolare, la giustizia, fra le altre virtù, che è la realizzazione del bene intersoggettivo, completo; e sono beni i mezzi che ci aiutano a realizzarlo, ma i mezzi opportuni, quelli realmente efficaci perché tutte le anime condividano il bene, cioè arrivino a conoscere la verità e si liberino dal male, l’ignoranza, e guariscano dalla malattia spirituale che è la forma spirituale errata prodotta dalla stoltezza. Distinguiamo l’ignoranza che è carenza di verità, dalla stoltezza che è illusione di sapere, possesso di saperi falsi. Infatti abbiamo chiamato male la mancanza di essere, che è ignoranza, visto che è essere solo il pensiero che rappresenta rettamente sé stesso, e malattia ciò che è generato nell’anima dalla stoltezza, il falso sapere sull’essere e sul bene, che è la forma spirituale errata, irrazionale, un groviglio di tendenze verso ai falsi beni, e dunque di vizi, e incline all’ingiustizia. Se abbiamo chiamato virtù la capacità di tradurre in azioni rette le disposizioni razionali, abbiamo chiamato vizio la tendenza alla colpa, cioè le tendenze irrazionali che si traducono poi in azioni colpevoli, quando le capacità dell’anima, che allora diventano mali anch’esse, sono impiegate per soddisfare desideri di beni falsi, quelle soddisfazioni illusorie che ostacolano il bene; tali azioni hanno l’effetto di deprivare sé stessi o il prossimo del bene e provocano perciò sofferenza. Chiamiamo male, dunque, non solo la privazione dell’essere, della verità, della retta conoscenza di sé che nell’anima è causa della malattia, ma chiamiamo male anche la malattia che ne deriva, e cioè la forma spirituale irrazionale, animalesca o bestiale che sia(2), con tutti i suoi vizi, che sono mali anch’essi e chiamiamo mali i singoli desideri irrazionali che l’anima prova quando ne ha occasione, e anche le azioni colpevoli mediante cui li soddisfa, nonché i mezzi, cioè le capacità sviate dal retto fine che le consentono di realizzarle.
3.2.Insomma, la parola “bene” ha più di un significato: e sarà bene (non lo diciamo a caso) elencare ordinatamente tutti i significati della parola bene:
in primo luogo è bene l’essere, ed è bene la verità senza di cui l’essere non è; e sono il bene tutte le coscienze dell’essere, cioè è bene la somma di tutti gli atti di coscienza, le anime, senza di cui l’essere non conoscerebbe sé stesso e non sarebbe; ed è bene la forma spirituale retta o salute dell’anima, mediante cui ogni anima rappresenta rettamente l’essere.
In secondo luogo sono beni gli effetti del bene: le tendenze razionali e le virtù, e i mezzi che ha la virtù per realizzarsi, e sono beni anche le singole azioni virtuose e i singoli desideri razionali che, sorti in una certa occasione (il termine filosofico è “contingenti(3)”), le hanno motivate.
Aggiungiamo che sono beni anche speranze e timori, cioè desideri rivolti al futuro, a possibilità che non sappiamo con certezza se si realizzeranno o no indipendentemente da noi, oppure se siano o no realizzabili con i nostri sforzi, purché tali desideri siano razionali, altrimenti sono mali (per esempio: la paura della morte è un male, perché poggia su una falsa idea di essere; mentre la speranza di potersi liberare dalla dipendenza dall’aggregato corporeo è un bene, è un desiderio razionale).
Anche i sentimenti sono beni, quando sono razionali(4): gioia o contentezza o felicità, cioè la percezione di un bene realizzato, è un bene anch’essa. Ma è un bene anche un sentimento doloroso, che sia la percezione dell’avverarsi di un male, se il male che provoca in noi tale sofferenza è rettamente giudicato tale. Infatti anche questo è un sentimento razionale.
3.3.Sarà bene (e non diciamo a caso neanche questo: intendiamo polemizzare con chi proibisce all’uomo di procurarsi la scienza del bene e del male, fondandosi sulla storia della famosa mela) elencare anche tutti i significati della parola “male”:
in primo luogo male è l’ignoranza, per via della quale l’uomo perde l’essere, perché per essere in senso pieno occorre avere coscienza e conoscenza di sé; ed è male la menzogna sull’essere, la falsa sapienza e cioè stoltezza. E’ male la forma spirituale irrazionale dell’uomo che ignora sé stesso, il proprio vero essere, e ha false idee su sé stesso e sull’essere, che si chiama anche malattia dell’anima, per la quale l’uomo non è più la retta rappresentazione dell’essere, ma immagine offuscata e distorta, oscura e deforme.
In secondo luogo sono mali gli effetti del male: tendenze irrazionali e cioè vizi, e sono mali anche i singoli desideri contingenti di beni illusori, e i mezzi mediante cui si soddisfano, e le azioni colpevoli che ne vengono motivate.
Anche paure e speranze sono mali, quando sono irrazionali, e cioè non è un vero bene quello che si spera o un vero male quello che si teme: per esempio, la speranza di arricchire, il timore di non poter avere figli etc.
Infine, i sentimenti irrazionali sono mali: addolorarsi per un bene, credendolo un male o gioire malignamente per il male altrui, credendo di trarne un vantaggio e che dunque sia un bene è, in entrambi casi, un male, e così via.
3.4.Il Lettore si sarà forse stupito perché ho detto testé (§3.2, in fondo) che il dolore, se è un sentimento razionale, è un bene. Nel linguaggio comune, infatti, il dolore è la stessa cosa che “male”. Si chiama male, comunemente, il dolore fisico: “mi fa male una spalla”, per esempio, oppure: “ho mal di testa”. Come si è visto, invece, nel nostro elenco di significati della parola “male” non compare il dolore fisico, come non compare nella lista dei beni il piacere fisico, perché per decidere su questa questione dovremo disquisire a lungo altrove. Qui stiamo usando i termini in senso spirituale e, per la precisione, dobbiamo dire che la sofferenza spirituale, ovvero il dolore dell’anima, non è sempre un male, cioè è un male provocarlo, ma chi lo prova, cioè lo subisce, perché percepisce la presenza di un male, fa un bene, perché dà alle cose il giusto valore, giudicando un male quello che è realmente tale. E’ male infatti solo il male inflitto, non quello subito, va da sé, visto che chiamiamo male la colpa, e dunque è sbagliato chiamare “male” anche la sofferenza come si fa nel linguaggio comune. Ed è una cosa da correggere, perché gli errori concettuali sono fonte di confusione e oscurità, e deve essere chiaro che è male l’azione ingiusta che infligge sofferenza, ma non è un male la sofferenza che si prova: se chi prova sofferenza lo fa perché percepisce un male e lo disapprova, tale sofferenza è un sentimento razionale e dunque un bene. Ovviamente stiamo parlando in senso spirituale, non fisico. Il dolore è un male solo quando è un sentimento irrazionale, cioè è una sensazione negativa prodotta da quello che si crede un male ma non lo è: per esempio, un genitore si addolora perché suo figlio non ha voluto sposarsi e fare carriera, e dedicare tutta la vita all’arricchimento materiale etc. Dolore e sofferenza irrazionali sono dei mali, ma il dolore del giusto, la sofferenza di chi vede razionalmente il male e non rimane insensibile di fronte ad esso, è un bene, e, anzi, un bene sacrosanto. Dunque non chiamiamo male il dolore, ma la colpa, l’azione ingiusta che lo provoca e ricordiamo che, come tutti i sentimenti, esso può essere razionale o irrazionale, e che nel primo caso è un bene, nel secondo un male. E perciò non confondiamo il dolore, la sofferenza, con il male, sono due cose ben diverse e dobbiamo ricordare che il linguaggio comune a volte ci confonde e va purificato. Dove il linguaggio comune dice: “mi hai fatto del male”, bisognerà intendere di volta in volta o “hai commesso una colpa verso di me” senza che però si sia introdotto alcun male nella mia anima, oppure “hai prodotto in me dolore fisico”, e anche questo non ha prodotto in me, nel vero me stesso, nessun male. Una persona può farci del male solo se riesce a modificare le nostre idee introducendo il falso nella nostra anima, ma questo, se siamo forti e competenti, non glielo lasceremo fare; se riesce, la sua sarà una colpa grave, ma noi saremo corresponsabili perché ci siamo lasciati convincere e avremo fatto da noi stessi il nostro male, ma questo è un altro discorso, perché in questo caso la colpa commessa verso di noi non produce in noi sofferenza, ma illusione. Ripeto: la colpa è un male, ma provare dolore per aver percepito una colpa è un bene, perché è un sentimento razionale. Insisto su questo perché a volte le persone pensano che soffrire sia una debolezza, un segno di umanità e dunque di inferiorità, e che è più forte chi non soffre. Ma non è così: i sentimenti sono la percezione del valore delle cose, e cioè proverò sentimenti positivi (gioia, contentezza), se in una cosa che si verifica vedo un bene, mentre, se penso di essere alla presenza di un male, provo sentimenti negativi (dolore, sofferenza); ora, se il mio giudizio (=enunciato che riguarda il valore) sulle cose è razionale, cioè se la cosa che mi fa gioire è realmente un bene e se la cosa che mi fa soffrire è realmente un male, significa che quando la mia anima prova tali sentimenti dice qualcosa di vero, cioè esprime giudizi retti, sta percependo rettamente il valore delle cose (perché è retto dare valore(5) ai beni e, invece, disapprovare, cioè svalutare, i mali). E percepire è una capacità, e dunque è forza, non debolezza, visto che l’incapacità di percepire la realtà è debolezza: o forse è più forte un cieco di uno che ci vede? è più forte un sordo di uno che ci sente? No, e chi è sensibile al valore delle cose è più forte, laddove chi è ottuso, e che dunque ha meno comprensione della realtà, è più debole. Soffrire dunque è una capacità e un bene ed è segno di forza se la sofferenza è basata su un giudizio retto, sulla valutazione razionale di una cosa: se soffro di un male che è realmente tale, perché ricade sotto la definizione di male (quella che stiamo affaticandoci a esporre nel presente libro), la mia sofferenza è un sentimento razionale, ed è la percezione retta di un valore, ed è dunque un bene e un segno di forza, non un male, né una debolezza. E’ importante, ripeto, chiarificare il concetto di dolore, perché quando sappiamo che soffrire per un male è un bene, questo ci dà la forza di sopportare il dolore e di non rifiutarlo, come fanno, per esempio, quelli che, avendo in mente dei guazzabugli esoterici, pensano che bisogni sorridere di fronte a tutto, perché tutto quello che capita è bene che sia così, e che se una cosa ci sembra male sicuramente ci sbagliamo, perché se è accaduta l’ha voluta Dio, e se l’ha voluta Dio, anche se noi non capiamo la sua volontà imperscrutabile (e dàlli, con questa volontà imperscrutabile!), è un bene… Questi non fanno altro che legittimare, fondandosi su un mucchio di idiozie, la loro ottusità, la loro oscena insensibilità verso il male e l’ingiustizia, e assecondare la loro pigrizia mentale con il falso principio che “tutto quello che è, è bene”. Lasciamo costoro a passare la vita guardandosi l’ombellico e a recitare l’om, credendosi santi o illuminati; della loro negligenza chiederemo conto. Noi guardiamo con occhi aperti il male: qui nel mondo terreno la verità, il bene, è eclissato dalla falsa idea di essere che proviene all’anima dalla sua identificazione con l’aggregato che si spaccia per suo corpo ma non lo è(6); qui impera indisturbata l’ignoranza, la radice del male, e le anime sono tutte ammalate: dovunque volgi lo sguardo incontri forme animalesche o bestiali, e ovunque vedi, liberi di esplicarsi atrocemente, i mali. La storia umana altro non è che il lungo esplicarsi delle forme spirituali errate, infette e ripugnanti, e degli effetti di esse, un lungo drappo nero intriso di sangue. Guardiamo con occhi aperti a tutto questo: è il male, e guardando soffriamo. Il dolore è il sentimento razionale dei giusti(7).
3.5.Sicchè, male e dolore sono due cose distinte, e non tutti i dolori sono mali: la sofferenza razionale è un bene, mentre, come tutti i sentimenti irrazionali, il dolore irrazionale è un male, e intendiamo dire una colpa. Se uno piange per quello che crede un male ma non lo è, sbaglia e cioè fa un male, perché recriminando a torto accusa ingiustamente chi ne ritiene responsabile. Quante volte ci siamo sentiti accusare e ne siamo stati feriti, senza che avessimo fatto nulla di realmente colpevole! Infatti non sempre provocare sofferenza in una persona è una colpa: lo è solo se la sofferenza è razionale, cioè se la persona ha ragione di ritenere un male quello che le abbiamo fatto. Ci sono persone che si addolorano perché non hai assecondato le loro pretese illegittime, ma questo non è una colpa. Se, per esempio, mia madre mi accusa di averle provocato del dispiacere perché non le ho dato retta, quando voleva che io dedicassi tutta la mia vita a fare carriera e ad arricchire, questo sentimento non ha ragion d’essere, perché ella voleva obbligarmi a disperdere tutte le mie energie e tutto il tempo della mia vita dietro a falsi beni, omettendo di procurarmi il bene vero, la verità, e di dedicarmi a capire l’uomo, l’esperienza umana e la storia, che sono i mezzi con cui potrei contribuire a sradicare il male anche in altre anime e che dunque sono beni, essendo mezzi per realizzare azioni buone. Se mia madre si affligge perché non è riuscita a privarmi del mio bene e della mia giustizia, cioè perché non è riuscita a commettere contro di me spiriticidio, la sua sofferenza è irrazionale, perché soffre per un bene e rimpiange di non avermi inflitto un male. Io avevo tutto il diritto(8) di difendermi, la sua lesione nei miei confronti sarebbe stata gravissima se gliel’avessi lasciata realizzare(9), e il fatto che la mia scelta l’abbia lasciata scontenta e piena di rancore non implica che la mia azione sia una colpa. Il suo dispiacere è irrazionale, è sbagliato, è provocato dalla sua stoltezza, non da una mia azione colpevole, e se lo prova la colpa è sua; solo se il dolore è razionale, e cioè abbiamo inflitto al nostro prossimo quello che realmente è un male, l’azione che lo provoca è colpevole. Capire questo è molto importante, perché molte persone si dibattono inceppate da sensi di colpa, mentre è un’azione colpevole solo privare qualcuno di ciò che gli spetta, non di ciò che non gli spetta, e non spetta al nostro prossimo privarci del nostro bene e del nostro valore. Ricordiamolo, e non assecondiamo chi ci invidia, ci disprezza, è geloso della nostra virtù o è prepotente nei nostri confronti, per tema di offenderlo. Così possiamo trovare il coraggio, che è (cfr. la definizione contenuta supra, §2.6) la capacità di resistere al male, se abbiamo ben chiaro che è nostro diritto difendere con tenacia il nostro bene e il nostro valore, perché ci spettano, e sfidare così l’opinione comune, non lasciandoci condizionare dal giudizio di chi è incompetente sul bene e sul male, e giudica a vuoto.
3.6.Anche capire la natura dei sentimenti e dei desideri che le persone che ci stanno intorno rivolgono verso di noi è importantissimo, dunque, perché potremmo esserne condizionati: capire se un desiderio in noi stessi è razionale o irrazionale è importante perché ci consente di non commettere errori nel compiere le scelte della nostra vita e di non compiere azioni colpevoli, ma capire se un desiderio è razionale o irrazionale quando è un’altra persona a provarlo è parimenti importante, soprattutto se questa persona pretende da noi la sua soddisfazione: dobbiamo distinguere le pretese legittime delle persone nei nostri confronti dalle loro pretese illegittime e assecondare solo le prime, mai le seconde. E’ legittimo che una persona ci chieda di rispettare il suo bene e il suo valore(10), non è legittimo che una persona pretenda di deprivarci del nostro bene e del nostro valore. Lo vedremo in dettaglio in altra sede. Se so che una pretesa è illegittima nei miei confronti posso resisterle, non dando nessun peso alle accuse che scaglia contro di me questa persona che rimane contrariata dal mio diniego e nemmeno ai giudizi della società, del senso comune che si fonda su una morale sbagliata perché, considerando vero essere il corpo fisico, scambia per bene il suo utile e chiama bene erroneamente il dovere, che è ciò che serve alla società terrena per mantenersi prospera, e fa dunque non il bene ma gli interessi della specie. Il Lettore avrà già notato che ci siamo ben guardati dall’elencare tra i significati della parola “bene” anche il dovere e fra quelli della parola “male” anche l’omissione nei confronti del dovere. Abbiamo già dato la confutazione dell’errore che identifica il bene col dovere(11), e non possiamo che ribadirla qui in quanto il dovere altro non è che una congerie di pretese illegittime che la società terrena rivolge prepotentemente verso l’individuo imponendogli i suoi fini sbagliati, cioè la riproduzione della specie e la prosperità materiale. Ripetiamo che l’utile della società terrena e gli interessi della specie terrena non sono il bene e non è volontà divina che noi ce li accolliamo come doveri, sono fini animaleschi e a noi non spetta di essere animali; e chi ce li impone avanza verso di noi pretese illegittime, che dunque non vanno assecondate. Pretendere che l’individuo sacrifichi il suo bene vero, la ricerca della verità e della salute spirituale, e della consapevolezza sull’uomo, sulla storia e sul male, per fare l’utile della specie, spacciandolo assurdamente per dovere, è un’azione spiriticida, criminale, e depriva l’uomo di ciò che gli spetta, cioè la via verso la forma spirituale rettificata, verso il recupero del vero essere, del vero amore e verso la giustizia. E’ importante, dicevamo dunque, che l’anima sappia distinguere quali pretese sono legittime e quali no, cioè se un desiderio altrui debba essere assecondato e realizzato oppure no; così come è importante capire se un sentimento rivoltoci è razionale o no, perché è così che l’anima si procura, come detto sopra, quella virtù che abbiamo chiamato coraggio, e che è la capacità di resistere al male e si potrebbe anche chiamare fortezza o forza d’animo, o tenacia: avendo ben chiara nella propria mente la nozione di bene e di male e sapendo distinguere rettamente una colpa da ciò che non lo è, ed evitando quindi di sentirsi accusare dalla scontentezza o dal dispiacere altrui, se questo è prodotto dal nostro rifiuto di assecondare una pretesa illegittima, ed è un sentimento irrazionale, la nostra anima avrà la forza di non lasciarsi condizionare dal giudizio negativo di chi ci valuta col suo falso metro, con i criteri di una morale errata e maligna, e saprà sopportare dunque il discredito e la disapprovazione di cui sarà fatta oggetto da parte degli stolti, sfidando la mentalità comune e l’opinione pubblica. Questo è coraggio.
3.7.Finiamo questo libro con un’altra precisazione importante: così come non tutti i sentimenti negativi sono mali, ma solo quelli irrazionali, nemmeno tutti i sentimenti positivi sono beni, ma solo quelli razionali. Già lo dicemmo (cfr. supra, §3.3, in fondo), ma forse occorre soffermare un poco la nostra attenzione su questo argomento. Se pensassimo che gioia, contentezza o piacere siano sempre beni, saremmo spinti a cercare queste sensazioni comunque, senza giudicare se la causa che li provoca è buona o cattiva, giusta o ingiusta, e legittimeremmo così azioni ingiuste, se danno un risultato che provochi in noi un piacere irrazionale. Così fanno quegli edonisti, la cui anima è formata da un sistema di idee materialista, che confondono il bene col piacere e non distinguono le sensazioni gradevoli che l’anima riceve passivamente dal corpo (il piacere(12), appunto) dai sentimenti di gaiezza che l’anima produce attivamente da sé. Queste persone non vedono altra meta nella vita che appagare tutti i loro desideri, tutti i capricci, senza distinzione, col risultato che essi passano una parte del loro tempo a procurarsi i mezzi per pagarseli e consumano l’altra in divertimenti inutili, frivole distrazioni e costosi acquisti. Non conoscono disciplina né autocontrollo, che è quello che noi chiamiamo temperanza: scialacquano tutta la loro vita dietro a ciò che sarà anche gradevole (secondo i loro gusti, almeno), ma non è il bene, e la loro vita è spesa invano. La loro forma spirituale è infantile, egocentrica; e poiché, ritenendo bene solo quello che è gradevole, accettano di provare solo piacere, sfuggono tutto quello che può dar loro fastidio, rifiutano di sentire anche il semplice dispiacere, non parliamo del dolore e della sofferenza. Sono perciò insensibili, disimpegnati, chiusi nel loro piccolo mondo, incapaci di condividere sentimenti col prossimo, sordi alle ragioni e ai bisogni altrui, mancano completamente di solidarietà e di generosità; e quando li tocca una qualche contrarietà, sono deboli e hanno reazioni sconclusionate. Ma sulla casistica del male parleremo più avanti; qui basti solo chiarire che, invece, chi sa distinguere i sentimenti razionali da quelli irrazionali, e sa che solo i primi sono beni e non i secondi, desidererà procurarsi solo quei beni che sono realmente tali e per i quali dunque a ragione si gioisce e non a vanvera: la verità, e la condivisione della verità, e i mezzi opportuni per arrivarci, e la consapevolezza sull’uomo, sulla sua storia e sul male. Non spendiamo energie per altro, perché sono sprecate: tutto ciò che non serve a procurare il bene a noi stessi o agli altri è spreco, e va evitato. Questa è temperanza; ma sulla casistica del bene ci affaticheremo più oltre.
NOTE AL LIBRO
III
Nota 1: è importantissimo capire che cosa realmente è l’intelligenza e come procurarsela. Abbiamo insistito molto sull’autonomia dell’anima nel darsi l’essere e la forma, nei nostri due precedenti scritti: il Lettore attento ha ormai gli strumenti per dedurre che l’intelligenza non è una dote ereditabile biologicamente, come pensano i materialisti, né tanto meno un dono dal cielo, come pensano i superstiziosi. L’anima si procura la capacità di comprendere la verità quando attivamente e volontariamente applica il retto metodo di ragionamento, e cioè quello assiomatico deduttivo, e diventa razionale quando applica il principio di ragion sufficiente. L’intelligenza non è un istinto riservato ai maschi, mentre alle donne è dato di essere “viscerali”, cioè irrazionali, passionali, e dunque inferiori, come pensano molte persone che hanno un aggregato corporeo di sesso maschile e perciò si credono erroneamente maschi (per il concetto di “principio maschile” e “principio femminile” cfr. Il fondamento della ricerca, §§2.6 e 2.11, e anche §2.13: chi non ha intelletto, e cioè la capacità di vedere le idee che rettamente rappresentano l’essere NON è un maschio, anche se il suo corpo aggregato presenta genitali maschili; viceversa è un maschio, anche se il suo corpo terreno presenta genitali femminili, quell’anima che veda rettamente le idee); né si può definire intelligenza la capacità di adattarsi all’ambiente, ché quella ce l’hanno più ricci, tartarughe e orsi polari che noi, e non dipende dalla loro anima ma dalla specie terrena. Né è intelligenza la capacità intuitiva che molte persone hanno o si vantano di avere, e cioè quella di venire a sapere le cose senza capire da dove provenga tale conoscenza: tutto ciò che l’anima riceve passivamente da “qualcun altro” (cfr. ivi, §3.14) e non si è data da sé non tocca la sua forma e non serve alla sua evoluzione verso il bene. Queste comode intuizioni non sono che un’interferenza del sistema nervoso (cfr. su questo ivi, §4.5) che ha come effetto quello di confonderci su che cos’è la vera intelligenza, e farci dimenticare che questa è una virtù e l’anima può procurarsela quando tende al bene, la verità e sappia mettere in atto i mezzi opportuni per raggiungerla, cioè sappia applicare il metodo logico-razionale, che è una cosa che si apprende, non si eredita per via di sangue né ti piove in capo dal cielo. Chi si aspetta doni dal cielo o dal destino e omette d’impegnarsi, rimane indietro.
Nota 2: per la distinzione tra forma animalesca e forma bestiale, vedasi supra, nota 1 all’Introduzione.
Nota 3: si chiama, nel linguaggio della logica, “contingente” ciò che è soltanto possibile, e dunque non sia vero in assoluto, perché la sua negazione non reca alcuna contraddizione, quando una causa lo fa essere. Contingente è, cioè, una possibilità che si è realizzata in un certo punto del tempo e dello spazio, come effetto di una causa. Il desiderio singolo è un fatto contingente, e dunque temporale. Per esempio: desidero che il mio vicino smetta di fare tanto fracasso, perché mi confonde mentre scrivo. C’è una causa, collocata proprio in questo punto dello spazio e del tempo, che ha prodotto in me come effetto il desiderio di quiete, che è un desiderio razionale (ma ovviamente sono contingenti anche i singoli desideri irrazionali), un bene, visto che la quiete è un bene vero, perché è un mezzo che mi consente di scrivere e dunque di condividere il bene, la sapienza, che è un’azione giusta e dunque un bene; non appena il mio vicino avrà smesso di trapanare (speriamo presto), anche il mio desiderio, appagato, cesserà di essere. Dunque “contingente” significa “reale perché causato da altro”; ciò che è contingente perciò è anche temporale. Il contrario di contingente è “assoluto”, ciò che è sempre vero perché la sua negazione reca contraddizione e che dunque non ha bisogno di una causa per esistere, ed è eterno e non temporale. “L’essere è” è una verità eterna, e l’essere, il pensiero infinito con le sue infinite coscienze, è assoluto, cioè non ha bisogno di altro che di sé per esistere, perché la sua negazione è una contraddizione: “l’essere non è” è un enunciato sempre falso. Dunque la coscienza di Agis è necessariamente esistente ed eterna, è verità assoluta, ma il desiderio che il rumore del trapano del suo vicino di casa finisca, che è sorto ora in essa, è contingente.
Nota (4): spero che il Lettore abbia ormai ben chiara nella sua mente la definizione di sentimento o desiderio razionale e di sentimento o desiderio irrazionale, già da noi espressa ne La cura dell’anima, §§1.1-1.3; 2.1; 4.9 e ribadita nell’Introduzione al presente scritto, al punto d, e anche supra, §§2.1-2.2. Qui aggiungiamo che anche timori e paure, essendo un tipo particolare di desiderio, possono essere razionali o irrazionali, a prescindere dal loro essere realistici o meno. Insisto su questo, perché un tenacissimo pregiudizio del senso comune oppone nella cultura contemporanea sentimenti e ragione, come se la capacità affettiva dovesse essere in quanto tale irrazionale, e la razionalità per forza arida e fredda; noi invece abbiamo stabilito (cfr: La cura dell’anima, §1.3) che solo l’anima che abbia in sé la retta idea di essere, e che cioè sa che l’essere è pensiero infinito e infinite coscienze che lo rappresentino rettamente, sa che cos’è il bene, poiché bene è l’essere, è la retta rappresentazione dell’essere, la verità; e dunque solo l’anima razionale sentirà come bene, cioè amerà sé stessa come tutte le altre anime, e avrà in sé l’unico vero sentimento, l’unico vero ardore. Se amore è desiderio di bene, e bene è l’essere, solo chi sia capace di applicare il metodo logico-razionale e sia padrone della verità ontologica amerà il vero bene, l’anima irrazionale o pseudorazionale avrà affetti deviati verso falsi beni, e alimenterà in sé immagini illusorie di amore e di bontà, in maniera deleteria.
Nota 5: si chiamano “valori” i beni, intendendo dire che se una cosa è un bene va conservata, è importante che non vada persa. Dare valore a una cosa significa cioè che la riteniamo importante, che ci impegniamo a conservarla e a farla rispettare, difendendola da chi la vuole distruggere. Va da sé che, poiché diamo valore a ciò che riteniamo un bene, dove vige una falsa concezione sul bene, sarà anche in auge un sistema di valori completamente sbagliato: sentiamo oggi continuamente sbandierare i valori della famiglia, della vita intesa in senso biologico, della diversità fra sessi, che sono per noi invece disvalori, cioè cose da svalutare, cose di cui liberarsi, perché sono beni falsi.
Nota 6: cfr. Il fondamento della ricerca, §§3.13-3.15 e passim.
Nota 7: è importante anche sapersi liberare da quella convinzione, propria della pessima cultura psicoanalitica, che chi soffre o è addolorato sia un frustrato, un fallito o, peggio ancora, un nevrotico. La psicoanalisi, che è una pseudoscienza, ha diffuso nella mentalità comune l’assurda convinzione che il grado di salute di una persona sia proporzionale al suo grado di soddisfazione individualistica, al suo successo, come lo chiamano, intendendo con questo termine la capacità di soddisfare la propria smania di ingigantirsi (mentre per noi è proprio questa la patologia dell’anima: e chi più è soddisfatto in questo senso, più male ha compiuto e più è ammalato) ed essere insensibili alle ragioni altrui. In quest’ottica, quello che evangelicamente si chiama “fame e sete di giustizia(Mt.5,6)”, cioè la sofferenza del giusto che ha gli occhi aperti sul male nel mondo umano e nella storia, che per noi ha immenso valore, viene invece svalutata come “frustrazione” e disprezzata come segno di fallimento. A quel mostro spiriticida, che ha tentato in tutti i modi di togliermi il mio bene, la conoscenza dell’essere e la salute della mia anima, il mio amore per la verità e la giustizia, quel sedicente dottore che la mia sedicente famiglia (branco di bestie, in realtà) mi ha accollato quando ero molto giovane perché secondo loro non ero “normale”, cioè mostruoso come loro, il quale pretendeva di misurare la mia salute col criterio di quanto lussuose fossero le mie vacanze e quanto “rimorchiassi” nel corso di esse, e che dunque mi ha bollato come “alienato” (senza curarsi di rispondermi quando chiedevo una definizione precisa di questa parola), visto che dedicandomi agli studi e non avendo soldi non facevo vacanze, chiederò conto, a suo tempo; per adesso sappiano costoro che chi è insensibile al male e riesce a satollarsi di piaceri, divertimenti, lussi, soddisfazioni illusorie in mezzo a questo sfacelo, chiamando salute l’egoismo e l’ottusità, il disimpegno e la frivolezza, e tutto ciò che è segno di insipienza, non è un uomo di successo, perché il vero successo è trovare il bene; ai nostri occhi è piuttosto come un disperato preso dal panico, che terrorizzato dall’idea di dover presto morire, cerca di distrarsi da questo pensiero in tutti i modi, divertendosi a più non posso e scialando inutilmente nei suoi squallidi lussi, e raccontando a sé stesso d’esser soddisfatto e arrivato, quando sa benissimo di essere come un topo intrappolato su una nave che affonda. Difendiamo dunque dagli attacchi di codesti teppisti dello spirito la nostra sofferenza razionale, la nostra afflizione, che è segno di elezione, non di nevrosi, ed ha valore infinito.
Nota 8: introduciamo qui, anticipatamente, il termine “diritto”: un’azione legittima che si compie per procurarsi un bene o per difendersi da un male. Ci servirà.
Nota 9: non è argomento di poco conto, ma questione di vita o di morte, ma nel senso spirituale, non terreno, dei termini. Poiché la morte dell’anima, che è ciò che l’avvicina al non essere, è l’ignoranza e la stoltezza (falso sapere, che ne è lo stadio peggiorato), chi ti impedisce di dedicarti alla ricerca della verità e della consapevolezza sull’uomo e sul suo male, e sul suo esplicarsi nella storia, co