GREGORIO AGIS.

 

 

 

 

 

L’ESSERE, L’ANIMA, I MONDI.

Studio avanzato sul concetto di realtà.

 

 

 

 

 

CONTENUTI:

Introduzione.

Il richiamo dei mondi: sogno è realtà, e la realtà è sogno (libro I).

Rispondere al richiamo (libro II).

I primi ostacoli: errori da evitare (libro III).

Gli enigmi sui corpi e sulle materie: complicazioni e trappole da affrontare (libro IV).

Ancora sugli enigmi e sugli ostacoli: complicazioni e difficoltà (libro V).

Ancora enigmi: il corpo non c’è. Spazio e spazi, e molti corpi per un essere (libro VI).

La mappa dei mondi (libro VII).

Altri dettagli per la nostra mappa dei mondi (libro VIII).

Ritrovare ciò che è perso (libro IX).

Conclusione.


INTRODUZIONE.

 

0.1.Dopo aver posto con il nostro primo scritto di ontologia, quello intitolato Il fondamento della ricerca, i fondamenti, appunto, della ricerca sull’essere, propongo qui di proseguire il cammino e di addentrarci in argomenti più avanzati. Iniziamo da un argomento importante, indispensabile anzi, perché l’anima si risvegli e recuperi le sue facoltà vitali, quelle che le consentano di ritrovare sé stessa, il proprio vero e vivo essere, di riconoscersi cioè come fonte inesauribile di splendore e di vita, libera ed autonoma, capace di nascere da sé senza bisogno di altro che di sé stessa e della propria verità.

0.2.Il Lettore ricorderà, spero, i contenuti del I libro de Il fondamento della ricerca: avevamo purificato l’anima dalle comuni concezioni sull’essere, che sono false e dunque la inquinano rendendola torbida e incapace di riflettere di sé una retta immagine; avevamo eliminato dalla nostra capacità riflessiva macchie quali i concetti errati di “materia”, “realtà extramentale”, “oggettività”, ed eravamo così arrivati a vedere l’essere nel pensiero che pensa sé stesso, che si conosce rappresentandosi, e avevamo chiamato “idea” ogni retta rappresentazione che l’essere ha di sé. A questo punto (§1.13) avevamo asserito che “intrinseca all’essere è l’idea di linguaggio”, e tramite questo eravamo arrivati a spiegare l’esistenza di una realtà fatta di immagini sensibili come prodotto del pensiero, avevamo cioè stabilito un legame causale tra immagine ed essere, intendendo per essere o vera realtà il pensiero e l’insieme dei suoi contenuti, e assegnando al corpo, a ciò che è visibile, la realtà dell’immagine, che esprime l’essere ma non è essere. Abbiamo anche dato una precisa definizione dello spazio (§1.14 e segg.) come “immagine dell’immaginazione dell’essere”, sostenendo dunque che spazio e corpi sono immagini prodotte dal pensiero quando esso si serve del linguaggio delle immagini e diventa appunto immaginazione.

0.3.Il Lettore, arrivato al §1.13 de Il fondamento della ricerca, ce ne rendiamo conto, correva un pericolo gravissimo: a causa della situazione in cui si trova l’anima qui, legata a un corpo aggregato, e anche della ormai millenaria abitudine di pensare all’essere come a un Dio creatore personale, molti Lettori, sentendo parlare di un essere che produce spazio e corpi col pensiero, avranno concepito questo come un altro essere, diverso da sé stessi, un “Essere Sommo” diverso dagli individui umani o d’altra specie. Infatti l’anima qui non ricorda più di essere fonte della materia, né si rende più conto della propria capacità di foggiare da questa materia corpi, solo pensando; ella non ricorda più, né può sapere di essere dio. Ma poi, chi abbia letto attentamente il II libro del medesimo scritto deve ben essere sfuggito a un tale pericolo, quello di personificare il principio come fanno i Cattolici e le altre religioni monoteiste e di crederlo Dio, un essere personale sopra gli altri esseri, loro creatore onnipotente, che è l’errore più disastroso che si possa commettere, un errore logico che produce superstizioni deleterie per l’anima umana e danni incalcolabili nella storia, come deve aver compreso chi ci ha seguiti nello studio intitolato La Natura. Temiamo però che alcuni Lettori intelligenti, e proprio per questo disgustati dalle credenze religiose, vedendo profilarsi il pericolo che le nostre argomentazioni potessero approdare a conclusioni coincidenti con la teologia cattolica, per tema di veder ricomparire quel Dio assurdo e ripugnante a ogni anima retta, abbiano perciò interrotto la lettura a quel punto e non abbiano accettato le nostre premesse, omettendo di prendere atto delle vere conseguenze di esse. Non sarebbe la prima volta che succede così: a ogni tentativo di discutere su questi argomenti, appena arrivo al nucleo della nostra ontologia, l’assioma dell’identità tra pensiero ed essere, e al linguaggio come forza creatrice del mondo visibile, mi sento dare frettolosamente del fideista, dell’irrazionale, del superstizioso e così via; viceversa, coloro che fondano la propria esistenza sulla fede rifiutano la dimostrazione razionale, o, nel migliore dei casi, l’accettano solo se essa è rivolta unicamente a corroborare i suoi dogmi, sicché in mezzo a questa umanità divisa in due mezzi eserciti che si combattono tra loro mi trovo sempre solo ed emarginato, e, quel che è peggio, inascoltato.

0.4.Per tale motivo, dunque, trovo impellente approfondire come primo argomento proprio questo: l’anima come fonte dei suoi mondi, l’anima come spazio e materia che sa darsi forma, quando ha in sé la luce delle idee rette. Dobbiamo sgomberare il campo da molti impedimenti, eliminare dallo “specchio”, la capacità riflessiva dell’anima, molte macchie e incrostazioni, cioè errori concettuali, pregiudizi, idee confuse e contraddittorie, che le impediscono di svolgere correttamente la sua principale funzione, quella di rappresentare in sé l’essere. Dovremo lottare contro una falsa scienza farneticante e infondata, la psicoanalisi, la quale vorrà convincerci che le nostre visioni dell’essere e dei suoi mondi sono sogni, allucinazioni o “prodotti dell’inconscio”. Ma abbiamo ormai procurato a noi stessi, alla nostra anima, le armi indispensabili per sconfiggere chi vuol confondere i nostri passi mentre camminiamo: la logica, il principio di ragion sufficiente e l’assioma fondamentale, la visione dell’essere come infinite coscienze dell’infinito pensiero...

0.5.Penso sia indispensabile, infatti, che l’anima ritorni a vedere il vero mondo, quello fatto di pensiero e di immagini prodotte dal pensiero, corpi semplici e simbolici i quali sono segni che significano le vere realtà, e cioè i contenuti invisibili del pensiero, ma che il pensiero sa rendere visibili, appunto, esprimendole mediante segni. Altrimenti, in mancanza dell’esperienza del vero mondo, l’anima non riuscirebbe ad ammettere che ciò che oggi le pare realtà sia invece un’ingannevole simulazione, o almeno lo farebbe molto difficilmente, mentre nei nostri precedenti scritti sulla cura dell’anima e sull’etica già abbiamo dimostrato come, perché l’anima guarisca dalla sua inclinazione all’odio, che è la vera sua malattia, ella debba ritrovare la retta visione di sé e del vero essere, onde ripristinare il proprio retto valore e tornare ad amarsi, liberandosi dai “punti di alienazione del valore”, i mezzi coi quali tende ad appagare quella superbia che la inclina all’odio in cerca di un valore spurio, spinta dalla mancanza di quello vero: eliminando gli errori concettuali sull’essere, ella può liberarsi dalle false concezioni sul bene e sul male che le derivano dall’identificazione col corpo aggregato e dal credere l’essere come qualcosa diverso da sé, e può tornare a percepire sé stessa e le altre anime come essere e come bene, e amare così sé stessa, tutti gli esseri, tutto l’essere. Se il Lettore mi seguirà fino alla fine del presente scritto troverà il bene nel vero essere, e la bellezza nella sua immagine, il vero mondo; e poiché chiamiamo beatitudine o paradiso la fruizione della bellezza, mi segua il Lettore, e troverà il vero paradiso.


LIBRO I.

 

 

 

 

 

IL RICHIAMO DEI MONDI. SOGNO E’ REALTA’ E LA REALTA’ E’ SOGNO.


LIBRO I.

 

INDICE DEGLI ARGOMENTI.

 

Non è un caso raro fra gli esseri umani avere sensazioni o intuizioni che richiamano alla vera realtà(1.1-1.2). L’anima in genere si trova impreparata ad accogliere tale richiamo: l’esperienza iniziale di Agis(1.3-1.4; 1.6).

 

Discussione sul concetto di normalità(1.4-1.5). Discussione sui concetti di realtà e sogno(1.7-1.13).

 

Dopo la correzione terminologica ci accorgiamo che le due parole “sogno” e “realtà” hanno la stessa definizione(1.14); ne possiamo concludere che è la “forza del sogno” a creare la realtà visibile (o corporea, che dir si voglia), cioè l’immaginazione, e che non c’è antitesi tra realtà e sogno, perché il sogno, che è visione di immagini, è esperienza della realtà, e l’esperienza è sogno(1.15-1.16). Breve ripresa sul concetto di normalità(1.16, in fondo): se ora riguardiamo l’esperienza descritta nel §1.6, non abbiamo più dubbi, non è solo un sogno, come dire che non è reale: è un sogno, e proprio perciò è esperienza reale(1.17).


1.1.Sono sicuro che il Lettore, o la Lettrice, abbia avuto almeno una volta nella sua vita l’impressione che si aprisse uno spiraglio, e che attraverso tale spiraglio Gli o Le si sia mostrata, brevemente ma chiaramente, una realtà diversa; magari tale visione sarà stata accompagnata da una sconcertante impressione di certezza, come qualcosa che abbiamo sempre saputo, ma che nello stato di coscienza consueto non ricordiamo più o a cui non facciamo più caso da tanto tempo. Nel 1981, quando ero nel mio ventunesimo anno, ho appuntato nel mio diario un’esperienza simile:

 

...mi era venuto come un pensiero che era apparso e scomparso in un istante, lasciandomi la certezza di aver visto un’idea che era la soluzione e la risposta di tutto; come dire un’idea semplicissima a cui però nessuno pensa e che invece servirebbe moltissimo... Qualcosa che di giorno dimentichiamo, ma che pensiamo di notte; è durante il giorno che non ci pensiamo, non ricordiamo più. Se solo riuscissimo a conservarne la memoria: è una cosa importante.

 

1.2.Sì, è una cosa importantissima quella che dobbiamo “ricordare”, ma essa giace sepolta sotto gli inganni e le illusioni del mondo terreno, nascosta dal corpo aggregato e dalla nostra identificazione con esso, che ci copre la vera materia e il vero corpo, quella materia che è il riflesso nello spazio della nostra coscienza e quel corpo che è frutto dell’unione tra tale matrice spirituale e le idee alle quali essa si rivolge e che essa rispecchia, quando le rappresenta in sé con un consapevole atto di pensiero.

1.3.Quando ricevetti questo richiamo, non ero ancora un filosofo, ero molto confuso e mi trovavo, come tutti, irretito negli errori del senso comune: avevo un concetto contraddittorio di realtà come “ciò che cade sotto ai sensi” e come “mondo oggettivo extramentale”, cioè pensavo reale solo ciò che fosse “fatto di materia”, e pensavo alla materia come a qualcosa di eterogeneo al pensiero e alla coscienza. Mi avevano insegnato a scuola che è reale solo ciò che è empirico e oggettivo, ma non avevo ancora notato la contraddittorietà di questa asserzione (cfr. Il fondamento della ricerca, §§1.2-1.3): come può essere oggettiva un’esperienza? ciò che cade sotto i sensi è, per definizione, soggettivo, e un’esperienza oggettiva non esiste, è una contraddizione in termini. D’altronde ero anche infarcito di quella religiosità vagamente cattolica che un’anima può assorbire dalla cultura comune, dalla lettura di Dante, per esempio, o da quelle vacue chiacchiere che gli insegnanti di religione chiamavano pomposamente “dibattiti”. Non frequentavo chiese o parrocchie, ma da bambino avevo dovuto seguire il catechismo, per ricevere i sacramenti, e anche alle elementari la cultura dominante inculcatami dalla scuola di stato era fortemente impregnata da motivi religiosi. In quel momento cruciale della mia vita non avevo ancora deciso se credere in Dio e diventare religioso o se abbracciare una mentalità scientifica e diventare ateo e materialista; insomma, mi trovavo a un bivio senza sapere che entrambe le direzioni erano sbagliate, che da qualunque delle due parti avessi svoltato, mi sarei trovato a camminare verso il male. Meno male che mi sono rifiutato di scegliere.

1.4.Nel 1981, quando la mia anima ricevette quell’imperioso richiamo, anche se non ero ancora un filosofo, ero già avvezzo da lungo tempo a esperienze, diciamo così, alternative. Così vengono illogicamente considerate dalla cultura comune: “stati alterati di coscienza”. Pessima definizione, perché definisce ciò che è alterato rispetto alla normalità senza prima aver dato una definizione logica di normalità. Spacciare per normalità la consuetudine è un errore concettuale: ciò a cui noi siamo abituati, infatti, può anche non essere veramente normale. In un mondo dove la maggior parte delle persone, o anche tutte, si fossero allontanate dalla norma, si chiamerebbe normalità una condizione anormale. Se, caro Lettore o cara Lettrice, Le dovesse capitare di trovarsi in un paese dove tutti hanno una gamba sola e dove viene reputato anormale o para-normale chi ne ha due, Lei si farebbe amputare una gamba per tornare alla “normalità”? Immagino di no. Ora, chi mi seguirà potrà rendersi conto che lo stato di coscienza che gli uomini considerano normale, dando per scontato che ciò a cui siamo abituati debba essere la norma, è invece uno stato profondamente alterato della coscienza, menomato anzi, perché noi siamo abituati alla condizione umana, che è ottenebramento e malattia, e non normalità. Se per normalità, infatti, intendiamo la condizione che realizza in sé la norma, una volta trovata la norma, che è quella verità sull’essere e sul bene prodotta dal retto impiego del metodo logico-razionale, la quale ci siamo affaticati ad esporre nelle precedenti opere di questo sito, possiamo anche stabilire che la condizione dell’anima unita a un corpo aggregato e completamente dimentica di sé e dell’essere non è di normalità, ma di malattia grave.

1.5.In particolare, è anormale che un’anima, la quale è uno degli infiniti atti di coscienza dell’essere e che dunque è l’essere stesso, invece di trovare le immagini dell’essere direttamente dentro di sé, nel proprio pensiero, che è l’essere, debba ricevere percezioni attraverso un aggregato che le fa credere di essere il suo essere, spacciandosi per suo corpo, quando invece le è estraneo, e che le fornisce mediante un lavorio farraginoso delle sensazioni spurie e ingannevoli, incomprensibili, in base alle quali ella è costretta a credere che la realtà sia fuori di lei e che i suoi contenuti e pensieri siano irreali. Sono da ritenersi normali, piuttosto, tutte quelle esperienze che l’anima vive senza che esse dipendano dal corpo aggregato, quando essa sogna e ha visioni, o sente pensieri suonare dentro di sé, senza che questo dipenda da quelle cause che sembrano meccaniche, ma non lo sono, e sembrano governare secondo quelle che sembrano leggi costanti, ma non lo sono, quelli che sembrano corpi extramentali ma non lo sono affatto, e sono invece aggregati di spiriti. Questa, lo si ricorderà, era la materia da noi trattata nei libri III e IV de Il fondamento della ricerca, e che sarà approfondita anche oltre, nella presente opera.

1.6.Sono sicuro che esperienze extra-aggregato (forse potremmo chiamarle più semplicemente esperienze spirituali, ma non chiamiamole “extra-corporee”, perché il vero corpo sta proprio là, nel mondo fatto di pensiero, che è la somma cioè delle immagini prodotte dal pensiero, le quali secondo la nostra definizione contenuta ivi, §1.14 sono i veri corpi), quali erano accadute a me fin da circa la metà degli anni settanta, capitino a tutti una o più volte nella vita: sarà capitato a tutti di svegliarsi al mattino, ma sentirsi rotolare giù dal letto con mossa lieve, e di trovarsi in un altro spazio; sarà capitato a tutti di accorgersi meravigliati di una straordinaria sensazione di leggerezza, di pace e di silenzio; di guardarsi intorno smarriti per capire che oggetti siano questi, che sembrano simili a quelli “della veglia”, ma poi non rispondono quando cerchi di interagire con essi come al solito: perché, se cerco di premere l’interruttore della luce, questa non si accende? e perché se tento di muovermi galleggio e vado a battere, senza provare alcun dolore, sul soffitto?

1.7.Ma, mi si dirà, erano solo sogni. E’ così che deve averli considerati la stragrande maggioranza di chi ha vissuto esperienze del genere, omettendo quindi di prestare loro attenzione; ed è questo un esempio lampante di come le parole usate malamente, e cioè il pensiero inceppato in concetti errati, precludano all’anima la possibilità di trovare l’essere, sé stessa, il vero mondo, sfuggendo alla sfera dell’esperienza ingannevole dove ora si trova imprigionata. C’è a questo proposito una graziosa storiella che raccontano i maestri orientali, quella del guerriero e della farfalla: un grande guerriero, forte e muscoloso, sognava tutte le notti di essere una farfalla e di volare lieve di fiore in fiore in mezzo ai prati, finché non si risvegliava e non si ricordava di essere un guerriero. Un giorno qualcuno gli chiese: ma sei un guerriero che sogna di essere una farfalla o una farfalla che sogna di essere un guerriero? Anch’io mi sono trovato di fronte alla stessa domanda dopo aver vissuto a lungo esperienze nel vasto mondo delle immagini simboliche, dopo aver ammirato ampi scorci dei paesaggi spirituali, dopo aver intravisto quel mondo quieto e splendente e le sue infinite città di cristallo, dove si svolge silenziosa la vera vita dell’anima: dov’è la realtà? che cosa è reale e che cosa è solo sogno? Come distinguere la realtà dai sogni?

1.8.Il senso comune e, dietro ad esso, la scienza materialista considerano “esperienza reale”, in antitesi con “i sogni” solo quella che si presume causata da un oggetto esterno fatto di materia, cioè di qualcosa che si pretende extramentale ed eterogeneo al pensiero, e governato da una serie di leggi naturali meccanicistiche e afinalistiche, intese cioè come esistenti da sé costantemente, senza un legislatore che le ponga e le mantenga valide per qualche scopo. Abbiamo già disquisito a lungo su questi argomenti nei nostri precedenti scritti, Il fondamento della ricerca e La Natura, e chi li abbia letti con attenzione deve ormai aver sradicato dalla propria coscienza codeste nozioni fasulle: abbiamo dimostrato logicamente impossibile l’esistenza di materia eterogenea al pensiero, che non si causa da sé e non è causata da nulla, incapace cioè di pensarsi da sé e dunque di essere; e abbiamo anche confutato il creazionismo (cfr. Il fondamento della ricerca, §§3.18-3.19) nel quale il pensiero religioso commette gli stessi errori logici del senso comune e del materialismo, salvo spiegare l’esistenza di una materia che si pretende esterna al pensiero e all’anima, e cioè oggettiva ed extramentale, mediante un assurdo atto di creazione da parte di un altrettanto assurdo “Essere Sommo”. Insomma, sia le persone religiose che i materialisti continuano ad asserire l’esistenza di un mondo extramentale che stia fuori dalla coscienza senza percepirsi da sé: questa è una trasgressione al principio di ragion sufficiente e dunque un enunciato irrazionale; i materialisti, inoltre, asseriscono l’esistenza di leggi non pensate e imposte da nessuno, ma che sono da sé meccanicamente, e anche questa è una vistosa trasgressione al principio di ragion sufficiente e dunque un enunciato irrazionale; quello invece che pensano i Cattolici, che tali leggi siano imposte arbitrariamente da un Dio incomprensibile, in contraddizione con sé stesso perché si comporta come se fosse un meccanicismo contrario alla verità e alla giustizia, è un’idiozia. In tutti i casi, comunque, è contraddittoria la pretesa che esista un’”esperienza oggettiva” che riguarda cose “reali”, e che sia distinta dai “sogni”.

1.9.Grazie alla nostra ontologia, come il Lettore ricorderà, abbiamo infatti ridefinito la realtà come l’insieme dei contenuti della coscienza, quali che siano, e ci siamo poi ripromessi di indagarne i generi, le specie, il significato, sulla base della concezione che quella forza che genera la realtà visibile è il linguaggio, cioè una capacità del pensiero, quella di rivestire di segni visibili e sensibili i suoi contenuti invisibili. Questa è la vera realtà definita in modo logico: il pensiero e i suoi contenuti, compresi i segni visibili, le immagini, che tali contenuti manifestano; e chiamiamo “immaginazione” la facoltà che il pensiero si è procurata di creare segni ed immagini per manifestare i suoi contenuti invisibili.

1.10.Ora: che cosa si intende nel linguaggio comune per “sogno” e “sognare”? Due cose principalmente: almeno in italiano, si chiamano comunemente “sogni”, in primo luogo, quelle esperienze, quell’insieme cioè di sensazioni, che riceviamo nel sonno, in uno stato di riposo dell’organismo, in cui il cosiddetto mondo reale non è più a noi presente; esso sparisce o si spegne mentre noi dormiamo e sorgono immagini, colori, sensazioni varie da... Da dove? il senso comune, nella nostra cultura materialista, soprattutto dopo decenni di diffusione della psicoanalisi, che è una pseudo-scienza particolarmente deleteria, vuole i sogni provenire dall’”inconscio”, una specie di doppione oscuro di noi stessi, fuori dal nostro controllo, che non è coscienza ma pensa e desidera e produce immagini senza avere coscienza di farlo, che sarebbe cioè una replica o una parte della nostra coscienza, di cui noi non abbiamo coscienza. Quanto sia oscuro e contraddittorio questo concetto di inconscio, non è difficile vederlo: se esso non è coscienza non è essere, perché l’essere è coscienza, e ciò che non è essere e dunque non è nulla non può fare nulla, né pensare, né desiderare, né produrre immagini. Pensare e avere coscienza di pensare, desiderare e avere coscienza di desiderare, immaginare e avere coscienza di immaginare sono la stessa cosa: non esiste un desiderio inconscio, perché se uno non prova un desiderio, non lo prova e dunque il desiderio non c’è, visto che desideri e sentimenti sono sensazioni, e se nessuno sente le sensazioni, queste dove sono? galleggiano nel vuoto? E perciò non esistono pensieri inconsci, perché è la coscienza che produce i pensieri e nessuno può pensare, e dunque anche produrre immagini, visto che anche le immagini sono pensieri, senza accorgersene: poiché la coscienza è il pensiero, non posso pensare senza averne coscienza, sarebbe come dire che ho coscienza senza avere coscienza o che penso senza pensare. E’ assurdo dunque dire che i sogni vengono dall’inconscio: se i sogni sono immagini, sono pensieri e sono prodotti dal pensiero e cioè da una coscienza, non dall’”inconscio”, che è una contraddizione in termini e dunque non può nemmeno esistere.

1.11.Quei materialisti che non accettano la psicoanalisi si spiegano i sogni come residui privi di senso dell’attività cerebrale della veglia, moti di qualche tipo che meccanicisticamente permangono nel cervello anche quando esso è in riposo e che in qualche modo fungerebbero da stimoli per la coscienza, simili a quelli che nella veglia provengono dai sensi, sicché ella continuerebbe a vedere un mondo esterno anche là dove non c’è. E’ inutile insistere sull’inconsistenza di una visione che vuole immagini e pensieri provenire dai meccanicismi di una materia extramentale che nemmeno può esistere; notiamo solo come la fisiologia del cervello, che studia le onde cerebrali e si affatica a scoprire il legame causale tra un certo tipo di onde e la presenza di sogni nella coscienza, si sia lasciata ingannare da quella che è solo una simulazione. Il cervello, infatti, o meglio un gruppo dei suoi neuroni, che sono spiriti, emana tali onde (ricordiamo che anche un’onda è un’immagine e dunque non può essere causa di nulla) ogni qual volta l’anima riceve dei sogni, per simulare un legame causale che non c’è: il cervello non è fatto di materia extramentale, ma è un aggregato di spiriti, poiché là dove c’è materia, ivi deve esservi uno spirito che si riflette nello spazio, per definizione: abbiamo infatti definito la materia come immagine dello spirito riflessa nello spazio, trovando che è irrazionale pensare a una materia che non sa causarsi da sé e non è causata da nulla, cioè che non sia il prodotto di un pensiero e della sua facoltà di produrre immagini, visto che la materia, se è visibile, è un’immagine; e abbiamo già parlato a lungo degli scopi che hanno le intelligenze della Natura aggregando questi spiriti, che sono gli atomi, nella materia terrena e creando una simulazione, nello studio intitolato La Natura: essi vogliono eclissare il vero essere e confondere la nostra coscienza onde sperimenti l’ignoranza e il male. Perciò i “neuroni”, cioè le subdole intelligenze della Natura a questo preposte, emanano onde di un certo tipo, o, per meglio dire, fanno comparire la loro immagine ogni volta che la nostra coscienza riceve sogni, per farci credere che la causa dei sogni sia una residuale attività meccanica del cervello, sapendo che per disattenzione noi tendiamo a interpretare come un legame causale ciò che invece è una semplice concomitanza. Così facendo nascondono all’anima, che vogliono tenere prigioniera nella simulazione, quello che altrimenti potrebbe essere un facile accesso al mondo spirituale, alla vera realtà.

1.12.Ma almeno su un punto tra noi e il senso comune c’è accordo: i sogni, intesi in questo senso, sono ricevuti passivamente dall’anima e dunque non sono prodotti dall’individuo che sogna. Non ci resta che applicare il principio di ragion sufficiente, o meglio un suo corollario, che dice: “se un contenuto della coscienza non l’ho prodotto io ma esiste, deve essere il prodotto della coscienza di qualcun altro”, per capire che cosa sono i sogni e da dove vengono. Visto che i sogni, che sono immagini e dunque sono pensieri, non sono prodotti dalla coscienza dell’individuo che sogna, devono essere prodotti dalla coscienza di qualcun altro. E questo altro è, per definizione, un’altra coscienza, poiché se produce immagini pensa, e se pensa ha coscienza e dunque non è un “inconscio”. Nel linguaggio comune si dice “ho fatto un sogno questa notte”, ma è un’espressione errata, un solecismo, perché quando facciamo realmente qualcosa ce ne accorgiamo, abbiamo coscienza di fare questa cosa volontariamente e attivamente: non avrebbe senso dire, per esempio, di fronte a una torta che non ho fatto io, “ho fatto inconsciamente una torta”, perché se la torta c’è ma non l’ho fatta io deve averla fatta qualcun altro. Quando sogniamo non facciamo nulla volontariamente e attivamente, ma riceviamo passivamente e nostro malgrado delle immagini. Dunque non posso dire: “ho fatto un sogno”, sarebbe come dire, dopo aver guardato un film alla TV: “ho fatto un film”. Ma non l’ho fatto io il film: l’ho ricevuto come prodotto della coscienza di qualcun altro.

1.13.Ma, dicevamo sopra (§1.10), vi è un secondo significato che la nostra lingua italiana conferisce al termine “sogno” e “sognare”, quello attivo: in effetti, l’anima fa sogni volontariamente e attivamente, quando riveste consapevolmente di immagini i propri pensieri. Possiamo immaginare di essere altrove, in una situazione diversa da quella “reale”; siamo soliti immaginare varie possibilità che si realizzino a partire da una determinata nostra scelta: possiamo immaginare, per esempio, come sarà una casa dopo averne cambiato la disposizione dei muri e dei mobili, come sarà la nostra vita dopo che avremo scelto di cambiare lavoro, dopo che ci saremo sposati con una determinata persona, possiamo sognare di guadagnare molto e di trovarci in una situazione di benessere, pieni di agi... In questo senso troviamo che “sogno” significa “fantasia” o “progetto” a seconda che il nostro sogno sia realizzabile o no, e se abbiamo intenzione di mettere in atto i mezzi opportuni per realizzarlo.

1.14.Dunque i sogni sono prodotti del pensiero quando esso si serve di immagini. Il Lettore si ricorderà che abbiamo definito la realtà come l’insieme del pensiero e dei suoi contenuti, comprese le immagini che sono prodotte dal pensiero quando esso si fa immaginazione, cioè quando si serve di segni visibili per esprimere i suoi contenuti; e il Lettore si ricorderà, altresì, che avevamo chiamato “corpo” l’immagine (cfr. Il fondamento della ricerca, §§1.14-1.16) e che dunque chiamiamo realtà visibile o corporea le immagini, prodotte dal pensiero che si fa spazio e cioè immaginazione, capacità di riflettere in immagini visibili i suoi contenuti invisibili. Troviamo dunque che dopo aver dato la retta definizione di “realtà visibile” e dopo aver dato la retta definizione di “sogno”, le due definizioni coincidono. I sogni sono prodotti del pensiero quando esso si serve di immagini, cioè di corpi, secondo la nostra definizione di corpo; la realtà è l’insieme di tutti i prodotti (o contenuti, che dir si voglia) del pensiero, e realtà visibile è l’insieme delle immagini prodotte dal pensiero, mediante la sua facoltà di immaginare, per esprimere i suoi contenuti invisibili. Dunque, se i sogni sono immagini prodotte dal pensiero, e la realtà visibile è l’insieme delle immagini prodotte dal pensiero, i sogni sono la realtà. Sì: i sogni sono la realtà, quando essa è visibile.

1.15.Possiamo così correggere il nostro linguaggio, e così le concezioni che esso esprimeva, le quali prima erano torbide e contraddittorie e ci tenevano lontani dalla vera realtà: è la “forza del sogno”, l’immaginazione, che crea la realtà visibile, i corpi di cui abbiamo esperienza. Quando sogniamo, nel senso attivo del termine, cioè quando la nostra coscienza immagina, ella produce corpi, essendone ella stessa la materia; quando sogniamo nel senso passivo del termine, cioè quando riceviamo immagini o altre sensazioni, vediamo corpi prodotti da altri, perché l’essere ci comunica le immagini dei loro pensieri, così come quelle dei nostri pensieri possono essere comunicate ad altre coscienze dell’essere infinito che è l’origine e la somma di tutte le coscienze, che sono suoi atti e nelle quali esso si rappresenta. Solo nello spazio terreno può sembrare che i nostri pensieri, o meglio le immagini che noi usiamo per rivestirli, siano invisibili e dunque non reali, e che dunque non siano corpi, unicamente perché questo spazio non riflette la nostra coscienza in stato semplice né i suoi contenuti, ma la nasconde sotto un aggregato mediante un lavorio complesso, come si vedrà meglio più oltre.

1.16.Si è dunque dissolta, al nostro sguardo reso penetrante dall’applicazione del retto metodo logico-razionale, l’antitesi tra sogno ed esperienza reale (cfr. supra, §1.8) come la nebbia si dissolve al sole. Se per “esperienza reale” intendiamo la visione dei corpi, che sono immagini, i sogni, come tutte le visioni di immagini e cioè di corpi, sono esperienza reale. E, di converso, anche l’esperienza che ci proviene dai corpi aggregati è sogno, poiché anche le immagini che riceviamo dal sistema nervoso, ossia dalle intelligenze della Natura che aggregano e governano il nostro corpo terreno, sono appunto immagini, prodotte dalla loro immaginazione, il che è come dire che sono sogni, solo che queste ultime sono così ben congegnate da sembrare causate da qualcosa che sta fuori dal pensiero ed è “oggetto”. I sogni sono la realtà, e la realtà è prodotta dalla “forza del sogno”, che si chiama immaginazione: i corpi sono immagini e sono segni dei contenuti del pensiero, e si potrebbero chiamare anche “sogni”, se questo non ci portasse troppo lontani dal linguaggio consueto; le visioni, compresi i sogni comuni, sono esperienza reale, comunicazioni con l’essere, quello vero, e con i mondi, quelli reali. I sogni di quaggiù, quelli che il linguaggio comune chiama erroneamente esperienza reale, i dati dei sensi, cioè, che si ricevono in stato di coscienza umano, sono inganni, visioni opache e distorte che ci confondono, nascondendoci la nostra capacità di produrre pensieri visibili e cioè corpi, ossia deprivandoci della nostra “forza del sogno”. L’anima qui è costretta a ignorare il legame causale che vi è tra essere e immagine, tra pensiero e materia e dunque crede che la coscienza e il corpo siano due esseri diversi, e si inganna fino a pensare che il vero essere sia il corpo, mentre pensa a sé stessa come a un derivato semi-irreale del corpo, un effetto collaterale della materia; così perde l’essere, la verità, e impazzisce. Sicché è sbagliato, come già detto sopra (§§1.4-1.5), chiamare normale lo stato di coscienza umano e contrapporlo a presunti “stati alterati di coscienza”. Lo stato normale della coscienza è la visione dei veri mondi, del vero essere, che sono fuori dall’esperienza umana.

1.17.Ora riguardiamo le esperienze di cui ho testé parlato, nel § 1.6: mi sveglio, al mattino o a un certo punto del sonno, ma non insieme al corpo organico, quello ancora dorme; scendo dal letto, ho un corpo lieve che galleggia nell’aria, e la stanza sembra quella di prima ma è un’altra... o forse è la stessa ma specchiata in un altro spazio. Che fai anima mia? ti guardi intorno? che vedi? immagini, sogni... No, non li chiamare sogni: non devi dire è solo un sogno. E’ sogno, cioè realtà, ti pare poco?


LIBRO II.

 

 

 

 

 

RISPONDERE AL RICHIAMO.


LIBRO II.

 

INDICE DEGLI ARGOMENTI.

 

Esigenza di purificare l’anima dalle concezioni errate che le impediscono di vedere l’essere, e dunque di un lavoro di ridefinizione terminologica: oltre all’antitesi tra “sogno” e “realtà” eliminiamo dal nostro vocabolario anche il termine “allucinazione”(2.1). Chi sono i veri matti(2.2).

 

I concetti oscuri e contraddittori e le parole usate senza una chiara e rigorosa definizione impediscono all’anima di vedere la via di fuga dal mondo della simulazione e del male: il richiamo dei mondi rimane inascoltato. C’è pericolo di considerarlo come segno di malattia mentale e di perdere la fiducia nelle proprie capacità. E’ dunque impellente fondare il proprio pensiero sulla retta ontologia(2.3).

 

Le mie prime esperienze, le mie prime reazioni(2.4-2.6).

 

L’istruzione dei mondi: la visione diretta del principio materiale e del principio formale dell’essere, mare e sole spirituali(2.7). L’anima nasce da sé e non è creata, si forma di sé e non è formata da alcunché a lei esterno, ma trova la forma nel suo intelletto(2.8).

 

Importanza di registrare le visioni e studiarle a lungo: esse non sono sempre immediatamente fruibili, ma solo chi è attento trova in esse una guida preziosa(2.9).

 

Incontro con la “villa azzurra”, e le città di cristallo che sorgono dal mare spirituale(2.10-2.11). Dallo stato di smarrimento comincio a tentare di orientarmi, e a trovare la strada(2.11).

 

Discussione sul concetto di “misticismo”: il vero mistico è tale solo se affronta le visioni e gli altri fenomeni con impegno razionale, se cioè si procura seriamente la capacità di dimostrare il loro valore di realtà e di comprenderne il significato; il vero mistico procede nel silenzio, non cerca clamore e seguaci. Il misticismo fumoso degli pseudo-santi irrazionali del cristianesimo e delle religioni in genere è solo un’immagine contraffatta(2.12-2.13).

 

Il misticismo cristiano, fumoso e irrazionale, è satanico: discussione sulla figura di Antonio, fondatore del monachesimo(2.14-2.15).

 

Rispondere al richiamo(2.16).


2.1.Nessun sogno è solo un sogno, dunque, ora lo sappiamo; la parola “sogno” come viene intesa nel linguaggio comune, dal quale è passata poi in quello pseudo-scientifico, va eliminata, perché è un ostacolo per l’anima che voglia trovare la vera realtà, e una macchia che si è incrostata sulla sua facoltà riflessiva e le impedisce di rappresentare correttamente l’essere, così come sono macchie e incrostazioni per l’anima tutte quelle parole che corrispondono solo a concetti oscuri e contraddittori. Per esempio, dovremo eliminare dal nostro linguaggio anche il termine “allucinazione”, che è stato coniato in ambiente positivista per significare una percezione “non oggettiva”; ma noi abbiamo visto che nessuna percezione è oggettiva, perché non esiste alcun oggetto esterno al pensiero che vada percepito, e dunque o tutte le percezioni sono allucinazioni o non ha alcun senso usare questa parola, perché non ha senso considerare soggettive solo alcune percezioni e altre no.

2.2.Non esistono dunque visionari e allucinati; esistono i matti, e questi sono quelli che si scervellano per distinguere quali percezioni sono oggettive e quali soggettive, quale esperienza è reale e quale no, e quale sapere è davvero oggettivo perché fatto di immagini mentali che ricalcano le cose esterne; ma delirano quando credono che possa esistere un mondo esterno che non è immagine fatto di una materia eterogenea al pensiero, una somma di cose extramentali, che non sono immagini ma esseri, ma non si pensano o percepiscono da sé e non sono pensate o percepite da nessuno. Delirano, quando si sforzano, ovviamente invano, di far corrispondere a queste presunte cose extramentali, che secondo loro non sono immagini, le immagini mentali che essi si creano per rappresentarle. Sono questi i veri matti, che però nel nostro mondo alla rovescia si considerano scienziati e pensano di essere razionali, quando tutto il loro sistema di idee si fonda su una gigantesca trasgressione al principio di ragion sufficiente. E fra i matti della peggior specie troviamo gli psicoanalisti, con in testa il loro caposcuola Sigmund Freud, i quali, per spiegare quei fenomeni di cui il loro modello fasullo di ragione non sa dare conto, si inventano un “inconscio”, che non è nulla ma da cui può uscire tutto: pensieri, sentimenti, desideri, immagini, apparizioni, voci e persino guarigioni miracolose, cioè forme rigenerate nei tessuti organici al posto di quelle alterate dalla malattia, o viceversa sintomi “isterici”, cioè forme alterate, nei tessuti organici, al posto di quelle sane. Come no? è un jolly che può fare tutto l’”inconscio”, è come la tasca di Eta Beta!

2.3.Tutte le concezioni errate che per incuria si sono prodotte nella mente dell’uomo e si sono accumulate nella sua cultura sono come altrettanti strati di detriti e macerie che abbiano seppellito, eclissandola, la via di fuga da una prigione sotterranea, il mondo dei corpi aggregati, questo mondo della simulazione dove tutto è alla rovescia e niente appare, che sia vera realtà, mentre ciò che appare è illusione. Infatti, tutti gli uomini sognano e molti hanno visioni: sono sicuro che a nessuno è negato un richiamo verso i veri mondi; ma questo, quando si presenta, non viene compreso perché sembra un’allucinazione o un sogno, appunto, e perciò viene spiegato come prodotto dell’”inconscio” e interpretato come sintomo di malattia, rimanendo così inascoltato. E così era capitato anche a me, all’inizio, quando le esperienze a cui ho accennato nei primi paragrafi dello scorso libro avevano cominciato a chiamarmi: prima non ci badai molto, poi, quando tutto il mondo mi era contro, quando le persone che mi stavano intorno pretesero che mi facessi curare perché secondo loro non ero normale, visto che non mi comportavo come piaceva a loro, cioè meschinamente e ambiziosamente, per qualche tempo mi lasciai condizionare e sospettai fossero sintomi di malattia mentale. Ma poi, dopo aver sgomberato la mia anima dal ciarpame psicoanalitico e anche dai detriti e dalle macerie di una cultura fallimentare, dopo aver liberato il mio occhio spirituale dagli errori concettuali provenienti dall’identificazione col corpo aggregato e aver ripristinato sull’essere, sull’anima e sulla vera realtà le rette idee, quelle dell’ontologia platonica che ho cercato di esporre via via nelle mie precedenti opere, potei rispondere al richiamo dei mondi e inviare il mio sguardo, ormai chiaro e libero, oltre la soglia, oltre quella cortina oscura che ci nasconde l’essere, e vedere i veri cieli, la vera luce e i veri mondi. E ora, dopo il lavoro preliminare compiuto ne Il fondamento della ricerca e dopo la discussione contenuta nel precedente libro I del presente scritto e la correzione terminologica ivi operata, posso chiedere al Lettore, o alla Lettrice, che abbia saputo accettare tutto questo di fare altrettanto, di seguirmi oltre la soglia che ci nasconde i mondi, e di spingere il suo sguardo, insieme al mio, verso le terre spirituali dove si svolge, silenziosa, la vera vita dell’anima.

2.4.A me accadde nel seguente modo: a metà circa degli anni settanta iniziarono questi strani fenomeni, con visioni di due tipi. In un primo momento cominciò a succedere qualcosa al risveglio, e cioè mi svegliavo ma senza corpo. Quello che allora credevo l’unico mio vero corpo era come paralizzato e scosso da dolorosi brividi, come scariche elettriche che lo torturassero, mentre io, preso da un senso di emergenza e di paura, tentavo di “svegliarmi”, senza rendermi conto che ero già sveglio, perché allora credevo che si fosse svegli solo nella comune realtà umana. Poi cominciai a “sognare di svegliarmi”, come dicevo allora, cioè avevo la sensazione di essermi alzato dal letto, ma, quando andavo a premere l’interruttore della luce per accenderla, la lampadina rimaneva spenta e così io capivo di non essermi svegliato “davvero”, ma di avere solo “sognato” di farlo. Così mi esprimevo allora. A volte vivevo un gran numero di “risvegli” uno dentro l’altro: dopo il primo di questi risvegli, rendendomi conto di non essere tornato al “normale stato di veglia”, cercavo con molto sforzo di “svegliarmi davvero”, mi agitavo atterrito e pieno di ansia, e allora mi “svegliavo” di nuovo, o almeno così credevo in un primo momento, salvo poi dover constatare di aver di nuovo “solo sognato di svegliarmi”, perché prestando attenzione alle mie sensazioni, per un motivo o per l’altro, dovevo decidere che non ero affatto tornato alla “vera realtà”, e così via parecchie volte. L’impressione era di essere perfettamente cosciente e sveglio e di fare movimenti perfettamente volontari, ma le cose intorno a me erano strane, non rispondevano com’ero abituato, e io preso dal panico mi agitavo credendomi intrappolato in un sogno, fuori dalla realtà, e chiamavo aiuto perché volevo “tornare nel corpo”.

2.5.Il primo sogno di questo genere, come si trova trascritto nel mio diario del 1981 (avevo cominciato allora, infatti, a riordinare le mie memorie, perché in quell’anno, data la mia ribellione verso la famiglia e per altri motivi, mi avevano bollato come nevrotico e anormale, sicché, condizionato da questo e credendomi davvero ammalato, stavo cercando di rievocare gli avvenimenti del passato, illuso che ciò potesse servire alla “cura”) è il seguente:

 

Feci una volta, quando avevo circa quattordici anni, un sogno. Ero convinto fermamente di essere sveglio... ero sdraiato sulla schiena, e sul mio letto, davanti a me, sulle mie ginocchia, sedeva il mio cane dalmata. Ma capii subito che non era veramente il mio cane, perché non sentivo alcun peso sulle mie ginocchia e la figura era trasparente, tanto che attraverso di lui potevo vedere il pianoforte nero che c’era davanti al mio letto. Poi sentii una voce risuonare nella stanza, ma la sentii con le orecchie, ben reale, di fuori, non m’era risuonata nella mente come le voci che si sentono nei sogni; era tanto reale che le corde del pianoforte risuonarono per simpatia (nota: era un vecchissimo pianoforte con le smorze completamente consumate, per questo poté risuonare). Essa diceva: “Smettila, è per colpa tua se sono in ritardo!” Sapevo che era la voce di un morto. Mentre succedeva questo, io mi sentivo immobilizzato, paralizzato nella posizione in cui ero.

 

Come si vede in questa esposizione del 1981 usavo ancora un linguaggio non rettificato: dovevo infatti ancora percorrere molta strada per risolvere tutti i problemi che quella scena mi aveva presentato e che continuarono a presentare le successive visioni di questo primo tipo, quelle cioè dove mi sentivo angosciato per aver perso il contatto con la “realtà” e mi credevo prigioniero di un sogno. Ma a un certo punto queste esperienze cambiarono e ne potei sperimentare di un secondo tipo.

2.6.Cominciai ad affrontare il fenomeno con più calma e a pormi le domande giuste: che differenza c’è tra svegliarmi e sognare di svegliarmi? quando sono davvero sveglio, e quando dormo? che differenza c’è tra questi oggetti e quegli altri, tra questo spazio e quell’altro, tra questo corpo lieve e agile, che sa danzare a ogni mio pensiero, e quello pesante e impacciato che ho lasciato nel letto? Ma qual è la vera realtà, questa o quella? Infatti, nel frattempo, avevo preso un po’ di dimestichezza con queste situazioni, ed esse non mi spaventavano più: se sentivo che il vecchio, ingombrante corpo era paralizzato nel letto, ne sgaiattolavo agilmente fuori, lo lasciavo lì e mi guardavo intorno incuriosito; cominciai ad apprezzare quella straordinaria sensazione di leggerezza e di pace, sicché infine cambiai manovra e invece di insistere angosciato perché il corpo si svegliasse, rivolsi il mio sguardo altrove e mi detti a esplorare quella nuova realtà. Ne nacque una lunga serie di esperienze di nuovo tipo: viaggi ed incontri. Cominciai a ricevere preziose istruzioni.

2.7.Sentii di essere il mare, l’infinito cioè, e che per la forza del sole, quello vero, quello spirituale, da me e dal mio grembo infinito nasceva la realtà: era la mia prima lezione di scienza ontologica. Capii immediatamente, perché il significato mi era comunicato insieme alla visione, che l’elemento liquido era il pensiero infinito, la coscienza, e che essa specchiando in sé le forme dell’intelletto (il sole e la sua luce), le rendeva visibili e corporee, produceva mondi. Seppi così (o forse ricordai?) che la coscienza si fa matrice, o ricettacolo o materia, che dir si voglia, grazie alla sua facoltà di immaginazione, la facoltà cioè di creare immagini estese e visibili dei contenuti invisibili dell’intelletto. E l’intelletto è la coscienza stessa, perché il pensiero si fa intelletto quando, rappresentando rettamente sé stesso come essere e come bene, come verità e fonte della realtà visibile, illumina sé a sé stesso mediante le rette idee e si fa sole e luce. Possiamo anche dire che l’infinito pensiero, pensando la retta idea di essere, si fa coscienza e dunque matrice, ricettacolo di tutte le forme e potenzialità infinita: la coscienza pensandosi secondo l’idea più generica di tutte dà luogo all’immagine più generica e dunque più informe, elemento liquido, appunto, capace di ricevere tutte le altre forme più specifiche, la viva materia che compone i veri mondi; e quando il pensiero rappresentando rettamente sé stesso ricava le altre idee dal primo assioma, quello dell’uguaglianza tra essere e pensiero, si fa intelletto. Sicché i due principi, materia e forma, riflessi nello spazio, che è l’immagine dell’immaginazione dell’essere, e divenendo perciò visibili, appaiono nell’immagine del mare e del sole, quelli veri, principio informe e principio portatore di forma, e io allora ne ebbi una chiarissima visione, vidi cioè la coscienza riflessa nell’immagine come viva e liquida materia, il mare infinito e limpidissimo, e vidi il pensiero delle forme trascendenti, l’intelletto e le sue idee, riflesso nello spazio come sole e luce; e vidi che dalla loro unione nascevano i corpi della realtà visibile, quella vera, e tutti i veri mondi. Ma non lo vidi dal di fuori come un soggetto vede un oggetto: io ero il mare, come un’immensa culla con nel suo grembo potenzialmente tutto, fecondata dal potere del sole.

2.8.E così capii anche che l’anima, quando si rivolge alle idee dell’intelletto e ne rimane come fecondata, si crea da sé e non ha bisogno di essere creata da nulla e da nessuno, perché ella stessa è l’essere immediatamente esistente: non è né un meccanicismo né un Dio creatore a farci essere, perché noi non abbiamo bisogno né di una materia che esista da sé fuori di noi, né di una materia che sia creata per noi da un presunto Onnipotente, il quale soffi nella polvere (cfr. Gen. 2,7) dopo averla impastata con chissà che per creare il nostro corpo e la nostra anima: così nasce non il vero mondo, ma il mondo della simulazione, quello dei corpi terreni che sono aggregati di atomi e cioè di altri spiriti; e quel soffio, l’”alito di vita”, non è affatto l’anima, ma la forza vitale, e cioè quell’attività del pensiero delle intelligenze della Natura che conferisce agli elementi atomici la forma, li aggrega in cellule, tessuti e organi, ognuno con la sua forma, e li fa funzionare per un tempo limitato. Il vero corpo e la vera anima sono eterni: atto eterno di coscienza dell’essere, l’anima, e il suo riflesso, il corpo, è il prodotto dell’unione fra la matrice, la coscienza riflessa nello spazio, che è come un limpido e vivo liquore, e la forma da lei eletta che la cristallizza e la rende eternamente solida.

2.9.Insomma, in quelle visioni del mare e del sole comunicate dai mondi alla mia anima io vidi allora ciò che è l’assioma fondamentale di tutta la nostra ontologia e i suoi primi principi. Così, quando nel 1987 mi iscrissi alla facoltà di filosofia e iniziai a leggere Platone, mi trovai abbastanza avvantaggiato: compresi subito, per esempio, il significato di quel passo del Timeo (50d) che di solito invece viene interpretato così malamente. In quel periodo avevo goduto frequentemente di queste estasi, avevo ricevuto molte istruzioni dai mondi, ma non tutte così chiare e immediatamente fruibili. La maggior parte di queste visioni, che avevano tutte un tratto comune, la straordinaria bellezza e la sensazione beatificante che ne conseguiva, mi restarono per allora incomprensibili o solo vagamente comprensibili: dovetti aspettare molto tempo e impegnarmi in molti studi per capirne il significato, e anche per comprendere la natura di quegli oggetti, di quella nuova realtà verso cui mi stavo muovendo e il motivo per cui mi accadeva tutto questo, quale scopo dovevo prefissarmi nell’affrontare tale “viaggio”. Per fortuna fui spinto a registrare per iscritto le mie esperienze dalla loro bellezza, dal bisogno di conservarle, sicché non sono andate perse: da quella raccolta di istruzioni dei mondi ho ancora oggi, dopo più di venticinque anni, molte cose da imparare. Riuscii a fatica a districarmi dai tanti ostacoli e dalle tante difficoltà costituite dall’ingombro che nella mia anima produceva la presenza dei pregiudizi e delle concezioni errate assorbite dalla cultura dominante e da suggestioni varie, ma fui aiutato dalle puntuali e precise indicazioni dei sogni.

2.10.Oltre che nella visione estatica del mare e del sole, vidi all’opera i due principi dell’essere in un’altra esperienza: sentii che stavo cercando una “villa azzurra”, mi trovai a camminare per le gradevoli stradine di una cittadina di mare, gaia e soleggiata, e in breve potei ammirare quell’edificio che cercavo, la “villa azzurra”, appunto. Ella mi mostrò le sue vetrate d’acqua di mare, che specchiavano il sole, e fu un’istruzione preziosissima su come nel vero mondo si formino i corpi: quella “villa azzurra” fatta di acqua e cristallo era, è anzi, un’anima eletta la cui limpida coscienza, fattasi materia o elemento liquido, pensando e riflettendo in sé la luce del sole spirituale, e cioè le idee dell’intelletto, diventava e diventa eternamente corpo solido e cristallino, esteso e visibile, anzi splendido, nello spazio: una villa di cristallo azzurro nel bel mezzo di un’amena e ridente città di mare, una delle infinite città che sorgono dall’infinito pensiero e dove si associano per la loro vita luminosa ed eterna molteplici anime dalla forma eletta, beate.

2.11.Io le ho viste, le città di cristallo, splendenti d’oro e d’amore: io lo so che ci sono; sorgono eternamente dal mare, dall’infinito pensiero, ed ivi l’anima eternamente conduce la sua vita, nella silenziosa quiete dei veri mondi, sazia della loro infinita bellezza e del bene. Ma dovevo ancora capire che cosa stavo vedendo, che mondo era quello, come arrivarci, e se davvero quella è la nostra meta; e questo mondo terreno, dove ogni volta ripiombavo smarrito e attonito alla fine di ognuna di queste estatiche e troppo brevi visioni, che cos’è, mi chiedevo, e perché è tanto prepotente che mi invade e mi riporta indietro contro la mia volontà? Non avevo la minima idea, allora, di che cosa fosse la materia aggregata e di quali forze la governassero; pensai all’inizio, per esempio, che il corpo terreno fosse una specie di incubo che la coscienza produceva da sé, “inconsciamente”, senza potersene liberare o che vi fosse un meccanismo “inconscio” nella nostra mente che tributava maggior valore di realtà alle sensazioni del mondo esterno, eclissando così i sogni... I primi tentativi fallimentari della mia filosofia erano condizionati dagli errori della cultura dominante, in particolare dalle assurdità della psicoanalisi; ma mi stavo muovendo, i sogni mi avevano spinto a pormi le giuste domande. Vidi me stesso camminare su una strada di sole.

2.12.No, non sono visioni mistiche nel senso comune del termine le mie, né asserzioni irrazionali: espressi nel linguaggio simbolico dell’essere, che è la forza che produce mondi, io stavo ricevendo nelle mie visioni discorsi perfettamente scientifici e razionali, quelli che in parte mi sono già affaccendato a tradurre in lingua umana servendomi del metodo logico-razionale, nel precedente mio scritto Il fondamento della ricerca, e chi l’abbia affrontato con un po’ di rispetto e attenzione deve ormai aver compreso quello che dico. C’è infatti anche il termine “mistico” e “misticismo” fra quelli che sono malamente usati dalla cultura comune e che vanno rettificati, perché si indica con essi un concetto errato, un’altra maceria prodotta dalla frana del pensiero umano, che accatastata insieme alle altre (i concetti errati del pensiero comune, intendo) sulla via d’uscita da questo mondo falso e dal male, la eclissano all’anima, la quale così rimane irrimediabilmente prigioniera: si intende, di solito, per “mistico” qualcuno che si dà all’”irrazionale”, e che omettendo totalmente di impiegare la ragione, si lascia trasportare da ispirazioni e visioni verso una vita fatta solo di sentimento religioso, di ascesi intesa semplicemente ed erroneamente come repressione dei desideri umani e dei bisogni del corpo terreno (la vera ascesi è faticosa lotta per salire verso la verità), di devozione. Questo abuso terminologico deriva dal fatto che nelle varie religioni si trovano copie contraffatte di misticismo, e cioè appunto quei personaggi che, colpiti da ispirazioni varie e messaggi soprannaturali, omettono di impegnarsi filosoficamente nel dimostrare il loro valore di realtà e il loro significato, cadono nella tentazione di credere per fede, ciecamente, senza cercare dimostrazioni razionali e senza cercare di capire il vero senso di quello che vedono o ascoltano. Omettono cioè di rispondere al richiamo: rispondere al richiamo significa considerare queste esperienze come un indirizzo di ricerca e porsi seriamente le giuste domande, e poi impegnarsi a trovare le risposte, cioè a rettificare le concezioni errate all’interno della propria anima, quelle che tali esperienze mettono in discussione. Al richiamo deve seguire il risveglio, e il risveglio è la dimostrazione logica del valore di realtà di queste visioni e dei contatti col mondo soprannaturale, il risveglio è l’aver dimostrato logicamente che la vera realtà è il pensiero e i suoi prodotti, e che i mondi veri sono dunque quelli prodotti dal pensiero, dalla “forza del sogno”, ossia dall’immaginazione dell’essere, lo spirito. Se non trovi la retta definizione di essere e di realtà e non ti impegni poi a capire quello che vedi, perché ti manca la consapevolezza che la vera realtà è prodotta dalla “forza del sogno” e cioè si serve di simboli, e dunque non sei in grado di sciogliere il loro enigma, rimarrai ingannato. Per questo ciò che viene solitamente considerato misticismo invece è solo fumo e nebbia. Codesti falsi mistici si credono già santi solo perché ricevono ambigue ispirazioni e visioni destinate a rimanere oscure, e magari le intelligenze della Natura conferiscono loro anche poteri “miracolosi”: esse, che imprimono le forme nei corpi aggregati e ne hanno il controllo, facilmente possono ripristinare la forma sana in un organo o tessuto dove si era alterata per qualche malattia, e creare l’illusione (chi ha letto il precedente scritto La Natura sa quali sono le loro vere intenzioni) che quel tale pseudo-santo o pseudo-mistico abbia poteri soprannaturali di guarigione. Trucchi del mestiere. Il risultato è che questi personaggi si esaltano, cercano una sequela, sollevano polveroni; a volte fan da esca alla gelosia farisaica dei potenti detentori della religione istituzionale e così via, ma comunque il risultato è quello di accrescere nelle menti rozze superstizione e idolatria, fanatismo ed esaltazione: dopo questi episodi l’anima è più confusa e oscura di prima.

2.13.Ma noi, attingendo alla sacra linfa che ci proviene dalle vere radici della cultura europea, che non sono il Cristianesimo medioevale e la sua fumosa mistica satanica, ma la logica di Socrate e di Platone e la ragione retta, usata accortamente, possiamo recuperare il senso greco del termine “mistico” e “ misticismo”: tale parola infatti deriva dalla radice my del verbo myo che significa “taccio”, “sto in silenzio”, “mi tengo nascosto”. Il mystes, nei riti antichi delle religioni misteriche era colui che dopo aver visto, taceva; tali riti, nei quali il miste antico doveva solo osservare in silenzio degli oggetti e dei gesti muti (si capisce che se uno si accontentava del rito, e cioè dell’espressione simbolica, credendo di essere già iniziato semplicemente con quello, senza poi realizzare il proposito espresso dal simbolo, cadeva parimenti in un tranello, ma questo è un altro discorso), prefigurano simbolicamente ciò che il vero mistico deve compiere: dopo il richiamo egli, che non si appaga di illusioni ed esaltazione, si mette in cerca della verità, inizia ad osservare il vero, e, accortosi che il mondo gli è contro e lo disprezza, si trova solo e costretto, per poter sopravvivere, a usare una strategia di nascondimento: vacillando, all’inizio, per via della sfiducia che la cultura dominante instilla nell’anima riguardo alle sue capacità di trovare il vero, sia l’oscurantismo cattolico che la psicoanalisi, sia quel modello assurdo di ragione che cerca un sapere “oggettivo” e cioè l’impossibile; ma poi gradatamente nella lotta con tali mostri il miste si corrobora, appronta le giuste armi e gli strumenti per difendersi, che sono la capacità di confutare gli errori concettuali e anche di smontare razionalmente le molte accuse che si sente rivolgere per non aver abbracciato il modello di vita dominante e il dominante sistema di valori, e procede sempre in silenzio, lasciandosi guidare dal richiamo dei mondi, trovando verso di loro la strada, che è l’applicazione rigorosa e costante del metodo logico-razionale. Non va nelle piazze a dibattere, non regala le perle ai porci o agli asini le lire, non cerca riconoscimenti e non ha bisogno di un pubblico, non vuol convincere a tutti i costi chi non cerca la verità ad accettarla, non ha smania di proselitismo, né pretende di salvare il mondo in breve tempo e di redimere il prossimo senza che questi abbia prima attraversato le opportune esperienze. Il desiderio razionale di condividere il bene va tenuto a freno realisticamente: se propone cautamente la propria filosofia a qualcuno e questi la rifiuta, egli se ne va e lo lascia perdere; egli in breve si rende conto che la reazione più comune verso di lui è invidia distruttiva e rabbiosa collera, e perciò accantona, rassegnato alla solitudine, l’idea di trovare amici coi quali accompagnarsi nella via. Per questo procede in silenzio, solitario, per questo è un mystes, e tace: non perché è geloso del suo sapere e per disprezzo degli altri, ma per una saggia strategia di sopravvivenza, per non essere insultato e deriso, o preso per matto, o, una volta, bruciato sul rogo. Ed ecco dunque il vero mistico: è un’anima razionale, cioè un logos, impegnata con tutte le sue forze unicamente nel silenzioso colloquio con i mondi; è logos myon, cioè pensiero nascosto.

2.14.Il misticismo cristiano, invece, è fasullo e inefficace: le visioni di questo tipo, infatti, come appena detto, se ricevute da gente improvvida e frettolosa, dalla mente rozza e facile all’esaltazione, causano fraintendimenti deleteri. Si pensi solo al caso dell’eremita Antonio, quel personaggio che storicamente è il Padre del monachesimo cristiano e ancora oggi è ritenuto santo, perché ha fornito il modello di vita ascetica e monacale radicatosi poi nella tradizione sia dell’Europa di lingua latina che nella parte orientale dell’impero: la Vita di lui, scritta dal vescovo Atanasio (campione dell’ortodossia nicena contro l’arianesimo) si diffuse rapidamente anche in Occidente grazie alla traduzione di Evagrio di Antiochia, tanto che influenzò anche Agostino di Ippona (cfr. Confessioni, VIII 6,14 sgg.). In questo scritto si trova il racconto di come nel deserto e conducendo una vita eremitica fra i sepolcri, Antonio ebbe visioni del diavolo, fra le altre cose; egli era “ignaro di lettere” (72,1), cioè completamente ignorante, ma era convinto di essere un “Uomo di Dio”, visto che le subdole intelligenze della Natura gli fornivano poteri medianici profetici e taumaturgici; inoltre nel pensiero cristiano era radicata la convinzione errata che se un uomo aveva avuto la grazia di ricevere visioni, questo voleva dire che egli aveva raggiunto un alto grado di perfezione. Ma questo è assurdo, perché invece, almeno secondo la mia esperienza, quando ricevi le prime visioni, queste ti colgono quando sei ignaro di tutto e in preda alle concezioni della cultura comune, che sono gli errori concettuali che provengono dall’identificazione col corpo aggregato, e queste visioni sono perciò proprio un richiamo, uno stimolo che ti arriva quando, ben lungi ancora dal possedere una forma eletta, sei invece smarrito e hai bisogno di essere tolto dall’oscurità e condotto verso la luce: esse ti dovrebbero indurre a porti le giuste domande sull’essere e sulla realtà e a impegnarti a trovare le risposte con metodo logico-razionale, cioè a iniziare una via che solo dopo lunghi studi e molti tentativi potrà portare alla perfezione. Ma certo, una mente superba e incline alla presunzione può accreditarsi una santità illusoria solo per il fatto di avere visioni di questo tipo, e una persona come Antonio facilmente si illude di essere un eletto nel senso irrazionale del termine, e cioè un prescelto a cui un Dio personale può far cadere in capo la perfezione per miracolo e per grazia divina, tanto più che nell’anima rozza e analfabeta di Antonio, come si legge nella Vita (80,1-5) scritta da Atanasio, si era creato un attaccamento formidabile verso una copia contraffatta dell’intelligenza: egli infatti scambiava per intelligenza la capacità di compiere miracoli e prodigi. Sul misologismo invidioso (cfr. cap. 73 e segg., dove si legge, fra l’altro, nel § 77,5: “A coloro che portano in sé la fede che è un atto, a questi dunque non è necessaria, anzi è superflua la dimostrazione che avviene con le parole”) che, a partire da Paolo e attraverso uomini come Antonio, dopo essersi espresso all’epoca della Controriforma negli organismi della Santa Inquisizione e nell’oscurantismo, arriva fino a noi e ancora dura, dovremo impegnarci monograficamente in altra sede; qui basti notare come sia stato facile, per le forze che governano la natura e la storia e hanno lo scopo di portare l’uomo verso il male, compiere sulla mente di Antonio una siffatta operazione, renderlo cioè sconfinatamente presuntuoso e completamente inetto ad un tempo. Un uomo ignorante, infatti, che è in preda al tormento causato dalla svalutazione di sé  e sta cercando un punto di alienazione del valore (si ricorderanno, spero, questi concetti da La cura dell’anima o se no li si riveda), un mezzo cioè per ingigantire la propria importanza e colmare così la lacuna di valore da cui si sente affetto, invidia fortemente il sapere e la cultura altrui, finché non trova il modo di dire a sé stesso che questo bene, che per lui è irraggiungibile, non vale nulla e che anzi è disprezzabile e perfino nefando, e colpevole è chi lo possiede; può così guadagnarsi un’esaltante soddisfazione illudendosi di aver trovato mediante un atto di fede cieca, immediatamente e senza troppa fatica, la vera sapienza e la vera intelligenza. Come dire che un inetto presuntuosissimo e ambizioso, pieno di superbia, dà una spallata al vero sapiente e al vero competente e ne prende il posto di prepotenza, dicendogli: “non sei sapiente tu, ma io; tu sei insipiente, colpevole e pieno di orgoglio”. Questo è ciò che fece Antonio nei confronti di quegli studiosi di filosofia che umilmente erano andati a trovarlo per vedere se c’era da lui qualcosa da imparare e si trovarono davanti invece questo mostro insultante e pieno di odio; e quante volte è capitato anche a me di sopportare simile arroganza!

2.15.Ecco gli effetti delle operazioni di Satana (così abbiamo chiamato, come si ricorderà, le intelligenze della Natura quando sono intente a creare nella storia delle trappole come le religioni o questo tipo fumoso e fuorviante di misticismo per tenere l’uomo lontano dalla verità): esse hanno conferito ad Antonio medianicamente poteri miracolosi, e gli hanno presentato visioni, sicché egli si è illuso d’aver ottenuto per fede la santità e la sapienza in dono, mentre la sua forma spirituale è diventata quella di un uomo ottenebrato, che totalmente ignora che cos’è l’essere e dunque che cos’è il bene e che cos’è il male; è un inetto totale, incapace di guarire la propria anima dalle sue tendenze maligne (invidia, gelosia, smania di esaltazione etc.), figuriamoci quella degli altri, ma ciò nondimeno è sconfinatamente presuntuoso e crede di aver sconfitto Satana con segni di croce, preghiere e spruzzate di acqua santa, quando invece ha abboccato alla sua esca ed è finito nel suo sacco. Che spettacolo! Tra gli infiniti errori che commette questo sciocco, per tornare al nostro argomento principale, c’è quello di non capire il significato simbolico delle sue visioni: egli crede di vedere il diavolo, senza capire che ciò che vede non è una persona, ma un simbolo. Crede, per esempio, che le immagini simboliche che lo stanno avvisando dell’immaturità della sua anima e dell’oscurità del suo pensiero (il bambino nero: 6,1) siano un’apparizione del diavolo, o che sia il diavolo trasformato in seducente donna nuda per infliggergli una tentazione sessuale quella che invece è un’immagine simbolica: la donna nuda è, sì, simbolo di seduzione, ma lo sta avvisando del pericolo di cadere in ben altra e più deleteria tentazione che il sesso (si noti, tra l’altro, la ributtante misoginia, e il razzismo, nella visione precedente), quella di lasciarsi sedurre da una religione falsa. E’ così che nacque quell’assurda e farneticante demonologia cattolica che è tenuta ancora oggi per valida da molti teologi: essi credono che il male sia una persona e che ci siano schiere di demoni (angeli caduti: questa assurda concezione, che già abbiamo confutato alla fine del nostro scritto La Natura, è una congettura sbagliata, prodotta evidentemente dalla cattiva interpretazione di visioni di questo tipo, oltre che di alcuni passi delle Scritture) i quali assediano l’uomo nell’invidioso tentativo di perderlo. Insomma, l’errore compiuto di consueto da codesti pseudo-mistici è quello di credere che le loro visioni rechino immagini di un mondo soprannaturale ma comunque extramentale come quello terreno e altrettanto oggettivo: essi pensano di vedere “il Paradiso” o “l’Inferno” intendendoli come luoghi fisici, oggettivi, senza capire che quello che vedono è discorso simbolico, sicché essi personificano i simboli e, come detto, credono che il diavolo e i suoi demoni siano persone, quando queste immagini sono il simbolo della loro forma spirituale oscura e ammalata e delle loro molteplici tendenze irrazionali, gli attaccamenti ai falsi beni di cui già abbiamo parlato nelle nostre precedenti opere sulla cura dell’anima e sul bene. In questo modo lo pseudo-mistico cristiano si trova intrappolato in uno scenario fantasmagorico in cui Cristo e il diavolo giocano una specie di partita a braccio di ferro o di tiro alla fune, dove entrambi vorrebbero tirare l’anima del presunto mistico dalla propria parte, mentre costui è completamente passivo, ignorando totalmente quali sono i veri mezzi per liberarsi dal male, ignorando anzi completamente che cos’è il bene e che cos’è il male, e non sa far altro che recitare preghiere, invocare il nome di Cristo e compiere riti inutili. Questi sciocchi pseudo-mistici pensano che così, con segni di croce e invocazioni, grazie al misterioso potere del Cristo, il diavolo scapperà sconfitto, ma non sanno che tutto questo è inefficace, perché per sconfiggere il male, che è ignoranza e stoltezza, e per guarire l’anima dalle tendenze malvagie che ne derivano, occorre che l’anima trovi la verità sull’essere e su sé stessa, e capisca che cosa è il bene, e si procuri la giustizia; la vera forza salvifica del Cristo non è un misterioso ed oscuro potere magico, ma il chiarissimo potere della ragione e della logica, che non possono agire nella tua anima, se tu non la conduci volontariamente e attivamente, mediante l’applicazione del retto metodo logico-razionale, alla visione delle rette idee, alla retta rappresentazione dell’essere. E questo lo fanno i tanto vituperati filosofi, quando pensano rettamente (ma d’altronde: sbagliando si impara) e non chi ha fede cieca. La fede è l’arma più efficace che Satana possa mettere in atto per allontanare l’anima dalla sua guarigione, perché le impedisce di cercare e di trovare il vero bene, la verità logica, il logos.

2.16.Chi è in cerca di una scorciatoia, di una comoda e rapida via per esaltare sé stesso scimmiottando la vera santità, la vera ascesi e la vera virtù, e viene chiamato dalle visioni, non è capace di rispondere e cade inesorabilmente in questo ridicolo misticismo fanatico e disgustoso (anche fisicamente: Antonio, fraintendendo completamente il concetto di distacco dal corpo, “non si lavò mai il corpo con l’acqua, né i piedi... (47,3)”. Che orrore); chi invece non ha altro desiderio che trovare la verità, la vera visione dell’essere, sa rispondere al richiamo dei mondi e, dopo averlo ascoltato, si mette con tutto il suo impegno a ricercare la retta via e a superare gli ostacoli che la ingombrano e gli intralci che minacciano di impedirgli il percorso. Incominceremo appunto nel prossimo libro a parlare di difficoltà, ostacoli e intralci che si presentano sulla via dell’esploratore dei mondi, quando inizia il suo cammino.


LIBRO III.

 

 

 

 

 

I PRIMI OSTACOLI: ERRORI DA EVITARE.


LIBRO III.

 

INDICE DEGLI ARGOMENTI.

 

Descrizione dello stadio iniziale: smarrimento e concezioni oscure ostacolano l’anima sulla via del vero mondo(3.1-3.2). La prima questione: in che direzione andare? verso la liberazione dal sé individuale o verso il suo perfezionamento? Discussione sul concetto orientale di misticismo(3.3-3.4). Definizione della vera unione mistica con Dio(3.5).

 

Il progresso nella visione ottenuto mediante l’istruzione filosofica: ora posso comunicare coi mondi e ascoltare le loro lezioni. Le visioni stesse mi hanno suggerito questo passo(3.6-3.7). Soluzione del quesito: il vero mondo è intersoggettivo?(3.8-3.9). Visione corrispondente(3.9, in fondo).

 

Il mondo dell’anima è visibile, intersoggettivo, corporeo: questo è Dio(3.10). Polemica con i Cattolici per il loro concetto di un Dio personale, misterioso ed oscuro e sul loro concetto di “rivelazione”(3.10). Dio è un mondo molteplice visibile, io l’ho visto; le infinite coscienze del mondo divino mi hanno guidato, ma io per capire le loro istruzioni ho dovuto applicare il metodo logico-razionale, e anche per difendermi dagli errori del mondo umano(3.10).

 

Ora si presenta il compito di spiegare che cos’è realmente il “mondo esterno” e da dove vengono le percezioni che invadono la coscienza umana. Racconto di quando mi ero posto il problema, ma ero ancora lontano dalla soluzione(3.11-3.15). Una visione mi aveva già descritto la condizione umana, dovevo solo tradurla in termini razionali discorsivi(3.12). Ripresa della polemica col misticismo cattolico: vero significato di “demonio”, “demoniaco” e come realmente si può “cacciare” il demonio dalla nostra anima, guarendola dal male(3.13). Digressione sulla vera bellezza (primo accenno) e come essa non sia vanità, sempre in polemica coi Cattolici(3.13). Ripresa del quesito fondamentale: chi ci impone i sogni del mondo dei corpi aggregati? Non è irrazionalismo tutta questa faticosa strada nelle visioni per uscire dal mondo terreno, è viceversa discorso perfettamente razionale e scientifico; ma poiché questo è difficile da capire, Agis è rimasto solo e senza aiuto, ed è stato costretto a tacere, aiutato solo dai filosofi del passato(3.14-3.15).


3.1.Non so se il Lettore, o la Lettrice, può inoltrare il suo sguardo nella vera realtà e vedere il povero Agis aggirarsi attonito e perplesso cercando una via d’uscita dagli inganni del mondo, ma per allora ancora disorientato e incerto: allora, infatti, non bastò cogliere direttamente nella visione i due principi costitutivi dell’essere, quello era solo l’inizio della strada, il punto in cui l’anima comincia a risalire la china e a ritrovare la via verso il vero essere e il vero mondo; mi difettavano ancora molte concezioni fondamentali, indispensabili per non smarrirsi, dovevo ancora risolvere una gran quantità di problemi. Le visioni mi aiutarono: in una di esse mi trovai in mezzo a un prato, in un luogo piano e aperto; qualcuno mi si affiancò, una piccola auto dalla forma bizzarra, e le persone sedute nel suo abitacolo mi fecero notare che l’orizzonte era solo in parte sgombero, sicché potevo vedere il cielo in quella direzione, ma in parte ancora coperto dai residui di alcuni edifici crollati, diroccati e polverosi. Capii: erano costruzioni mentali che stavano crollando, le vecchie concezioni errate sull’essere e sulla realtà assorbite dalla mia mente e provenienti dalla cultura dominante, che avevo cominciato a smantellare, ma sulle quali andava fatto ancora un solerte lavoro di sgombero, cioè di confutazione logica.

3.2.Insomma, non fu sufficiente capire che l’essere è pensiero e coscienza, e che la coscienza può diventare corpo riflettendosi nello spazio con un unico e semplice atto di immaginazione, a parte il fatto che ancora non formulavo così precisamente il concetto di corpo; dovevo ancora capire, per esempio, che cos’è lo spazio e come possano esistere i mondi, cioè realtà intersoggettive, anche fuori dalla “realtà materiale” e “oggettiva”, e soprattutto dovevo ancora capire la natura di quest’ultima, la sua origine e la sua funzione. Questa “materia” incomprensibile e sinistra, questi “oggetti” inspiegabili, che si impongono di prepotenza alla nostra mente, che ci danno una sensazione di realtà più continua e stabile, ma non hanno alcun significato, non manifestano nulla di vero e comprensibile, non sono immagini di nulla, che cosa sono dunque, da dove vengono, come considerarli? Sono forse il “velo di Maya”, come pensano i Buddhisti? Questo concetto, che mi colpì quando lo usò il mio professore di Italiano al liceo per spiegare qualche poesia del Romanticismo, mi tornò in mente e cominciai a pensare, anche se in modo vago, che la realtà fisica fosse una sorta di simulazione o inganno. Ma mi trovavo di fronte a un dilemma: avevo capito che l’essere è pensiero e che la vera realtà sono i contenuti dell’anima, pensieri, sentimenti, desideri etc., e che quindi il vero mondo è fatto di immagini simboliche in cui tali contenuti si riflettono e divengono visibili, ma in un primo momento, obnubilato dalla psicoanalisi, pensavo che le mie visioni provenissero unicamente dalla mia anima, dal mio “inconscio”, che fossero immagini dei contenuti della mia coscienza. Il dilemma era dunque il seguente: vedere il vero mondo, l’anima, ma con questo perdere il contatto con una realtà intersoggettiva e trovarmi completamente solo, o rinunciare alla visione della verità, accettare il mondo fisico e comunicare intersoggettivamente con gli altri esseri umani? Infatti mi sembrava allora che l’unico mezzo a disposizione dell’anima per poter diventare visibile alle altre anima fosse il corpo fisico e che dunque senza quello ella sarebbe relegata nella totale invisibilità e nel solipsismo; come rinunciare alla vita comune con gli altri individui, con gli altri esseri? Ma esistono poi altri esseri o noi individui non siamo che illusione?

3.3.E ancora: qual è la nostra meta? liberarci dalla nostra individualità e ridiscioglierci nel principio infinito, l’essere, il tutto sopraindividuale, liberandoci dall’inganno della nostra mente, oppure la nostra esistenza individuale ha un valore e va mantenuta? Le visioni mi aiutarono a superare questi primi ostacoli, mi mostrarono chiaramente le difficoltà in cui mi stavo dibattendo: sovente mi trovavo a salire su quella strada di sole, colto da beatitudine estatica, ma, arrivato in alto, quasi alla meta, ero colto da un dubbio, da un pensiero che mi frenava: una volta arrivato oltre e trovato “Dio”(così allora mi esprimevo erroneamente), una volta raggiunta l’unione mistica con l’essere infinito, io non ci sarò più, non sarò più me stesso e intorno a me non ci sarà più nessun mondo, nessun altro essere, nessuna cosa, nulla... Nella visione questo dubbio corrispondeva a un capitombolo giù dalla strada di sole. Mi difettava, infatti, a quel punto il concetto vero di unione mistica con Dio, pensavo appunto fosse una sorta di discioglimento dell’io individuale nel mare universale dell’essere, o qualcosa del genere; ero stato frastornato anche dalle oscure asserzioni del misticismo orientale in voga (per esempio, a un mio compleanno alcuni amici mi avevano regalato il libro di Nisargadatta Maharaj, Io sono quello. I dialoghi di un “sapiente di villaggio”, a cura di Elémire Zolla, Rizzoli, Milano 1981, dove si dice, tra le altre cose, a pag. 81 del volume II: “per essere, non devi essere nessuno. Pensare di essere qualcosa o qualcuno è una sentenza di morte e un inferno”) e perciò pensavo che tutti gli oggetti della mente, compresa la percezione dell’io individuale, fossero illusioni e che per raggiungere la beatitudine mistica (intesa come qualcosa di vago) occorresse dunque tornare nell’indifferenziato, nell’indeterminato, nell’infinito... Ero convinto che tutti gli oggetti particolari che vedevo durante le estasi fossero segno del mio fallimento, significassero cioè che la mia anima non era abbastanza “purificata” dai pensieri individuali, e allora mi sforzavo, come insegna lo yoga, ad acquietare il pensiero, a svuotarlo (come se un pensiero vuoto fosse un pensiero puro!), a svuotarlo perfino dalla percezione di me stesso... Tranne, appunto, poi sentirmi turbato all’idea di perdere me stesso e la possibilità di un mondo intersoggettivo. Pensavo allora che questo “attaccamento al mio ego”, come dicono i maestri di yoga, fosse un errore, addirittura una colpa, un ostacolo al raggiungimento dello stato di “nirvana”.

3.4.Nirvana? Macché nirvana, macché dimenticanza di sé e ridiscioglimento nel principio infinito! Macché superare “l’attaccamento all’ego”! Meno male che c’era Platone a insegnarmi una verità fondamentale, indispensabile per levarmi dallo smarrimento e per impedirmi di andare nella direzione diametralmente opposta a quella che conduce all’essere, al bene: se l’essere non è un essere, non è. Ogni essere, per essere, infatti, deve essere un essere. Quando l’infinito pensiero  rappresenta sé stesso, si pensa come un essere, e quindi l’idea di essere è coestensiva all’idea di unità, nel senso che l’insieme delle cose che sono, il genere degli esseri, è identico all’insieme delle unità, e cioè degli individui; il che è come dire che l’idea di essere e l’idea di uno producono due generi che hanno la stessa estensione, due insiemi identici, che contengono i medesimi individui. Quando l’infinito pensiero, che non è nulla se non potenzialità infinita e non è ancora essere, si rappresenta e diventa essere, pensa sé stesso per mezzo dell’idea di essere, ma perciò, perché le due idee si equivalgono, deve pensarsi anche per mezzo dell’idea di uno, deve pensarsi come unità, cioè come individuo: quando il pensiero si pensa come essere, egli deve pensarsi come un essere. Un atto di rappresentazione di sé dell’essere, che è ciò che noi chiamiamo coscienza, e senza il quale l’essere non sarebbe (perché noi chiamiamo essere il pensiero, che è coscienza e conoscenza di sé, non il nulla), è sempre individuale, la coscienza è necessariamente una coscienza, un individuo. Perciò se l’essere è pensiero e coscienza, deve anche essere individualità. Quando la coscienza viene convinta da queste sciocchezze pseudo-mistiche a esercitarsi a non essere più un individuo, viene indotta a cercare di non essere. L’essere che tenta di non essere, ovviamente invano! Ma che tocca vedere! L’essere, quando si pensa e si rappresenta –eternamente, perché l’essere è di necessità e non può mai non essere- è coscienza individuale, e poiché l’infinito essere non si esaurisce in un atto finito di coscienza, esso è la somma di innumerevoli atti di coscienza, la coscienza dell’essere è infinitamente molteplice. Noi siamo l’essere; esso non è nulla di particolare, in quanto principio potenziale e indefinito, ma è tutto in quanto somma di tutte le coscienze; non è un essere particolare, nessun essere può dire: sono io l’essere, io sono Dio; l’essere, Dio, non è nessuno degli esseri in particolare, nemmeno un presunto Essere Sommo, un individuo ma tre, chissà come. Il principio non è nulla in atto, è solo potenzialità di essere, non è l’essere, ma la fonte soprasostanziale, e cioè immanifesta, oscura e nascosta anche a sé stessa, dell’essere; ma è tutti, noi tutti siamo le infinite rappresentazioni dell’essere, le sue coscienze, è in noi che il principio, l’infinito pensiero, si rappresenta e si conosce, è in noi che da tenebra e mistero diventa luce e conoscibilità. Insomma: il principio è pensiero infinito, è uno in quanto infinito, infinita potenza, ma è molteplice in atto; e il suo atto è l’essere infinitamente molteplice, siamo noi, le anime, gli infiniti individui. Mi aiutò molto anche studiare il pensiero di Giovanni Scoto Eriugena: nell’anno 1988-89 infatti, cioè il mio secondo anno di università, stavo studiando per l’esame di filosofia medioevale e il programma prevedeva la lettura di alcune parti del De divisione naturae, opera bellissima, che la Chiesa ha scomunicato in quanto “panteista”. All’esame, la prof. Beonio Brocchieri, di fronte alla mia strenua difesa di Giovanni Scoto contro le obiezioni di un assistente cattolico (il suo unico argomento era che la sua filosofia era eretica per la Chiesa), trillò di piacere, mi guardò come se fossi un animale in estinzione chiamandomi “l’ultimo dei platonici” e mi dette trenta e lode; ma poi, ovviamente, si dimenticò di me e delle mie tesi in difesa di Giovanni Scoto.

3.5.La vera unione con Dio è un’altra, ora lo so. Se chiamiamo Dio l’assemblea (l’insieme, cioè) delle anime in possesso della forma eletta, cioè della retta conoscenza di sé, per essere unito a Dio, ovverosia far parte dell’Assemblea, che è la vera Chiesa, bisogna imprimere nella propria anima la forma eletta, che proviene dalla capacità di vedere le rette idee mediante cui l’essere conosce sé stesso e grazie a cui l’anima ripristina il retto amore, la vera salute. Chi vede l’essere, e sa che l’essere è la somma di tutte le anime, e che l’essere è il bene, sa anche che tutte le anime sono il bene, e le ama, poiché amiamo ciò che sentiamo come bene; chi vede l’essere e ha rettificato in sé tutte le idee, che sono le rappresentazioni dell’essere, ha in sé il medesimo intelletto che hanno anche tutte le altre anime elette, e poiché sentimenti, desideri e volontà dipendono dall’idea di bene, visto che noi vogliamo ciò che giudichiamo bene e amiamo e desideriamo ciò che sappiamo essere bene, noi, che abbiamo tutte la medesima idea di bene,  e sappiamo tutte che il bene è l’essere e cioè che il bene è la somma di noi anime, abbiamo tutte la medesima volontà, i medesimi desideri, i medesimi sentimenti, vogliamo tutte il bene di ciascuna. Questa è la vera unione mistica in Dio, cioè nell’Assemblea dei giusti: non è un vago discioglimento dell’ego individuale in chissà che cosa, come se l’individualità fosse una colpa; né è attaccamento il retto amore di sé, ma è la forza che fa essere l’essere, ed è dunque desiderio e volontà di bene, sentimento razionale e santo. Infatti, chi ama rettamente sé stesso vuole darsi il bene, che è la verità, perché è la verità che fa essere l’essere ed è dunque il bene, visto che essere è pensiero e retta conoscenza di sé, cioè verità; e noi chiamiamo attaccamento il desiderio irrazionale, quello che ci porta verso un falso bene, non il desiderio razionale, il desiderio cioè del bene vero. Mi aiutarono, quindi, le visioni, ma soprattutto fu indispensabile l’insegnamento dei filosofi che nel passato hanno pensato rettamente; sicché trovai la direzione giusta, seppi qual era la meta: perfezionare l’anima, conferirle la forma eletta e renderla eterna, e prendere il mio posto, individuo fra individui, mondo fra gli eterni mondi dello spirito.

3.6.Così potei muovermi più a mio agio, nelle visioni: smisi di meditare per svuotare la mente, smisi di ritenere un’impurità ogni suo contenuto e di cercare visioni ove non vi fosse null’altro che luce o “ridiscioglimento” nel mare... Cominciai a guardare con interesse anche le visioni che contenevano oggetti particolari, quelli che prima mi sconcertavano perché troppo simili ai comuni oggetti del mondo terreno, e che avevo scambiato, in precedenza, per residui ricordi di “veglia”. Mi aiutò molto, come dissi, la visione della “villa azzurra” e delle città di cristallo; gradatamente capii, le visioni mi portarono a capire, che là, nel mondo dell’anima, non ero solo e che quelle che vedevo non erano immagini della mia anima, ma dell’anima, cioè delle molteplici coscienze di tutto l’essere. Cominiciai a fare degli incontri; o meglio: riuscii finalmente a comunicare con i personaggi presenti anche prima nelle visioni, perché cessai di fare manovre stupide verso di loro, scambiandoli per parti di me stesso. Per esempio, in uno scritto del 1989, una specie di romanzo ermetico, cioè scritto in modo criptico e non esplicito, che avevo cercato di congegnare per escludere gli altri e attirare solo le persone simili a me, esploratori dei mondi e quindi capaci di penetrarne gli enigmi, nella speranza che ve ne fossero molti in giro (non presumevo, infatti, di essere rara avis! Invece non ne trovai nessuno), ho registrato la seguente esperienza, che doveva risalire a qualche anno prima. Tenendo conto che in questo testo do il nome di Hurqalya al mondo dell’anima, influenzato dalla lettura di un libro bellissimo sulla tradizione mazdea, che mi fu assai utile (Henry Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita, Adelphi, Milano 19863), l’esperienza ivi registrata è la seguente:

 

Una delle prime volte in cui vidi il Mare di Hurqalya e il suo amoroso Sole e mi sentii io stesso quel mare, e mi sentii portare in alto come evaporando su quella strada di respiro d’oro dall’amore del Sole, c’era con me quel “familiare” che ho soprannominato “l’albergatore” (...) seduto quieto accanto a me, e sorrideva.

 

Apparivano infatti in quelle visioni estatiche alcuni personaggi, che mi dettero l’impressione di essere miei familiari e a cui io poi, in seguito, appioppai dei nomignoli. Questo era “l’albergatore” perché in un sogno si era mostrato simbolicamente in tale veste, a svolgere un tale ruolo: il nostro soggiorno nella vita terrena è come un periodo provvisorio passato in albergo, perché qui noi non siamo a casa. Ma all’inizio pensavo fossero mie proiezioni mentali; infatti il testo prosegue:

 

Vedendolo, tutto confuso dai pregiudizi del mondo esterno, pensai: “dev’essere simbolo di Dio Padre”. Aveva infatti giusto l’età per essere mio padre, e il divino era dappertutto sensibile in quei luoghi... Come simbolo non mi piacque affatto, perché era troppo limitato in confronto al simbolizzato, e, inoltre, allora non avevo ancora capito che non si può vedere l’invisibile se esso non si manifesta attraverso enigmi (volevo dire ”immagini simboliche”: nota di oggi), e dunque mi sforzai di cancellare quell’immagine, il mio “familiare” voglio dire, sia perché ritenevo che guastasse il panorama, sia perché volevo andare al di là di tutte le immagini, perfino oltre quel Sole che simboleggiava la visibilità stessa, nel mio pensiero, mentre sentivo che da là dietro scaturiva Dio. In una parola, volevo vedere Dio, ma lo volevo vedere invisibile, non con la metafora del Sole e del Mare. Tutta questa confusione di pensieri mi causò un capitombolo al suolo, sotto lo sguardo calmo e indifferente del mio “familiare”. Che figuraccia! Deve proprio avermi giudicato uno stupido.

 

3.7.E aveva ragione. Ma, come ho detto, superai la fase di questo sciocco “misticismo negativo”, e potei ammettere la molteplicità e l’intersoggettività di quel mondo grazie alla filosofia, ma anche grazie ad alcune visioni, come appare dalle seguenti annotazioni, sempre registrate nello stesso scritto (aveva il titolo di Viaggio alla città di I, dove questo nome, città di I, doveva significare il mondo nel quale si riflette la mia anima, il mio mondo spirituale in mezzo agli infiniti mondi: I stava per “io”):

 

La prima fondamentale tappa che segnò l’avvicinarsi della Città di I fu la caduta della distinzione fittizia e, a pensarci bene, sciocca e ridicola tra esterno e interno. Un cosiddetto “oggetto esterno” non esiste in Hurqalya. Esterno dove poi? E tutto ciò che si chiama “interno” o “interiore” in Hurqalya si vede perfettamente e da questo punto di vista, ebbene, è “esterno”...

 

e via di questo passo per altre cinque o sei righe: come si vede, accennavo ermeticamente, in un modo un po’ irritante e petulante direi oggi, alla confutazione degli errori materialistici del senso comune, ma è stato poi meglio abbandonare questo ermetismo che non portava a nulla e parlare esplicitamente con metodo logico ne Il fondamento della ricerca. Lo scritto prosegue:

 

Una volta, mentre vagavo un po’ sperduto nel tentativo di distinguere, appunto, ciò che era esterno da ciò che era a me interno in quel luogo, mi si presentò un cittadino di Hurqalya, chiaro e luminoso, che si mise un buffo ed ingombrante cappello sul capo e, rifacendomi il verso, esclamò: “adesso devo distinguere quello che è dentro da quello che è fuori!” e ripeté cantilenando questa frase due o tre volte. Infine scoppiò a ridere fragorosamente ed io mi sentii la persona più sciocca del mondo...

 

La bonaria presa in giro di questo spirito eletto mi fu molto utile, perché disinnescò un’altra delle mie manovre stupide, che rovinavano le visioni, quella di cercare di distinguere, nello spazio spirituale, quelle immagini che fossero “prodotti del mio inconscio” dagli “oggetti veri”. Il buffo e ingombrante cappello che quel signore s’era messo sul capo per prendermi in giro servì a significare il sistema di idee sciocco e ingombrante, materialismo e psicoanalisi, di cui dovevo liberarmi, se volevo entrare nel mondo spirituale e farne parte. Capii, e così mi procurai un concetto di realtà più razionale; il testo conclude infatti:

 

Smisi di fare assurde distinzioni, e la mia vista hurqalina (spirituale, cioè) migliorò alquanto.

 

Potei cioè guardare e capire molte più cose.

3.8.Un’altra annotazione sull’argomento che ritrovo in quello scritto è la seguente:

 

All’inizio ero convinto che la città di I (il mio luogo nel mondo dell’anima, come si ricorderà) fosse deserta. Scrivevo infatti versi come:

“viaggia per le tue strade vuote e ascolta...”

oppure come:

“le tue spiagge deserte silenziose...”

e se incontravo qualcuno, ero colto da sincero imbarazzo: lì per lì, sapevo che era qualcuno, visto che mi parlava, ma poi mi chiedevo: ma è possibile? Certo che è possibile. Ebbene caro Lettore, credimi. L’anima è un luogo accessibile e le sue città sono aperte a tutti.

 

Avrei poi dimostrato razionalmente come le anime possano vedersi a vicenda senza alcun bisogno di un “mondo esterno”, e tale dimostrazione, scritta in chiaro e per esteso, è contenuta nel libro V de Il fondamento della ricerca. Per allora, i mondi mi spinsero verso questo progresso, di nuovo, con la loro bonaria irrisione. Il brano qui riportato, infatti, conclude:

 

...ben presto gli hurqalini si spazientirono, e uno di loro mi mostrò una grande spiaggia tutta affollata e con un tono un po’ di scherno, mi disse: “E allora? non sono poi così deserte le tue spiagge!”

 

3.9.No, il cielo non è deserto: il vero deserto è qui, nel mondo umano dove l’anima è arida e non produce frutti, perché le manca la verità, e cioè la retta idea di essere, e dove perciò è costretta a ignorare che cos’è il bene vero e manca dunque completamente di amore e non sa comunicare con nessuno. L’aver compreso che la coscienza dell’essere è molteplice e che il mondo dell’anima è un vero mondo, intersoggettivo e visibile, mi fruttò una visione chiarissima, splendida, un’estasi breve ma intensissima, che ho registrato nei seguenti versi (avevo scritto anche una raccolta di poesie, in quel periodo, infatti, che si chiamò La via del sonno e dove avevo registrato molte visioni in versi, perché la prosa non esprimeva appieno l’incanto delle estasi):

 

...Io vidi che ero in piedi su di un suolo

sconosciuto, e vidi che era notte

ed in quel cielo vidi

un numero incredibile di stelle

sempre più fitte, ed esse

benché lontane nel profondo spazio

l’una dall’altra, sulla volta

si univan confondendo

l’una con l’altra la sua luce,

tanto eran nunmerose e vidi infine

che in cielo si era fatto

un unico grandioso continente

tutto di luce...

(Dalla poesia Viaggio, autunno-inverno 1986).

 

Questa volta avevo visto e guardato senza fare capitomboli.

3.10.Così superai il dilemma fondamentale in cui, come dissi, mi dibattevo agli inizi: verità senza mondo o mondo senza verità? Visione dell’essere e perdita della molteplicità o molteplicità lontana da Dio, dall’essere? L’antitesi svanì, quando capii che Dio è l’essere che conosce sé stesso, è pensiero e coscienza, e che la coscienza di Dio siamo noi e che noi siamo fonte dei mondi; che la nostra coscienza è materia e dà origine ai corpi perché lo spazio infinito, l’immaginazione dell’essere, rappresenta ogni sua coscienza come fonte d’acqua viva, dalla quale poi, se ella si rivolge alle forme trascendenti, e cioè alle rette idee, nascono gli oggetti solidi e cristallini del quieto e splendente mondo dello spirito. Ogni fonte dà luogo a una città, ogni città sorge sulla riva dell’infinito mare: mille mondi, mille spazi, ma un solo mondo infinitamente molteplice in un unico spazio infinito. Dio è un mondo visibile, è infinite città splendide di sole, che si vedono l’una con l’altra e si guardano e si amano: il vero mondo intersoggettivo, che è la somma di tutte le anime e dei loro contenuti, e delle immagini visibili che tali contenuti manifestano, e cioè i veri corpi, gli oggetti reali, questo è Dio. Non è vero, come credono i Cattolici, che Dio è invisibile, inconoscibile, misterioso: essi chiamano Dio la tenebra. Noi no, noi chiamiamo Dio la luce, e cioè il pensiero visibile, che rappresenta sé stesso nel chiaro mondo dell’anima; e non è vero quel Dio incomprensibile alla ragione che dà di sé solo cenni oscuri in una presunta rivelazione ispirata ai profeti: se il Lettore ha affrontato seriamente il nostro studio intitolato La Natura, sa bene ormai da dove vengono queste ambigue e ingannevoli ispirazioni. Dio, quello vero, parla apertamente e chiarissimamente, e il suo discorso, la rappresentazione di sé delle sue infinite coscienze che siamo noi, le anime, è perfettamente razionale e comprensibile a chiunque impieghi rettamente la ragione: il suo linguaggio è il simbolo, ed ogni corpo è l’immagine simbolica visibile di un contenuto delle nostre coscienze. Questo è Dio: io l’ho visto, ho camminato dentro al suo cielo amoroso, ho percorso le sue vie illuminate dal sole, ho visto le sue piazze e le sue fontane... Ho visto cioè me stesso e gli altri me stessi, ci siamo specchiati insieme nell’immaginazione di Dio, dell’essere, come sue immagini. E io ho ascoltato le loro lezioni cercando di capire più che potevo, mentre mi impegnavo poi, di giorno, a studiare il pensiero umano, sia per trovare i mezzi indispensabili per comprendere il significato dei simboli, per tradurli in discorsi razionali, perché altrimenti sarebbero rimasti muti, sia per capire quanti e quali errori può produrre il pensiero quando si inganna, e imparare a confutarli, cioè a purificare (questa è l’unica vera purificazione) la mia anima da quei detriti e da quelle rovine che mi impedivano di vedere il cielo. Che viaggio, anima mia! Fu lungo e faticoso, ma che splendore...

3.11.Contemporaneamente a tutto questo, dovetti lottare contro un altro ostacolo: il problema della “materia”, quella terrena, quella che in epoche pre-filosofiche avevo ritenuto eterogenea al pensiero ed extramentale e che ora non sapevo come considerare. Ora che avevo deciso quale dei due mondi considerare vera realtà, come spiegare l’esistenza dell’altro? Che cosa mi obbligava ancora a sognare di avere un corpo aggregato, e come mai questi prepotenti sogni del mondo terreno, le percezioni che gli uomini chiamano erroneamente “mondo della veglia” ed “esperienza sensibile”, mi si imponevano contro la mia volontà alla fine di ogni estasi? Se ho dimostrato a me stesso che questo mondo è un’illuisione, perché non svanisce? chi o che cosa mi impone i suoi sogni? Nel 1985 evidenziai per la prima volta il problema in una poesia dove mi lamento, chiamando “altra me stessa” e “sorella” l’anima, quella che mi si era mostrata nei sogni estatici, e anche: “la mia metà del sonno”, intendendo con questa espressione un po’ criptica la fonte di quelle immagini che mi si erano mostrate, appunto, per la “forza del sogno” nelle visioni; cioè, se ricordo bene quel mio pensiero ancora sconclusionato di quando ho scritto questa posesia, ritenevo che la mia vera anima fosse quella del sogno, e mi pensavo come diviso in due, o reduplicato: la vera mia anima addormentata e in possesso dei sogni, ma impotente, incapace di trasmettermi le immagini del suo mondo, e io, la personalità terrena e fasulla imprigionata nel mondo incomprensibile dei corpi aggregati; e immaginavo anche che le visioni fossero i richiami della mia anima, quella vera, che in preda al sonno e all’angoscia per la mia assenza, mi chiamava perché io tornassi a risvegliarla... Che guazzabuglio! Ma ne uscii quando compresi da chi realmente proveniva il richiamo. Se il Lettore vuol ridere di me, gliene do agio, mentre anch’io rido di me stesso, di quel me stesso in preda a smarrimento e confusione, che in quella poesia, intitolata Primavera e sogni, tra le altre cose scriveva:

 

La mia metà del sonno

che giace oltre le stelle, dorme

ed attende la lontana sorella

che è nel mondo sola: perché ti abbandonai,

perché io t’ho lasciata? Tu sei la luce

là dov’io son ombra...

 

La sorella lontana, che ha abbandonato la sua “metà del sonno” è, appunto, la mia personalità terrena smarrita nel mondo basso, e la “metà del sonno” doveva essere la mia vera anima. Beh, in fondo non è poi così sbagliato, se per “metà del sonno” intendiamo la coscienza in possesso della forma eletta e in grado di produrre il suo mondo con la “forza del sogno”, solo temporaneamente spodestata dall’aggregazione col corpo terreno, ma che mi aspettava nel futuro, cioè ora. Ora posso guardare a quel me stesso del passato, a quella sua anima ancora deforme, come a una lontana sorella smarrita; in fondo ero io stesso che mi chiamavo allora, perché mi chiamava l’essere e io sono l’essere, insieme a tutte le altre anime, e, perciò, non sarebbe sbagliato considerare come mia vera anima e chiamarla “la mia metà del sonno”, visto che è il sogno che la rende visibile, l’anima molteplice del mondo... Ma non arzigogoliamo: è sciocco esprimersi in maniera involuta e oscura, tanto per fare i poeti e gli originali, quando ci si può esprimere più chiaramente e in maniera piana. Quello che qui ci interessa è che, almeno, avevo chiaro in mente un problema:

 

...senza di te

devo vagar di fuori, all’altrui luce

perché dentro non vedo e gli oggetti scuri

restano ignoti e strani.

 

Già: non avevo ancora esercitato il linguaggio dei simboli e gli oggetti del mondo dell’anima mi restavano ancora oscuri. La poesia prosegue:

 

E se tu eri il mare liquido e profondo

con nel tuo grembo tutto,

io delle onde ghiaccaite percorro

in superficie le valli

e l’ombra stringe chi vi cammina in mezzo.

Il demonio è che vi cammina in mezzo.

Chi trafisse il mio cuore ad una trave

sì che io diventai il demonio?

Infelice demonio trafitto ad una trave

chi t’ha rubato il cuore e t’ha ghiacciato il petto?

L’anima tua del sonno è là che luce

e tu non puoi che far da opaco specchio.

 

3.12.Eh! Che esagerazione! Povero Agis: adesso è diventato addirittura il demonio! Ma va’... Beh, ma non è poi così sbagliato l’impiego che faccio di questa visione nella poesia: avevo ricevuto infatti, durante una delle mie estasi, quelle immagini cupe. Prima avevo visto che un piccolo oggetto veniva inchiodato ad una grossa trave scura, poi un tentativo di recuperare la sensazione di beatitudine estatica, e cioè di essere di nuovo il mare illuminato dal sole, era fallito perché il mare si era ghiacciato. Il gelo aveva rappreso la superficie del mare nel momento in cui esso era mosso e le sue onde erano altissime, sicché dopo essersi ghiacciato e divenuto immobile, le sue altissime onde formavano, fra l’una e l’altra, profonde valli oscure, entro le quali un uomo coperto da un mantello nero, col volto semi-nascosto dall’ombra gettata dal suo cappuccio, era costretto a camminare. Ero io? Avevo visto il demonio? Entrambe le cose, perché la visione mi spiegava ciò che poi mi sono affaticato a esprimere nei miei scritti di ontologia e di etica, quelli presenti in questo sito, traducendo il tutto in lunghi discorsi razionali. La visione mostra la condizione umana: il piccolo oggetto che viene inchiodato alla trave è lo spirito o, come dico nella poesia, il nostro cuore: infatti la piccolezza, nell’immagine, che non può essere invisibile, evidentemente, perché altrimenti non sarebbe un’immagine, significa invisibilità, perché le cose invisibili sono difficili da vedere come le cose piccole, sicché le cose piccole nei sogni significano lo spirito, che è invisibile; e la grossa trave scura a cui il cuore viene inchiodato nella visione è il corpo aggregato, che è appunto grosso, cioè visibile, ma oscuro perché la sua vera natura non ci è immediatamente comprensibile. E, come dissi nei precedenti scritti, l’anima legata a un corpo aggregato e identificatasi con esso perde la retta nozione di essere, non conosce più sé stessa e il vero bene, e perde l’amore: il gelo ghiaccia il mare, e cioè lo spirito non può più tradursi in elemento liquido ed essere la materia dei suoi mondi, ma è espulso dal mondo dell’anima; la sua coscienza si fissa in forme oscure dovute ai sistemi di idee prodotti nei vari periodi storici dalle culture terrene: questo è rappresentato dalle valli oscure in mezzo alle onde ghiacciate, e il lungo mantello nero con cappuccio indossato dall’uomo nella visione vuol significare lo stato di nascondimento in cui si trova l’anima  nel corpo aggregato. Questo stato di coscienza umano che, come vedemmo negli studi precedenti, poi degenera dalla forma animalesca alla forma bestiale dell’anima ammalata di ignoranza e in preda a tendenze irrazionali, può ben dirsi “forma demoniaca”, sicché l’anima nella condizione umana non è più angelo, cioè anima innocente o eletta, ma demonio: la sua mente è oscurata, non ha più amore e le sue tendenze verso desideri o sentimenti sono tutte malvagie, e la sua volontà erra verso il male. Ecco dov’è realmente il diavolo; e io, povero Agis gettato nel mondo dell’errore ed ivi smarritosi, per allora partecipavo ancora della condizione umana, anche se stavo iniziando a uscirne ed ero sulla strada per divenire téleios, anima eletta, e dunque avevo ragione di lamentarmi dicendo: “Chi trafisse il mio cuore ad una trave/ sì che io diventai il demonio?”

3.13.Non faccio per vantarmi, o forse sì, perché sono un po’ vanitoso, ma anche Agis ha visto il diavolo, come Antonio e gli altri Padri nel deserto; io però non mi sono messo a cacciarlo con preghiere, segni di croce e spruzzate di acqua santa, non sono diventato, per fortuna, uno di quei mistici fumosi e inconcludenti, ma al massimo un poeta vanitoso, da un lato, e dall’altro sono diventato un filosofo impegnato a cacciare veramente il demonio, cioè a eliminare la forma demoniaca, ossia ammalata di irrazionalità e di ignoranza e dunque malvagia, che si era impressa nella mia anima per via dell’identificazione col corpo aggregato, e a ritrovare Dio ovverosia a ripristinare la forma eletta o divina, che dir si voglia, nella mia coscienza e a rientrare nel coro degli dèi, nel vero mondo, in quel mondo intersoggettivo, luminoso e molteplice che chiamiamo Dio. Sono un uomo vanitoso, il Lettore se ne sarà accorto, e mi piace apparire bello quando mi specchio nell’infinito spazio dell’anima, al cospetto dei mondi. Anche adesso sto cercando di farmi vedere bello, specchiadomi nell’anima del Lettore o della Lettrice con queste mie parole, come allora, da giovane, cercavo di mostrare la bellezza che ero in procinto di guadagnare conservando le mie visioni in versi (dopo questo primo tentativo di poesia sviluppai una certa capacità poetica, trovando parole e ritmi giusti, con la pratica). E che male c’è? Quella che i Cattolici chiamano vanità, reprimendola invidiosamente come fosse un peccato, è invece bellezza e cioè capacità di manifestare visibilmente il bene, perché la bellezza è immagine del bene. Chi ama il bene deve amare la bellezza, che ne è l’immagine visibile ed è ciò che rende eternamente beata l’anima che nel vero mondo ne fruisce. Spero che il Lettore non sia uno specchio invidiosamente opaco e deformante come l’anima del cattolico e sappia accettare la mia bellezza, il mio bene... Ma non divaghiamo troppo; la seconda strofa della poesia dice così:

 

Viaggio. E mi manca la mia metà del Sonno;

che se i giorni azzurri del mondo

coi colori e le città ed i muri

o coi prati ed il mare e con i monti

e le stanze all’interno delle case

per i sensi vengono ad occupar per forza

lo spazio che era tuo, sorella, forse

credi che l’ampia stanza nostra

senza di quelli rimarrebbe nera

e vuota? Tu ti ricordi

il mare ed il giardino e le altre cose...

tu le ricordi, già, tu dormi ancora

ma son io che le ho perse

quando bevvi ad una fonte l’acqua ed il sale

che mi disse: le immagini di dentro

non son che sogni e i sogni sono nulla,

solo i sogni di fuori son reali.

E chi li sogna quelli e ce li impone?

 

3.14.Questa è una buona domanda. Saranno belli e variopinti i “sogni di fuori”, quelle percezioni sensibili che vengono a occupare, usurpandolo, lo spazio della nostra anima, ma non dicono nulla di vero, e impediscono all’anima di esprimersi, di manifestare in uno spazio suo, nella sua stanza, i suoi veri contenuti. La nostra sorella, l’altro noi stesso che ci aspetta alla fine del viaggio, ricorda e vede il vero mondo perché ancora dorme... No, non è un invito all’incoscienza, ma al contrario: già allora davo valore alla “forza del sogno”, l’immaginazione dell’essere, e per questo dico che l’anima quando è nella vera realtà ed è perfettamente cosciente di sé “dorme”, perché è in possesso della forza del sogno, perché dormire significa essere capaci di sognare, mentre lo stato “normale” di “veglia” ci lega a un mondo dell’esperienza che è illusorio e infernale. Che finezza. Ma è stato meglio chiarire in seguito il concetto con parole prosastiche, negli studi di filosofia, perché mi sono accorto che dei miei versi non capiva nulla nessuno. Avevo troppa fiducia nelle capacità umane, allora, pensavo che tutte le persone un po’ colte avessero dimestichezza con questi concetti, non pensavo proprio di essere speciale, e così spedivo in giro le mie poesie rimanendo poi molto deluso e addolorato quando mi accorgevo che non mi dava retta nessuno, tranne quelli che vedevano nei miei versi l’esaltazione dell’”Irrazionale”. Non c’era modo di far capire alle persone che nelle mie poesie e nelle visioni che in esse narravo non c’era proprio niente di irrazionale, ma che anzi esse andavano lette come narrazione ermetica di un discorso perfettamente logico e filosofico; nessuno capì, nessuno raccolse, per esempio, questa sfida filosofica, nessuno volle affrontare dibattendo e studiando insieme a me la questione, la ricerca sul mondo “esterno” e sulla “materia”. Nessuno capì che mi stavo ponendo una domanda razionalmente e che cercavo un metodo per trovare una risposta razionale: perché ci inganniamo sull’essere? e da dove provengono queste sensazioni che ci ingannano? Chi o che cosa ci obbliga a nascere in un corpo aggregato, a bere a questa fonte d’acqua salata (ti lascia assetato cioè, per la mancanza del vero bene) che è la vita terrena e a dimenticare la vera realtà, “le immagini dentro”, e a lasciarci convincere che “solo i sogni di fuori son reali” e dunque a “vagar di fuori, all’altrui luce”? Come si vede, avevo capito che anche le percezioni sensibili che l’uomo chiama “esperienza” e “realtà” sono sogni, ma non potevo ancora sapere chi produce quei sogni e ce li impone, e a quale scopo. E’ stato il quesito più duro e difficile da risolvere.

3.15.Dovetti affrontare la questione da solo, con l’unico aiuto delle visioni e dei filosofi del passato. Platone non mi fu molto utile, in questo campo, perché nei suoi Dialoghi non c’è una teoria della materia completa ed estesa; anche la dottrina neoplatonica contenuta nelle Enneadi di Plotino non sarebbe stata sufficiente: ne ho affrontato lo studio per scrivere nella mia tesi di laurea (stesura che ha impiegato il mio tempo tra il luglio del 2000 e il marzo del 2003) il capitolo che riguarda l’assioma sulla forma essendi di Boezio, ma allora ero già uscito dalle difficoltà, e comunque neanche i Neoplatonici spiegano a sufficienza la differenza tra le due materie, quella terrena composta di atomi e quella semplice, riflesso della coscienza che si rappresenta mediante l’idea di essere. Si trovano, è vero, in Platone e nelle Enneadi tutte le nozioni occorrenti per trarre la retta conclusione, ma non una spiegazione sistematica e completa dell’origine dei corpi aggregati né del suo vero scopo, né una descrizione scientifica del mondo dell’anima, ma solo cenni “orfici”. Mi aiutarono di più due autori moderni: Leibniz, in primo luogo, con la sua nozione di monade, cioè atomo spirituale, e poi Malebranche, che con la sua “visione in Dio” e il suo “occasionalismo”, pur ancora impigliato nel dualismo cartesiano, mi suggerì la soluzione su come le anime possano vedersi a vicenda e su che cosa sia realmente la percezione. Grazie anche a costoro potei arrivare a quelle conclusioni che poi ho formulato ne Il fondamento della ricerca. Detti l’esame su Leibniz all’Università statale di Milano (il corso prevedeva un confronto fra Locke e Leibniz) nel 1989, quello su Malebranche nel 1992: ebbi in entrambi trenta e lode. Intanto le visioni mi avevano tormentato su questo argomento, ed era anche accaduto qualcosa d’altro, dovetti affrontare dei nuovi pericolosi ostacoli. Sarà questa la materia del prossimo libro.


LIBRO IV.

 

 

 

 

 

GLI ENIGMI SUI CORPI E SULLE MATERIE: COMPLICAZIONI E TRAPPOLE DA AFFRONTARE.


LIBRO IV.

 

INDICE DEGLI ARGOMENTI.

 

 

Si potrebbe pensare che l’universo sia diviso in due zone, due mondi, uno terreno e uno spirituale, ma le cose non sono così semplici: molte esperienze risultavano enigmatiche e incomprensibili; a complicarmi le cose ci furono anche degli incontri sbagliati con movimenti esoterici irrazionali o col razionalismo “aperto” e, inoltre, i mondi stessi cercarono di farmi confondere, mostrandomi luoghi che sembravano terreni o dove trovavo oggetti comuni, che sembravano fatti di materia extramentale(4.1-4.5).

 

Tutte queste difficoltà sono sopravvenute proprio quando stavo avviandomi a liberarmi dello zoccolo fesso, o, fuori dal simbolo, dal dualismo tra pensiero e materia(4.6-4.7) e mi stavo procurando la capacità simbolica, cioè la facoltà di vedere realmente il mondo spirituale(4.8). Digressione sul vedere: il visibile ha la realtà dell’immagine ed essendo simbolo, per vederlo bisogna interpretarlo simbolicamente; solo l’invisibile ha la realtà dell’essere. Le cose visibili non possono causare effetti, se non quello di evocare un significato in una coscienza(4.8). Nonostante questi miei progressi, ero in preda a un dilemma: nel mondo dell’anima tutto è simbolo o ci sono anche oggetti di altro tipo?(4.8).

 

Incontro con gli antroposofi e ingenuità di Agis(4.9-4.10). Incontro con lo yoga giapponese e amara delusione; l’oscurità dei maestri orientali(4.11-4.12). Queste difficoltà possono essere intepretate come un esame, una “tentazione satanica”: ero tenuto a dimostrare di saper seguire il sentiero della logica senza lasciarmi sviare da esoterismi esaltanti e dalle vie accidiose dei poteri medianici, cioè dalla falsa immagine di sapienza (4.13-4.15). Digressione su: la vita è un esame, e l’esaminatore è severo e incorruttibile; chi si esenta dal compito di combattere contro gli errori concettuali che offuscano l’anima e la rendono malvagia ha fallito la prova, in polemica con misologisti di tutte le risme, compresi i Cattolici(4.16). Racconto di come mi sono disgustato della scarsa serietà e della carenza di rigore degli antroposofi(4.17).

 

Dopo essermi reso conto che non tutti coloro che esibiscono un sapere particolare poi dimostrano di possederlo davvero, ho dovuto affrontare il problema sulla natura dei corpi e delle materie da solo(4.18).


4.1.Il Lettore che abbia affrontato con serietà i precedenti scritti da noi pubblicati sul presente sito, deve ormai aver capito che cos’è la materia aggregata, e che funzione ha; e deve altresì aver riflettuto sulla causalità meccanicistica, su come essa sia, in realtà, un artificiosa e astuta simulazione. Sicché, per chi mi abbia seguito sin qui, non deve essere difficile tracciare uno schema di geografia spirituale che divida lo spazio in due zone, quella dei corpi aggregati, o universo fisico (chiamiamolo così per aderire al linguaggio comune), dove sembrano corpi degli sciami di esseri, piccole immagini atomiche combinate insieme in modo da produrre nella nostra percezione ombre oscure e ingannevoli, e il mondo dei corpi semplici, l’universo dell’anima, dove gli oggetti sono simboli dei contenuti delle molteplici coscienze che ivi conducono la loro vita tranquilla e luminosa, e sono perfettaemnte comprensibili per chi ne conosce il linguaggio e dunque immediatamente fruibili come bellezza, cioè fonte di luce e di beatitudine.

4.2.Ma le cose non sono così semplici: il Lettore mi lasci raccontare e se ne accorgerà. Infatti, dopo che ebbi accantonato l’idea di trovare Dio disciogliendo la mia individualità nel nulla, come ho narrato, e dopo aver recuperato il valore dell’individuo e della corporeità, cioè della manifestazione dell’essere in mondi visibili e intersoggettivi, e dopo aver trovato la strada verso il vero mondo e la vera corporeità grazie alla retta visione dell’origine spirituale della materia e dei corpi, cominciai a prestare attenzione a tutti gli oggetti particolari che incontravo nelle visioni estatiche, chiedendomi che cosa fossero, che cosa mai stessi vedendo e in che luogo, in che mondo mi trovassi. Le visioni cambiarono: all’inizio, dopo la fase preliminare di cui ho parlato nel §2.4, quella in cui ignaro di tutto provavo sofferenza e spavento, avevo ricevuto più volte la visione dei due principi, mare e sole spirituali, non senza qualche difficoltà; ma ora iniziarono dei veri e propri viaggi per i mondi, visitai molti luoghi e feci molti incontri. Ma la via non era sgombera, c’erano degli ostacoli e dei nemici, dovetti impegnarmi a combattere. Gli ostacoli stavano in me stesso, nell’imperfezione delle mie idee, mentre i nemici stavano nel mondo terreno ed erano i portatori di quelle concezioni tradizionali che, oscure e sinistre, confondono l’uomo nel suo cammino, spacciandosi per scienza o filosofia, o addirittura sapienza. Ero già sfinito per la lotta contro quell’orribile ciarlatano che mi avevano imposto come psicoanalista e contro tutta la psicoanalisi, cioè non solo contro le cattive interpretazioni dei miei sogni e di me stesso, dei contenuti della mia coscienza, da parte di un sedicente dottore particolarmente incapace e distruttivo, ma in toto con quella falsa scienza, la quale aveva in precedenza invaso e oscurato la mia anima, provenendo dalla cultura dominante: da ragazzo avevo infatti letto tutti i libri di Freud e con un certo entusiasmo mi ero illuso di aver trovato il modo di capire la “psiche” umana e i suoi misteri insondabili, rischiando di esaltarmi anche; ma ne uscii, in parte, rendendomi conto di quanto fosse inetto quel sedicente dottore che pretendeva di curarmi, e mostrava invece i più disgustosi difetti spirituali, tanto macroscopici da risultare evidenti anche a un occhio ingenuo e inesperto come il mio, e, definitivamente, dopo essermi iscritto all’università di filosofia e aver affrontato (con ottimo esito: ebbi trenta), nell’anno accademico 1987-1988, il primo esame di psicoanalisi: il primo e l’ultimo, visto che così mi resi conto di quanto infondata, irrazionale e farneticante sia questa pseudo-scienza e di quali cappellai matti siano i suoi seguaci. Ero già sfinito da questa lotta, dicevo, quando incontrai un altro nemico: gli steineriani, i cosiddetti “antroposofi”. Essi riuscirono a confondermi assai, per un certo periodo, e insieme a loro altre correnti materialiste che indagavano con un metodo pseudo-scientifico da razionalisti i fenomeni di “uscita dal corpo”, come li chiamano costoro, cioè casi di pre-morte o out of the body experiences (acronimo: O.O.B.E.).

4.3.Come se non fosse stato già abbastanza difficile lottare con me stesso, contro quella forma spirituale terrena e irrazionale che l’identificazione col corpo aggregato aveva impresso nella mia anima, con tutte le concezioni sbagliate che ne conseguono! E come se non fosse già abbastanza difficile e complicato districarsi in mezzo alle difficoltà del viaggio in quel nuovo mondo, in mezzo a quegli oggetti nuovi ed enigmatici, troppo familiari, troppo strani. Avevo un compito arduo e complicato ed ero completamente solo ad affrontarlo: dovevo capire innanzi tutto che cos’è la materia terrena, e in secondo luogo come liberarsene. Ma era poi giusto desiderare di liberarsene? Non aveva anche la materia terrena qualche funzione, utile per la nostra anima? Inoltre, ora che viaggiavo per i mondi, dovevo imparare a capire che cosa di volta in volta vedevo: ognuna di queste esperienze apriva un qualche problema, mi proponeva un enigma. E un interrogativo, in particolare, mi tormentava: che rapporto c’è tra mondo terreno e mondi veri? Ma sarà poi vero che nel momento in cui sono in stato semplice e torno a vedere la vera realtà, le immagini dei corpi aggregati scompaiono e perdo completamente il contatto col mondo terreno? Non ne ero così sicuro. Una cosa che mi confondeva era che in molte visioni mi trovavo in luoghi che mi sembravano familiari, spesso a Milano, dove abito, in strade note: per esempio in via Plinio, o nei dintorni di piazza Udine, oppure vedevo il grattacielo Pirelli o le stazioni della metropolitana che usavo tutti i giorni; a volte ero addirittura a casa mia, nella mia stanza o nel corridoio, o in quella che credevo la mia cucina, ma ogni volta dovevo ricredermi: guardando più attentamente notavo che quella non era la realtà che mi era familiare, non erano i luoghi della mia vita “di veglia” (cosiddetta), c’era sempre qualche differenza, qualcosa di fuori posto... C’era qualcosa in tutto questo che sembrava sfuggirmi, qualcosa che non capivo.

4.4.E quegli oggetti così comuni: ero dall’altra parte dell’universo, dove mi aspettavo di trovare Dio, lo spirito, il soprasensibile... e invece mi trovavo in mezzo a oggetti ordinari e terreni: automobili, strade, case, e dentro alle case mobili e suppellettili, strumenti musicali, libri... Una volta rimasi sconcertato, perché mi trovai in un salotto arredato in stile inglese, a conversare con un signore seduto su una poltrona, che fumava la pipa. Una pipa? e che ci fa una pipa nel mondo spirituale? Capitò a volte che qualcuno mi offrisse qualcosa da mangiare: piccoli dolci, accompagnati da bicchierini di ottimo cognac oppure del tè. Abbastanza di recente è successo che mi trovassi vicino a una stazione, chissà dove, e un gruppetto di persone volle farmi assaggiare dei molluschi, alcuni impanati e fritti, altri intinti nella chiara d’uovo e, parimenti, fritti. Squisiti, peccato che si erano raffreddati, perché quel gruppo di sconosciuti mi aveva aspettato un po’ a lungo all’aperto. Ho saputo poi, parlando in giro, che i pugliesi usano cucinare i molluschi così... Quando si è diffuso il morbo “della mucca pazza” e qui, sulla Terra, non mangiavamo più carne, io invece mi trovai ospite di qualcuno in qualche città a mangiare una succulenta bistecca, di quelle con l’osso. “Il contagio non può essere arrivato fin qui” ricordo che pensai, completamente frastornato e perplesso. E questi corpi, i cibi e le bevande, nonché la pipa di quel tale, i suoi mobili, la sua tappezzeria, e lui stesso, che nella registrazione che feci dell’episodio nel mio Diario notturno, uno scritto risalente al 1988, descrivo come un tizio “dall’inconfondibile aria anglosassone” con i denti ingialliti dal fumo e con “due brutti occhi arrossati come chi soffre di fegato, cerulei e inespressivi”, che tipo di oggetti erano? Non sembravano avere valore simbolico. Visitai una gran quantità di luoghi dove c’erano di queste cose che sembravano proprio gli oggetti di un mondo “esterno” come il nostro, fatti di una materia estranea all’anima e governata da qualcosa di simile al meccanicismo terreno. In un incontro con un musicista, che si era presentato come Pick Mangiagalli, costui mi aveva messo in mano un pacco di fogli rilegati con il sistema ad anelli che si usa oggi nelle copisterie frequentate dagli studenti universitari, pregandomi di leggerlo: era uno studio di musica atonale di cui non capii nulla.

4.5.E io? Il mio corpo simbolico sembrava capace di abboffarsi di molluschi fritti, cioccolata e ciambelline come quello fisico. Possibile? I Lettori ricordano, immagino, quella scena del film 2001, Odissea nello spazio, un capolavoro di Stanley Kubrick, quando il protagonista, dopo aver attraversato il sistema solare ed essere entrato in un varco spazio-temporale che lo ha portato al di là dell’universo, fuori dal tempo e dallo spazio, si ritrova... in una stanza d’albergo! Ebbene, così mi sentivo io in quelle visioni: tutto troppo familiare, troppo concreto; questa cosa era troppo strana. I mondi sembravano volermi spingere in questa direzione: a concludere che anche ciò che vedevo nella nuova realtà era qualcosa di oggettivo, fuori dall’anima, fatto di materia extramentale. Per esempio, nel Diario notturno del 1988, registrai la seguente esperienza:

 

Ero ai limiti di una città sconosciuta, proprio dove finiva l’abitato e iniziava la campagna. Alcune persone molto gentili vollero accompagnarmi a fare una passaggiata e ci incamminammo per una stradina che costeggiava alcune villette. Notai un’automobile Volkswagen, un “maggiolino”, parcheggiata sul ciglio della strada; in quel periodo pensavo che quel mondo non potesse che contenere oggetti primordiali o sublimi immagini poetiche e simboliche come cieli, pianeti, soli, mari... vedere oggetti meccanici oppure di uso quotidiano, oggetti semplici, banali e prosaici mi sconcertava e mi lasciava incredulo. Ricordo che guardai quel “maggiolino” Volkswagen con attenzione, pensando: “Sembra proprio vero”.

“Certo che è vero, guarda!” mi disse uno dei miei accompagnatori e sbatté le nocche sulla carrozzeria dell’automobile: tòc tòc fecero le nocche contro il metallo. Provai anch’io: tòc tòc fecero anche le mie nocche, e in più provai anche dolore per averle sbattute troppo forte, dolore fisico...

 

E anche nell’incontro con Pick Mangiagalli ero rimasto perplesso per un fatto assai strano: ero arrivato volando nella sua città, e mi ero posato sul cornicione di una delle belle case antiche che contornavano la piazza, ma a quel punto mi ero trovato in difficoltà, perché quel suolo aveva cominciato a esercitare un’attrazione gravitazionale sul mio corpo “del sogno” pressocché identica a quella della Terra sul corpo fisico. Rischiavo di cadere di sotto e farmi male. Ero perfettamente consapevole di non avere con me il corpo aggregato, ma di essere in stato spirituale, ed ero convinto che, mentre il corpo aggregato è in grado di ricevere danni dagli urti, quello “del sogno” fosse invulnerabile, esente da qualsiasi causalità meccanicistica, essendo fatto di pensiero e immagine; ma le mie sensazioni in quel momento smentivano questa convinzione:

 

Le sensazioni che provavo in quel momento in quel corpo erano identiche a quelle fisiche,

 

scrivo sul Diario,

 

 e mi venne in mente il dolore provato sbattendo le nocche sulla Volkswagen qualche sogno prima...

 

Così non ebbi il coraggio di fare come facevo di solito in queste visioni, e cioè lasciarmi cadere al suolo sapendo che, nell’immagine, il mio corpo sarebbe sceso dolcemente come galleggiando nell’aria senza farsi male, e rimasi incrodato su quel cornicione come uno scemo. Dovetti decidermi a saltare da un cornicione all’altro, esattamente come avrei fatto nel mondo fisico, per cercare un modo di scendere al suolo senza danni, finché non riuscii a mettere i piedi (sì, proprio i miei piedi) su un balcone. Per fortuna l’abitante di quella casa, il signor Pick Mangiagalli, appunto, si affacciò e gentilmente mi invitò a entrare dalla finestra del suo balcone...

4.6.Fui insomma sballottato da un estremo all’altro: dall’idea iniziale, che voleva il vero essere come infinito immanifesto, trascendente e sopraindividuale, ora mi trovavo nel mondo dell’anima a dover constatare che esso è pressocché identico a quello fisico, pieno di oggetti materiali e governato dalle stesse leggi di quello terreno. Avevo visto in casa di Pick Mangiagalli un pianoforte verticale, di quelli antiquati, come ce n’erano nel secolo scorso, con la meccanica a baionetta: corde e martelletti? che senso avrebbe questo se in quel mondo non agiscono leggi meccaniche? Insomma, non ci stavo capendo più niente. Povero Agis! I mondi si stavano prendendo gioco di me. Ma perché mi facevano questo? In fondo, stavo andando così bene: stavo lottando per liberarmi dallo zoccolo fesso e ci stavo riuscendo; ora, perché sommergermi con tante difficoltà? Lo zoccolo fesso, se il Lettore non lo ha già capito da sé, è il dualismo su cui si fonda il pensiero degli uomini ancora “non iniziati”, quelli cioè che non hanno rivolto l’occhio spirituale verso il vero essere e dunque non fondano i loro ragionamenti sull’identità tra essere e pensiero, e non sanno che i corpi sono prodotti dal pensiero quando si fa immaginazione: essi credono che la realtà sia fatta da due tipi di cose, materia e coscienza, due esseri diversi, mentre l’essere è uno solo, è pensiero, e la materia è l’immagine della coscienza e i corpi sono immagini dei suoi pensieri; l’anima, se è demoniaca, se cioè è ancora piena di errori concettuali di questo tipo e dunque è dualista, quando si riflette e genera un corpo simbolico, presenta in tale corpo il segno visibile di questo difetto, ed ha al posto del piede uno zoccolo fesso. I piedi infatti simboleggiano i principi sui quali l’anima si fonda nel condurre il proprio pensiero, perché nei sogni pensare e progredire si specchiano nell’immagine di camminare, e sono i piedi lo strumento del camminare. Se invece che su un principio solo, l’essere, quando pensi e ragioni, cioè cammini, ti fondi su due principi, coscienza e materia, come se gli esseri fossero due, non hai un piede, ma uno zoccolo fesso. E’ per questo che i Cattolici dicono che il diavolo ha uno zoccolo fesso, ma scambiano la propria immagine riflessa nello spazio per un’altra persona.

4.7.Anch’io all’inizio avevo uno zoccolo fesso, e ho dovuto lottare per liberarmene. Infatti, in una poesia del luglio 1985 registro una delle estasi tipiche di quel periodo, nella quale mi sentivo innalzare beatamente verso il sole (“Luminoso respiro mi fa da sentiero...”), ma alla cui conclusione avevo dovuto constatare, con una certa preoccupazione:

 

Bifide impronte ho lasciato

su un sentiero di sole...

 

Nel resoconto esteso e in prosa che ne faccio, invece, nel Diario notturno del 1988, l’episodio è raccontato così:

 

Avevo trovato, finalmente, il luogo dagli orizzonti sconfinati! E il Sole splendeva in mezzo al cielo. Non potevo crederci: mi sentii trascinare in alto, ed era come se una strada di luce partisse dal grande luminoso Sole e passasse attraverso il mio cuore. Strada di vento luminoso, di energia, di vita! Ero beato. (...) Ero ormai abituato a considerare i sogni come viaggi fuori dal corpo in un mondo reale, ma questo era troppo meraviglioso e non potevo crederci: “ma sarà tutto vero?” pensai. Allora piombò davanti a me con gran fragore un mascherone di pietra bianca, spaventoso. Caddi al suolo sottostante e mi trovai prigioniero dietro a una vetrata, nel corridoio di una scuola. C’era un gruppetto di persone che sembravano collegate fra loro, una delle quali, un ragazzo, era zoppo, aveva un piede biforcuto. Non prestai loro attenzione e rimasi a guardare il mio Sole perduto con infinito rimpianto nel cuore.

 

 

Il mascherone di pietra bianca rappresenta il concetto errato di materia extramentale e di oggettività, quello di cui ho esposto la confutazione nel I libro de Il fondamento della ricerca e in altri luoghi; il gruppetto di persone ero io, ogni persona l’immagine di uno stadio evolutivo della mia anima, e il ragazzo zoppo col piede biforcuto, ovviamente, ero io, era quel me stesso di quando pensavo ancora dualisticamente, prima di diventare filosofo, ed ero ancora immaturo. Era la forma per liberarmi dalla quale stavo lottando.

4.8.Stavo anche diventando bravo coi simboli, dacché mi ero impegnato a osservare con attenzione i contenuti delle visioni, stavo cioè aprendo gli occhi dell’anima col procurarmi la facoltà di vedere: non basta infatti, nel vero mondo, ricevere passivamente delle immagini come fanno comunemente gli uomini che ricevono le percezioni attraverso il corpo aggregato pensando di vedere delle cose extramentali, degli esseri; no: nel vero mondo le cose sono simboli e non le vedi realmente se non ne sciogli l’enigma, cioè se non ne comprendi il significato. L’iniziato, il quale ha capito che ciò che è visibile ha la realtà dell’immagine, non dell’essere, sa che per vedere realmente bisogna interpretare attivamente ciò che si vede, e per questo scopo occorre apprendere il linguaggio dell’essere, la sua grammatica e la sua sintassi, altrimenti, di fronte alla realtà visibile, qui come là, guardi ma non vedi, odi ma non comprendi. Ciò che ha la realtà dell’essere, i contenuti della coscienza, è l’invisibile, ciò che è visibile non è essere, ma ha la realtà dell’immagine e non è una cosa separata dal pensiero, che possa avere una sua esistenza indipendente e possa produrre una causalità sua propria, esterna alla coscienza. L’unica vera causalità che può esercitare un’immagine è la significazione: l’immagine è un segno, e l’unico effetto che un segno può avere è quello di evocare un significato in una coscienza che lo guardi e che lo comprenda, altro no. Anche le immagini del mondo aggregato sono segni, e provengono dal pensiero di quelle intelligenze che aggregano la materia e simulano una causalità meccanicistica che non c’è, come abbiamo visto ne Il fondamento della ricerca, ma sono segni ambigui e oscuri e hanno l’effetto di ingannare l’uomo, che è costretto a conferire loro la realtà dell’essere come se fossero cose indipendenti dal pensiero, mentre sono immagini. Io, in quel periodo, ero sulla buona strada per capire tutto ciò e stavo imparando a vedere l’essere dietro ai simboli: infatti se rileggo le due serie di registrazioni che avevo fatto di queste esperienze, e cioè le poesie scritte tra il 1984 e il 1987 e il romanzo ermetico del 1989, noto che, nonostante ancora mi difettasse una precisa terminologia filosofico-razionale, ero già capace di usare i simboli opportunamente, già in qualche modo intuendo il loro significato. Invece, nel terzo gruppo di registrazioni di esperienze, quello che chiamai Diario notturno e che avevo finito di stendere nel giugno del 1988, noto un atteggiamento a volte irridente verso quel me stesso che aveva la tendenza a vedere tutto in modo simbolico e a cercare di elevare lo sguardo verso visioni di principi primi e realtà spirituali e scartava con un certo disprezzo l’idea che anche altrove vi fossero oggetti di tipo non simbolico. Quale dei due Agis aveva ragione? Entrambi, adesso lo so, ma per allora mi trovai in estrema difficoltà, non solo perché i mondi, con quelle esperienze troppo “normali” e dunque troppo strane stavano tentando di confondermi, ma anche perché intanto nella vita terrena stavo frequentando alcuni esoteristi di tendenza steineriana (ne parlerò nel prossimo paragrafo), da un lato, e dall’altro avevo avuto la notizia di esperienze simili alla mia su cui degli esponenti della scienza ufficiale stavano tentando degli esperimenti col loro metodo empirico (si parlerà di questo nel §5.6 e segg. della presente opera). Dovetti ragionare assai per districarmi da tutto questo.

4.9.”Vediamo se Agis è capace di tenere stretto ciò che ha conquistato” devono essersi detti i mondi, in combutta con le forze che governano il mondo dei corpi aggregati, quelle perfide e astutissime intelligenze che non tendono ad altro se non a dimostrare la nostra inettitudine e la nostra insipienza, “o se invece si infila in una direzione sbagliata, in cerca più di esaltazione che di verità, di poteri, onori e prestigio più che di sapienza; vediamo se si induce a dedicarsi a qualche pratica bislacca per imparare a controllare questo “potere”, per avere poi la possibilità di esibirlo e diventare un guru ammirato e osannato, con tanto di seguaci, uno più scemo dell’altro. O magari casca nella scienza positivista...” Era iniziato nella mia vita il tempo delle prove, gli esami. Non andai io in cerca di contatti con degli esoterismi e con lo yoga, né la tentazione del positivismo fu molto efficace, perché lo scartai subito; e quando il destino, cioè la provvidenza satanica (il Lettore può accettare questa strana dizione, se ha affrontato con serietà lo studio intitolato La Natura, presente su questo medesimo sito), mi fece incontrare un tal G.F., seguace dell’antroposofia, e anche un altro tizio di cui non ricordo il nome, che gestiva un negozio di magia celtica in via Vigevano, qui a Milano, non scartai a priori la possibiltà che le loro dottrine fossero valide, perché ho rispetto per il pensiero altrui e non mi permetterei mai di bollare qualcuno come incapace o irrazionale senza prima ever esaminato con attenzione le convinzioni che professa; questo nemmeno oggi, quando ormai ho l’occhio allenato per riconoscere subito una mente oscura, dopo tante esperienze e tante delusioni, a maggior ragione allora, quando ancora non ero sicuro di me stesso perché non avevo un sistema filosofico completo, e anzi desideravo fortemente una guida e un aiuto, dando per scontato che quasi tutte le persone ne sapessero più di me. Speravo proprio di trovare un maestro che mi istruisse e mi guidasse in mezzo a tante difficoltà. Lessi tutti i libri che essi mi consigliarono, i quali parlavano di chiaroveggenza, di “corpo astrale”, di “corpo eterico”, di “aure” e di viaggi fuori dal corpo, nell’”astrale”, di terzo occhio e così via. Secondo loro, quelli che io avevo visto erano luoghi dell”astrale”, cioè di un universo fatto di materia “più sottile”, ma pur sempre eterogenea al pensiero, e di oggetti extramentali subordinati a una causalità alternativa a quella terrena, ma pur sempre dello stesso genere, un altro tipo cioè di meccanicismo. Come mezzo di purificazione mi offrirono la dieta macrobiotica e come etica professavano le dottrine del karma: mi raccontarono, a mo’ di esempio, che un tale, il quale per mestiere allevava e uccideva lumache per venderle ai ristoranti, agli occhi di un chiaroveggente di quelli che vedono le “aure” (il massimo della sapienza, per loro) era apparso con un’aura tutta deforme e bitorzoluta, perché le lumache uccise, in collera con lui, gli si erano tutte appiccicate sull’aura in attesa di vendetta. Ma che orrore! Mi dissero che la maggior parte delle malattie fisiche dipende da cose come queste, e uno di loro, con espressione serissima, esclamò: “quel poveraccio avrà qualche problema quando si reincarnerà, più che altro assomiglierà a una lumaca!”

4.10.Tenni conto della possibilità che essi avessero ragione, visto oltre tutto che così potevo spiegarmi come mai nelle mie visioni, o, come dicevano loro, nei miei “viaggi astrali”, erano comparsi oggetti come sedie, caffettiere, pipe, automobili e pianoforti... Essi mi dissero anche una cosa che accese il mio interesse: secondo loro si poteva girellare “nel corpo astrale” anche qui nel mondo terreno. Dissi loro, con un certo entusismo, che evidentemente avevano ragione, perché da poco in uno dei miei voli avevo visto me stesso camminare lungo la riva di un mare, che però era inquinato; ridemmo insieme, dicendo che doveva essere dunque un mare fisico, se era inquinato, e non un simbolo! Agis dimostrò in quell’occasione di essere un po’ tonto: mi lasciai prendere dall’entusiasmo per la possibilità di andare a vedere, che so io, Parigi o Mosca senza pagare alcun biglietto d’aereo e senza affrontare i disagi del viaggio, o di volare beato sopra luoghi ameni, in cima alle Dolomiti o sul Gran Sasso, senza fare fatica, o magari recarmi in qualche biblioteca lontana e leggermi i libri che mi interessavano senza dover affrontare il viaggio e tutta la trafila burocratica del prestito e della restituzione... In linea teorica, tutto questo non sarebbe affatto impossibile, come si vedrà, ma i miei tentativi di mettere in pratica questi propositi si rivelarono disastrosi.

4.11.Uno di questi amici esoteristi, intanto, mi aveva dato l’indirizzo di un’insegnante di yoga giapponese, mostrando un totale disprezzo per tutte le mie riflessioni: era infatti un misologo, come in questi ambienti se ne trovano a frotte, e con atteggiamento colpevolista mi fece capire che mi disprezzava per il mio orgoglio e per il mio egoismo, perché impiegavo le mie esperienze per capire le cose, suggerendomi che invece chi ha questi poteri deve usarli per gli altri, non per sé stesso; mi cavò fuori per forza un desiderio che in effetti avevo, ma che se ne stava realisticamente sopito in disparte, quello di acquisire la capacità di curare il mio prossimo con qualche metodo alternativo alla medicina ufficiale. Mi disse che quella giapponesina maestra di yoga di cui mi dava l’indirizzo m’avrebbe insegnato a usare “l’energia”; io sperai, più che altro, che lo yoga mi insegnasse a liberarmi dal corpo aggregato e a uscire libero e ad andare dove mi pareva, e così contattai la giapponesina e cominciai a prendere lezioni nella sua palestra. Doveva essere il 1986, e io avevo venticinque anni e qualche mese, essendo nato nel 1960, sicché trassi profitto dallo yoga giapponese: mi giovò alla schiena, che si raddrizzò guarendo dalla cifosi da studio, e persino la mia povera spalla destra, dolente da tempo per via di una grave lesione, migliorò alquanto. Mi appassionai a questo metodo per la cura del corpo fisico, recuperando così un migliore rapporto con la Terra, ma non trovai niente di quello che cercavo, né sapienza, né metodi per “uscire dal corpo”. Sperai a lungo che questi giapponesi avessero una sapienza da insegnarmi, raccontai a me stesso che, forse, se non me la mostravano, era perché io ero ancora immaturo e ancora la tenevano per sé; ma, via via che li osservavo e li ascoltavo, dovetti rendermi conto che erano intrisi anche loro di errori concettuali, che tutta la loro presunta sapienza era un’illusione e che la loro mente era totalmente oscura. Ne fui amaramente deluso: essi erano dotati di esaltanti poteri medianici, che li facevano sembrare in possesso di chissà quale conoscenza dell’universo, ma tutta la loro filosofia si riduceva a un concetto solo, e sbagliato pure quello: “energia”. Della loro mistica nichilista mi sono liberato abbastanza facilmente, come ho già raccontato; essi svalutavano la mente individuale e ritenevano che essa fosse un’illusione, una specie di effetto collaterale indesiderato o di devianza patologica, un’impurità insomma, qualcosa che andava eliminato; l’unica realtà per loro era “energia”, e di questa avevano una vaga idea vitalistica, come di qualcosa che senza avere né coscienza né intelletto era la causa di tutto, della vita universale: l’”energia” produce tutto, secondo costoro, compreso il nostro cervello e per pensare e comportarsi bene occorre solo fare in modo che l’“energia” in noi sia equilibrata, cosa che si ottiene mediante la retta alimentazione, cioè quella che vede in equilibrio l’”energia” Yin con l’”energia” Yang. Una volta ebbi l’ardire di chiedere a uno di questi maestri che era venuto dal Giappone apposta per tenere un seminario di yoga, il quale stava ammaestrando una marea di gente ammirata e devota su “energia” e “bilancio” (voleva dire “equilibrio”), se vi fossero due tipi di energia, visto che essi usavano due nomi diversi per denotarla, e visto che nel loro simbolo apparivano due forze, una scura col centro chiaro e una chiara col centro scuro, ma mi rispose irritato: “energia è energia”. Ineccepibile. Tutti mi guardarono con fastidio e disprezzo.

4.12.Capii che questi maestri orientali non sapevano nemmeno loro quello che dicevano, e di tutti i loro poteri di chiaroveggenza, di vedere le aure, di indovinare le cose, per esempio di capire al volo quale malattia o alterazione presenta un corpo fisico, e anche delle loro capacità taumaturgiche, tutta roba medianica, proveniente dall’ispirazione delle intelligenze della Natura (si veda su questo quanto detto nello scritto apposito), non sapevo che farmene: questi poteri medianici sono solo la copia contraffatta dell’intelligenza, una falsa immagine di sapienza, uno scimmiottamento; lo capii grazie a Platone che ne parla nei suoi Dialoghi, ma anche ne fui convinto da me stesso per la mia esperienza con costoro. Essi non tendono all’esaltazione e al fanatismo come i mistici cattolici sul tipo di Antonio e degli altri Padri nel deserto, ma comunque scambiano per intelligenza la medianicità e, poiché ricevono tutto passivamente per ispirazione, negano valore alla riflessione attiva individuale, alla ricerca della verità e all’impegno della ragione umana. Finiscono coll’essere misologi come i Cattolici, anche se sono meno aggressivi e sanno tenere meglio a bada la loro invidia, con l’asserzione che essendo l’individuo solo un’apparenza, tutto ciò che possiede un individuo è in realtà di tutti. Inoltre, la loro convinzione che l’anima debba reincarnarsi infinite volte, per sperimentare tutti i possibili errori e liberarsene (processo che pensano però automatico, escludendo che la forza che ci libera dagli errori sia la retta ragione attivamente e volontariamente applicata), li rende pazienti e tolleranti, e non sono in preda alla smania di colpevolizzare e indottrinare il prossimo per salvargli l’anima per forza, così radicata invece nel cattolico. Ma la presunzione di poter spiegare tutto con un concetto solo, anzi con una parola vuota e oscura (visto che non sanno definirla), “energia”, li rende inservibili per il progresso dell’anima e terribilmente pericolosi per quei babbei che vanno in cerca di un modo per dirsi sapienti senza essere disposti a fare alcuno sforzo, né a impegnarsi seriamente nella ricerca della verità.

4.13.Sono sicuro che quel subdolo essere cui ho dato il nome di “sistema nervoso”, ne Il fondamento della ricerca, e che da sé ama appellarsi “duale”, il quale fa parte di un gruppo di intelligenze che governano la natura terrena e conducono la storia umana per spingerci verso il male, e che in questa funzione abbiamo deciso, nello studio apposito intitolato La Natura di chiamare col nome tradizionale di Satana... sono sicuro, dicevo, che Satana, nascosto nell’ombra, mi stava osservando mentre io mi dibattevo in tutte queste difficoltà e che si stava sardonicamente chiedendo se io fossi un babbeo, se cioè mi sarei lasciato convincere da queste persone irrazionali a deviare per le false piste degli esoterismo fasulli o delle pratiche orientali, in cerca di poteri medianici, o se invece, facendo attenzione e ragionando seriamente, avrei continuato a seguire la strada della logica, quel luminoso sentiero di respiro e sole che avevo visto nelle visioni e che portava su in alto, verso il vero sole e i veri mondi. Nei prossimi libri del presente scritto si parlerà delle difficoltà terribili in cui mi cacciarono le visioni di quel periodo e della mia lotta per uscirne e rimettermi in piedi, dopo che questo turbine satanico aveva tentato di farmi cadere e franare rovinosamente in qualche baratro... Devo però fermarmi e puntualizzare una cosa, riguardo a Satana.

4.14.Ho voluto raccontare questa mia esperienza per dare un esempio concreto di come operino queste subdole e tormentose intelligenze qui nel mondo terreno. Delle loro operazioni bisognerà continuare a parlare a lungo in scritti appositi, analizzando i loro effetti sulla storia e nella vita individuale degli uomini, per capire bene il loro modus operandi e sventare i loro trucchi. Qui, per esempio, ne vediamo un intervento palesissimo: proprio nel momento in cui mi avviavo a chiarire le mie idee, quando mi ero posto le giuste domande e stavo studiando e ragionando per trovare le risposte, ecco che mi si presentano dei saperi prefabbricati, affascinanti, tanto comodi e facili da apprendere quanto fasulli. Mentre io stavo cercando la vera intelligenza, Satana mi ha fatto incontrare la copia contraffatta e fasulla di tale virtù, i poteri medianici degli orientali, e poi ha osservato per vedere quale sceglievo, se quella reale che si ottiene con sacrificio e fatica, impegnandosi seriamente a costo di fallimenti e ripensamenti continui, e per la quale devi percorrere un lungo cammino senza soddisfazioni pubbliche, anzi in solitudine completa, o quella più esaltante, che puoi avere immediatamente e senza alcun serio impegno, e che ti fornisce soddisfazioni e agi, ma falsa. E la trappola era congegnata assai bene, perché appena mi vide, la graziosa giapponesina che sarebbe diventata mia maestra di yoga, sentenziò che io ero la reincarnazione di un grande maestro indiano, e mi fece capire che ero predisposto ad “aprire” quei poteri, nei quali secondo lei risiede la saggezza di un guru, conferiti all’anima, secondo lo yoga, da sette organi di materia più sottile, gli chakra, ma sempre intesi come funzioni provenienti da un meccanicismo organico extramentale e non da capacità logiche sviluppate autonomamente dall’anima; lei e suo marito Akira mostrarono di avere molta stima di me, ed Akira addirittura disse, una volta, che io sarei diventato “un faro per l’umanità”. C’era abbondantemente di che esaltarsi; il dojo centrale (un dojo è la palestra-monastero in cui i giapponesi si allenano), quello in Giappone, fu informato della mia bravura e stanziò una borsa di studio perché io potessi recarmi là e imparare le loro pratiche e la loro saggezza. Rifiutai malinconicamente; continuai però a frequentare i miei due maestri di shiatsu e di yoga, Akira e sua moglie, fino al 1992 perché sul piano fisico queste tecniche sono ottime per mantenere il corpo aggregato giovane e sano e anche perché ne feci la mia fonte di introiti economici: diventando maestro di yoga e shiatsuterapeuta potei evitare il famoso ingresso nel mondo del lavoro che tutti i genitori impongono ai loro figli prima o poi, e che mi avrebbe impedito di serbare le mie energie e il mio tempo per gli studi. Non ho lasciato, però, che essi mi mettessero intorno una folla di gente irrazionale ed esaltata, pronta a chiamarmi “maestro”, ma che si aspettava da me che io insegnassi come “incanalare l’energia” e “aprire il terzo occhio”; organizzai il mio lavoro da solo con i pochi mezzi che avevo, mi accontentai di lavorare poco e di guadagnare pochissimo, e infine cessai del tutto i miei contatti con loro. Come dire che mordicchiai l’esca approntata per me da Satana, ma evitai di infilzarmi sull’amo. Così il buon vecchio tentatore mi ripagò del disturbo arrecatomi con queste sue interferenze: egli aveva previsto (lo so da alcune frasi pronunciate medianicamente dai giapponesi, prive di senso nel contesto che si stava svolgendo, ma che indicavano proprio tale intenzione da parte dei demoni) che, qualora io non fossi caduto nella trappola, avrei però usato la situazione per risolvere i problemi della mia sopravvivenza terrena.

4.15.Così opera il buon vecchio Satana, essere alquanto rigoroso e puntiglioso, e a volte insopportabile, ma per nulla malvagio: non ha nessuna intenzione di perdere le anime per sempre, trascinarle all’inferno come credono i Cattolici e infilzarle su un forcone, al contrario, egli, anzi costoro, visto che sono una pluralità, non hanno fatto altro che darmi la possibiltà di scegliere tra la verità e una sua copia contraffatta, nient’altro che mettere alla prova il mio amore, e cioè il mio desiderio di bene. Se avessi scelto l’autoesaltazione avrei fallito il mio esame, e invece scegliendo di continuare i miei studi seri ho potuto dimostrare di essere preparato per la verità. E faccio altresì notare che Satana e i mondi agiscono in concordanza, di concerto: non c’è un Dio buono che ti chiama e opera con la sua grazia per salvarti miracolosamente, e un Satana cattivo che tenta di sviarti e di perderti, ma c’è un’assemblea di mondi che dopo averti chiamato e messo in viaggio, ti mette alla prova. Se sei in cerca della vera realtà devi dimostrare di esserne degno e cioè capace di superare i loro ostacoli, di desiderare più il bene vero che quelli falsi. Infatti, come ho mostrato sopra, nello stesso periodo in cui io ero chiamato a confutare tutte queste sciocchezze antroposofiche e a combattere contro la falsa sapienza orientale, i mondi mi stavano portando a credere con le loro visioni che anche la realtà che in quelle vedevo è qualcosa di extramentale ed estraneo all’anima e che anche in questi mondi il corpo con tutte le sue facoltà non è prodotto dall’anima ma da un meccanicismo esterno ad essa; i mondi e Satana in combutta stavano macchinando per portarmi fuori strada. Ma poi entrambi sono stati felici di non esserci riusciti.

4.16.Si vede così come sia assurdo pensare di sconfiggere Satana con riti e preghiere, esorcismi e spruzzate di acqua santa, e impetrare per grazia divina la salvezza tributando un culto a Cristo e sperando che il misterioso suo potere ci preservi dal male e dal maligno: Satana non è altro che un esaminatore, e i mondi (compreso Cristo) e Satana agiscono insieme; e pensare di sconfiggere Satana in quel modo, come fanno i Cattolici, sarebbe come presentarsi a un esame e pretendere di passarlo cacciando via l’esaminatore con formule di scongiuro e insulti, o cercando di spaventarlo con riti, e sperando poi di ottenere la promozione per il favore di un potente, in dono dall’alto. Sarebbe un’abominevole idiozia e anche un reato. Per sconfiggere Satana, e cioè per impedirgli di dimostrare che siamo degli insipienti incapaci di trovare l’essere e il bene, tutto quello che dobbiamo fare è dimostrargli la nostra capacità di trovare l’essere e il bene, e la vera realtà, con le nostre forze e il nostro impegno e di non essere paghi della prima patacca che un’istituzione al potere o un qualsivoglia irrazionalismo alternativo ci spaccia per verità: la vita è un’esame, e il dettato dell’esame che l’esaminatore ci propone è pieno di trabocchetti, di problemi che dobbiamo risolvere; chi si esenta da questo compito ha fallito la prova. Il vero mistico, che poi coincide con l’anima perfettamente razionale, è colui o colei che ha passato questi esami perché ha scartato tutti i falsi saperi e ha trovato quello vero, ma è importante anche dire che per poter scartare tutti i saperi falsi, devo essermi impegnato a confutarli, perché non posso bollare un sapere come falso a priori, senza conoscerlo, devo prima esaminarlo con attenzione, altrimenti farei come i misologi, cattolici e non, che scartano anche il vero sapere con quelli falsi, salvo poi ingollarsi una verità fasulla, perché non hanno voglia di impegnarsi a distinguere l’uno dagli altri e perché pensano che basti astenersi dal ragionare per evitare di ragionar male, mentre è impossibile astenersi dal pensare, perché il pensiero è l’essere e chi non pensa non è, e chi non pensa ragionando, ma pretende di astenersi dal retto ragionamento e di servirsi di chissà quale falcoltà intuitiva, anche se nega di farlo comunque pensa e ragiona, ma il suo pensiero, privo del controllo della ragione retta, deraglia in sragionamenti e farneticazioni, e l’anima si ammala e muore per l’oscurità, dato che la verità, la luce, è la sua vita. Il vero mistico, perciò, che è puro logos, è anche un competente nella storia del pensiero e della civiltà, ed è uno che ha affrontato lo studio di tutti i generi di filosofia e di tutti i modi di pensare e di tutte le forme mentali che si siano presentati nel corso della storia, e che ha imparato a distinguere quelli validi da quelli errati, non sdegnando nemmeno le correnti minoritarie, le manifestazioni più bislacche e bizzarre del pensiero, e nemmeno i saperi più umili e popolari. Infatti il vero medico non è quello che se ne sta lontano dalle malattie e pretende di esserne esente e capace di curarle ignorandole e rifiutandosi di avere contatti con esse, ma è chi invece le studia da vicino, le affronta e ne riconosce le cause, e impara così a sradicarle. A parte il fatto che a volte si trovano delle perle, delle informazioni preziose o dei pensieri illuminanti, dove meno ce le si aspetterebbe. Altro che deserto e ascetismo! Il vero mistico sta nelle università e in mezzo ai libri e alle biblioteche, e ascolta con attenzione chiunque gli capiti a tiro. Essere esenti da errori, insomma, è ben diverso che ignorarli: al contrario, per essere esenti dagli errori bisogna conoscerli e averli confutati.

4.17.Quanto agli antroposofi, quelli smisi quasi subito di frequentarli, perché nei loro libri non trovai nessuna spiegazione sensata dei fenomeni che essi descrivono, né di quelle esperienze che stavo vivendo io; né da loro potei cavare nulla di utile. Andavo spesso a Monza, dove abitava G.F. e dove egli gestiva un negozio di alimentari biodinamici, oppure in via Vigevano qui a Milano, dal mago celtico, per chiedergli spiegazioni, ma ottenni solo discorsi fumosi e incomprensibili. Infine fui esasperato dal fatto che, un giorno, nel negozio del mago celtico mi stava aspettando per incontrarmi una signora, sedicente artista o forse artista davvero, non posso saperlo senza aver mai visto i suoi quadri. Disse una cosa strana, che era corsa lì quel giorno perché il mago celtico l’aveva avvisata che “stava cambiando il vento”, e disse anche: “pensa quanto sono cretina! Lui mi dice che sta cambiando il vento, e io subito accorro!” Non capii che cosa intendeva dire. Il mago le parlò dei miei “viaggi astrali”, come li chiamava lui, ed ella si spaventò: “usi l’LSD?” mi chiese. La rassicurai, spiegandole che non facevo alcun uso di droghe o sostanze psicotrope e le raccontai come accadeva il fenomeno, in modo spontaneo e naturale. “Anch’io esco dal corpo quando voglio” mi assicurò, lasciandomi un po’ perplesso e anche un po’ invidioso, perché io non mi trovo in estasi quando voglio, ma quando decidono i mondi di chiamarmi. Imparare a cambiare spazio volontariamente e andare dove mi pare era la mia fissazione, in quel periodo, e anche ora lo sarebbe, ma non ci sono mai riuscito: sta’ a vedere che a questa vecchia bislacca invece viene facile, dissi a me stesso. Sperai che potesse insegnarmi qualcosa, e l’ascoltai a lungo, ma ne ottenni solo i consigli di una vecchia zia. La prima cosa che mi disse fu: “ma tu ce l’hai la ragazza?” Sosteneva che l’attività sessuale mi avrebbe aperto chissà quali “canali”, e disapprovò totalmente la mia castità, dicendo anche che si era accorta che io non ho i piedi per terra, che non mi do da fare col sesso, dal mio sguardo vacuo e sognante. E dàlli con questa realtà, e dàlli con questo sesso! Ne avevo già abbastanza di mia madre e della nonna materna jesina, che spingevano perché io accalappiassi i peggio prodotti della più rancida borghesia marchigiana (o, in seconda istanza, milanese) onde imparentarmi coi ricchi e metter su famiglia, dal viziato rampollo di un oculista a quello più laborioso di un orologiaio; era un continuo sentirsi ripetere: “questa famiglia mi piace per te, questa andrebbe bene per te”. E ne avevo già abbastanza di una zia paterna milanese, la quale pretendeva a tutti i costi insegnarmi come si fa a piacere all’altro sesso, la quale, alla mia brusca e spazientita risposta che di ciò non m’importava nulla, aveva mobilitato il parentado per dire, con aria di tregenda, che “quel ragazzo non dev’essere normale, ha dei problemi”; e ne avevo abbastanza anche dello psicoanalista, il quale voleva a tutti i costi impormi il suo modello di normalità, e cioè successo ed edonismo. Costui, all’ultimo istante della seduta finale di un anno, prima di partire per le vacanze, e dunque senza lasciarmi il tempo per una replica, si era mostrato rallegrato dal mio “miglioramento”, perché gli avevo comunicato, durante la seduta, che avrei passato un periodo al mare: “ne deduco” aveva detto seriamente “che ha intenzione, finalmente, di darsi da fare con l’altro sesso”, e questo dopo che mi ero spolmonato a spiegare che andavo al mare per contemplarne la bellezza, per meditare e studiare in solitudine, e per scrivere poesie. Ah, povero Agis! E adesso questa irritante vecchiaccia, da cui avevo invece sperato di ricavare insegnamenti spirituali, se ne tornava fuori con la faccenda del sesso, mi dava del tonto e del sognatore con disprezzo, e non c’era verso. Un altro consiglio irritante fu che dovevo buttare via il pianoforte e comperarmi un sintetizzatore. Insomma, me ne andai oltre modo irritato e non tornai più in quel negozio; avevo finalmente capito che non tutti coloro che si spacciano per esperti di spiritualità e di sapienza sono realmente tali, che il mondo è pieno di persone idiote e presuntuose che mentre si atteggiano a grandi esperti di cose esoteriche, di psiche, di spirito e di teologia, sanno solo risospingerti verso l’animalità e l’oscurità.

4.18.A questo punto, però, codesti antroposofi steineriani, macrobiotici e druidici mi avevano lasciato un bel groviglio da districare: il problema sulla natura dei mondi. Che rapporto c’è tra il vero corpo, semplice atto di pensiero e simbolo, e la “realtà esterna”, quella fatta di materia aggregata? Esiste una realtà non simbolica ed “esterna” diversa da questa usuale del mondo umano? Si può accedere alla visione dei corpi aggregati anche in stato spirituale? Come riconoscere la natura di ciò che vedi quando non ti servi del corpo aggregato ma hai un’estasi? Quest’ultimo quesito era una novità scaturita dalla convinzione che non tutti i corpi siano simboli, anche fuori dal mondo terreno; o meglio, che non sai mai che cosa stai vedendo: un simbolo, un corpo aggregato, o un corpo di quelli, come la pipa di quel tale dall’aria anglosassone o il quaderno di fogli di Pick Mangiagalli, oppure quel “maggiolino” Volkswagen su cui avevo battuto dolorosamente le nocche durante la passeggiata in campagna, che sembrano materiali e non simbolici ma non sono corpi aggregati? Dacché mi ero convinto che in stato spirituale fosse possibile accedere non solo al mondo dei simboli, ma anche alle realtà “esterne”, infatti, era sorto questo problema.


LIBRO V.

 

 

 

 

 

ANCORA SUGLI ENIGMI E SUGLI OSTACOLI: COMPLICAZIONI E DIFFICOLTA’.


LIBRO V.

 

INDICE DEGLI ARGOMENTI.

 

Ritorniamo al problema fondamentale, quello delle due materie e delle due zone dello spazio: a che punto siamo? Racconto di come avevo superato il pericolo di ricadere nella religione tradizionale, e di come le visioni ne avessero preso atto; mi lamento perché allora fui considerato un irrazionale, perché nessuno comprendeva il mio linguaggio(5.1). Un’altra visione che rispecchia il superamento della religione(5.2).

 

Il simbolo degli edifici, dei muri e delle finestre chiuse: esigenza di uscirne, trovare il vero mondo temporale e contingente, e visione relativa(5.3-5.4). Riformulazione del quesito da affrontare(5.5).

 

Incontro con la mentalità positivista e critica delle loro metodologie, dell’impostazione errata che danno al problema(5.6-5.12); abuso del concetto galileiano di “controllo”(5.7-5.8). Il loro metodo non è veramente galileiano(5.9). Errore metodologico di inventare a posteriori un nome che indichi  una congerie di fenomeni credendolo un concetto, senza aver dato la retta definizione alle parole che compongono tale concetto, e senza aver individuato correttamente il genere a cui tali fenomeni appartengono: si generano così concetti fittizi che creano solo oscurità (5.10).

 

Durante la lotta contro i pensieri fasulli e influenzato da questi, misi in atto il tentativo di vedere anche la “realtà fisica” e in particolare il “mio” copro aggregato mentre ero fuori dallo spazio terreno; una visione su questo argomento(5.13; continua in 6.1 e segg.).

 

 


5.1.Forse non sarà inutile fermarsi un momento e fare il punto della situazione in cui mi trovavo intorno a quell’anno 1986, nel periodo dell’”attacco satanico” dei mondi nei miei confronti. Fino alla prima metà degli anni ottanta, finché cioè ero rimasto convinto che i due mondi fossero separati, ossia che lo spazio fosse diviso in due zone, quella dei corpi aggregati, di cui però allora non avevo ancora una visione chiara (mi ero messo in mente che fosse il mondo dove gli spiriti incapaci di pensarsi e immaginarsi da sé ottenevano in prestito una materia, in aiuto), e quella dei corpi mentali, che già sapevo essere fatti di pensiero e immagini simboliche, e finché ero rimasto convinto che i due mondi fossero incompatibili tra loro e che fosse impossibile che si mescolassero, finché cioè avevo continuato a pensare che in stato disaggregato si potesse vedere solo il mondo simbolico dell’essere eterno, mentre il mondo della falsa materia e delle immagini ingannevoli potesse essere visibile solo in stato di aggregazione col corpo terreno, fino, dunque, alle complicazioni dovute all’”attacco satanico”, tutto sembrava facile. Avevo superato facilmente uno dei più pericolosi ostacoli che in genere un’anima trova a precluderle la via, il pericolo cioè che una volta arrivato a recuperare l’idea del divino e il valore dell’individualità io ricadessi nella religione tradizionale e nella tradizionale concezione di un Dio Padre creatore, un Essere Sommo a cui tributare un culto. Non mi aveva nemmeno minimamente sfiorato l’idea di ritornare in chiesa dopo le mie prime estasi, ma forse correvo ancora il pericolo di personificare il principio, che però superai; questo passaggio della mia evoluzione era stato sottolineato da alcune visioni incoraggianti, ne ricordo due in particolare. La prima è registrata nella strofa VI della poesia che ho già citato sopra, al §3.11, Primavera e sogni, del 1985, dove faccio dire alla mia “sorella del sonno”, l’anima dei mondi che ivi mi aspetta:

 

...E poi te lo ricordi Chi cercavi

quando gridasti finalmente:

“non voglio essere Dio, io voglio un Padre”.

Ti benedico! e che trovasti allora?

-Ti ricordi?- la fotografia

del quadro del Suo volto

che a discrezion sua fece un artista,

forse sbagliando. Ebbene? capisti allora?

Capisci qualche cosa adesso?

Or vedi, c’è una cosa che non è

né immagine di dentro né di fuori,

e non vien dentro per i sensi

che al presente hai, non qualità

fan sì che ne ricevi segno

come se fosse fuori. Cerca;

forse senza speranza, ma per lei ti mando

e sempre eternamente ti mandai.

 

Sì: la visione mi ritrae mentre rifiuto le false immagini dell’elaborazione teologica umana, nonostante che la ricerca di un Padre venga segnalata come un progresso. Ma chi realmente cerca l’origine, l’essere, o meglio la fonte dell’essere, trova prima o poi il principio, che non è una persona (e neanche un essere che chissà come è tre persone) ma è infinito pensiero, è potenza infinita di pensare, ancora immanifesta ed inespressa, quello che poi Giovanni Scoto Eriugena mi avrebbe insegnato come ciò che non è nulla di determinato, ma è potenzialmente tutto, che non è essere ma fonte dell’essere, fonte cioè delle infinite sue coscienze, che siamo noi, le anime, e che in noi trova la retta rappresentazione di sé, quando siamo rivolti alle rette idee che rappresentano l’essere. E noi, la coscienza dell’essere e la conoscenza che l’essere ha di sé, siamo come un’alba eterna, perché pensandosi in noi il pensiero, oscuro a sé stesso nel principio, inizia a illuminare sé a sé stesso, rappresentandosi; sicché nel linguaggio simbolico potei vedere il mondo spirituale come “il mondo delle aurore”, alba ed aurora eterna dell’essere, perché quando le coscienze rappresentano l’essere per mezzo delle idee nelle immagini, illuminano l’essere a sé stesso e dall’oscurità del principio sorge il sole e la sua luce, ed ecco Dio. Siamo noi le infinite aurore, siamo noi Dio. Perciò non erano irrazionali, come pensarono allora tutti quelli che l’hanno letto, le espressioni che usai nel romanzo ermetico dell’estate del 1989, Viaggio alla città di I, che ho già citato sopra, perché era proprio questa visione ontologica razionale che intendevo quando impiegavo espressioni come: “La città di I sorge dal Silenzio del mare”, chiamando Silenzio il principio ancora immanifesto a sé stesso e perciò oscuro e silenzioso; oppure dicevo della vera Terra, quella spirituale, che essa è “l’aurora del Silenzio” o che “Hurqalya (è il nome mazdeo del mondo spirituale, come si ricorderà) stessa... è un alba splendente, che eternamente nasce dal Silenzio del mare: essa è l’aurora del silenzio arcano”. E ancora: “solo il Silenzio è, Hurqalya appare... Hurqalya è lo splendore del Silenzio, eterna aurora sorgente dal Mare, dal Nulla e dall’Amore...” Ma non capì nessuno: Scoto Eriugena è stato scomunicato ed è caduto in desuetudine e le dottrine mazdee sono ignote ai più; io allora ero proprio ingenuo, avevo troppa fiducia nei miei simili e pensavo, invece, che fossero più rare le persone a cui difettassero queste nozioni che quelle addottrinate, pensavo che se c’ero arrivato io, a maggior ragione le persone più anziane e importanti di me. “Ma perché non capiscono questo linguaggio?” mi chiedevo addolorato. Mandai una copia del mio romanzo a Gianni Vattimo, per esempio, ma non rispose.

5.2.Comunque, erano bei tempi: questo modo di contemplare l’assioma, la verità eterna dell’essere nelle immagini delle visioni estatiche era bellissimo e ne traevo sempre un senso di beatitudine, di pace profondissima. La seconda visione che segna il superamento del concetto errato di un Dio personale è la seguente: vidi che mi stavo aggirando per le stanze di un bell’edificio, grandi stanze dagli alti soffitti ornati di cornici; sentivo che stavo cercando Dio. Ma in quelle stanze c’erano solo scaffali colmi di giocattoli e “non c’era verso di trovare Dio da nessuna parte”, come dissi allora scherzando. Infine trovai una finestra aperta e allora uscii sul balcone, e da lì mi gettai fuori sperando di poter volare in quel cielo limpido e azzurrissimo; invece caddi lentamente, come può cadere una piuma, verso il suolo sottostante, e là mentre scendevo, vidi tre bizzarri personaggi, vestiti in maniera molto ricercata con pizzi, trine e merletti, che guardavano in su verso di me, e annuivano contenti, dandosi l’un l’altro occhiate di intesa, e anche incitandomi e incoraggiandomi.

5.3.Ero uscito insomma da uno di quegli edifici che mi tenevano chiuso, lontano dall’essere, e cioè il sistema di idee della religione, dopo aver capito che essa è solo un gioco per menti infantili, e ora ero pronto a esplorare quel nuovo e strano mondo di cui ancora non capivo nulla. Avrei voluto ritrovare l’estasi del mare e del sole e lì restare per sempre, ma invece dovevo scendere al suolo ed esplorare anche le realtà contingenti e mutevoli, non solo l’eterno essere e i suoi due eterni principi, coscienza e intelletto. Il simbolo di uscire da edifici chiusi, liberarmi dai muri e dalle finestre chiuse che mi impedivano di vedere il mondo si ripetè molte volte; anche nella visione dove rimango deluso dalla riproduzione del ritratto del volto sbagliato di Dio ero dentro a un complicato edificio con molti piani e scale, e si ricorderà che il gruppetto di persone tra cui il ragazzo col piede biforcuto era chiuso in una scuola, dietro a una vetrata (cfr. supra, §4.7), e una volta ero riuscito a sgattaiolare fuori da un gran palazzo, perché a uno dei suoi piani c’erano dei lavori in corso, sicché era stato aperto un varco nel muro, mentre presso un altro cantiere di lavori in corso, fui riacchiappato da uno degli operai mentre, dopo aver corso tentando la fuga, ero impegnato a scavalcare un muro di pietra.

5.4.Non tutti gli ostacoli erano superati, infatti, anche se negli edifici della mia mente c’erano lavori in corso, e cioè stavo cambiando il mio sistema di idee, parallelamente, d’altronde, ai cambiamenti nel sistema di idee della cultura dominante, da religiosa a razionalista; inoltre, quei tormentosi “operai”, Satana e i suoi, facevano di tutto per impedirmi di vedere l’essere. Non era più come ai bei tempi, quando contemplare l’essere eterno era stato facilissimo, così facile come applicare il principio di non contraddizione e trovare le verità eterne sull’essere, quelle che dicono che l’essere è pensiero, che l’essere è e non può non essere, e che dunque l’essere non è nato e non muore, e non è esteso e visibile, non è figura né volume, non è corpo cioè, e così via; altra faccenda è indagare il mondo dei possibili, il mondo mutevole del contingente temporale, in mezzo a complicazioni e difficoltà. Adesso, per continuare a fare il punto della situazione, mi trovavo a lottare con codesti maledetti muri ed edifici, i problemi ancora insoluti sui corpi e sulle materie, sicché, nella già citata (§3.9)  poesia Viaggio dell’autunno-inverno 1986, scrissi:

 

Vagammo a lungo in pena

per edifici e innumerate stanze,

impenetrate immagini di muri

e di finestre chiuse e poi spiegammo

le nostre ali di notturno uccello

con fatica, sospirando

l’impossibile ascesa...

 

Povero Agis! avevo dato un’occhiata a quelle meravigliose città di cristallo, avevo visto la “villa azzurra”, la pace e la gioia dei mondi e me ne ero innamorato; non mi bastava il nucleo eterno dell’essere, volevo la vita temporale e variopinta dei luoghi ameni di Hurqalya, le sue piazze, le sue fontane, i suoi fiori e i suoi limpidissimi cieli. Dunque era mio compito in questa fase scendere e cercare quei nuovi suoli, studiare i loro linguaggi e distinguerne gli oggetti; ma avevo anche l’arduo compito di capire che funzione ha la Terra e la storia umana. E questa mia esigenza fu riflessa dal vivo spazio dei mondi nelle seguenti immagini, da me viste in estasi, che ho registrato poi nella III strofa della medesima poesia Viaggio:

 

Passammo tutto il mare,

e fummo all’estremo ultimo luogo

di quel mondo liquido e infinito;

e là vedemmo un’isola di ghiaccio

eterno, puro e splendido di sole.

Deserto, freddo, luminoso e puro

era lì intorno il mare e il suo bel gelo

ci trasformava e ci beava il cuore.

Vedemmo da lontano la banchisa

come io prima mai l’avevo vista,

né altri, credo, e sul cristallo

primi approdammo e dunque presi il volo

con le mie ali di marino uccello

e abbracciando dall’alto tutto il luogo

con uno sguardo, ecco trovai

dove giace la costa verso il mare

dall’altra parte, per tornare in viaggio

da lì, ché ancora mi chiamava oscura meta.

 

Avevo trovato il mondo immobile delle verità eterne, quelle che poi anche Parmenide e Platone mi avrebbero riconfermato; ma non potevamo fermarci là, c’è una zona dove i ghiacci si sciolgono e cioè dove comincia il mondo visibile e temporale: la banchisa è il simbolo di dove l’idea si imprime nella materia, immagine della coscienza, e dove dunque questa diventa molteplice e visibile, perché nella banchisa inizia la frammentazione e lo scioglimento dei ghiacci; e i ghiacci simboleggiano le idee eterne che l’essere pensa di sé, o meglio il pensiero immobile nell’atto eterno di contemplare le idee necessariamente vere in cui esso si rappresenta, la verità. La necessità logica (ciò che scaturisce dall’applicazione della legge logica che si chiama “principio di non contraddizione”) è quel “bel gelo” che rende, appunto, ghiacciato e cioè immobile il pensiero, eternità beatificante: infatti le verità necessarie (ciò il cui contrario reca contraddizione e dunque è sempre falso), dimostrate logicamente, non mutano mai e per questo il pensiero che pensa le verità necessarie è immobile. Da lì, dal mondo eterno della verità e dalla “banchisa”, che è dove le coscienze pensano le rette idee, e iniziano a produrre le realtà visibili con la “forza del sogno”, si può partire per un’altra meta, in cerca del mondo dove i contenuti della molteplice coscienza dell’essere, liquida e cioè temporale e mutevole, si esprimono in corpi variopinti, in forme svariate, in discorsi amorosi e dialoghi e sorrisi... Sarà un viaggio lungo e faticoso, ma ne vale la pena: altrimenti, senza questo impegno, ci perderemmo nei labirinti e nei circoli viziosi dell’oscurità terrena.

5.5.E’ questo il punto dove mi trovavo: una fase molto delicata del “viaggio”, dell’evoluzione della mia coscienza. L’opera dell’esaminatore mi aveva spinto a pormi le giuste domande sulla materia e sui corpi e venivo incoraggiato a esplorare il contingente, ma non avevo la minima idea di come fare. Le mie esperienze spirituali divennero affannose, perché mi ero messo in mente di acquistare la capacità di ricevere anche le immagini dei corpi aggregati direttamente nella coscienza, senza il bisogno dell’intermediazione del corpo fisico, e c’era sempre il problema di capire chi erano le persone che incontravo, che tipo di oggetti componessero il mondo in cui esse vivevano e come distinguere gli oggetti spirituali dalle immagini di quelli fisici, se eventualmente mi fosse dato di vederne qualcuna.

5.6.Riguardo a quest’ultima idea, i mondi si presero gioco di me con una certa cattiveria, divertendosi a confondermi sempre di più, ma, bisogna dire, lo fecero a fin di bene, affinché io mi ponessi le domande giuste e trovassi la soluzione, ed essi stessi mi dettero poi qualche spinta verso la giusta direzione. Fu utile anche, in questo stesso periodo, incontrarmi con l’atteggiamento che la mentalità positivista e razionale tiene riguardo a questi fenomeni. Infatti, come ho accennato alla fine del §4.2 e nel §4.8, nello stesso periodo ebbi un incontro (qui sulla Terra, voglio dire) con un dottore, un ricercatore dell’università statale, che intendeva svolgere una ricerca su ciò che in quell’ambiente viene chiamato O.O.B.E, acronimo di out of the body experiences. Non ricordo il suo nome, ricordo che lessi su un giornale un annuncio, ove si cercavano persone che avessero vissuto “esperienze fuori dal corpo” per avviare uno studio scientifico; risposi, e andai a casa di questo dottore, il quale tra l’altro abitava vicinissimo a me, in un elegante appartamento affacciato sui giardini di piazza Leonardo da Vinci, la piazza del Politecnico, a Città Studi qui a Milano. Egli cercava qualcosa di utile per convincere l’università a stanziare dei fondi per finanziare la sua ricerca. Rimasi esterrefatto: che bisogno c’è di denaro per studiare l’essere? Le estasi sono gratuite e i ragionamenti pure. Ma questo dottore voleva organizzare degli esperimenti di laboratorio, con elettrodi e tutto il resto, perché gli occorreva un “controllo”, voleva cioè dimostrare che le esperienze “fuori dal corpo”, come diceva lui, sono esperienze “oggettive”. Cioè, per dimostrare che queste esperienze “non sono sogni”, bisognava che una volta “uscito dal corpo” io descrivessi una stanza che non avevo mai visto, le persone che vi stavano dentro, magari riuscendo a leggere un numero o una frase scritta su un foglio. Se le mie percezioni in stato di O.O.B.E. fossero coincise perfettamente con quelle dell’”esperienza oggettiva”, cioè quella dello “stato di veglia”, avrei dimostrato che ero “uscito dal corpo”, altrimenti no. Mi chiese anche se avessi letto il libro di Robert A. Monroe, I miei viaggi fuori dal corpo. Sì, l’avevo letto, ero già informato dell’interesse che codesti pseudo-scienziati riservavano ai casi di pre-morte e ai cosiddetti “viaggi astrali” o “uscite dal corpo”, e mi ero già reso conto di come essi fossero completamente fuori strada a causa dei loro pregiudizi materialisti e della loro metodologia completamente errata, scaturita da un pessimo uso del linguaggio, da una carenza nella chiarezza della definizione delle parole e dunque dei concetti. Essi infatti impostavano la loro domanda in modo assurdo, chiedendosi se le esperienze fuori dal corpo fossero oggettive.

5.7.Innanzi tutto essi sbagliano perché fondano i loro esperimenti su un presupposto errato, e cioè che l’essere sia qualcosa di esterno al pensiero e fatto di materia irrazionalmente concepita come esistente da sé, senza una causa che la produca, e sul preconcetto acriticamente assunto che l’esperienza dell’uomo in stato di veglia, l’insieme delle sue percezioni sensibili, sia esperienza “oggettiva”, e che ciò che si vede in questa esperienza sia “realtà”, vagamente pensando a un’esperienza che replica degli oggetti extramentali nelle sensazioni “oggettive” dei sensi, senza badare alla contraddizione di ritenere oggettive delle sensazioni. Definiscono perciò indebitamente “reale” ciò che cade sotto i sensi e “sogno” o “allucinazione”, intendendo con queste parole qualcosa di non reale, ciò che l’anima vede senza il corpo fisico. Ma grazie alle ricerche contenute nel I libro de Il fondamento della ricerca e alla discussione sui concetti di realtà e sogno da noi affrontata sopra ai §§1.7-1.13 della presente opera, ora sappiamo che l’assunto su cui essi fondano tutte le loro ricerche, quello che vuole la realtà essere extramentale ed oggettiva e che pretende essere esperienza reale solo l’insieme delle percezioni sensibili del mondo fisico, è completamente falso, sicché tutti i loro ragionamenti sono imbrogliati intorno a questo pregiudizio. Il primo errore metodologico è quello di voler distinguere l’esperienza “oggettiva” dai sogni. Noi abbiamo dimostrato, applicando il retto metodo assiomatico deduttivo e partendo dal retto assioma, quello dell’identità tra essere e pensiero, insieme anche al metodo della divisione per genere e specie, che tutti i sogni sono realtà, e che tutte le esperienze reali sono sogni e che dunque è assurdo congegnare un esperimento per distinguere le esperienze reali dai sogni. Codesti pseudo-scienziati difettano completamente di un concetto razionale di realtà e dunque pretendono che l’anima, una volta libera dal corpo aggregato, continui a vedere la stessa realtà “oggettiva” che vedeva prima, senza rendersi conto che quella che loro acriticamente definiscono realtà oggettiva è, invece, una complessa simulazione, che essa è composta da immagini, le quali non possono essere da sé, perché le immagini non si immaginano da sole, ma ragion sufficiente perché un’immagine ci sia è un’immaginazione che la produca e cioè una coscienza che la pensi, e dunque gli oggetti, che sono immagini, non possono esistere oggettivamente, fuori dal pensiero. Le forme degli oggetti terreni sono pensieri, ma il pensiero che le produce finge di essere meccanicismo e ci inganna se siamo disattenti, costringendoci a pensare l’essere fuori dal pensiero e fuori di noi. L’esperienza terrena altro non è che un complesso, ordinato e precisissimo sogno del nostro sistema nervoso, e svanisce quando siamo liberi dal corpo aggregato e dunque dal dominio di tale demone.  Questi pseudo-scienziati non hanno mai dimostrato la validità dell’esperienza sensibile, il suo valore di verità, anzi, quando ci si sono provati sono rimasti impigliati in grovigli inestricabili e in infinite contraddizioni; ciò nondimeno continuano a pretendere che un’esperienza di questo tipo funga da “controllo”. Ma se tu controlli la mia esperienza con la tua esperienza, chi controllerà la tua esperienza? Perché pretendi che la tua esperienza sia più vera della mia?

5.8.Ed è un errore pretendere di applicare il metodo sperimentale galileiano al mondo dell’anima, alla vera realtà, perché qui esso è fuori luogo, è lo strumento sbagliato. Infatti, il metodo ipotetico-deduttivo di Galileo serve ad indagare la Natura, ed è applicato opportunamente solo nel mondo naturale. Esso serve a scoprire quale legge la Natura ha deciso di applicare costantemente a un certo fenomeno, fingendo che tale legge sia meccanicistica e afinalistica. Le leggi che governano i corpi aggregati sono tutte convenzioni, e vengono mantenute in vigore dalle continue operazioni delle intelligenze della Natura, sicché è lecito, per scoprire quali esse siano, formulare delle ipotesi in termini matematici e poi chiedere alla Natura, tramite l’esperimento, se la nostra ipotesi è valida oppure no, se cioè la legge che le intelligenze hanno deciso di applicare costantemente a quel fenomeno  sia proprio quella che noi abbiamo ipotizzato oppure no. Solo in quest’ambito ha senso il concetto di “controllo”, perché qui non si controlla un’esperienza con un’altra esperienza, che sarebbe assurdo, ma un’ipotesi con un esperimento. Poiché spesso sbagliamo nel formulare ipotesi sulle connessioni causali che vigono nel mondo naturale, dato che esse sono tutte simulazioni arbitrarie e quindi è impossibile capirle a priori con l’applicazione di leggi logiche come succede nella vera causalità, quella spirituale, in questo caso è legittimo e anzi doveroso fare un controllo: se ipotizzo che un certo farmaco sia efficace nel curare un sintomo, per esempio, devo controllare questa asserzione con esperimenti, e cioè con esperienze organizzate opportunamente. Ma se esco dal mondo naturale, il mondo della materia aggregata e governata da leggi convenzionali che si fingono meccanicistiche, e entro nel mondo spirituale dove queste leggi non vi sono e non si applicano, tutto questo non ha più senso e il metodo galileiano è applicato inopportunamente. Se nuotare è un buon metodo in un lago o nel mare, non posso pretendere che nuotare mi serva e sia il metodo giusto di procedere quando sono in cima alle Alpi.

5.9.Inoltre, il modo in cui questi pseudo-scienziati formulano la loro ipotesi è completamente sbagliato. Galileo costruiva le sue ipotesi con metodo assiomatico-deduttivo, e le esprimeva in linguaggio matematico, il che è come dire che egli ragionava esattamente come ragiona la Natura. Egli legittimava il suo metodo fondandolo su presupposti platonici, cioè su un’ontologia abbastanza corretta, che vede la Natura come un’intelligenza divina che parla, appunto, in caratteri matematici; ma questi pseudo-scienziati che credono di essere galileiani e sono solo pappagalli di Galileo, applicano tale metodo a vanvera, fondandosi su presupposti materialistici in completa contraddizione col metodo applicato, perché la presenza di leggi presupporrebbe un legislatore, non un mondo cieco e “oggettivo”: nel loro universo fatto di materia priva di pensiero è assurdo pensare all’esistenza di leggi regolari, e dunque perché vanno a cercarle? Inoltre, essi non sanno formulare correttamente le ipotesi e i quesiti.

5.10.Essi costruiscono le loro ipotesi a posteriori, per induzione, e non per deduzione come faceva Galileo: essi partono dalla disamina di un certo numero di fenomeni apparentemente simili, e questo è un modo sbagliato di procedere, perché spesso accomunano in un unico genere fenomeni che invece non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro. Nel caso in questione l’ipotesi è particolarmente mal posta: dall’osservazione vaga di un certo numero di queste esperienze essi hanno tratto la convinzione che qualcosa dentro di noi, vagamente inteso come “anima”, ma concepito ancora una volta come qualcosa di oggettivo e spaziale e sottoposto a leggi naturali di tipo meccanicistico, possa “uscire dal corpo” e muoversi nella “realtà” come la intendono loro, nel mondo fisico cioè, quello dei corpi aggregati, come una navetta che sia uscita dalla nave madre e, più snella e mobile di questa, possa andare in ricognizione comodamente e rapidamente, anche a distanze elevate, mentre la nave madre sta ancorata in un punto della Terra. Interessa loro sapere se quest’ipotesi è valida, evidentemente, perché sperano di ottenerne dei vantaggi pratici, oppure perché sperano di concludere che dopo la morte del corpo aggregato  ci sarà ancora un qualche rimasuglio di noi che possa svolazzare in giro come un fantasma. Ma non è assurdo tutto questo? Essi formulano la loro ipotesi servendosi di parole mal definite, che corrispondono a concetti oscuri e contraddittori, a partire da quello di O.O.B.E., “esperienza fuori dal corpo”. E’ un grave errore metodologico, infatti quello di stabilire un nome per un concetto, senza averne data la precisa definizione: essi hanno stabilito il nome di O.O.B.E. empiricamente, a posteriori, mentre le rette definizioni si danno logicamente, a priori. Prima di parlare di “esperienze dell’anima fuori dal corpo” bisognava dare la retta definizione di anima e di corpo, e anche di esperienza, come abbiamo già visto (e, a voler essere pignoli, anche della parola “fuori”); allora ci si sarebbe accorti che tale espressione non ha alcun significato. Per uscire da qualche luogo bisogna esserci entrati, o per lo meno trovarcisi dentro; ma l’anima, la coscienza cioè, il pensiero che pensa sé stesso ed è, non è qualcosa di esteso e spaziale che possa trovarsi dentro a uno spazio, in un luogo, e dunque non è dentro al corpo fisico, come un corpo più piccolo dentro a un corpo più grosso; viceversa, è lo spazio che sta nell’anima: nel vero mondo infatti “stare in...” significa “essere causato da...” e dunque diciamo che lo spazio sta nell’anima nel senso che l’anima è l’origine dello spazio e lo fa essere pensandolo; ed è vero che la coscienza si rappresenta nello spazio, immaginandosi, ma è vero anche che l’immagine che appare nello spazio non è l’anima ma il corpo, essa non è la realtà dell’anima, ma il suo riflesso visibile, o meglio: non ha la realtà dell’essere, bensì ha la realtà dell’immagine. E’ il corpo che sta nell’anima, dunque, se parliamo correttamente, non l’anima nel corpo, perché è l’anima che produce il corpo pensandolo e immaginandolo. Il Lettore ricorderà che già dicemmo che quando il pensiero si fa coscienza produce due immagini: lo spazio, che è l’immagine della sua facoltà di immaginare, di rivestire di segni visibili le realtà invisibili in sé contenute, e la materia, che è immagine della coscienza, cioè del pensiero che si pensa e si conosce mediante l’idea di essere, come generica esistenza capace di assumere tutte le forme possibili; e la materia dà luogo a un corpo, appunto, quando specchiando in sé un’idea più specifica assume un’altra forma, oltre a quella “liquida” della materia informe, riflesso dell’idea più generica di tutte, l’idea di essere. Sicché, ripeto, non è l’anima che sta nello spazio e dentro a un corpo, ma viceversa spazio e corpo stanno dentro l’anima, come suoi pensieri. E quelli che compongono questo sciame di corpi che si spacciano per me, per mio corpo, nel mondo fisico, sono i riflessi microscopici di altri spiriti, gli atomi, e non hanno niente a che vedere con me e nemmeno la forma macroscopica di tale sciame l’ho prodotta io, né io sono lì dentro. “Uscire dal corpo”, dunque, è un’espressione che non ha alcun senso, a meno che non la si impieghi in modo simbolico: quando lo spazio terreno non invade più il campo della mia coscienza con i suoi contenuti e io non percepisco più le sensazioni provenienti dall’aggregato, o meglio dal suo sistema nervoso, né mi identifico più con esso ma sono riflesso in un altro spazio dove diventa visibile il mio pensiero e ottengo di me stesso e dei contenuti della mia coscienza un’immagine simbolica, allora posso dire in maniera solecistica e molto impropria che sono “fuori dal corpo”, sono libero cioè dalle sue interferenze. Pretendere che si possa “uscire dal corpo” in senso fisico, secondo presunte leggi naturali, magari mescolate a qualche oscura legge di tipo psichico, nella pretesa che vi siano leggi meccanicistiche che governano anche il funzionamento dell’anima e del suo “inconscio”, è un’idiozia; non esiste nessun inconscio e nel pensiero, così come nel suo riflesso visibile, il mondo spirituale, non vige nessun meccanicismo, ma tutto è governato dalle leggi logiche del pensiero e della significazione. Questo psico-maccanicismo che infesta le menti dei razionalisti è una follia completa: tutte queste concezioni errate sono detriti e macerie che, come già dissi al §2.3, precludono all’anima la via verso i veri mondi; e, in particolare, quando si inventa un nome nuovo, come quello di O.O.B.E., empiricamente e a posteriori senza aver dato la retta definizione dei concetti che ne stanno alla base, non si fa altro che accumulare nuovo ciarpame sui vecchi detriti e nascondere vieppiù all’anima la via verso la verità.

5.11.Ma il mio interlocutore pretendeva da me che io “uscissi dal corpo”, mi aggirassi come un fantasma per i luoghi fisici del suo laboratorio, e guardassi le cose “oggettive”, come le pensava lui, cioè percepissi i corpi aggregati e leggessi dei numeri scritti e nascosti da qualche parte a mia insaputa; tentai di spiegargli perché questo mi fosse impossibile e gli offrii quello che avevo, le mie visioni, le percezioni cioè di oggetti di altra natura e in un altro spazio; ma di quelle non sapeva che farsene, perché non avrebbero mai convinto l’università a stanziare dei soldi per la sua ricerca. Non gli interessavano gli amorosi cieli del mondo spirituale, la luce di quell’alto sole che è intelletto e forme eterne dell’essere, non gli importava del cristallino, silenzioso mare da cui sorgono, tranquille e splendenti, le infinite città del mondo eterno, né la loro sconfinata pace: delle mie albe eterne ed aurore, non sapeva che farne. Non gli interessavano neanche i miei incontri e i miei colloqui con le anime umane e ciò che da loro stavo apprendendo; no: mi chiedeva solo di dimostrare “scientificamente” che potevo “uscire dal corpo” onde riempire il mio organismo di elettrodi per scoprire le cause fisiologiche del fenomeno, e grazie a queste ricerche finanziate dallo stato diventare famoso e forse ricco.

5.12.Non so poi questo cappellaio matto che cosa sia riuscito a ottenere, immagino che sia ancora lì a giocare coi suoi elettrodi, a tormentare qualche disgraziata cavia perché col “corpo astrale” o “secondo corpo”, come dicono loro, vada a vedere dei numeri nascosti o gli descriva  scene predisposte ad hoc nella stanza contigua del suo laboratorio, continuando a bollare come allucinati coloro che vedono altre cose. Questo si crede uno scienziato. Ma va’. E’ tanto scientifico come chi invitasse un volontario a entrare in una batisfera e a scendere negli abissi del mare, e gli chiedesse poi di raccontare quello che vede per scoprire che c’è laggiù, ma con un presupposto, che se l’esploratore racconta di vedere una realtà identica a quella a cui egli è già abituato, cioè fatta di case, strade, alberi, fiori, cani, gatti e così via, questa è da considerarsi esperienza reale, se invece vede forme strane e desuete, come pesci degli abissi o meduse, anemoni e coralli, queste devono essere considerate allucinazioni, senza rendersi conto che così sta precludendosi metologicamente la possiblità di scoprire ciò che realmente esiste sotto al mare.

5.13.La lotta contro questo tipo di pensiero così fallace mi fu utile, fu istruttiva. Devo dire, però, che non rinunciai facilmente ai miei tentativi di ricevere le immagini del mondo fisico anche in stato spirituale, perché ciò non mi sembrava impossibile, in linea di principio, anche se, ovviamente, non avrei usato queste esperienze come una conferma alla mia capacità di “uscire dal corpo”; solo ero curioso di sapere come sarebbe stato poter volare anche in questo cielo e vedere il mondo da quella prospettiva. Inoltre volevo riuscire a cambiare spazio volontariamente, volevo avere più libertà di aggirarmi per i mondi e magari incontrare i morti e vedere com’è la loro condizione, una volta perso il corpo aggregato. Ero rimasto influenzato da un’asserzione degli antroposofi, che è poi ribadita anche dai positivisti in vena di esperimenti, e cioè che per essere sicuri di “essere usciti dal corpo”, durante questi episodi bisogna riuscire a vederlo. Ero proprio curioso di vedere il mio corpo addormentato nel letto e per un po’ di tempo mi concentrai su quest’idea, sicché ogni volta che mi sentivo spinto a “uscire dal corpo”, se vogliamo proprio dir così, la prima cosa che facevo era cercare di vedere il letto e ciò che, in teoria, doveva esserci dentro. E su questo, come dicevo, i mondi ebbero agio di prendersi gioco di me e schernirmi con una certa amorevole crudeltà. Il Lettore se ne potrà rendere conto nel corso del prossimo libro VI, dove riporterò alcune di queste estenuanti e tormentose esperienze. Qui di seguito, invece, riferisco un episodio significativo dove sono riflesse le mie difficoltà di allora, e che ho registrato sempre nel medesimo Diario notturno:

 

Per un certo periodo ebbi la curiosità di sapere se era possibile sognare anche il cosiddetto mondo fisico, essere a lui presenti anche in quello stato leggero e luminoso che svela i luoghi dell’anima. In fondo anche questi sono i luoghi di qualche anima.

Perciò, una mattina, uscii dal corpo e volli rimanere nella mia stanza. Vi riuscii, ma era buio pesto e non vedevo nulla, nonostante sentissi che era mattina e che il sole era alto; io dormo con le persiane sempre aperte e dunque la stanza doveva essere piena di luce.

Mi fermai ai piedi del letto e cercai di concentrarmi sull’idea del vedere (manovra sciocca questa: nota di oggi), ma non ottenni quasi nulla. Appena appena un barlume di luce comparve, e io ne approfittai per dirigermi tentoni verso la porta. La attraversai senza aprirla e mi trovai davanti alla consolle che c’è nel corridoio, sopra la quale è appeso un grande specchio dalla cornice dorata; cercavo in tutti i modi di vedermi riflesso nello specchio per scoprire il motivo di quella cecità. A dire la verità, ora vedevo il corridoio, la consolle e lo specchio e... me stesso davanti allo specchio, come se il mio sguardo abbracciasse tutto senza un punto di vista, solo che tutto era trasfigurato da una meravigliosa luce d’oro che cadeva su ogni oggetto.

E allora vidi perché non potevo vedere: la mia testa e il mio viso erano pesantemente avviluppati in un drappo di stoffa, il quale però presentava profondi strappi e lacerazioni. All’interno di questo viluppo, là dove doveva esserci la mia testa, vi era un occhio orbitante, il quale, nel seguire la sua orbita, era capitato nei pressi di una grande lacerazione del tessuto. Per questo ora lo sguardo era libero e io potevo vedere tutta la scena: il corridoio, la consolle, me stesso in piedi davanti allo specchio e la mia immagine riflessa nello specchio... ma, soprattutto, quell’incredibile, bellissimo, grande occhio rotante che sembrava fatto d’acqua: la sua superficie era infatti azzurra, limpida e “marina”, era come la superficie del mare ma in forma d’occhio. Inoltre da lui scaturiva la meravigliosa luce d’oro che trasfigurava ogni cosa, compreso l’occhio stesso, perché era come se la superficie del mare specchiasse la luce d’oro del sole.

Dopo qualche istante, nel suo tranquillo ruotare lungo la sua orbita, l’occhio tornò sotto i pesanti viluppi e io ripiombai nel buio.

Tentai di strapparmi codesti veli dal viso afferrandoli con le mani e tirando con tutta la forza: essi avevano una consistenza gommosa ma erano resistentissimi ed era impossibile spostarli anche di un solo millimetro.

Tornai a tentoni nella mia camera e mi sedetti sconsolato ai piedi del letto, rivolto verso la finestra, verso il cielo, nel quale, anche se io non potevo vederlo, sentivo che splendeva il sole. Pensai di rivolgermi a lui per chiedere aiuto e gli dissi:

Lo vedi, Grande Sole, che mi fanno!

ah, che mi fanno...!

Ma questa volta il Sole non rispose.


LIBRO VI.

 

 

 

 

 

ANCORA ENIGMI: IL CORPO NON C’E’. SPAZIO E SPAZI, E MOLTI  CORPI PER UN ESSERE.


LIBRO VI.

 

INDICE DEGLI ARGOMENTI.

 

Nella visione riportata nell’ultimo paragrafo del precedente libro V mi si diceva che non avevo terminato di confutare eventuali errori concettuali(6.1). Intanto io compio tentativi fallimentari di vedere il corpo fisico da “fuori”(6.1-6.2). Riesco però a vedere l’immagine simbolica di esso e a capire in che cosa consiste, in polemica con gli Orientali che non comprendono più il significato dei loro simboli(6.2-6.3).

 

Visioni su corpi diversi: molteplicità dei corpi(6.4, prima parte) e incomprensibile scambio di corpo con un frate dalla barba grigia(6.4, seconda parte).

 

Istruzioni ulteriori dei mondi: lo spazio è immagine dell’immaginazione. Ogni mondo un linguaggio diverso, e fornisce un diverso corpo per lo stesso essere(6.5-6.6). Vi sono anche specchi dentro specchi, cioè immaginazioni immature che si riflettono in immaginazioni vicarie (6.5).

 

Se ogni spazio con i suoi contenuti, e cioè ogni mondo, è l’immagine di un’immaginazione, non esistono due mondi, uno spirituale e uno materiale; e non è reale l’antitesi tra fisico e spirituale, né tanto meno l’identificazione del fisico col visibile e dello spirituale con l’invisibile. Anche la Terra è un angelo, cioè un’immaginazione che si fa spazio e anche tutti i contenuti di questo spazio sono spirituali, non potrebbe essere altrimenti secondo il principio di ragion sufficiente. Si comincia a capire perché le sensazioni nei mondi extra-fisici possono essere identiche a quelle terrene(6.7).

 

Come esistano anche corpi di memorie: due esperienze che ce lo suggeriscono(6.8-6.9). Questo ci chiarisce le idee su quegli oggetti troppo consueti e familiari di cui sopra avevo parlato: sono corpi di memorie, fatti di ricordi(6.10). Anche i corpi della Terra sono fatti di pensieri, immagini e memorie, ma l’immaginazione dell’angelo della Terra simula meccanicismo e realtà extramentale(6.10). Sapori, profumi, suoni e tutte le qualità sensibili sono spirituali, ma non sempre, neanche nei mondi extra-naturali, il loro significato è fruibile; esistono mondi semi-terreni, dove vengono specchiate le forme macroscopiche dei corpi aggregati anche in assenza degli atomi che quaggiù inducono le intelligenze del sistema nervoso a generarle. Però in questi spazi si riflettono anche simboli, sono mondi “misti”, una via di mezzo tra terreno e spirituale(6.11-6-12). Nei mondi più elevati è sparita ogni traccia di meccanicismo, le sensazioni in loro sono evidentemente pensieri e le forme che vi appaiono sono tutte simboliche, esprimono appieno l’essere e i suoi contenuti(6.12-6.13).


6.1.Ah povero Agis, che gli fanno! Gli avviluppano l’anima in errori concettuali e l’accecano, la sua anima d’oro e di mare che quietamente mossa dall’amore si volge nella sua orbita a guardare le idee. Lo strappo in quel maledetto e robustissimo drappo era in corrispondenza delle idee che avevo già rettificato, quella di essere e di realtà, ma c’era ancora del lavoro da fare per liberare il resto dell’orbita da quei velami. Per esempio, c’era ancora da capire che cos’è la percezione in generale, e in che modo, in particolare, le percezioni cosiddette di veglia dipendano dal corpo fisico, e quest’ultimo che relazione abbia con l’anima. Già, ma che cos’è codesto corpo che ci segue dappresso e ci impone i suoi sogni oscuri, le copie contraffatte delle cose, sicché noi vediamo quello che non è e ciò che realmente è non lo vediamo? Il Lettore, o la Lettrice, ha già trovato la soluzione di tali quesiti nel primo scritto posto a Sua disposizione nel presente sito, Il fondamento della ricerca, e perciò non mi ripeterò in questa sede, anche perché si ritornerà sull’argomento più oltre; vorrei ora, invece, informarLo dei miei errati tentativi di vedere il corpo fisico come se esso fosse una cosa reale. Infatti quando, trovandomi nello spazio libero, mi rivolgevo a a guardare nel luogo dove presumevo fosse rimasto il mio corpo, pretendevo di vederlo come lo vedo nel cosiddetto stato di veglia, uguale a come mi apparirebbe riflesso in uno specchio nel mondo fisico. Non mi rendevo conto che questa manovra era proprio una sciocchezza. Infatti, eccone i risultati, registrati nel mio Diario notturno:

 

Una volta mi sdraiai sul divano dopo pranzo, e, dopo essermi mezzo assopito, uscii dal corpo. Rotolai giù, e rivolsi subito lo sguardo al divano per vedere il mio corpo, che, secondo i miei calcoli, doveva starci sopra. Ma con mia grande sorpresa, il divano era vuoto. Un poco preoccupato, aguzzai la vista, e trovai in un angolino uno straccetto blu. Era la tuta dentro la quale mi ero addormentato. “Ma come!” pensai spazientito “C’è il mio vestito e non c’è il mio corpo!” Ma visto che proprio non riuscivo a trovarlo, rinunciai e venni via.

 

Quando mi risvegliai con tutto l’organismo, però, esso c’era ancora... Feci più e più volte, in quel periodo, il tentativo di rivolgermi, una volta “uscito”, a cercare il mio corpo terreno, e ogni volta vedevo il divano-letto esattamente com’era nella realtà fisica, con la sua trapunta a righe bianco e ocra, in quella che mi sembrava proprio la mia stanza, ma, ebbene: il divano-letto era vuoto, su di esso non c’era nessun corpo. Aver trovato almeno il vestito, quella volta, mi sembrò un progresso. Povero me! ma meritavo di essere canzonato in questo modo?

6.2.Ma c’è di peggio:

 

Un’altra volta uscii di notte, e mi misi seduto alla mia scrivania. Sempre curioso di vedere il mio corpo, rivolsi il mio sguardo al letto. Sopra, al posto del mio corpo, c’erano due grossi cagnoni alani, accucciati l’uno accanto all’altro, ma intrecciati in modo tale che l’uno aveva la testa dove l’altro aveva le zampe posteriori. Mi guardavano con aria severa e con espressione attenta.

 

Ricordo perfettamente che mentre guardavo stupito questi due grossi cagnoni alani ero dietro al mio tavolo e vedevo la mia stanza esattamente come nella realtà fisica; l’unica cosa che non tornava era che al posto del mio corpo c’erano appunto quei due grossi cani, che mi incutevano un po’ di soggezione. Però ebbi un’impressione nettissima, che i due cani intrecciandosi insieme formassero la figura dello Yin e Yang, il simbolo orientale dell’energia. Capii una cosa: quello era il mio corpo.

6.3.Gli orientali non se lo ricordano più, ma il loro famoso simbolo, quello che vede due energie intrecciarsi insieme con moto spiraliforme, delle quali una è bianca con il centro nero e l’altra è nera con il centro bianco, è il riassunto per immagini di una lezione di fisiologia spirituale: il corpo aggregato è composto da due tipi di energia, il pensiero degli spiriti oscuri e cioè incapaci di rappresentare chiaramente sé stessi, che sono gli elementi atomici aggregati a fungere da materia nel mondo terreno, e il pensiero perfettamente chiaro delle intelligenze portatrici di forma. Infatti l’energia bianca col centro nero rappresenta il pensiero, riflesso nello spazio, degli elementi oscuri: essi hanno una coscienza oscura ma sono visibili; l’energia nera col centro chiaro è il pensiero delle intelligenze della natura: esse hanno coscienza chiara, ma sono invisibili. Sicché in quel momento, quella notte, io vidi il mio corpo nella mia stanza, ma lo vidi quale realmente è e non come ingannevolmente appare alla vista fisica: il corpo sono due guardiani, le sentinelle di cui parlano anche l’Orfismo e Platone, che tengono l’anima in custodia onde non veda il vero essere. E codesti temibili guardiani mi mostrarono anche un’altra cosa, in quell’occasione: infatti vidi me stesso afferrare un grosso spicchio d’aglio ben rosolato che si trovava sulla mia scrivania (non c’era niente del genere nel mondo fisico: odio l’odore dell’aglio, e mai più ne terrei uno spicchio accanto al letto dove dormo! Era aglio simbolico) e tirarlo a uno dei due cagnoni, che lo prese al volo e lo inghiottì in un battibaleno, con molto gusto. Il mio guardiano si diceva soddisfatto di come avessi sottratto alla Terra (l’aglio è una radice nascosta nella terra) i suoi segreti e di come li avevo “cucinati” in modo gustoso, cioè espressi nelle mie poesie.

6.4.Ma i miei tentativi di vedere il corpo fisico mi portarono a ulteriori complicazioni. Il Lettore, o la Lettrice, mi dica, dopo aver letto la seguente memoria, se non c’era da perdere la testa:

 

Sentii che potevo uscire dal corpo. Lo feci, e mi trovai non nella stanza dove veramente dormiva il mio corpo fisico, ma nella camera da letto dei miei genitori della casa di via Ramazzini, dove ho abitato da bambino. Rimasi in piedi a fianco del letto, dove presumevo fosse rimasto il mio corpo; vi era rimasto, per lo meno, il corpo dal quale ero uscito.

La stanza era immersa nella penombra, rischiarata solo dalla luce della strada che entrava dalla finestra, schermata dalle tende bianche di nylon trasparente, le stesse di quando ero bambino.

Intravvedevo la sagoma di un corpo disteso nel letto, ma non riuscivo a distinguerne le fattezze. Allungai una mano e toccai la fronte del corpo addormentato. Era calda. Era la mia fronte. Con l’altra mano mi toccai la fronte: era identica, dava esattamente le stesse sensazioni. Continuai a tastare con una mano il viso del corpo disteso nel letto e con l’altra a tastarmi le parti corrispondenti. I due corpi erano identici, davano entrambi le stesse sensazioni. Nessuno dei due era il mio corpo vero.

 

Sbagliavo a dire così: entrambi erano il mio vero corpo, mentre quello che nell’annotazione chiamo “il mio vero corpo” non lo è. Infatti, poiché il nostro corpo non è che un riflesso e ha la realtà dell’immagine, non dell’essere, esso non è uno solo, ma può ripetersi in infiniti specchi: ogni mondo è uno spazio, cioè uno specchio che può riflettere il nostro essere in un’immagine, in un corpo, e dunque, poiché i mondi sono infiniti, ognuno un’anima e un’immaginazione, il nostro essere, riflesso in infiniti specchi, ha corpi di numero infinito. Più difficile è capire il seguente avvenimeto:

 

Mi svegliai in una stanza sconosciuta. Era arredata molto semplicemente: una scrivania, una branda che fungeva da letto, sulla quale io ero sdraiato, e un crocifisso appeso al muro.

Una voce mi parlava da chissà dove: da oltre le immagini, mi sembrava. Era la voce di un uomo che aveva un tono imperioso, ma calmo e sicuro; sentivo che mi era favorevole e che mi voleva aiutare. “Esci dal corpo” mi disse. Trovai che ubbidire era molto facile: bastò che facessi il movimento di girarmi sul fianco, e il corpo rimase lì e io fui fuori. Ma fui assalito da un dubbio: e se poi non riesco più a entrare? Con tono paziente, la voce mi disse: “Prova. Rientra nel corpo e poi esci di nuovo”.

Lo feci; questa volta però nell’uscire rotolai fuori dal corpo e invece di scendere dal letto lo attraversai da parte a parte e mi ci trovai sotto. Sgusciai da sotto il letto e, tutto contento, mi diressi verso la porta della stanza per uscire, ma mi fermai di colpo, perché mi era venuta una grande curiosità: che aspetto aveva il corpo che era rimasto nel letto? Mi voltai e ritornai sui miei passi, mi avvicinai ai piedi del letto, guardai, e rimasi pietrificato per la sorpresa: nel letto dormiva profondamente il corpo di un frate con la barba grigia.

 

Niente di più dissimile da me: quel fratacchione era piccolo, tarchiato e grassottello, vestito di un saio col cordone ai fianchi e aveva una lunga e incolta barba grigia; avrà avuto almento settant’anni. Io ero molto giovane allora, visto che la visione deve risalire come minimo al 1986 e io sono nato nel 1960, e, come anche adesso, ero alto e snello, e vanitoso. Mai mi sognerei di lasciare nella totale incuria e sciatteria il mio corpo fisico. Figuriamoci come rimasi nel vedere di essere uscito da un corpo simile! Che ho io a che vedere con questo frate? Sono sicuro che la visione risalga almeno al 1986 per un motivo preciso: nel 1986, appunto, ebbi il mio primo incontro con la mia insegnante di yoga, ed ella, fra le altre cose, mi disse indicando la mia scapola dolorante: “qui c’è antenato”. Pensai volesse dire che avevo una malformazione congenita ereditaria della scapola. No, invece: mi spiegò che lì c’era un mio antenato, un frate dalla barba grigia. Mi descrisse pari pari quello strano frate, e io ricordai di averlo già visto nella mia visione; inoltre egli mi era familiare anche per un altro fatto, da me parimenti annotato nel Diario notturno del 1988: mentre bighellonavo per lo spazio in quello che mi sembrava Segrate (comune dell’hinterland milanese dove avevo abitato fino al 1983), quattro teppisti mi afferrarono e decisero di mettermi in imbarazzo architettando uno scherzo alle mie spalle, per ridere di me. Mi trovai nudo dentro a una vasca da bagno insieme a una ragazza, e uno di loro finse di essere il vecchio padre severo di costei, che entrava proprio allora dalla porta sorprendendoci in atti libidinosi. Ma che razza di screanzati! Povero Agis! “Stavo per lanciare un colorito improperio contro di loro” scrivo nel testo di allora “quando qualcuno, alle mie spalle, più indignato ancora di me, mi prevenne e tuonò: Naturalia sunt decora!” Era ancora quel frate, che in perfetto latino aveva messo in fuga i teppisti. La graziosa giapponesina sostenne che quel frate se ne stava nella mia scapola destra, chissà a fare che. Mah! questa asserzione a tutt’oggi mi risulta incomprensibile; e anche la visione dell’uscita dal suo corpo, ancora adesso, mi risulta totalmente incomprensibile. Spero che il tizio ritorni a farsi vivo per chiarimenti, lo riterrei poco educato se mi tenesse in sospeso così, senza permettermi di capire.

6.5.Comunque, cominciavo a capire una cosa, che quando lo spazio spirituale, quello dove sono riflessi i mondi veri, comunica con te, là il corpo fisico non c’è; esso non è una vera realtà, è un gioco di immagini ingannevoli, e perciò dove lo spazio riflette le vere realtà esso non c’è. Fui aiutato a comprendere lo spazio come immaginazione da una visione molto chiara; e un’altra esperienza mi suggerì la questione della molteplicità degli spazi e dunque dei corpi che un essere può avere. La prima visione è la seguente:

 

Ricordo che mi trovai su un terrazzo insieme con alcune persone ed era notte. Entrai dalla porta-finestra del terrazzo in una stanza affollata (...) chiesi a un signore seduto a un tavolo dove mi trovassi. Egli mi rispose: “Questo non è di prima istanza”. Insistetti perché mi dicesse ugualmente dov’ero, ma egli, con uno sguardo di intesa diretto a un altro signore seduto di fronte a lui, ripeté la stessa frase.

Persi la pazienza, e con una certa energia dissi di nuovo: “Voglio assolutamente sapere dove mi trovo!”

Quelli non dissero nulla, ma in quel momento compresi con certezza la risposta: ero nell’immaginazione di un angelo.

 

Ah, ecco! Dopo questa illuminazione, il mio viaggio proseguì cambiando scena rapidamente alcune volte: mi stavano facendo capire che si può passare da uno spazio all’altro, da un mondo all’altro, dall’immaginazione di un’anima a quella di un’altra, ognuna un diverso specchio che riflette il medesimo essere; le stesse cose potevano assumere aspetti molto diversi, a seconda del linguaggio usato da chi le guardava. Nel secondo spazio in cui entrai quella volta, per esempio, trovai un immagine di me molto alterata, in peggio. Si trattava di una persona morta da poco, perché in quella stanza vidi un letto sfatto, che simboleggiava appunto l’essersi appena svegliata e nel linguaggio simbolico svegliarsi significa morire, perché quando un’anima si libera dal corpo aggregato (che è ciò che gli uomini erroneamente chiamano “morire”), in realtà cessa di sognare gli incubi oscuri del mondo terreno e torna alla vera realtà, cioè si risveglia. Sul letto c’era, seduta tranquillamente, la Madre arcana, cioè una delle mie guide: le avevo affibbiato questo nomignolo perché aveva tentato di spacciarsi per mia madre, nelle visioni passate, ma io l’avevo guardata con attenzione e avevo capito che era qualcosa di diverso, lasciandola un po’ stupita. Ora: in questo spazio vi era un comò e sopra il comò uno specchio; esso mi rifletteva con un aspetto quasi mostruoso: lo spirito stava dicendo che aveva paura di me, mentre la Madre arcana mi faceva notare che questo succedeva per un motivo ben preciso, che nello specchio appariva un’immagine maschile. Solo dopo che fui riuscito a rassicurarla, protestando vivacemente per questo insulto, ella modificò l’immagine nello specchio, e mi restituì un aspetto assai simile al mio aspetto terreno, ma alquanto abbellito perché mi fece comparire nello specchio come una donna elegante e bella, dall’espressione nobile. Forse aveva paura delle persone di sesso maschile, o in senso simbolico o in senso fisico; avrà avuto le sue ragioni. Poi nello specchio che stava su quel comò apparve la sua immagine, una bellissima figura smilza e delicata, e un istante dopo si aprì una porta e da una rampa di scale che sembrava provenire da una cantina vidi salire, con sul volto un sorriso dolcissimo, la bellissima giovinetta che avevo visto prima riflessa nello specchio. La cosa interessante di questa visione è, appunto, lo specchio. Negli appunti di allora scrivevo, in proposito: “evidentemente era un organo immaginativo comune tra me e l’angelo”; sì, è una buona definizione, ma va notato che l’immagine è ridondante: non c’è già lo spazio a essere immagine dell’immaginazione dell’essere, che è appunto l’organo comune che consente alle anime di vedersi l’una con l’altra? Già dicemmo, ne Il fondamento della ricerca (§§5.3-5.4) che quando uno spazio riflette una coscienza, e dunque tale coscienza, o meglio un suo corpo, è presente in quello spazio, ella riceve un’immagine di quello spazio con i suoi contenuti, calcolata mediante le leggi della prospettiva avendo come origine il punto dove quella coscienza è rappresentata, e cioè dove è collocato il suo corpo, sicché si può dire che, se diverse coscienze ricevono ognuna una diversa immagine prospettica dello stesso spazio, esse sono insieme, vedono lo stesso mondo, sono nello stesso spazio. Ora questo grande specchio collocato sul comò sembrava essere una seconda immagine dello spazio, riflessa nello spazio stesso che rifletteva i contenuti di quell’anima. In seguito mi capitò altre volte di iniziare un incontro con spiriti proprio vedendo uno specchio, comprendendo immediatamente che questa visione significa: “riflettiamo insieme”. Ma poi riflettendo insieme con questi spiriti, a parole e in italiano, mi sono accorto che essi erano completamente a digiuno dei principi dell’ontologia necessari per vedere i mondi. E’ possibile dunque che le loro immaginazioni incapaci fossero riflesse, e apparissero con l’immagine di un normale specchio, da uno spazio più elevato, da un’immaginazione, cioè, più sapiente? Forse quel grande specchio sul comò, in quella stanza, dove un’anima appena risvegliata e uscita dal dominio della Terra stava iniziando la sua nuova vita, era il riflesso simbolico di un’immaginazione ancora immatura, incapace di essere mondo. Ella era specchiata, evidentemente, in un altro spazio, nell’immaginazione di un altro angelo più competente, di un angelo divino (cioè di un’anima in stato perfetto), una specie di fratello maggiore o di tutore.

6.6.La seconda visione fu altrettanto chiara, ma molto più breve. Non l’ho annotata nei diari di quel periodo, e quindi devo ricostruirla a memoria, ma credo di ricordarla precisamente: vidi che ero arrivato a un posto di dogana, a una frontiera, ed ero in un piccolo ufficio; ivi il doganiere, con gentilezza, mi mostrò un gran numero di vestiti diversi, erano a mia disposizione. Capii che cosa intendeva dire: quando passi da uno spazio all’altro, e cioè varchi una frontiera, lo spazio in cui ti stai recando ha per te, a tua disposizione, un’immagine, cioè un corpo, come un vestito per l’anima; ogni mondo te ne regala uno diverso a secondo del linguaggio che egli usa per costruire corpi.

6.7.Ora, grazie a tutto questo, cominciavo a orientarmi e a capire: non esistono due mondi, uno spirituale e uno terreno, completamente eterogenei fra loro, né esistono due materie, una spirituale e una materiale, eterogenee tra loro e governate da diverse leggi, questo sarebbe assurdo e impossibile. Esistono molti mondi, ogni mondo un’anima, che col suo linguaggio specchia i contenuti dell’essere nella sua immaginazione, la quale così si fa spazio e origina un mondo; ma devono esistere anche spazi immaturi, un tipo di anima cioè non ancora in grado di conoscere l’essere rettamente e di procurarsi un linguaggio per immaginarlo e diventare mondo; e poi esiste la Terra, uno spazio del tutto particolare con il suo linguaggio oscuro e incomprensibile, e ingannevole: un mondo che mente e simula una realtà che non c’è. Anche lo spazio della Terra deve essere l’immaginazione di un angelo, e anche ciò che in esso viene riflesso deve essere realtà spirituale, non potrebbe essere altrimenti, perché altro non c’è se non l’essere, e l’essere è spirito, cioè pensiero con i suoi infiniti atti di coscienza; e altro non c’è che ciò che è per necessità logica o ciò che è prodotto da una ragione: ciò che è causa, ovverosia il pensiero che è l’essere necessariamente esistente, e ciò che è effetto, il prodotto del pensiero, cioè i contenuti delle coscienze, solo questo è; ciò che è fuori dall’essere è non essere e dunque non è e non può essere, e non può generare un riflesso, un corpo; sicché niente che non sia essere, cioè pensiero e suoi contenuti o, in una parola, spirito, può generare un’immagine e avere un corpo. E fra i contenuti delle coscienze, i prodotti del pensiero, distinguiamo ciò che ha la realtà dell’essere ed è invisibile, e cioè pensieri e affetti, da ciò che ha la realtà dell’immagine, ossia che è riflesso visibile di ciò che ha la realtà dell’essere. Altro non può esistere, e dunque anche lo spazio della Terra, questo specchio oscuro, deve rimandarci delle immagini di cose spirituali, sebbene, per via dei suoi trucchi, questo non sembri. Giochi caleidoscopici di forme producono l’immagine di ciò che non c’è... Ma di questo abbiamo parlato altrove e riparleremo più oltre, e perciò qui non mi dilungo, dico solo che è fittizia, dunque, la divisione, di cui anche noi ci serviamo regolarmente, di fisico e sopra-fisico: rendiamoci conto che questa antinomia per noi ha un significato diverso da quello corrente e che, soprattutto, non coincide affatto con la divisione tra visibile e invisibile: si intende per “fisico” ciò che è sottoposto al dominio della Natura, ciò che appare nel mondo della simulazione, mentre avevamo deciso (al §2.12 de Il fondamento della ricerca, si veda in particolare la nota 10) di chiamare con un ossimoro “mondo spirituale” e “corpo spirituale”, e anche sopra o extra fisico o soprannaturale, quello che più logicamente andrebbe chiamato “mondo reale” e “corpo vero” e che è perfettamente visibile, anzi è la vera visibilità. E’ importante focalizzare l’attenzione su questo: non è vero che il naturale è visibile e il soprannaturale è invisibile, questo errore può essere disastroso per l’anima. Il vero mondo, la vera visibilità, ripeto e non mi stancherò mai di ripetere, è fuori dalla natura terrena, è nei mondi dell’anima. Se non ci lasciamo ingannare da questa falsa antitesi tra fisico e spirituale, potremo capire perché le sensazioni provate nel mondo extra-fisico sono identiche a quelle fisiche: il dolore provato battendo le nocche sulla carrozzeria del “maggiolino” Volkswagen nello spazio extra-fisico è identico a quello fisico, il sapore del tè e del cognac sono identici qui come là, la pipa di quel signore anglosassone puzzava come tutte le pipe di questo mondo e di tutti i mondi, e la musica risuona nell’aria qui come là e non c’è nessuna differenza tra percepire un suono e sognare di percepire un suono, quest’ultima espressione è solo più ridondante ma equivale alla prima: il suono è suono ovunque, qui come là. E in nessuno dei mondi, nemmeno in quello terreno, suoni, sapori e sensazioni di ogni tipo dipendono da una causa fisica, cioè extramentale e meccanica: analizzando meglio la realtà fisica ci accorgiamo che essa è composta esclusivamente di elementi spirituali: gli atomi, che sono spiriti, le forme macroscopiche, che sono pensieri e immagini, le qualità che sono espressione di sentimenti, immagini simboliche anch’esse e dunque pensieri. E come causa motrice della causalità fisica, che sembra meccanicistica ma non lo è, trovammo, ne Il fondamento della ricerca, le operazioni nascoste delle intelligenze della Natura. Non esiste realmente un mondo “fisico”, esso è frutto di una complessa simulazione; la Terra è un mondo spirituale che finge di non essere tale.

6.8.Altrove ci siamo occupati di spiegare le percezioni terrene e il meccanicismo che sembra governere i corpi terreni: spero che il Lettore, o la Lettrice, abbia prestato attenzione al contenuto de Il fondamento della ricerca e de La Natura; dovremo poi completare l’argomento in studi appositi e più dettagliati. Qui, invece, ci impegneremo a completare, per quanto possibile, la nostra comprensione della realtà con ulteriori elementi. Racconterò due esperienze: una devo ricostruirla a memoria, purtroppo, e temo che col tempo siano andati persi dei particolari preziosi, ma il fatto in generale lo ricordo bene, ed è il seguente. Mi trovai con la Madre arcana, cioè con quella fra le mie guide che, come ho detto sopra, avevo soprannominato così, in una casa molto normale, in una piccola cucina che non avevo mai visto, ma nella quale la Madre si comportava come se fosse a casa sua: stava cuocendo una torta nel forno. Il profumo squisito del dolce stava cominciando a spandersi per l’aria, ma ad un tratto tutto avvenne troppo rapidamente, e la torta bruciò. La Madre arcana tirò fuori dal forno il dolce completamente bruciato, immangiabile, e come se niente fosse, me lo offrì. Cercai di farle capire che era troppo bruciato, che non potevo mangiarlo e lei si mostrò alquanto stupita: mi mostrò che aveva letto nella mia memora per sapere che qualità deve avere un dolce e ci aveva trovato qualcosa di molto simile a quella torta bruciata, una patata, appunto, bruciata allo stesso modo. Era vero: il giorno prima avevamo dimenticato nel forno una patata al cartoccio, che si era carbonizzata. La Madre era stata un po’ frettolosa, evidentemente, e aveva tenuto per buone le qualità di quella patata sicché poi le aveva impresse nella torta che voleva offrirmi.

6.9.L’altra esperienza può confermarci ciò che il Lettore avrà già intuito, e cioè che molti oggetti, nei mondi reali, sono costruiti dall’immaginazione dei mondi in base alle memorie, ed è il seguente: dopo l’incontro con la bellissima giovinetta e col suo specchio di cui ho parlato qui sopra, al §6.5, mi ritrovai in un altro spazio, a comunicare con un altro angelo. A dir la verità ero in camera mia, così sembrava, ma evidentemente la mia stanza terrena e i suoi contenuti erano riflessi nello spazio di un altro mondo, diverso dalla Terra, perché essi erano un po’ modificati rispetto a come li vedevo nella consueta realtà terrena: per esempio, le stampe degli affreschi del Lorenzetti con l’Allegoria del buon governo, che allora tenevo appese al muro sopra al mio tavolo, erano diventate la raffigurazione di edifici gotici terribilmente lugubri e tenebrosi, e “più che stampe”, così scrivo nella registrazione che feci allora di quest’incontro nel Diario notturno, “davano l’impressione di essere i manifesti per un film dell’orrore”. Il mio interlocutore, evidentemente, aveva portato con sé un’immagine spaventosa della Terra, del mondo umano e della nostra società. “Chissà che avrebbe immaginato” mi chiesi allora e continuo a chiedermi anche oggi “se al posto di quelle avessi tenuto appese le stampe del Cattivo governo!” Non doveva essere un’anima particolarmente sapiente, perché affacciandomi al balcone vidi che la strada era immersa completamente nell’oscurità, riuscivo a malapena a intravvedere nel buio le sagome nere di alti palazzi, e tra loro solo un minuscolo pezzetto di cielo di un cupo e inquietante color rosso mattone, in cui però brillavano luminose due bellissime stelle. Era dunque una mente ancora in parte offuscata dai sistemi di idee della comune cultura terrena. Il particolare che qui ci interessa di questa visione è che egli aveva riempito la mia stanza di piccoli oggetti, una gran quantità di piccoli pupazzetti incomprensibili, che mi sconcertavano un po’. Scrissi, allora:

 

Presi in mano qualcuno di questi oggetti per vederlo meglio, dal momento che tutto mi sembrava indistinto e io mi sentivo terribilmente frastornato, e allora mi resi conto della curiosa “tecnica” che stava usando l’angelo nell’ospitarmi nella sua immaginazione: tutti gli oggetti che mi circondavano erano veramente indistinti, erano oggetti generici...

 

La cosa mi sorprende più adesso che allora, dopo che ho studiato nella logica aristotelica che in natura non esistono oggetti se non di una specifica e determinata forma: sulla Terra non esiste, per esempio, l’”animale” generico, senza altra specificazione, e neanche il “mammifero” generico, senza che esso appartenga a una specie ben determinata: solo la specie più ristretta dà luogo a individui realmente esistenti in natura. Non troveremo mai il mammifero e basta, ma solo mammiferi che sono cani, cavalli, balene etc.; e nemmeno potremo mai vedere un albero, senza che questo appartenga a una specie ben determinata, ma solo alberi di faggio, di castagno, di betulla, di pino e così via. Questo nel mondo terreno; ma allora mi trovavo nell’immaginazione di un angelo diverso dalla Terra, il quale produceva immagini a un tempo individuali e generiche, indistinte cioè, cose singole ma senza specificazione di che cosa erano. Il racconto di allora prosegue:

 

Soltanto, quando io ne prendevo in mano uno, l’angelo rapidissimamente leggeva nella mia memoria e immaginazione, e subito trasformava l’oggetto a seconda di quello che aveva visto nei miei ricordi. Il risultato fu che io mi trovai in mano oggetti straordinariamente familiari e straordinariamente strani allo stesso tempo.

 

Lo interpretai come un gesto d’affetto: egli aveva visto, evidentemente, che io tenevo appoggiato su una piccola libreria vicino al letto il pupazzetto di gomma del “Puffo pianista”, il regalo affettuoso di una mia compagna di studi musicali, e così ora mi stava donando una pletora di piccoli oggetti del genere, tanti piccoli gesti affettuosi. Smise solo quando vide che tutto ciò mi sconcertava.

6.10.Adesso è chiaro perché anche in stato spirituale, cioè fuori dalla Terra e libero dal corpo aggregato, viaggiando per i mondi extra-naturali, mi era capitato di trovare oggetti troppo “normali”, troppo familiari. Adesso sappiamo che tipo di oggetto era la pipa di quel signore dall’aria anglosassone, la poltrona su cui egli era seduto, quel “maggiolino” Volkswagen su cui avevo battuto dolorosamente le nocche, quel pacco di fogli rilegato che Pick Mangiagalli mi aveva messo in mano sperando che ne apprezzassi il contenuto, e così via: sono oggetti fatti di memorie. Infatti, già dicemmo che la realtà è l’insieme del pensiero e dei suoi contenuti, e anche i ricordi sono contenuti del pensiero; abbiamo anche detto che la realtà visibile è l’immagine, riflessa nello spazio (il quale è a sua volta definito come immagine dell’immaginazione dell’essere, cioè delle molteplici coscienze che in atto sono l’essere) dei contenuti della coscienza e del suo pensiero. Ma dunque, visto che anche i ricordi sono contenuti della coscienza, anch’essi devono ottenere un riflesso nello spazio e produrre immagini visibili e sensibili. Detto in altre parole: non sono solo le idee eterne che si riflettono nello spazio, quelle che grazie a un linguaggio danno luogo ai corpi simbolici, i quali esprimono le verità dell’essere eterno e compongono gli scenari delle estasi; anche i ricordi compaiono nello spazio e formano dei corpi, i più umili oggetti di una realtà contingente. E questi oggetti formati di ricordi, di forme e qualità memorizzate dall’anima nel mondo terreno, sono perfettamente reali, secondo la nostra definizione, e anche più reali di quelli terreni. D’altronde, anche la Terra si serve di ricordi quando forma i suoi corpi aggregati, poiché le qualità sensibili che entrano in composizione negli oggetti terreni, completando la forma macroscopica che viene artificialmente sovrapposta agli aggregati di atomi dalle intelligenze della Natura, provengono dalla memoria della Terra, da un repertorio cioè di sensazioni che è un alfabeto di segni sensibili con cui uno spirito può esprimere i contenuti dell’essere. Ma nei mondi spirituali è immediatamente evidente il legame che c’è tra questi segni sensibili e il loro significato invisibile: ogni profumo è un tipo di amore, un sentimento che diventa sensibile, ogni qualità ha un significato affettivo; sulla Terra sapori, profumi etc. vongono comunicati alla coscienza identificata con un corpo aggregato solo quando quest’ultimo presenta alterazioni, le quali sembrano fisiche ma non lo sono, negli elementi che compongono uno dei suoi organi, quello preposto a quel tipo di sensazione, sicché sembra che tale sensazione sia prodotta da un meccanicismo, dall’incontro cioè tra un oggetto extramentale con un organo fisico, seguito dal movimento di una misteriosa energia neuronale lungo dei nervi, che porterebbero le sensazioni al cervello, e da lì chissà come alla coscienza. Invece quella sensazione è la comunicazione diretta di una qualità da parte di un’intelligenza della Terra all’anima ignara, oscurata dall’identificazione col corpo aggregato, la quale riceve passivamente tale qualità e non ne capisce il significato, non sa che quella è l’immagine sensibile di un affetto e pensa che sia una sensazione “fisica”, dovuta a meccanicismo e prodotta da un oggetto esterno. Il trucco delle intelligenze che governano la Terra è farci scambiare la concomitanza per causalità: infatti se e solo se un corpo aggregato con una certa struttura atomica e quindi con una certa forma macroscopica entra in contatto con un “nostro” organo viene comunicata alla nostra anima una certa qualità, sicché a noi sembra che questa dipenda dall’oggetto che crediamo esterno, e invece è un aggregato di spiriti, mentre proviene da uno spirito della Natura che ci inganna.

6.11.Ho assaggiato del pane e dei dolci, durante i miei viaggi, che erano fatti di squisitissimo amore. Una volta, una graziosa e timida giovinetta, la quale, chissà perché, mentre io mangiavo il suo dolce era andata a nascondersi, mi disse che quello che mi aveva offerto era una “torta all’acqua”. “Era infatti un dolce completamente bianco” annoto nel romanzo ermetico del 1989, Viaggio alla città di I, “sia nella pasta sia nella candida glassa e... e il suo sapore! Non avevo mai assaggato niente di simile prima... Era sapore d’amore”. Credo che chiamandolo “torta all’acqua” ella abbia voluto suggerirmi che la materia prima di quel dolce era spirito: infatti, come già abbiamo detto, la coscienza riflessa nello spazio appare come elemento liquido, come acqua. Ma altre volte mi capitò che mi offerissero delle cose che trovai immangiabili: gommose, impossibili da masticare, come di durissima plastica. E questi che sentimenti erano? Qualcosa, evidentemente, per me incomprensibile. Inoltre, in alcuni cibi la comprensione spirituale era assente: i molluschi fritti e la braciola con l’osso di cui ho parlato nel §4.4 non avevano niente di diverso da sapori e qualità perfettamente “fisiche”, non comunicavano sentimenti. Lo stesso dicasi per i suoni: nella visione del mondo di Pick Mangiagalli c’era un pianoforte meccanico, come il Lettore ricorderà, e anche in un altro incontro ho visto un pianoforte meccanico, e anzi sono sicuro che non fosse un’immagine simbolica ma proprio uno strumento che funzionava a martelletti, perché io stesso l’ho suonato. Era il periodo in cui io mi trovavo in crisi, perché dopo tanto studio e tanta fatica per cercare di passare l’esame di ottavo anno di pianoforte, a causa di un vecchio incidente al braccio destro mi si era inceppato il movimento delle dita e non riuscivo ad affrontare i pezzi di tecnica troppo difficile, la mano mancava completamente di forza e di velocità. Ebbi un breve incontro, fuori dalla Terra, con un maestro di pianoforte, che sembrava voler esaminare il mio problema tecnico con interesse e competenza. Il suo pianoforte, questa volta, era moderno, a coda e con un’ottima tastiera. Iniziai a suonare il preludio in do diesis maggiore del I volume del Clavicembalo ben temperato, perché era uno dei pezzi che ricordavo meglio a memoria. Notai due cose: che il pianoforte funzionava esattamente come un pianoforte meccanico della Terra, e che, al contrario, la mia memoria funzionava molto peggio, facevo una fatica terribile a ricordarmi le note, che invece in stato di coscienza terreno avevo imparato assai bene. Comunque, il maestro interruppe la mia esecuzione dopo la prima frase e mi fece capire in modo non verbale che avrebbe potuto risolvere il mio problema tecnico aiutandomi a reimpostare la mano e il braccio, ma che c’era un ostacolo che gliel’impediva: indicò il mio viso e mi fece notare che esso era attraversato da una profonda, impressionante ferita, aperta ma non sanguinante. Mi stava dicendo che era impossibile incontrarci per regolari lezioni, perché io stavo conducendo la mia vita biologica sulla Terra.

6.12.E così dobbiamo pensare che anche fuori dalla Terra esistono luoghi dove, per produrre suoni, occorre premere dei tasti e servirsi di uno strumento meccanico, e per fare ciò servirsi dei muscoli, tendini e nervi di un braccio e di una mano che non hanno niente di diverso da muscoli, nervi e tendini di un corpo terreno. Suonando in questa visione, infatti, mi servivo delle stesse braccia e delle stesse mani di cui mi servo anche sulla Terra, nel corpo aggregato, e nel suonare avevo avvertito esattamente le stesse sensazioni di quando suonavo sulla Terra nel corpo aggregato, le stesse difficoltà, lo stesso dolore alla spalla. Quel mondo, dove mi trovavo ora nell’incontro con questo maestro gentile, rifletteva dunque non me, ma la forma macroscopica prodotta sulla Terra a partire dal mio corpo aggregato, cioè fatta esistere, nel suo pensiero e nella sua immaginazione, dal “mio” sistema nervoso, e da lui comunicata a me e agli altri esseri terreni, di consueto, solo in presenza di quel certo aggregato di atomi e calcolata in base a regole fisse a seconda della sua struttura. Era dunque, tale spazio, un altro specchio delle stesse forme che ci vengono accollate sulla Terra; ma esse appaiono in spazi come questi separatamente dall’aggregato atomico, come dire che la struttura composta di atomi e la forma macroscopica sono due cose distinte, che si possono separare e che dunque sulla Terra si presentano assieme solo per una convenzione e una simulazione. Sia la mia forma macroscopica che quella del pianoforte a coda erano identiche a quelle terrene, ma riflesse in quello spazio, immaginate cioè da un angelo, senza che vi fossero presenti anche gli aggregati di atomi che sulla Terra accompagnano di consueto l’apparizione delle rispettive forme. Ciò nondimeno questo spazio semi-terreno era capace di manifestare anche simboli: la ferita sul mio volto non c’era nel corpo terreno, era un segno che manifestava la mia condizione di essere “incarnato”, cioè simboleggiava il doloroso arco di tempo che un’anima percorre in stato di aggregazione con il corpo terreno. Esistono dunque dei mondi “misti”, dove alcuni oggetti sono simboli, altri no e vi funzionano ancora i legami causali meccanicistici propri dell’esistenza terrena. Invece, in altri mondi, i suoni sono immediato prodotto del pensiero, come dimostrano le due belle esperienze estatiche che riporto qui di seguito. Questa è la prima: per le strade di una di quelle città serene e tranquille, che svolgono la loro vita sotto gli azzurri cieli del mondo spirituale, si diffondeva un suono di organo, una musica a me molto familiare: erano brani dello Stabat Mater di Pergolesi. “E’ uno dei pezzi di tutta la letteratura musicale che più amo” scrivevo allora, nel 1988, nel mio Diario notturno, e ripeto, in coro col me stesso di allora, ancora oggi. Poi continuavo:

 

...la musica di un organo che suonava lo Stabat Mater mi giungeva da una strada vicina, suscitandomi grande ammirazione, mentre io mi trovavo nel salotto di un signore sconosciuto che sedeva di fronte a me, anche lui ascoltando la musica, e sorrideva. “Grazie” gli dissi dopo un po’, e lui rispose, chissà perché: “Grazie a te” quasi che la musica fosse merito mio.

 

6.13.Nell’annotazione successiva racconto di aver visto uno strumento, “uno splendido organo laccato d’azzurro, d’un azzurro straordinariamente luminoso e limpido, e ornato di fregi d’oro”. Ma era un simbolo, evidentemente, perché la musica ne usciva senza che nessuno lo suonasse. Era un’anima infatti, di quelle che hanno raggiunto la perfezione grazie all’unione dei due principi eterni dell’essere, l’elemento liquido o coscienza e la luce delle idee eterne che vi si imprimono, ovverosia mare e sole, azzurro e oro. Ella mi si presentò nella piazza di un luminoso paese, uno degli infiniti paesi e città che sorgono nel mondo dell’anima, il mondo delle infinite aurore. In questi mondi tutto è pensiero e significato, ed è svanita qualunque traccia di meccanicismo e forme opache; e se noi pure vorremo trovarci insieme a questi paradisi, e splendere delle forme come cristallino liquore ai raggi di quel sole, dovremo purificare la nostra coscienza dai residui di errori concettuali che l’identificazione col corpo di terra ha impresso in essa e procurarci la capacità di vedere e di esprimere visibilmente le vere forme, le idee eterne che rappresentano l’essere, apprendendo a ragionare rettamente e a impiegare precisamente il linguaggio dei simboli, la “forza del sogno”.


LIBRO VII.

 

 

 

 

 

LA MAPPA DEI MONDI.


LIBRO VII.

 

INDICE DEGLI ARGOMENTI.

 

Iniziamo a tracciare una mappa dei mondi classificandoli per ordine di chiarezza: per primi vengono i mondi che hanno la retta conoscenza dell’essere e di sé e sanno esprimerla in un linguaggio. Il simbolo dell’orizzonte(7.1). Auspicio che grazie alle presenti spiegazioni il Lettore, o la Lettrice, possano entrare a far parte dei mondi(7.1).

 

Esigenza metodologica: il linguaggio deve essere condivisibile e dunque chiaro e preciso(7.2). Al polo opposto, rispetto ai mondi chiari e aperti che impiegano un linguaggio efficace, c’è la congerie di anime che riempiono il proprio pensiero con oscurità e farragine(7.2-7.4). Un esempio: Martin Heidegger(7.2). Queste sono anime incapaci di essere mondo, non producono come immagine di sé materia limpida e cristallina, ma si trovano come imprigionate nella loro melma(7.3-7.4).

 

Tra i due poli opposti ci sono infiniti gradi di chiarezza e oscurità. La funzione vicaria di certi mondi; pericolo che molte anime non siano in grado di usufruirne(7.4).

 

Collocazione del mondo terreno, il mondo più oscuro, complicato e incomprensibile: è difficile capire perché c’è e in che modo sia costituito. La mia prima ipotesi, alla fine degli anni ottanta, era sbagliata(7.5). La funzione propedeutica e vicaria che io prima attribuivo alla Terra, ora lo so, è svolta invece da altri mondi(7.6). Una visione che mi spiegò il concetto di evoluzione dell’uomo(7.6). Digressione su: la volontà divina non è affatto imperscrutabile, né siamo tenuti a sottomettrci ciecamente: chiedendo conto del loro operato si ottengono dai mondi risposte chiare e spiegazioni esaurienti. Il regno dei cieli è una fratellanza ed è la perfetta democrazia, non una struttura gerarchica con un monarca al vertice; è sovrana l’assemblea delle anime elette, non un essere solo(7.6).

 

Analisi dello spazio terreno(7.7-7.10): gli atomi sono spiriti e i loro corpi sono corpi spirituali, ma vengono plasmati e aggregati da intelligenze formatrici; la forma macroscopica viene sovrapposta alla struttura microscopica dal nostro sistema nervoso, il quale così crea gli oggetti dell’esperienza terrena, che sono però simulazioni complesse. Entrambi i tipi di corpi, microscopici e macroscopici, sono prodotti del pensiero e dell’immaginazione di spiriti(7.7). La forma macroscopica di un oggetto è la sua definizione, è un complesso di pensieri, e funge da regola di costruzione per un’infinita serie di immagini prospettiche. L’oggetto terreno è l’insieme della forma macroscopica e delle infinite immagini prospettiche che da tale forma è possibile generare applicando le leggi della prospettiva(7.7). Un esempio sul lavorio delle intelligenze che simulano una realtà extramentale e meccanicistica nel mondo terreno: lo zucchero; come le proprietà e qualità di tale sostanza sembrino dipendere dalla sua struttura atomica e molecolare, mentre non è affatto così(7.7-7.8). In che senso diciamo che le forme macroscopiche sono sovrapposte alla struttura microscopica degli oggetti terreni. La funzione del nostro sistema nervoso(7.9). L’esperienza della realtà fisica, che è prodotto dell’attività del “nostro” sistema nervoso, svanisce quando non siamo più in collegamento con esso; perciò se sei “fuori dal corpo” il mondo che vedi è completamente diverso dalla realtà empirica terrena(7.9). Però, poiché anche le immagini delle forme macroscopiche degli aggregati atomici sono, appunto, immagini, cioè prodotti del pensiero, è possibile che un’anima le riceva anche in stato disaggregato; è un’eventualità molto rara, ma a volte per qualcuno si è verificata(7.10). Primo accenno alla spiegazione di certi fenomeni che vengono ritenuti “paranormali” da chi pensa ancora con linguaggio oscuro e irrazionale, mentre sono normalissimi: per esempio la “bilocazione”(7.10 in fondo).

 

Racconto di come avessi chiesto di poter ricevere le immagini del mondo terreno direttamente nella mia coscienza, ma come mi sia stato risposto di no(7.11).

 

Ricapitolazione: la nostra realtà terrena è prodotta dal lavoro concomitante dello spazio terreno, quello che riflette gli atomi e dove agiscono le forze intelligenti che sugli atomi operano, e gli altri spazi, cioè le menti dei “nostri” duali che fungono per noi da sistema nervoso(7.12). Anche il nostro corpo terreno è un’insieme di atomi aggregati e di forma macroscopica; in che modo le intelligenze della Terra ci fanno credere di essere il corpo fisico a noi assegnato(7.12-7.13).

 

La scienza delle finte connessioni causali meccanicistiche è utile ma ha un’applicazione limitata al mondo della simulazione(7.14).

 

Due visioni sugli atomi, per completare la nostra mappa dei mondi con altri dettagli: gli atomi sono mondi falliti, spiriti che non hanno portato a termine la loro evoluzione in cicli di storia passati(7.15-7.16). Altri dettagli nel prossimo libro VIII(7.17).

 

 

 


7.1.Dopo tutto questo comincia a essere possibile per noi tracciare una sorta di mappa dell’Universo, classificando i mondi e gli spazi in cui essi sono contenuti a seconda del loro livello di chiarezza e del linguaggio che essi usano per esprimere i loro contenuti. Due requisiti, abbiamo detto, deve avere l’anima per diventare un vero e proprio mondo, un paradiso: in primo luogo, avere in sé la retta idea di essere, dalla quale può dedurre tutte le altre idee mediante le quali l’essere rappresenta sé stesso, ovvero mediante le quali l’anima, che è l’essere, può rappresentarsi rettamente, e, in secondo luogo, possedere la “forza del sogno”, cioè avere la capacità di impiegare correttamente un linguaggio, capacità che le consente di esprimere in segni visibili e sensibili i propri contenuti invisibili, e che, come si ricorderà, avevamo inizialmente e più sobriamente chiamato “immaginazione”. Infatti, per “mondo” noi intendiamo non un essere invisibile, ma quel complesso di immagini e manifestazioni di tutti i tipi che manifestano l’essere, ovvero uno qualunque dei suoi atti di coscienza, uno di noi. Nel momento in cui l’anima si procura un linguaggio, nasce in lei un orizzonte: cielo e mare si toccano e cioè l’invisibile diventa visibile, ed entro a questo orizzonte nasce il mondo. Questo concetto importantissimo era già da me impiegato nelle poesie che scrissi fra il 1984 e il 1987, in versi come:

 

...Sappi, anima mia,

che non esiste il tuo orizzonte,

anche se tu lo vedi,

e se sei tu orizzonte, anima mia,

svanisci allora e vedi

che c’è l’ha oltre...

 

dove invito la mia anima a liberarsi di un orizzonte sbagliato, cioè dal sistema concettuale spurio che deriva dall’identificazione col corpo aggregato; oppure come:

 

...il tuo cuore sarà mio cuore e sguardo,

sguardo di estate e ascesa, che sospinto

da sconfinata lena,

farà che noi vediamo, anima mia

levarsi il nostro mondo

dal suo stesso orizzonte, e noi saremo

nel cristallino spazio

di un’alba eterna, finalmente

e orizzonte e mondo e cuore e spazio

ed altro ancora...

 

L’anima, ovvero il cuore, lo spirito, quando finalmente si è fatta sguardo e vede il vero essere, può procurarsi un orizzonte, un linguaggio cioè, un sistema di segni che la trasformi in spazio, immagine della sua capacità di produrre immagini, dandole agio di immaginare l’essere e renderlo visibile; allora il suo mondo si leva eterno. Con “estate” intendevo dire “estasi”, cioè quando il sole spirituale, l’intelletto, è al pieno delle sue forze. Questa è una dottrina scientifica, ma allora io non ero ancora capace di tradurla in parole umane e usavo quel linguaggio che avevo appreso nelle mie estasi dai mondi eterni. E lo usavo già abbastanza appropriatamente, come si vede, solo che nessuno capì e fui scambiato, nel migliore dei casi, per un poeta che segue i suoi slanci irrazionali, nel peggiore per un matto. Perciò è stato indispensabile poi il confronto con le filosofie umane, non solo perché così ho confermato le mie idee e le ho corroborate difendendomi dall’assalto dei pensieri errati, confutandoli tutti e rendendoli dunque innocui, ma anche perché così, dopo questo lungo periodo da mystes, da uomo chiuso nel silenzio, posso sperare invece di farmi acoltare e comprendere, posso aprire le porte del mio mondo e di tutti i mondi a chi accetti di entrarvi. E’ questo il solo desiderio che al presente mi muove: che il Lettore o la Lettrice esca dalla Babilonia infernale della cultura terrena, religione e falsa scienza, ed entri con me nei paradisi.

7.2.A seconda di quale linguaggio usa un’anima per esprimere visibilmente i suoi contenuti, diverso sarà il suo mondo; ma è ovvio che il linguaggio va condiviso, altrimenti le anime, ovvero i mondi, non potrebbero guardarsi uno con l’altro e vi sarebbe una barriera invalicabile di oscurità tra l’uno e l’altro. Dunque la prima norma da seguire per costruire un linguaggio è che esso deve essere più possibile semplice e chiaro; deve essere uno strumento duttile e non ingombrante, deve chiarire e non nascondere l’essere. Per questo nell’ultimo verso di una lunga poesia dell estate 1987 parlo di “armonie d’orizzonti, eco dei cuori”, perché i linguaggi delle anime, che sono l’immagine di ciò che esse hanno nei cuori, nel loro pensiero, debbono armonizzarsi, e non essere in contrasto. Non c’è niente di peggio per l’anima che quelle filosofie farraginose e oscure che non sanno servirsi di una terminologia ben definita e di regole logiche, e del principio di ragion sufficiente. Alludo a quelle pseudo-filosofie novecentesche che tengono ancora campo nel mondo accademico e che hanno usurpato il ruolo della retta ontologia (già in precedenza usurpato, per altro, dall’irrazionale teologia cattolica), portando alle estreme conseguenze negative gli errori di Kant e di Hegel: in primo luogo la fenomenologia, da Heidegger in poi. Per rendersene conto, il Lettore, o la Lettrice, può affrontare la lettura di opere oggi considerate capolavori e tragurdi imprescindibili, come Essere e tempo, lo scritto fondamentale di Martin Heidegger o, dello stesso, anche Sentieri interrotti, trovandosi così davanti a frasi come la seguente:

 

In quanto comportamenti dell’uomo, le scienze hanno il modo di essere di questo ente (l’uomo): Questo ente è da noi designato col termine Esserci...

...L’Esserci non è soltanto un ente che si presenta fra altri enti. Onticamente, esso è piuttosto caratterizzato dal fatto che, per questo ente, nel suo essere, ne va di questo essere stesso. La costituzione d’essere dell’Esserci implica allora che l’Esserci, nel suo essere, abbia una relazione d’essere col proprio essere... La peculiarità ontica dell’Esserci sta nel suo esser-ontologico...”

(M.Heidegger, Essere e tempo, a cura di Pietro Chiodi, Longanesi, Milano 1976, pag.28).

 

e via di questo passo per più di cinquecento pagine. Altro esempio:

 

...Tuttavia nell’esistenza l’uomo non va da un dentro a un fuori, poiché l’essenza dell’esistenza è lo star-dentro ex-ponentesi all’essenziale estaticità dell’illuminazione dell’ente...

(Id., Sentieri interroti, a cura di Pietro Chiodi, La Nuova Italia, Firenze 1968, pag.52).

 

7.3.Questa roba da noi, per esser signorili, si chiama “melma nera” o, quando siamo più franchi, “liquame di fogna”. Nel punto più basso della storia del pensiero umano, quel XX secolo dove si è diffusa anche la psicoanalisi e dove si manifestano anche altre devianze oscure come lo Strutturalismo o certe tendenze dell’Antropologia e della Storia delle religioni intrise di concetti psicoanalitici, o comunque oscurissime, per esempio quelle che fanno capo, rispettivamente, a Claude Lévi-Strauss, Elémire Zolla e Mircea Eliade, l’anima umana, persa ormai la speranza di ritrovare il proprio stato di fonte d’acqua viva e cristallina, s’è trasformata in una cloaca intasata di torbidi liquami. Un pensiero condotto così malamente e in maniera così oscura appare, appunto, riflesso nello spazio come melma nera e maleodorante e l’anima che agisce in questo modo spacciando per profondità l’oscurità, e che parla senza sapere nemmeno lei quello che dice, si autocondanna a rimanere imprigionata in una specie di tetra salamoia, di “guazza buia umida e sinistra” (quest’ultima frase l’ho sentita pronunciare in uno dei mondi da un angelo disgustato da simili spettacoli, a proposito del libro di Stefano Zecchi, La bellezza. Raramente ho letto un libro di una simile bruttezza) da cui difficilmente saprà liberarsi.

7.4.Detto ciò, possiamo fissare sulla nostra mappa dell’Universo due poli opposti: il primo è costituito dai mondi dove risplende l’essere nelle sue più chiare immagini, dove lo spazio riflette pensieri razionali, il logos frutto dell’applicazione del retto metodo logico, mediante un linguaggio semplice e preciso e perciò luminoso. Là splende il sole dell’intelletto, cioè quell’insieme di idee che, dedotte dall’idea retta di essere, rappresentano l’essere a sé stesso, e che chiamiamo anche verità o bene. All’estremo opposto l’anima oscura, affogata nei liquami neri di un pensiero privo di senso, la quale non è mondo, incapace com’è di essere spazio, e cioè di avere un’immaginazione razionale e di riflettervi i propri contenuti, e anche di non avere contenuti nella propria coscienza che non siano farneticanza o follia. Tra i due poli dobbiamo pensare che esistano infinite gradazioni di chiarezza e oscurità. Secondo alcune delle esperienze da me riportate sopra è possibile congetturare che alcune anime ancora in evoluzione e non ancora arrivate allo stadio di “mondo”, vengono, per così dire, ospitate da altri spazi, esse ottengono cioè immagini per i propri contenuti da altre anime più capaci di essere spazio e di produrre corpi, e le ricevono medianicamente, in modo totalmente passivo, come noi riceviamo le sensazioni terrene dal corpo di terra e dal suo sistema nervoso, senza contribuire attivamente a immaginarle. Ma in quegli spazi ospitanti le anime immature non vi sono corpi aggregati, l’immagine che l’anima riceve è un atto semplice e indivisibile dell’angelo-mondo ospitante; né l’attività di quest’ultimo è occultata all’anima ospite, come accade invece qui sulla Terra. Gli oggetti di questi mondi sono i contenuti delle coscienze che essi ospitano, fatti di sentimenti e di ricordi, nonché i pensieri amorosi dell’angelo ospitante, e i soggiorni dell’anima in questi luoghi sono tranquilli e istruttivi. Ma non tutti sanno usufruire del generoso operato degli angeli-mondo ospitanti, è facile supporlo e lo si vedrà nei prossimi scritti, dove raccoglierò le esperienze più penose che ho dovuto vivere, i confusi e sgradevoli incontri con anime buie: coloro che hanno la mente offuscata da un sistema di idee razionalista e materialista, usciti dallo stato di aggregazione e dal mondo terreno, credono di essere intrappolati in un sogno o in un’allucinazione e si comportano esattamente come mi comportavo io all’inizio delle mie esperienze, quando appunto ero ancora in preda agli errori della cultura dominante: presi dal terrore si agitano per cercare di “svegliarsi” da quello che credono un sogno, inteso nel senso sbagliato del termine come prodotto del loro “inconscio”, e di ritrovare la “vera realtà”, senza rendersi conto che la vera realtà è nell’immaginazione dell’angelo e nei suoi contenuti, e che perciò non possono svegliarsi, perché sono già svegli. Non so che fine facciano costoro, devo ancora districarmi a capire il senso di numerose visioni che mi parevano incubi e che narrano invece dello stato in cui versano codeste anime azzoppate e scempiate dal razionalismo moderno e dalla psicoanalisi, in preda ai loro oscuri e irrazionali sogni psico-meccanicistici. Forse, alla fine, come era accaduto anche a me dopo il primo periodo delle visioni, alcuni di loro riescono a fermarsi e a riflettere con calma e a dire a sé stessi quello che anch’io mi ero detto in quella inconsueta situazione: perché non esplorare qui intorno?

7.5.Infine nella nostra mappa dobbiamo collocare il mondo terreno, lo spazio dove non si vede alcun corpo semplice, ma solo corpi aggregati. Le domande su questo strano e incomprensibile spazio sono due: come opera costui? e a quale scopo? Ho già riportato i risultati delle mie riflessioni e delle mie osservazioni sugli scopi di queste forze che governano la Terra nel precedente studio intitolato La Natura e nei Due complementi allo stesso; come operi, e cioè in che modo riesca a creare una realtà che non c’è, è quanto di più difficile ci sia da capire nell’Universo, e sarà oggetto di futuri studi, ma le prime basi di questa conoscenza si trovano già ne Il fondamento della ricerca, e anche qui di seguito ne daremo alcuni cenni. Devo dire che capire il senso dell’esistenza terrena e della storia umana è stato veramente molto difficile, né ci sarei mai riuscito senza qualche loro brusca imbeccata, da un lato, e, dall’altro, senza la capacità di capire i simboli del loro linguaggio che mi sono procurato grazie ai miei contatti coi mondi, e per mezzo della quale è stato possibile comprendere il senso riposto delle Scritture e di altri loro messaggi. Nel periodo in cui registravo le mie estasi e i miei incontri con mondi e anime nel romanzo ermetico e nel Diario notturno, intorno al 1988 e fino al 1992, quando si aprì un’epoca di nuove istruzioni, avevo in mente l’idea che il corpo terreno fosse in qualche senso un supporto utile a quelle anime che per immaturità non fossero ancora in grado di emanare da sé un corpo di pensiero completo e perspicuo. Pensavo a un corpo “preso a prestito”, provvisorio e propedeutico, che doveva condurci gradatamente alla piena maturazione, ma col quale gli uomini si erano erronemante e disgraziatamente identificati, dimenticando il loro vero essere e perdendo così la consapevolezza del vero scopo dell’esistenza terrena, quello di sviluppare le capacità spirituali, con tutte le conseguenze patologiche di questo errore: egoismo animalesco e punti di alienazione del valore, cioè superbia e bestialità. Pensavo tra me che non c’era nulla di male ad avere un corpo terreno, che questa esperienza terrena era un gradino della nostra evoluzione, ma che il male era essersi attaccati a questo gradino, averne assolutizzato il valore  rifiutando così di procedere oltre. Pensavo alla Terra come a un vivaio di anime in embrione e alla materia aggregata come a una materia presa a prestito, approntata per dare un corpo alle anime prive della “forza del sogno” e cioè della capacità di immaginarsi da sé. Ecco quello che scrissi, infatti, a questo proposito in un paragrafo di Viaggio alla città di I, il romanzo ermetico:

 

Ma ora non vorrei, caro Lettore, che, a causa della direzione univoca del mio viaggio, si pensi che io disprezzi questo punto di partenza, la Terra, perché a tutti i costi da Lei me ne voglio andare. No no, caro Lettore, lungi da me la taccia di ingratitudine! Già dissi (...) che seppure in un modo alquanto speciale anche la Terra è parte di Hurqalya (scil.:è un mondo spirituale, fatto di pensiero).

Ormai da tempo, infatti, si sa per certo che la Terra non è quel suolo ottuso e inerte che sembra a noi, ma che è un cielo (scil: un’intelligenza), che come tutti gli altri cieli, mosso da amore per il suo centro luminoso, intorno a Lui danza pensieri matematici... (intendevo dire che le scoperte di Galileo sulle leggi della gravitazione universale e sul moto della Terra intorno al sole avevano dimostrato che a muovere la Terra è un’intelligenza che pensa in termini matematici, come Galileo stesso asseriva chiaramente).

E’ che Ella colma le nostre imperfezioni, e dunque sembra che io mi voglia allontanare da Lei, mentre è unicamente dalla mia imperfezione che mi voglio allontanare. Ebbene, tanti, anche sapienti (alludevo a Platone), l’hanno disprezzata. Così è dello zoppo che disprezza le sue stampelle, come se fosse zoppo perché ha le stampelle! Al contrario: ha le stampelle perché è zoppo.

 

E invece è proprio per via della sua identificazione col corpo aggregato che l’anima si è ammalata ed è incapace di procedere, da giovane mi sbagliavo proprio su questo punto. Semmai, come chi mi ha seguito fin qui attraverso le precedenti opere di questo sito deve ormai sapere, la carenza che la Terra viene a colmare in noi è la mancanza di conoscenza del male, è questa la sua funzione istruttiva e propedeutica, farci fare esperienza del male e farcelo conoscere.

7.6.Però questa teoria non era del tutto sbagliata: come abbiamo visto, questa funzione vicaria e propedeutica, che abbiamo dimostrato a priori indispensabile nell’Universo, dove le anime sono eterne ma non eternamente hanno capacità e virtù, ma devono acquisirle, esiste ed è ben attestata, ma non è svolta dalla Terra, come credevo io prima del 1993, bensì da altri angeli-mondo, quelli che ospitano le anime dopo che si sia esaurito il loro arco di vita terrena. La Terra ha un’altra funzione, è il campo di esperienza del male,  e cioè dell’ignoranza di sé e dell’essere, che l’anima deve poter sperimentare onde avere la libertà di scelta, e acquisire una volontà. Comunque, tutto quest’unico sistema, composto dalla Terra e dagli angeli-mondo ospitanti le anime in via, ha un ben preciso scopo: l’evoluzione dell’anima, come mi confermò la seguente visione, registrata da me sempre nel Diario notturno del 1988:

 

In un giradino, all’aperto, stava una grande e maestosa divinità ed io mi avvicinai. Vidi allora che quel grande essere aveva in mano qualcosa: si trattava di un “grappolo” di esseri umani, ognuno chiuso in una piccola bolla piena di liquido, come fossero in gestazione (la bolla è il sistema nervoso o mente duale, lo spazio in cui la nostra anima è rinchiusa durante la vita terrena: nota di oggi). Somigliava un po’ a quei grappoli di uova di seppia che si trovano a volte sulla riva del mare, e quando se ne apre qualcuna esce fuori la seppiolina o già formata del tutto oppure ancora incompleta.

Solo che dentro a quelle piccole uova c’erano esseri umani: sentivo che la grande divinità li allevava per poi, una volta divenuti adulti, divorarseli. Mi parve una cosa crudele e intollerabile. Mi avvicinai alla divinità e mi sembrò di essere grande e forte come Lei, o forse di più: le strappai di mano con veemenza il grappolo di umani per liberarli. Ella rimase immobile, ma con mio rincrescimento e raccapriccio gli umani non ancora del tutto formati si amalgamarono insieme in una specie di pasta panosa semicruda e semilievitata, raccapricciante al gusto: mi sembrava infatti di percepirla, oltre che con la vista, anche col gusto, come se la stessi mangiando. Restituii il tutto alla divinità, rassegnato, ed Ella, benevola, sorrise.

 

Qui Satana (le forze intelligenti che governano la Terra) e i mondi mi hanno spiegato che le mie rimostranze verso di loro erano rispettabili ma ingiustificate: in quel periodo avevo protestato vivacemente presso di loro, perché non intervengono contro le false idee della cultura comune che tengono l’uomo lontano dalla verità. Non potevo sapere che sono proprio loro a seminarle, a fin di bene, per i loro scopi nascosti, per promuovere la nostra evoluzione verso la conoscenza del male. Questa visione è servita per avvisarmi che togliere l’uomo dal suo stato di subordinazione alla Terra e dalla sua storia di prove ed errori sarebbe prematuro, ne nascerebbe un’ondata di esseri ancora informi e disgustosi, con qualità affettive pessime al gusto, e cioè dal sapore ripugnante. L’anima che non abbia ancora acquisito la capacità di scartare il male e scegliere il bene, cioè l’anima priva della libertà, non è completa: non è “cotta”. In seguito i mondi mi hanno condotto a capire meglio il senso della Terra e della storia umana con altri sistemi, ma ciò esula dall’argomento del presente scritto, sicché ne rimando la trattazione. Qui mi dilungo ancora per un istante solo per far notare una cosa, come non sia vero che Dio, come credono i Cattolici, sia misterioso, e che la sua volontà sia imperscrutabile: a chi chiede le cose in modo opportuno, cioè senza adulazione o piaggeria, e senza questuare insistendo in maniera petulante per avere ciò che non gli spetta, ma formulando i quesiti con rettitudine e cognizione di causa, Dio, l’insieme dei mondi, risponde con puntualità e chiarezza, e in maniera esauriente; sta a noi, poi, impegnarci a capire la sua risposta. Chi non si sottomette ciecamente alla sua volontà, ma chiede conto con fermezza dell’operato divino, quando esso sembra ingiusto e incomprensibile, ottiene un’istruzione chiara e completa su di essa. I mondi, che sono Dio perché la loro assemblea è sovrana, rispettano chi conosce e afferma i propri diritti e sa porsi di fronte alla  loro assemblea come un cittadino in tribuna, che eserciti la propria facoltà propositiva parlando liberamente: ogni cittadino da noi è sovrano e fa parte del legislativo. Ogni proposta del singolo è vagliata e messa ai voti, e viene ratificata o respinta  da tutta l’assemblea che è il supremo organo legislativo, ma qualora venga respinta una proposta, il singolo riceve istruzioni sulle motivazioni razionali che hanno indotto l’assemblea a decidere così. Chi sa comportarsi da cittadino ottiene presso i mondi rispetto e onore, e ammirazione pubblica, mentre essi sono disgustati da chi umilia sé stesso e si fa suddito e si mostra sottomesso, sperando di averne in cambio i favori di un monarca onnipotente che agisce ad arbitrio, omettendo di chiedere, anzi esigere, giustizia. Perciò si sbaglia di grosso chi, pretendendo di rappresentare il regno di Dio sulla terra, gli conferisce una struttura gerarchica a piramide con un uomo solo che governa al vertice, come la Chiesa cattolica con il suo papa. Quello non è certo il vicario di Cristo, ma un tiranno. La struttura della Chiesa cattolica conserva in sé il modello politico dell’Impero romano, che non ha nulla di realmente cristiano, ma anzi rovescia diametralmente il modello politico retto, che è quello della vera chiesa, l’Assemblea delle anime elette, dei mondi luminosi e pacifici, tra cui lo stesso Cristo, che non smaniano per esercitare un potere e dominare le volontà altrui, ma amano la fratellanza, l’eguaglianza di diritti e la giustizia.

7.7.Ma torniamo all’argomento principale di questo VII libro, la mappa dei mondi. Perché essa sia completa manca ancora qualcosa. Innanzi tutto dobbiamo focalizzare l’attenzione sul fatto che la Terra è lo spazio, o meglio il sistema di spazi, dove vengono riflesse essenzialmente due cose: gli atomi, che sono forme microscopiche, e le forme macroscopiche sovrapposte agli aggregati di atomi, quelle le cui immagini vengono comunicate alla nostra coscienza dal “nostro “ sistema nervoso, in modo che sembrino oggetti esterni al pensiero. Entrambi questi tipi di corpi sono il riflesso dei contenuti di qualche coscienza, per definizione, altrimenti non sarebbero corpi, perché non esiste nessuna immagine che non sia immagine di una realtà, e ciò che ha la realtà dell’essere non è immagine ma pensiero, mentre ciò che ha la realtà dell’immagine, cioè il corpo, è suo riflesso. Ciò che si riflette nell’atomo deve essere dunque uno spirito ignaro e facilmente manipolabile, il quale si presta ad acquisire quella forma che il pensiero di un’intelligenza della Terra preposta a questo gli comunica. L’interno dell’atomo sembra fatto di particelle oppure di onde, che in realtà sono numeri, e cioè pensiero: l’onda infatti altro non è che la rappresentazione grafica di uno o più numeri e i numeri sono concetti del pensiero. Queste forme spirituali imposte agli atomi costituiscono un codice cifrato, nel senso che l’aspetto e le qualità che una massa di atomi di un certo elemento o di un composto di elementi comunica a chi sia presente nello stesso spazio, cioè ne riceve un’immagine, dipende dal numero di codeste onde o particelle che formano il corpo dell’atomo, o per meglio dire dal numero che egli, lo spirito della particella, ha impresso nel suo pensiero e che graficamente appare come un sistema di onde; ma tale dipendenza è artificilale, perché è un’intelligenza della Terra che ci comunica quell’aspetto e quelle qualità sempre in presenza di un certo tipo di atomo o di composto d’atomi. E così dicasi per le proprietà chimiche e fisiche delle varie sostanze composte di elementi atomici: un’intelligenza preposta a questo modifica la forma macroscopica di un corpo aggregato, quando i suoi atomi sono venuti in contatto con un altro aggregato di elementi, e quando tale corpo aggregato ha subito delle modifiche (sempre però dovute a un’operazione dell’intelligenza preposta e non a un meccanicismo) posteriormente a questo contatto, in modo che sembri che la seconda sostanza abbia avuto un effetto sulla prima, che ci sia una legge causale meccanica che governa questa interazione, quando non è così. Qualità e proprietà dei corpi terreni sembrano dipendere dunque dalla loro struttura atomica, e sembra che i corpi aggregati agiscano uno sull’altro, quando non è affatto così. Le forme microscopiche sono corpi spirituali, come tutti i corpi semplici, e non hanno niente o poco a che fare con la forma macroscopica che noi percepiamo dei loro aggregati, quando ci troviamo in questo spazio della Terra. Le forme macroscopiche, quelle le cui immagini vediamo noi esseri umani (e anche gli altri animali, suppongo), provengono dal mondo delle forme, cioè dalle immaginazioni degli spiriti della Terra. La forma macroscopica di un corpo terreno, come tutte le forme, è un complesso di pensieri, quelli che la definiscono, ne danno cioè la regola di costruzione, associato a una serie infinita di immagini prospettiche (si veda su questo i §§5.3-5.4 de Il fondamento della ricerca per la costruzione degli oggetti visibili), quelle che da tale definizione vengono prodotte. Né la forma geometrica né tutte le qualità e proprietà che la completano dipendono dai contenuti delle coscienze atomiche che sono aggregate in quel corpo: sicuramente non i sapori e gli odori, e anche i suoni vengono dalle menti delle intelligenze della Natura preposte ai fenomeni acustici, e non sono prodotti dagli atomi o dai loro aggregati in movimento; forse solo alcune qualità come la durezza, la lucentezza o la ruvidezza dipendono dalla struttura atomica, cioè da come lo spirito elementare è stato costretto a conformarsi per il condizionamento esercitato su di lui da parte delle intelligenze portatrici di forma. Prendiamo a esempio un cristallo di zucchero: la sua forma cristallina dipende da come sono stati obbligati a legarsi insieme i suoi atomi in molecole e a rimanere immobili così, dall’intelligenza preposta al fenomeno della cristallizzazione,  la quale è in grado di condizionare, di ipnotizzare per così dire, codesti atomi. Probabilmente è proprio un fenomeno di manipolazione ipnotica che produce le forme negli atomi e i legami fra loro, nel senso che degli spiriti incapaci di pensare sanno solo ripetere i pensieri comunicati loro da altri. Il cristallo di zucchero rimane immutato finché non tocca l’acqua, cioè molecole composte di atomi cui è stata sovrapposta la forma macroscopica di elemento liquido, oppure non viene esposto al calore, fenomeno che sembra l’effetto di una fiamma, e invece è il pensiero di un’intelligenza che lo manifesta sempre e soltanto in concomitanza dell’immagine di una fiamma; in questi due casi, l’intelligenza che ha cristallizato le molecole dello zucchero cessa di imprimere la forma del cristallo nell’aggregato di atomi e la sostituisce con un’altra, le molecole si slegano nel caso dell’acqua, mentre la forma cristallina e chiara cede il posto a quella semiliquida e bruna tipica del caramello nell’altro caso, se lo zucchero cioè viene esposto al calore. Ma non è l’acqua che ha sciolto lo zucchero, bensì l’intelligenza preposta; né, nel secondo caso, è il fuoco con il calore che esso sembra sprigionare che ha modificato la forma dello zucchero in quella del caramello, ma sempre un’intelligenza: non ci sarebbe alcun bisogno d’acqua fisica o del calore sprigionato apparentemente da un fuoco fisico per modificare lo zucchero, ma solo di pensiero, se non fosse che queste intelligenze vogliono simulare una causalità meccanicistica che non c’è e dunque non fanno mai seguire la seconda forma alla prima se è assente quella cosa che esse vogliono accreditare come causa di quel cambiamento di forma; viceversa, lo zucchero non si scioglierebbe affatto nell’acqua se l’intelligenza preposta non si inducesse a slegarne le molecole ogni volta che l’immagine dello zucchero tocca quella dell’acqua, per farci credere che esista un legame causale e cioè che l’acqua scioglie lo zucchero; né il calore trasformerebbe mai lo zucchero in caramello se non ci fosse un’intelligenza che s’induce a far seguire la forma del caramello a quella cristallina nello zucchero ogni qual volta nella nostra coscienza viene comunicata anche la sensazione del calore apparentemente sprigionato dalla fiamma. Con questa artificiale concomitanza il lavorio delle intelligenze della Natura ci costringe a credere nell’esistenza di legami causali meccanicistici costanti che invece non esistono affatto.

7.8.Lo stesso dicasi per le qualità: lo zucchero non è affatto dolce, ma c’è un’intelligenza che ci comunica questa sensazione ogni volta che la nostra lingua (la quale, ricordiamolo, è solo un’immagine sovrapposta a un aggregato di atomi che formano cellule e tessuti, e non ha nessuna capacità di sentire sapori, perché è l’anima che sente non l’immagine) viene in contatto con lo zucchero, o meglio quando le due immagini delle due forme macroscopiche, quella della nostra lingua e quella dello zucchero sono contigue nello stesso spazio. Così sembra che lo zucchero “sia dolce” cioè sia la causa della sensazione di dolce che proviamo, e che sia la nostra lingua a percepire tale sensazione, per poi comunicarla al cervello, sicché da questo passi poi, chissà come, alla coscienza, mentre non è lo zucchero a causare la sensazione di dolcezza, e a noi non occorrerebbe alcun organo fisico per sentirla, perché essa è un pensiero comunicato direttamente alla nostra coscienza dall’intelligenza del nostro sistema nervoso; la subdola intelligenza dell Terra, però, ci comunica quel sapore se e solo se quella sostanza sembra toccare il nostro organo fisico del gusto: lo fa sempre quando c’è la sostanza e quando c’è la lingua, non lo fa mai se la sostanza non c’è, oppure se non c’è la lingua o non è sana, se tale organo o le sue innervature o anche quella parte del cervello che vuol accreditare come preposta alla ricezione di questo tipo di sensazioni, che si finge cioè sede della nostra coscienza dei sapori, hanno subito delle alterazioni. Così ci induce a credere in un meccanicismo fisiologico che in realtà non esiste, sapendo che noi per disattenzione scambiamo la concomitanza per causalità.

7.9.Immagini, sapori, colori, profumi e sensazioni tattili, perciò, provengono tutte dal mondo spirituale, anche le sensazioni terrene: alcune sono negli spiriti atomici, altre nelle intelligenze che governano la Terra, ma tutte provengono da qualche spirito e, riflesse nello spazio della Terra, cioè nella sua immaginazione, diventano un mondo ingannevole perché l’immagine che noi riceviamo di questo spazio è alterata, o meglio costruita in modo complicato. Il Lettore, o la Lettrice, si sarà accorto che spesso ho usato un’espressione un po’ strana: ho detto di frequente che la forma macroscopica è sovrapposta all’aggregato di forme microscopiche, e cioè di atomi. Bisogna spiegare chiaramente che cosa intendo dire con questo. Innanzi tutto, noi non riceviamo l’immagine dello spazio terreno, l’immaginazione della Terra, e degli atomi in esso specchiati, ma un’altra immagine, costruita dal nostro sistema nervoso, l’intelligenza che governa il “nostro” corpo aggregato e interferisce con i contenuti della nostra anima: egli ricava un’immagine da comunicare alla nostra coscienza  e che sovrappone allo sciame di atomi esistente nello spazio terreno quando gli atomi che compongono i “nostri” organi sensoriali si sono alterati per aver percepito quell’altro gruppo di atomi, quello che compone “l’oggetto” della nostra percezione. Questa immagine che a noi viene comunicata è un’immagine della forma macroscopica di quell’oggetto, che non ha niente a che vedere con le coscienze atomiche aggregate in quell’oggetto, ma è prodotto del pensiero delle intelligenze della Natura, compreso il nostro sistema nervoso; ovviamente, il nostro sistema nervoso non ricava l’immagine macroscopica da comunicare a noi arbitrariamente, ma secondo regole convenzionali comuni a tutti i sistemi nervosi e a tutti i demoni della Natura: essi hanno deciso che a una determinata struttura atomica deve corrispondere una determinata forma macroscopica, convenzionalmente e artificialmente, sicché quando nello spazio terreno è presente una determinata struttura atomica, essi, le intelligenze della Natura, associano ad essa una certa forma macroscopica, e il nostro sistema nervoso, quando si presenta l’occasione, ne produce un’immagine da comunicare a noi, cioè da sovrappore, nello spazio che a noi è comunicato, a quel determinato sciame d’atomi. E’ l’attività del nostro sistema nervoso, dunque, cioè le operazioni di quelle intelligenze che comunicano immagini e sensazioni alla nostra coscienza, che costruisce in noi l’impressione di un oggetto esterno dotato di volume, qualità e proprietà, laddove non vi è nulla del genere ma solo atomi collegati tra loro, e tale attività si rispecchia nei moti delle energie neuronali che sembrano aver sede nel nostro cervello. Se noi ricevessimo un’immagine dello spazio terreno e dei suoi contenuti direttamente nella nostra coscienza, invece di ricevere un’altra immagine costruita dal “nostro” sistema nervoso in base alla struttura atomica e in occasione delle alterazioni prodotte negli atomi che compongono i tessuti dei “nostri” organi sensoriali dalla presenza di altri aggregati d’atomi nello stesso spazio terreno, quello che vedremmo sarebbe molto diverso da come solitamente lo vediamo: non ci sarebbero le forme macroscopiche e le qualità che le ornano, ma solo sciami di piccole immagini, minuscoli corpi dotati solo di estensione e di volume e poco altro. Di conseguenza non ci sarebbe nemmeno l’illusione di quella causalità fittizia di cui ho parlato prima, visto che essa risalta soprattutto nella forma macroscopica con le sue qualità, mentre ci accorgeremmo forse delle manovre di queste intelligenze che ipnotizzano gli spiriti atomici e li costringono ad aggregarsi dopo aver impresso nelle loro coscienze una certa struttura, cioè il pensiero di certi numeri; e vedremmo anche come le intelligenze mutano col loro pensiero prepotente i composti degli atomi, e cioè la struttura molecolare degli oggetti terreni, a seconda delle loro interazioni, perché poi le qualità della forma macroscopica, la cui immagine viene a noi comunicata nello spazio prodotto dal nostro sitema nervoso, mutino di conseguenza, secondo le loro regole convenzionali che fanno corrispondere a una certa struttura molecolare, a determinati composti chimici cioè, una certa serie di qualità e proprietà nella forma macroscopica loro associata per una convenzione che esse si sono accordate di rispettare. E’ per questo che tutti gli esperimenti che fanno i razionalisti con i loro metodi empirici per dimostrare la possibilità di “uscire dal corpo”, avere cioè una O.O.B.E., basati sulla convinzione che se essa è vera esperienza e non un sogno deve coincidere con la normale esperienza “di veglia”, sono destinati a fallire: il loro mondo oggettivo non esiste, ed è una costruzione artificiale, ingannevole, che dipende dal sistema nervoso; quando l’anima cessa di essere confusa dalle interferenze del sistema nervoso, che la obbliga a ricevere immagini solo in occasione delle alterazioni degli elementi che compongono gli organi del “suo” corpo aggregato  e a vedere oggetti che in realtà non esistono, non sono come noi li percepiamo, ma che sono frutto delle operazioni di intelligenze ingannevoli, vede tutt’altro. E non è “esperienza di veglia” quella che l’anima vive quando è “nel corpo”, come dicono loro, cioè quando non riceve che sensazioni fabbricate artificialmente dal sistema nervoso, è invece fantasmagoria ingannevole e oscuro sogno. L’anima si sveglia ed è vigile quando guarda i corpi semplici, cioè quando vive i sogni chiari delle menti razionali dei veri mondi, e ne comprende il significato, se cioè conosce il senso di quelle che sono le parole di un linguaggio simbolico, nel quale l’essere, che è pensiero e coscienza, si narra. Perciò, quando l’anima “esce dal corpo” realmente, come dicono loro, e non è più in balia del sistema nervoso, le immagini del mondo terreno che prima questo demone le comunicava, ora svaniscono e l’esperienza “di veglia”, come dicono loro, non c’è più. Ma è proprio questo che ci indica che l’esperienza ora vissuta dall’anima non è più ingannevole e che ora essa vede la vera realtà.

7.10.Ciò nondimeno c’è stata qualche persona che è riuscita a dimostrare in questi esperimenti pseudo-scientifici di essere “fuori dal corpo”, qualcuno di questi “viaggiatori astrali” è riuscito a percepire oggetti o scritte che si trovano nel mondo “fisico”, cioè in quella farraginosa simulazione che noi chiamiamo così, senza prima averli potuti vedere col corpo aggregato. In effetti questo non è impossibile, in linea teorica, è solo molto raro che si verifichi. E’ chiaro che anche le immagini del mondo terreno sono, appunto, immagini, e cioè prodotti dell’immaginazione di un angelo, del nostro sistema nervoso o mente duale, che dir si voglia, il quale le costruisce in maniera complicata e artificiosa, come abbiamo visto, secondo una serie di convenzioni, ma può comunicarle a chi vuole, in teoria, anche se di consueto lo fa solo secondo le convenzioni imposte a quelli come lui dalla finalità di tenere l’uomo intrappolato in una simulazione di mondo oggettivo e fatto di materia extramentale. Se di consueto le sensazioni del mondo terreno ci vengono comunicate solo in concomitanza dell’incontro tra gli atomi che compongono i “nostri” organi preposti alla percezione e quelli di un altro corpo aggregato, nulla impedisce che, in casi eccezionali, uno di questi mondi che riflettono i contenuti dello spazio terreno e costruiscono in base ad essi le immagini delle forme macroscopiche da comunicare alle coscienze umane comunichi le stesse forme e le stesse sensazioni a un’anima anche in assenza del suo corpo aggregato. Niente gliel’impedisce in teoria, anche se in pratica questo non succede quasi mai. Quando questo raro caso si verifica, però, nello spazio che viene comunicato all’anima, ci sono, sì, le immagini dei corpi “fisici”, o meglio  le immagini di quelle forme macroscopiche che sono associate, nelle menti delle intelligenze della Natura, alla struttura atomica di quegli aggregati, ma in esso non vengono riflessi anche gli atomi, le forme microscopiche in questo spazio sono assenti, e dunque questa esperienza, di vedere il mondo “fisico” anche in stato spirituale, non è proprio identica all’esperienza che l’anima riceve in stato aggregato. In questo caso ella riceve visione delle forme del mondo dei corpi aggregati senza però che si verifichi quella comunicazione tra gli atomi del “suo” corpo aggregato e quelli del corpo percepito, la quale di consueto mette in moto il sistema nervoso e lo induce a produrre un’immagine della forma macroscopica e a comunicarla all’anima; viceversa, se l’anima libera dal corpo vede le immagini dei corpi “fisici”, queste le sono comunicate direttamente da uno degli angeli della Terra, immediatamente, senza che gli atomi del “suo” corpo si alterino e senza l’intervento del suo sistema nervoso. E’ per questo che, quando ciò accade, un’anima può vedere luoghi diversi da quello in cui compare il suo corpo aggregato. E può anche darsi che questo luogo renda evidente la comunicazione che dà di sé a quest’anima specchiando una sua immagine, cioè mostrando un suo corpo: sono quei fenomeni, rari ma attestati con precisione, che, col solito vizio di dare nomi a posteriori ed empiricamente, gli studiosi del “paranormale” (altro obbrobrio terminologico) chiamano “bilocazione”. Niente di magico, miracoloso o “paranormale”: chi mi ha seguito deve ormai ritenere perfettamente normale che un’anima abbia più e più corpi, che un essere cioè  possa avere in molti specchi molti riflessi. Non è paranormale che io appaia dieci volte, se davanti a me ci sono dieci specchi!

7.11.Quando io mi ero fissato di voler vedere anche il mondo fisico trovandomi in stato disaggregato, mi ero inventato una specie di “mantra”, cioè una tiritera da presentare allo spirito della Terra onde indurlo a comunicare direttamente alla mia coscienza le immagini dei suoi spazi e dei loro contenuti. Dopo un po’ che tormentavo la Terra con questo “mantra”  e con le mie richieste petulanti, mi trovai in una visione dove compariva il mio divano-letto e, grosso modo, la mia stanza, ma come al solito era assente il mio corpo, cioè là, come è logico, il mio aggregato non veniva riflesso: allora vidi uscire da dietro alla testiera del letto, là dove nel mondo fisico avrebbe dovuto trovarsi la “mia” testa, una donna dagli occhi bellissimi, che, con aria un po’ seccata, mi fece cenno di no col dito, come per dire: non si può fare, non insistere. Che rabbia. Non ho capito il perché di questo diniego, ma forse la Terra aveva paura che io, sconsiderato com’ero, mi esponessi troppo ed esibissi, pur di convincere gli increduli, questa capacità che volevo ottenere, di vedere realtà lontane nel mondo fisico, e tentassi così di fornire prove a posteriori dell’esistenza dei mondi e della vera natura dell’essere, mentre può entrare nei mondi veramente e vedere l’essere solo chi inizia dalla parte giusta, dalla rettificazione dell’idea di essere e dunque si procura la conoscenza dell’essere, dell’anima e dei mondi a priori, per via assiomatico-deduttiva, e non per esperienza.

7.12.Comunque, anche se non posso collegarmi quando voglio con lo spazio della Terra che riflette gli atomi (ciò è successo una sola volta, come ho già raccontato in fondo alla nota 5, libro VII de La Natura, presente su questo sito) e osservare a mio piacimento le forme microscopiche per capire che cosa pensano, il riflesso di quali pensieri sia il loro corpo, e anche se non posso ricevere le immagini delle forme macroscopiche che vengono comunicate agli esseri umani nella loro esperienza, con anche le qualità ad esse connesse, direttamente nella mia coscienza, e cioè non posso vedere il mondo “fisico” senza l’intervento del “mio” corpo aggregato e del suo sistema nervoso, posso rappresentarmi abbastanza chiaramente questo mondo terreno come uno spazio che riflette gli atomi e nel quale si esercitano forze intelligenti che imprigionano ogni atomo in una certa forma e poi lo aggregano con altri atomi in molecole, e in corpi minerali, oppure in cellule, tessuti, organi e corpi organici; nello spazio che riflette gli spiriti atomici, devono essere riflesse e dunque visibili anche queste forze, il pensiero emanato dalle intelligenze della Natura per esercitare il controllo sugli atomi. Ma a noi esseri umani non viene comunicata nessuna immagine di questo spazio, noi lì non siamo presenti. Questo spazio a noi precluso e abitato solo da atomi e forze intelligenti non basta per far esistere il mondo “fisico”, cioè la sfera dell’esperienza umana: per avere gli oggetti della nostra esperienza, ci vogliono anche tutti quegli spazi che riflettano le immagini delle loro forme macroscopiche, le quali vengono calcolate in base ai contenuti di quello spazio che riflette gli atomi e le aggregazioni d’atomi, secondo certe convenzioni che fanno corrispondere a una determinata struttura atomica sempre la stessa forma macroscopica con le sue qualità e proprietà. Sono questi spazi, che abbiamo chiamato “sistema nervoso”, e che da sé si definiscono “mente duale”, a immaginare l’oggetto e a comunicare a noi l’immagine così prodotta: essi conoscono la forma macroscopica associata dalle intelligenze della Natura a un certo aggregato di atomi, e ne ricavano l’opportuna immagine prospettica quando il nostro organo “fisico” è in prossimità di tale aggregato,  e sempre e solo in quell’occasione ce la comunicano medianicamente; tale immagine viene poi arricchita di qualità come colori, odori e sapori perché tali sensazioni ci vengono comunicate dalle intelligenze che simulano la causalità meccancistica come se esse provenissero dall’oggetto così costruito e non dal loro pensiero, come ho già detto descrivendo l’esempio dello zucchero che sembra dolce ma non lo è. E’ così che essi costruiscono gli oggetti della nostra esperienza, quella cosiddetta “realtà empirica” che è uno scenario teatrale e una simulazione; bisognerà poi esaminare tutto questo più in dettaglio, nei prossimi studi, ora posso solo anticipare che ogni oggetto che vediamo qui è come uno scimmiottamento o una parodia, ovvero una copia contraffatta, di un vero essere, di un corpo vero. Anche il “nostro” corpo fisico è uno di questi oggetti artificiosamente costruiti dalla cospirazione degli spazi terreni: in ognuno di questi spazi, voglio dire nell’immaginazioni dei “nostri” sistemi nervosi, è riflessa una forma macroscopica che ci viene accollata come corpo: questo significa che tutte le sensazioni che l’anima da qui in poi riceve dipendono da lui. Nel primo spazio, quello che riflette gli atomi, questo è, appunto, un complesso aggregato di atomi, o meglio deve esservi là una serie di complessi aggregati, i “nostri” organi, in base ai quali il secondo spazio, il sistema nervoso che riflette le forme macroscopiche e ce le comunica, calcola appunto quale dovrà essere la “nostra” forma macroscopica, con le sue qualità e proprietà, e decide quali sensazioni la nostra anima deve provare in ciascun momento. Infatti, anche all’aggregato di atomi che deve fungere da “nostro” corpo fisico è associata, ovviamente, una forma macroscopica, calcolata dalle intelligenze della Terra secondo le loro convenzioni, e dunque anche il “nostro” aggregato acquista un aspetto visibile agli esseri umani, e cioè la sua forma macroscopica si riflette nell’immaginazione del “nostro” sistema nervoso e di quella degli altri sistemi nervosi e da loro viene poi comunicata alla nostra coscienza e a quella degli altri esseri umani. La sensazione di “essere” il nostro corpo proviene dal fatto che la nostra coscienza riceve segnali tattili, come una continua serie di pressioni o stimoli, da ogni punto di quel volume che è l’immagine della forma macroscopica sovrapposta (nel modo testé spiegato) al “nostro” aggregato di atomi, presenti nel primo spazio, dalle intelligenze della Natura; e anche dal fatto che ogni qual volta noi pensiamo e immaginiamo di muovere un arto, la sua immagine nel secondo spazio muta di posizione secondo il nostro pensiero, e anche le immagini atomiche contenute nel primo spazio, evidentemente, vengono spostate di conseguenza. Se muovo un braccio del corpo fisico, ho la sensazione di averlo mosso io, ma non è così perché quello non è il mio vero braccio, che sarebbe un’immagine simbolica prodotta dal mio pensiero e non un aggregato di atomi, cellule e tessuti: in realtà sono gli spiriti della Terra che hanno spostato le immagini degli atomi nel primo spazio, in modo che il secondo spazio, quello che poi comunica le immagini a me, e cioè il “mio” sistema nervoso, sia indotto a spostare dentro a sé stesso anche l’immagine della forma macroscopica del mio braccio, nel momento esatto in cui io ho immaginato di spostarlo, e tutto questo per farmi credere d’essere stato io a spostare il braccio e che quel braccio sia “mio”. E così dicasi anche per le sensazioni esterne: per esempio, una coppia di aggregati funge da occhi, e a seconda di quali sensazioni provano gli atomi che la compongono sarà calcolata un’immagine prospettica e colorata da comunicare alla nostra coscienza. Ma noi non vediamo la stessa cosa che vedono i nostri occhi: gli atomi che li compongono vedono un altro sciame d’atomi, perché sono nel primo spazio, invece noi vediamo il riflesso di una forma macroscopica, e cioè un oggetto, perché siamo nel secondo spazio e non nel primo. Ma il fatto che le immagini che vedo dipendano da come sono strutturati i “miei” occhi, e dal luogo in cui essi si trovano, mi fa credere che essi siano realmente un organo del mio corpo, e che io sono inscindibile da quel corpo perché le sensazioni che provo dipendono da lui fino a generare l’impressione che senza di lui io non avrei alcuna facoltà, e anzi forse nemmeno l’esistenza.

7.13.E così dicasi anche per i suoni: i nostri orecchi non sentono alcun suono, ma sono una coppia d’aggregati di atomi, i quali, riflessi nel primo spazio, quello che appunto riflette gli atomi, ricevono immagini dei contenuti di questo. Vedranno dunque l’immagine di uno sciame d’atomi che per noi è una corda metallica perché le intelligenze hanno deciso di associare a quel tipo di struttura atomica e molecolare la forma macroscopica del metallo e della corda, di cui noi vediamo, nel “nostro” sistema nervoso, un’immagine riflessa. Gli atomi dei nostri orecchi vedranno forse una serie di rapidi spostamenti delle immagini di questa catena d’atomi, che per noi invece è una corda metallica in vibrazione perché anche l’immagine della forma macroscopica viene spostata e cioè oscilla regolarmente, quando nel primo spazio vengono spostati in un certo modo gli atomi. Ogni qual volta gli atomi del nostro timpano vedono spostarsi da un punto all’altro dello spazio ordinatamente gli atomi della corda, a noi il secondo spazio, quello che calcola e riflette le forme macroscopiche, comunica un certo suono, calcolato in base alla rapidità del movimento e cioè alla sua lunghezza d’onda e alla sua frequenza. Ma non è la corda a emettere il suono: essa è solo un’immagine che noi riceviamo dal secondo spazio, laddove nel primo spazio non c’è nessuna corda ma solo uno sciame d’atomi in forma metallica, e cioè con al proprio interno pensieri di un certo numero (la struttura atomica) e nell’immagine di sé qualche qualità (quelle comunicategli dall’intelligenza portatrice di forma capace di ipnotizzarlo); né gli atomi, né tanto meno la corda possono causare suoni. Il suono è, evidentemente, un pensiero del secondo spazio, il “nostro” sistema nervoso, che lo comunica direttamente alla nostra coscienza, ma lo fa se e solo se gli atomi dei “nostri” orecchi si incontrano nello stesso spazio con atomi metallici le cui immagini siano spostate nello spazio secondo un certo schema. Così a noi sembra che sia una corda vibrante a emettere il suono, perché per disattenzione scambiamo la concomitanza dei due fatti per causalità, mentre non è affatto così, non è la corda a emettere il suono ma l’angelo; inoltre pensiamo che per avere la facoltà di udire i suoni ci occorrano organi fisici e che dunque la nostra coscienza dipenda dal corpo fisico, quando non è così.

7.14.Dunque, è tutta una serie di spazi, di mondi, cioè, che cospira contro di noi per nasconderci la vera realtà e imprigionarci in una simulazione; e figuriamoci se su un’esperienza del genere si può fondare una vera scienza! Al massimo, col metodo empirico o sperimentale, si possono scoprire quali connessioni causali fittizie la Natura (è questo il nome che davamo negli altri scritti allo spirito della Terra e al suo sistema di forze intelligenti e di mondi ingannevoli) ha deciso di far funzionare nella simulazione, cioè quale finta causa dobbiamo mettere in atto affinché l’intelligenza preposta a questo, nell’intento di continuare a ingannarci coi suoi falsi meccanicismi, faccia seguire l’effetto da noi desiderato. Una scienza degli apparenti meccanicismi può essere molto utile finché siamo imprigionati nella simulazione, ma non serve a nulla per l’evoluzione dell’anima verso la verità, anzi può divenire un ostacolo formidabile, quando fornisce all’anima superba un mezzo per soddisfare la propria smania di ingigantirsi e quello di essere scientifici e razionali diventa dunque un “punto di alienazione del valore”.

7.15.La nostra mappa dei mondi è ora quasi completa, ma possiamo aggiungere alcuni dettagli. Innanzi tutto, anche gli atomi sono spiriti, come abbiamo già più volte detto, e dunque anche gli atomi sono dei piccoli mondi. Ma questi che mondi sono? Da dove escono? Ovviamente non ci stiamo chiedendo come siano nati, che origine abbiano o, peggio ancora, da chi siano stati creati. Infatti abbiamo detto che l’essere è necessariamente esistente e dunque eterno. Nessuno ha creato la materia, né quella alta, che è il riflesso della coscienza pura, scevra da errori concettuali e perfettamente chiara a sé stessa e razionale, né quella bassa e oscura, riflesso di un atto di coscienza ancora buio, per dir così, cioè che non si sappia rappresentare chiaramente e abbia di sé solo un’intuizione oscura, non una conoscenza completa. No, nemmeno gli atomi, gli atti di coscienza oscuri che vengono impiegati nella formazione degli aggregati, sono il prodotto di una creazione dal nulla; e chi forma gli aggregati con codesta “polvere del suolo” (Gen. 2,7) non è un Dio creatore onnipotente ma un sistema di mondi, cioè una gerarchia d’angeli, di intelligenze all’opera, con intenzioni sataniche... Non ripeterò qui le argomentazioni che ho già esposto in La Natura e nei Due complementi allo studio sulla Natura, spero che il Lettore serio abbia già riflettuto su di esse; qui aggiungo solo ciò che ho visto sulla materia aggregata in due brevi visioni che possono istruirci. In una registrazione contenuta nel romanzo ermetico del 1989, Viaggio alla città di I, ho scritto:

 

...una volta vidi all’interno di abitazioni scavate nella roccia, là dove tutto era roccia, due giovani donne (...) occupate a plasmare nella creta la forma di un serpente...

 

Le forze intelligenti che si occupano di plasmare gli atomi in forma minerale all’interno della roccia mi si sono mostrate in questa visione, e avevano l’aspetto, una, di mia sorella, l’altra, di una sua amica: volevano dirmi che tutte le anima sono sorelle o affini, che esse non erano niente di diverso da me. Il serpente che stanno plasmando è, appunto, l’atomo, lo spirito oscuro e basso a cui esse conferiscono la forma di un’onda di energia. Nella visione vidi poi che esse, dopo averlo plasmato, lo coloravano

 

d’un gradevole giallo zafferano, sicché anche tutta quella roccia, che prima era grigia ed incolore, si tinse dello stesso giallo e delle sue molteplici sfumature.

 

Questo mi conferma l’idea che alcune qualità, e nella fattispecie il colore, siano nei corpi perché presenti nei pensieri degli atomi che li compongono, però non perché l’atomo le pensi attivamente da sé, ma perché le riceve medianicamente dall’intelligenza portatrice di forma; altre qualità invece, come sapori e profumi, non vengono impresse medianicamente nell’atomo, ma comunicate alla nostra coscienza dal sistema nervoso, senza che esse esistano nelle coscienze aggregate nella sostanza che sembra produrle perché in quel momento, quando percepiamo quella determinata qualità, essa è in contatto coi “nostri” organi. Gli atomi non saprebbero produrre o ripetere sentimenti elevati e dunque non potrebbero profumare o avere sapori squisiti o poetici, gli angeli sì.

7.16.Allora, ai tempi della stesura del romanzo ermetico, avevo chiamato questo stato di coscienza degli atomi “sonno minerale”, termine che traduceva in parole la consapevolezza non verbale di esso che mi era stata trasmessa nella visione. E’ il sonno, evidentemente, di un’anima pressocché priva della “forza del sogno” e della capacità di pensare attivamente, capace solo di riflettere per imitazione ciò che le si mostra. Ma mi chiedevo se questo fosse uno stato originario dell’anima, una lacuna o imperfezione originaria che viene poi colmata dall’evoluzione, oppure se fosse viceversa il prodotto di una involuzione. La risposta arrivò puntuale, ecco una visione chiarificatrice, sempre registrata nel romanzo dell’89:

 

...un’altra volta, in una via scavata nella roccia, una specie di galleria sulla costa di una montagna tutta rocciosa, con ampie arcate che si aprivano al cielo e sulla valle, cercavo le tracce dell’antica Atlantide. Dentro la roccia stava Atlantide, le sue memorie, il suo segreto e il suo linguaggio nascosto.

 

Spiriti involuti, che hanno compiuto la loro esperienza nella storia di un’altra umanità, come nel racconto favoloso del continente sommerso, forse su un’altra Terra, ma che hanno fallito la loro prova e hanno omesso di operare attivamente per la loro evoluzione, per purificare la loro anima dagli errori concettuali e trovare la verità, alla fine del loro ciclo storico si sono trovati in questo stato di oscurità e incapacità totale, quello che io ho chiamato “sonno minerale”. Ma anzi, questa polvere opaca e paradossale per divenire almeno forma minerale ha bisogno dell’opera degli spiriti portatori di forma, e non può farlo da sé... Ecco dunque dove il cosiddetto “Creatore” trova la materia da aggregare nei corpi del mondo fisico, la polvere da plasmare e in cui soffiare un alito di vita: negli scarti dei passati cicli evolutivi, in esperienze fallite. “Io credo che nel sonno minerale giaccia sepolto un antico segreto” scrissi allora, e ribadisco adesso: il segreto di mondi falliti, di spiriti morti.

7.17.Ma poiché vedo che questo libro VII s’è allungato già troppo, rimando la disquisizione sugli ulteriori dettagli della nostra mappa dei mondi al prossimo libro VIII.


LIBRO VIII.

 

 

 

 

 

ALTRI DETTAGLI PER LA NOSTRA MAPPA DEI MONDI.


LIBRO VIII.

 

INDICE DEGLI ARGOMENTI.

 

Il presente studio sul concetto di realtà non pretende di essere esauriente: ci sono degli ambiti che abbiamo omesso di esaminare(8.1). Dobbiamo però dare la differenza specifica tra estasi, viaggi nei mondi e sogni comuni(8.1-8.3). Non bisogna svalutare i sogni comuni e ritenerli segno che l’anima non è abbastanza elevata o pura: essi sono messaggi in cifra e hanno la loro funzione, di cui però si parlerà altrove(8.2). Gli elementi che distinguono i sogni comuni dalle visioni estatiche sono che nei primi l’io del sogno non è libero di agire, è un segno fra gli altri segni (8.2), né il sognatore è cosciente di stare fuori dallo spazio terreno(8.3); inoltre i sogni comuni parlano un linguaggio umile e criptico che serve per descrivere gli eventi della nostra vita terrena, anche quelli futuri(8.3). Classificazione di alcune specie di sogni, cioè quelle che qui ci interessano (8.3, in fondo). Sarebbe sbagliato usare per differenza specifica il grado di chiarezza e consequenzialità di un sogno, o l’impressione beatificante(8.3).

 

Il confine tra sogno comune e visione o estasi è molto labile, si può passare dall’uno alle altre all’interno di una stessa esperienza(8.4). Esempio di un sogno che si trasforma prima in incontro e poi in estasi(8.4). Gli oggetti dei sogni sono reali come quelli delle visioni, anche se sono usati con intento significativo come simboli d’un linguaggio criptico durante l’invio del messaggio onirico. Tutte le immagini delle forme macroscopiche visibili nel mondo terreno sono oggetti reali, e le forme macroscopiche possono essere riflesse nei mondi che ci comunicano i sogni, di ogni oggetto terreno vi sono infinite copie negli spazi extra-terreni(8.4). L’oggetto reale non è la struttura atomica ma la forma macroscopica con gli infiniti suoi riflessi(8.4). Altri esempi di sogni dove si giustappongono visioni o incontri a messaggi onirici(8.5-8.6).

 

Racconto come i sogni stessi mi richiamarono e mi chiesero di prestar loro attenzione(8.7). Primi accenni su: i sogni parlano degli avvenimenti della nostra vita, e spesso anticipano quelli futuri; in polemica con la psicoanalisi: essi non sono prodotti dell’”inconscio”, non servono a sfogare un desiderio represso nascondendolo sotto a simboli, né a costudire il tuo sonno tranquillizzandoti, viceversa possono aprirti gli occhi e farti diventare più realistico, smontare le tue ipocrisie e presunzioni, darti la giusta prospettiva in cui vedere il senso dei fatti(8.7). Il metodo di interpretazione dei sogni della psicoanalisi è assurdo e arbitrario; primi cenni su come, invece, bisognerebbe fare(8.8). Ipotesi sulla funzione dei sogni comuni, alla luce di quanto esposto in La Natura sul fine “satanico” della vita terrena e del doppio volto delle forze che la organizzano e la governano(8.9).

 

Gli oggetti che vediamo nei sogni comuni sono dello stesso tipo di quelli contenuti nei mondi; un oggetto usato con intenzione significativa nel linguaggio onirico è pur sempre un oggetto reale in uno dei mondi(8.10). Sorge dunque un problema grave: come distinguere i corpi spirituali dai riflessi della forma macroscopica usati come segni simbolici nel discorso onirico? Come distinguere un incontro con un’anima che conoscevamo solo per l’aspetto del suo corpo aggragato da un sogno comune che si serve di tale aspetto come simbolo? Discussione nel prossimo libro IX(8.10-8.11).


8.1.Si sarà notato che nel presente studio sono state trascurate alcune categorie di visioni, per esempio quelle degli sciamani e dei cosiddetti selvaggi in generale, quelle dei drogati e dei moribondi e i sogni comuni. Non posso trattare tutto questo nella presente opera, perché mi verrebbe troppo lunga, né sono molto competente sulle prime due categorie summenzionate, perché non ho mai conosciuto da vicino una cultura sciamanica e la letteratura occidentale sul fenomeno è incompleta e fuorviante; e, per quanto riguarda gli effetti delle droghe, me ne sono disinteressato totalmente e non mi è mai venuta la benché minima idea di farne esperienza: diffido di quei demoni, che aiutano i selvaggi ma detestano gli occidentali civilizzati e tendono a colpirli con la loro collera quando uno di questi tenta di entrare in contatto con loro. Potrei dire qualcosa sui moribondi e il loro strano linguaggio, perché sono stato ad ascoltare mio padre per quasi due anni mentre era in agonia e ne ho registrato per iscritto le espressioni più significative, del tipo: “voglio andare nella stanza dei cristalli”, cioè dove ci sono gli specchi, intendendo dire che voleva andare a dormire e trovarsi nel mondo, appunto, dove le cristalline coscienze degli angeli riflettono l’essere. Anche alle visioni di queste persone affacciate verso i mondi ma ancora trattenute nella sfera terrena da uno stolido accanimento terapeutico bisognerà che io dedichi uno scritto a parte; così come uno scritto a parte, o anzi più di uno, ci vorrà per i sogni comuni, cioè quelli che tutti “fanno” (così si dice comunemente, ma sarebbe meglio dire “ricevono”) normalmente nel sonno. Anche questo è un argomento molto complesso, che però qui è doveroso intavolare, perché è necessario dare correttamente la differenza specifica tra visioni estatiche, o visioni di incontri nei mondi superiori con anime di vario tipo, e sogni comuni: infatti non tutto ciò che l’anima vede in stato spirituale è visione dell’essere o dei mondi, quando sogna nel senso comune del termine ella è in una situazione strana e un po’ sfuggente, che occorrerà analizzare con molta attenzione.

8.2.Quando io ho cominciato ad avere esperienze di estasi e incontri con i mondi, tendevo a svalutare i sogni comuni, pensando che fossero residui senza significato dell’attività di veglia, o pensieri vaghi che emergessero dall’”inconscio”, sicché non prestavo loro attenzione, e anzi ritenevo di aver fallito il mio scopo quando qualche visione si mescolava a un sogno oppure non avevo visioni ma solo sogni comuni. Pensavo, come d’altronde pensava anche Platone, che quando ciò succedeva fosse colpa del fatto che non ero riuscito a tacitare la mia anima, a elevarla a sufficienza sopra i pensieri terreni, a purificarla da emozioni o desideri bassi. Ma non era così: non è la nostra anima che produce sogni, bensì ella li riceve, sono pensieri di altri; e sono comunicazioni e messaggi importanti anche se difficili da capire. Sarebbe assurdo darsi la colpa di aver ricevuto una lettera, come se questo fosse un evento negativo, e pensare che la presenza di tale lettera sia sintomo del fatto che non siamo abbastanza elevati e puri, questo sarebbe proprio una sciocchezza. Applicando correttamente il principio di ragion sufficiente possiamo liberarci dalle idee sbagliate sui sogni e dunque servircene tranquillamente, senza svalutarli o ritenerli sintomi di qualche imperfezione; il Lettore ricorderà sicuramente quel corollario del principio di ragion sufficiente, che dice: “se un contenuto della coscienza esiste, ma non l’ho prodotto io, dev’essere il prodotto della coscienza di qualcun altro”. Quando riceve sogni comuni, l’anima è completamente passiva, non sceglie lei le immagini dei sogni, e anzi non è nemmeno in grado di muoversi come vuole o dire ciò che vuole; l’io stesso del sognatore, nell’ambito di questo tipo di sogni, non è che un segno pronunciato da altri, un simbolo che significa qualcos’altro dal sognatore, e non il suo io di veglia. Intendo dire che l’io del sogno, nei comuni sogni notturni, è una parola del messaggio contenuto nel sogno, e non la coscienza del sognatore (quest’ultima parola andrebbe sostituita con la perifrasi “colui che riceve passivamente il sogno”, ma adeguiamoci per comodità al linguaggio comune; ricordiamoci solo che “il sognatore” è colui che riceve il sogno, non chi lo fa essere). Faccio un esempio: mi è capitato più volte di sognare di essere affaccendato intorno a vasi di fiori e pianticelle, cercando il modo di mettere a dimora in un vaso adatto qualche pianticella con la sua radice, sperando che attecchisca. Il sogno dice: “Io sto tentando di prendere un’anima (la pianticella con la radice) e trapiantarla in un corpo di terra (la terra del vaso, appunto) ma sto trovando le seguenti difficoltà...”. In genere, in questi sogni manca spazio, mancano vasi o la terra è troppo secca, e così via. Ma non sono io che trapianto le anime nei corpi di terra, e che mi lamento per l’eccesso demografico e la siccità prodotta dall’impatto ecologico del nostro insipiente modo di vivere: è la Natura, gli dèi che governano la Terra, che mi comunica questo messaggio. E’ ovvio che se ricevi una lettera con scritto: “Caro amico, come stai? Io sto bene, ma mi è capitato questo e quest’altro...” chi dice “io” nella lettera non sei tu, ma colui che ti ha scritto la lettera. Così spesso succede nei sogni comuni. Altre volte però l’io del sogno va letto come un tu: chi ti scrive usa il tuo io come segno che ti significa nel suo discorso; comunque è sempre un segno, una parola pronunciata da un altro, non il tuo corpo spirituale sotto il controllo della tua coscienza, in questo tipo di sogni. Se per esempio sogni di guidare su un’autostrada contro mano, il sogno ti sta dicendo: “abbiamo preso atto della tua tendenza ad andare contro corrente e a pensare il contrario di quello che pensano gli altri; bada che è una cosa assai pericolosa”. A volte l’io del sogno significa un “egli” o un “ella”. Per esempio, a me è capitato di sognare che il pavimento di casa mia si era allagato e di chiedere aiuto a qualcuno per asciugarlo, convinto che non me l’avrebbe prestato affatto; questo qualcuno invece ha asciugato con solerzia il pavimento allagato... Ohimé, ho pensato, mi tocca una malattia neurologica, un edema cerebrale o qualcosa del genere, e meno male che il sistema immunitario ha promesso di intervenire. Ma non fui io a essere colpito da un ictus, dopo questo sogno, bensì mia madre, la quale ebbe una trombosi cerebrale con esteso versamento nell’emisfero destro, cosa che sembrava molto grave e irrimediabile all’inizio, e invece, come aveva promesso il sogno, guarì quasi perfettamente.

8.3.Un altro elemento notevole è che nei sogni comuni non ci rendiamo conto di essere in stato spirituale, non focalizziamo, in genere, l’attenzione sul fatto che ci troviamo in stato disaggregato, in un altro spazio, fuori dal mondo terreno, ma ce ne accorgiamo solo quando il sogno “svanisce”, cioè quando noi perdiamo il contatto con esso. Questo potrebbe essere la differenza specifica tra sogni comuni e visioni, perché invece nelle estasi e nei “viaggi” la prima cosa che succede è che ci si accorge di essere “fuori dal corpo”, per dir così, ci si trova liberi in un altro spazio e di conseguenza, con una certa contentezza, ci si accinge a esplorarlo e a cercare la visione estatica. E in genere i sogni servono a comunicarti informazioni sulla tua vita terrena, previsioni sul futuro, spiegazioni sulla situazione presente o su fatti del passato, mentre le visioni e i viaggi ti parlano di ciò che è fuori dalla tua vita terrena ed è il vero essere. Ometterei, invece, di inserire nella differenza specifica tra sogni comuni e visioni il grado di chiarezza e la consequenzialità dell’azione, perché è vero che i sogni sono spesso vaghi e frammentari e le loro immagini imprecise e sfocate, mentre nelle visioni le immagini sono estremamente precise e dettagliate, più ancora che le percezioni sensibili nel mondo fisico, e danno quel senso marcatissimo di realtà che invece è assente nei sogni comuni, ma è vero anche che l’imprecisione delle immagini e la sconnessione, l’impressione di evanescenza e instabilità dei comuni sogni è un espediente per farci credere che essi non siano esperienza reale, che non esista un vero mondo stabile che ci si mostra nei sogni e che gli oggetti che in esso vediamo non siano veri oggetti. Viceversa le impressioni che riceviamo dal corpo aggregato e ci sono comunicate dal sistema nervoso sono potenti, stabili, hanno continuità e consequenzialità appunto per accreditarsi come vera esperienza e farci credere che gli “oggetti” che le causano siano l’unica vera realtà. Ma non è così: il mondo dei sogni comuni, e quello delle visioni a maggior ragione, sono mondi molto più stabili di quello terreno, dove tutto ciò che è aggregato tende a disgregarsi; non è il mondo dei sogni a essere evanescente e instabile, è solo che i nostri contatti con esso sono troppo rapidi e discontinui e ci danno l’impressione di scarsa realtà. I messaggi di quei mondi che descrivono le vicende della nostra vita mediante un simbolismo umile e assai criptico sono registrati per sempre, invece, in quegli spazi e non svaniranno mai; svaniranno, al contrario, i corpi di terra che noi chiamiamo realtà. Inoltre, ci possono essere a volte dei sogni chiarissimi, che rechino un’impressione beatificante come le estasi; in effetti mi sono accorto che quando ero giovane, usando il criterio della chiarezza e della sensazione di beatitudine per distinguere le estasi dai comuni sogni, mi sono spesso sbagliato e ho mescolato nelle registrazioni le visioni estatiche con alcuni sogni di tipo comune, molto belli e dunque importanti perché istruttivi comunque, ma che non erano, a rigor di termini, vere e proprie estasi. Dunque direi di procedere per la definizione nel modo seguente. Nel genere dei sogni, che, come dicemmo all’inizio (§§1.14-1.16), comprende tutte le percezioni ricevute dall’anima in qualunque stato, possiamo individuare diverse specie, procedendo per divisione e cioè dando la differenza specifica: in primo luogo vi sono i sogni che provengono dallo spazio terreno, subiscono le interferenze del sistema nervoso e dipendono dal corpo aggregato, e sono quelli che erroneamente gli uomini chiamano percezione o esperienza di veglia. Poi vi sono i sogni dei mondi veri, la comunicazione dei corpi simbolici da parte degli spazi puri, le immaginazioni degli angeli sapienti, queste sono le vere percezioni e la vera esperienza di veglia, per l’anima che conosce la retta ontologia e sa capire i simboli e dunque realmente vigila e non dorme; e sono vere percezioni anche i sogni di quegli spazi ospitanti che riflettono le anime ancora incapaci di immaginarsi da sé, coi loro oggetti fatti di ricordi e di sentimenti e così via... I sogni comuni sono quelli fatti di immagini congegnate in un linguaggio simbolico più umile e più criptico, le quali parlano degli eventi della nostra vita terrena e ce la descrivono, prevedendo anche il corso futuro di codesti eventi e sono dunque messaggi e non vere e proprie visioni di mondi, e queste immagini si presentano all’anima lasciandola disattenta e semi-addormentata, ossia non c’è niente nel sogno che attiri la sua attenzione e la induca a rendersi conto di essere in uno spazio diverso da quello terreno e in stato disaggregato. Per le altre specie di sogni, come dicevo sopra, daremo la definizione di volta in volta, quando se ne presenterà la necessità.

8.4.Dobbiamo tener presente, però, che il confine tra sogni comuni e visioni o estasi è molto labile, perché mi è capitato a volte di passare da un normale sogno direttamente a una visione estatica o a un “viaggio”, cioè di passare dallo spazio del sogno a un altro spazio dove ho fatto incontri, oppure di continuare nello stesso spazio dove si svolgeva il sogno ma, ormai vigile e attento, di interrompere la sequenza delle immagini oniriche e accorgermi che i personaggi del sogno stavano semplicemente recitando, stavano cioè congegnando la loro azione per comunicarmi il messaggio del sogno, salvo interrompersi nel momento in cui mi sono accorto delle loro manovre. Questo mi ha fatto pensare che anche quagli spazi che riflettono le immagini dei sogni comuni sono veri mondi, dove si svolge continua e pacifica la vita di un’anima o di un gruppo d’anime, e che dunque non ci siano differenze tra mondi veri e mondi dei sogni: evidentemente quando un’anima, e cioè un mondo, lo crede opportuno, produce un messaggio onirico e ce lo comunica, e noi viviamo questo come un sogno notturno. Ma quando riceviamo un sogno comune, siamo comunque in stato spirituale, ospiti di uno degli spazi extraterreni e dunque non è impossibile, da lì, trasformare il sogno in un viaggio se si è capaci di riscuotersi dal torpore e prendere coscienza dello stato presente, riprendendo la propria libertà di azione. Posso portare alcuni esempi. Il primo è quello di un sogno comune che si trasforma in un’estasi, e lo cito dal solito Diario notturno del 1988:

 

Ero in un vagone della metropolitana e dovevo essermi distratto (...) perché avevo l’impressione che la mia fermata fosse già passata, ma non ero proprio sicuro. Mi preparai vicino alle porte pensando che, nel caso, avrei fatto un tratto a piedi all’indietro, niente di grave: mi piace camminare. Sentii dietro di me un signore che diceva a un altro: “Questa è la fermata di Lima” e l’altro: “Sì, è vero, è proprio la fermata di Lima”. Lima è la fermata nei pressi di dove abito, dunque non mi ero distratto, era proprio lì che dovevo scendere, non mi era sfuggita la fermata. Scesi e guardai il nome della stazione e vidi che non era Lima, la scritta diceva Amadeus o Amodìo.

Pensai di prendere il treno nella direzione opposta, ma invece ormai ero all’aperto e non riuscivo a trovare la strada per arrivare all’altra banchina. “Fa niente” pensai “farò la strada a piedi”. Anzi, questo mi suscitò grande gioia, perché fuori c’era un sole magnifico. Vidi da lontano il grattacielo Pirelli e un’antenna della televisione: evidentemente quella era la direzione giusta, visto che mi trovavo alla periferia appena fuori Milano, e quindi cominciai a camminare.

Arrivai a un piccolo cortile intorno al quale c’erano dei palazzi non molto alti e piuttosto vecchiotti, case povere, di periferia dall’intonaco un po’ scrostato, ma l’aria era così azzurra e luminosa e l’atmofera così piena di pace che mi sembrò un luogo meraviglioso e pensai che mi sarebbe piaciuto molto trovarvi casa.

Gli abitanti di quel luogo, non appena mi videro, si guardarono l’un l’altro con espressione attonita e molto sorpresa e il loro sgomento crebbe quando videro che mi avvicinavo alla catenella divisoria tra il cortile e la strada che proseguiva, e la scavalcavo.

Proseguii: la strada ora andava in salita, stavo salendo su una bellissima collina tutta coperta di verde e fresca erba primaverile; dal sentiero in cui mi trovavo, guardai lungo la pendice color smeraldo e allora, finalmente, mi ricordai che non ero nel corpo e che, se volevo, avrei potuto volare.

Inoltre ai piedi della collina c’era un piccolo lago, molto piccolo, ma straordinariamente azzurro e luminoso, sopra il quale splendeva il Sole, perciò mi gettai a volo lungo il pendio, raggiunsi il lago, e mi sforzai di salire verso il Sole, ma dopo un breve tratto mi mancarono le forze, e così, dopo aver salutato quel Sole, me ne tornai in basso.

 

La prima parte di questa esperienza è un comune sogno che descrive, nei simboli criptici del linguaggio onirico, la mia morte, come in futuro avverrà. Ne vedremo la traduzione altrove, perché qui ci interessa solo notare che questo linguaggio non è lo stesso simbolismo che impiegano i mondi per rappresentare l’essere e rivestirlo di immagini visibili, ma un simbolismo di secondo grado, che impiega oggetti del mondo terreno (le loro immagini riflesse in un altro spazio voglio dire) per significare cose svariate, alcune visibili altre invisibili, e serve per raccontare avvenimenti della nostra vita terrena, spesso anche molto prima che accadano, tanto è vero che in questo caso le immagini parlano, in un sogno degli anni ottanta, addirittura di quando la mia vita finirà, cosa che non è ancora avvenuta oggi dopo circa vent’anni. Il cambiamento da sogno comune a visione estatica avvenne nell’esatto punto in cui io mi resi conto di non esser più legato al corpo fisico e che le leggi fisiche non mi riguardavano più, cambiamento sottolineato dalla catenella divisoria che io avevo scavalcato con disinvoltura: avevo oltrepassato la divisione tra sogno comune e incontro con un mondo. Le case di quel cortile e gli abitanti che si stupiscono per questo fatto abbastanza desueto non sono più parte del sogno comune, cioè non sono più le parole di un messaggio onirico, ma, se non sbaglio, la visione diretta dei contenuti di quel mondo, senza che in essi vi fosse altro intento significativo, non raccontavano cioè avvenimenti che mi aspettano nel futuro dopo la mia morte, ma ciò che era allora presente in quel mondo. Il sogno dunque sfuma prima in un incontro e poi in un’estasi: il messaggio si interrompe mentre mi sta dicendo che dopo morto non cesserò di progredire (camminare è simbolo appunto di progredire), amando l’intelletto (il sole di cui provo gioia), in cerca di qualcosa che è rappresentato da Milano, da casa mia: durante questa scena il discorso scritto in simbolismo onirico si interrompe e io incappo nelle persone abitanti quel cortile, anime umane disaggregate, come si capisce chiaramente dalle loro case, oggetti reali fatti di pensiero e ricordi, in cui essi realmente abitano. Poi ho visto l’angelo-mondo che ospita costoro nel suo spazio, nella cui immaginazione per quel momento mi trovavo anch’io, e il sogno, da semplice incontro, è divenuto un’estasi cioè un abbraccio beatificante. Egli immaginava sé stesso secondo il simbolismo principale e non in linguaggio onirico, come un lago splendido di sole, elemento liquido, immagine della coscienza pura, riflettente la luce dell’intelletto con le sue idee che rappresentano l’essere. Faccio però notare come anche gli elementi della parte onirica fossero oggetti reali, cioè oggetti fatti di pensiero e immagine: solo il loro impiego come segni onirici ne fa parti del comune sogno. Possiamo considerarli un po’ come oggetti di scena: essi vengono impiegati in teatro durante l’azione drammatica, ma ciò non toglie che essi siano oggetti reali anche al di fuori dalla scena. Voglio dire che anche le immagini della metropolitana e del grattacielo Pirelli e dell’antenna TV erano veri oggetti, non ovviamente le stesse immagini che vengono comunicate all’uomo dallo spazio terreno, tramite il sistema nervoso in base alla disposizione degli atomi aggregati e alla loro struttura interna, ma un’altra immagine degli stessi oggetti, cioè un riflesso della stessa forma macroscopica di quegli oggetti, comunicatami da quell’immaginazione angelica, lo spazio di quel mondo, senza bisogno che nello stesso spazio fossero presenti anche gli atomi della loro struttura molecolare e, ovviamente, senza bisogno che nel medesimo spazio vi fossero anche gli atomi degli organi del “mio” corpo aggregato. Quell’angelo, evidentemente, conosceva tali forme macroscopiche terrene e sapeva riprodurle con la propria immaginazione nel suo mondo, e in quel momento le comunicava direttamente alla mia anima. E’ per questo che possiamo sognare il grattacielo Pirelli nel sonno senza che ciò comporti che stiamo vedendo lo stesso spazio e gli stessi contenuti di chi in quel momento sta percependo il grattacielo Pirelli perché gli atomi aggregati negli occhi del “suo” corpo terreno si trovano riflessi accanto agli atomi che compongono la figura del grattacielo Pirelli, per il lavorio delle intelligenze preposte a questo, perché il sistema nervoso conosce la forma macroscopica associata a quell’aggregato di atomi e gliene comunica un’immagine in tale occasione. Ma è errato pensare che quest’ultimo sia il grattacielo Pirelli reale e invece l’altro sia solo un sogno, qualcosa di irreale. Entrambi sono sogni, cioè percezioni reali, entrambe sono immagini e dunque realtà, sono due riflessi della medesima forma macroscopica del grattacielo Pirelli prodotti da due diversi spazi, e cioè da due immaginazioni angeliche e dunque fanno parte di due mondi diversi. Il vero grattacielo Pirelli, ricordiamolo, non è un oggetto visibile, perché sono visibili solo le immagini, non gli oggetti reali. Esso è un complesso di pensieri, che ne definiscono la forma geometrica, completandola poi con i parametri numerici dell’altezza, profondità, larghezza e sono pensieri anche le qualità come colore, lucentezza e così via; questo complesso di pensieri genera infinite immagini prospettiche, e dunque l’oggetto reale non è nessuna di queste immagini in particolare, ma definiamo oggetto reale l’insieme delle due cose: il complesso di pensieri e l’insieme di tutte le immagini che esso genera, compresa quella che io ho visto in quel sogno. I luoghi della Terra si riflettono in infinite varianti in infiniti mondi, e se il corpo aggregato si disgrega, le immagini della sua forma macroscopica (ed è questa il vero oggetto, non la struttura atomica) si riflettono ovunque eternamente.

8.5.Ma parleremo altrove degli infiniti Milano-copia dove ho ammirato splendidi luoghi che nella Milano terrena non esistono più o forse non sono mai esistiti, ora proseguiamo con l’argomento principale, che è l’intersezione tra la specie dei sogni comuni e quella delle visioni, dove si collocano quelle esperienze che iniziano in un modo e finiscono in un altro. Ecco un altro esempio: il 1° novembre 2000 ero in un periodo per me assai triste e di grande stanchezza, perché dopo i diciotto mesi di assistenza a mio padre in agonia, che mi avevano sfinito, e durante la guerra con mia madre che voleva approfittare della situazione e asservirmi totalmente, ripetendo per l’ennesima volta il tentativo di impadronirsi della mia vita e usarla per i suoi comodi e i suoi capricci, si era anche ammalato il mio gatto Giacinto ed era morto di FIV, il 7 febbraio dello stesso anno. Quel soriano grigio argentato straordinariamente bello era l’unico conforto della mia vita terrena, dove mi trovo scomodo e isolato come un pesce fuor d’acqua, in mezzo alla bruttezza di questa città lussuosa ed orrenda: era il mio “angolo di paradiso”, come lo chiamavo. Rimasi assai colpito dalla sua morte, e andai in collera con i mondi per quello che mi avevano fatto: non era loro bastato intrappolarmi in un mondo terreno pieno di male, in balia di una famiglia di mostri come la mia; non era loro bastato accollarmi un compito tanto faticoso e difficile come esplorare i mondi, combattere contro gli assalti diretti di Satana, gli esoterismi fasulli intendo, e contro quelli indiretti, cioè impeganarmi a confutare i pensieri errati della falsa scienza, psicoanalisi compresa, e i dogmi irrazionali della religione, in mezzo a mille difficoltà e privo totalmente di risorse economiche; non era loro bastato imprigionarmi in questa orrenda società terrena basata su principi e valori completamente sbagliati, lasciandomi qui in mezzo ad affrontare l’inferno completamente solo. Non era loro bastato tutto questo? Adesso mi portavano via anche il gatto? Feci sentire vivacemente le mie rimostranze, e cominciai a meditare mandando il mio pensiero “oltre il cancello”, con tutta l’intenzione di ritrovare il mio gatto Giacinto, di rivederlo, almeno... Ma questa è una storia importante e complessa e varrà la pena di raccontarla per esteso altrove, dunque non mi dilungo qui: quel che qui ci interessa è il seguente esempio di un sogno che si trasforma in un incontro. Il 1° di novembre, appunto, cioè qualche mese dopo la morte del mio gatto, ricevetti un breve sogno che ho registrato in stenografia nella mia raccolta di sogni: cantavo con voce perfettamente intonata e ben impostata alcuni canti natalizi, ascoltato da un cronista che mi stava intervistando; a questo punto mi sono trovato in un altro spazio e vigile, cosciente di essere in stato disaggregato e fuori dal mondo terreno. Questo passaggio è stato riflesso nel nuovo spazio da un’immagine simbolica: vidi infatti nelle immagini riflesse in questo nuovo spazio che stavo dormendo in un letto singolo, in una piccola camera che mi sembrava familiare, ma in quella, ancora prima di scendere da quel letto, recuperai la mia libertà d’azione come da sveglio e approfittai per ricominciare a ripetere al cielo tutte le mie argomentazioni di protesta per la morte del mio gatto. Qui stavo agendo io volontariamente, mentre prima, nel sogno comune, mi era arrivato un messaggio che descriveva il medesimo mio atto di elencare tutte le mie ragioni per essere in collera, ma in linguaggio onirico. Tale messaggio diceva: “i tuoi argomenti sono validi e razionali, e perciò sono musica per noi (un canto intonato è simbolo d’un argomento ben condotto, nei sogni, perché per entrambi si prova piacere), li ascoltiamo con rispetto e ne diffondiamo notizia (il cronista in ascolto)”. L’incontro con questo mondo prosegue così:

 

mentre sono ancora nel lettino, noto che stranamente dormivo con gli occhiali, infatti sulle lenti degli occhiali compare il riflesso dei miei occhi. In quella sento che posso uscire dal corpo, quello del sogno, e scendere dal letto...

 

Quel mondo stava sottolineando la mia capacità di esprimere lo spirito, l’essere, tramite un linguaggio preciso: gli occhiali simboleggiano il linguaggio, perché tramite un linguaggio puoi vedere l’essere, mentre gli occhi riflessi sugli occhiali rappresentano la mia coscienza. Stavano insomma dicendo che io sapevo di poter avere un corpo spirituale, riflesso della mia coscienza, grazie alla “forza del sogno”, l’immaginazione dotata di linguaggio e che grazie a questa mia conoscenza loro potevano comunicarsi alla mia anima, parlare con me, e che io potevo, dunque, uscire dallo spazio terreno, uscire anche dallo spazio del sogno comune e trovarmi così perfettamente sveglio nel mondo che mi interessava. A questo punto, ero già fuori dal mondo terreno, ed avevo già cambiato spazio una seconda volta, dallo spazio che mi aveva comunicato il sogno comune a quello dove invece stavo avendo al visione del mio spirito che si risvegliava ed entrava in contatto coi mondi grazie alla sua capacità riflessiva; ora, di nuovo, uscivo da questo terzo spazio, cosa che era segnalata dal simbolo di uscire da quel corpo e alzarmi da quel letto. Poi la visione prosegue:

 

mi dirigo verso la porta che dà sul giardino; è tutto molto simile alla casa di Segrate (avevo abitato in quella casa fino al 1983, poi ci ri-trasferimmo a Milano). Penso che tanto in questi sogni le porte non si aprono mai; invece riesco facilmente ad aprire la porta e a uscire. Dico a me stesso che stanno facendo tanto per accontentarmi, mi fanno uscire una volta dal corpo giusto per rabbonirmi, ma io sono sempre decisamente in collera (...) Esco sul retro, nel giardino, molto infastidito per il fatto di essere quasi nudo(...)

 

La nudità è simbolo di solitudine, perché gli amici che ti fanno compagnia ti tengono caldo, come gli indumenti: lo spazio in cui ero stava dicendo che prendeva atto della sofferenza causatami dalla solitudine.

 

Sento di avere un corpo forte e snello, muscoloso, ed essere quasi nudo mi provoca una sensazione erotica...

 

Questo significa che quel mondo trova bella la mia anima e mi ama perché sono stato capace di sopportare la solitudine; questo è il vero amore e la vera bellezza, e lasciatemi essere vanitoso della retta vanità.

 

Lascio perdere, però, questo contatto erotico e svolto l’angolo della casa perché spero vagamente di ritrovare Giacinto; mentre faccio questo giro, vedo nel giardino accanto quello che prima mi sembra un gatto bianco, ma poi guardando meglio mi accorgo essere, forse, il cagnolino che era dei miei vicini di casa, quando abitavo a Segrate: lo saluto amichevolmente e lui mi risponde con un cenno di festa. Poi svolto il secondo angolo della casa, trovandomi così dalla parte della facciata, davanti alla saracinesca del garage... Ecco, lì c’è Giacinto, lo vedo benissimo, vedo il suo colore argentato meraviglioso (...)”

 

8.6.Troppa emozione, troppo breve, troppo intenso... Mi ritrovai nel mondo terreno più solo e addolorato di prima, e con il compito di capire perché quel cagnolino avesse mostrato due aspetti diversi, la forma di gatto prima e quella di cane poi; e soprattutto che ci faceva Giacinto nella villetta di Segrate, come potesse avere memorie di quella casa se non c’era mai stato: là noi eravamo vissuti fino al 1983 con il nostro cane dalmata, Giacinto è nato nel 1990... Ma questa è un altra storia, un altro mistero da svelare e ne parleremo altrove. Basti qui aver dato un esempio di come sogni e visioni non siano due specie del tutto separate. D’altronde, può accadere anche il contrario, che cioè all’interno di un incontro con un mondo o in un mondo si apra la parentesi contenente un messaggio scritto in linguaggio onirico. Eccone un esempio, che risale al 25 giugno 2000; si tratta di un incontro con mio padre, il quale dopo diciotto mesi di agonia era finalmente morto circa un anno prima di tale data:

 

Sono in una casa, un appartamento completamente sconosciuto, senza finestre; lì trovo papà, si sta vestendo, e noto con un certo compiacimento che è ormai tornato indipendente, dopo la lunga malattia che lo aveva reso incapace, e sa vestirsi da sé... lo osservo un po’, poi lo chiamo.

 

Fin qui si tratta di un incontro: mio padre è in questa condizione nel post-mortem, chiuso in un edificio senza finestre perché nella sua vita non ha mai riflettuto, non ha mai studiato filosofia, non si è mai procurato la minima idea sull’essere e sul bene, e dunque ora non può vedere nulla, nessuna immagine dell’essere e del bene, ma è riflesso in uno spazio che gli dà un corpo di pensiero in prestito, e riflette la sua reale condizione di ignoranza nel mostrarlo chiuso in un luogo buio. Ora viene la parentesi onirica:

 

io ho un attaccapanni su cui è appesa la maglietta grigia che indossavo ieri nel mondo fisico, quella che era sua prima che morisse; la mia preoccupazione è che non se la riprenda lui, serve a me ora. Allora mi riprendo la maglietta, per evitare che lui la veda e voglia tenersela...

 

Questo è proprio un sogno comune, perché non agivo liberamente di mia volontà: in quella situazione, ovviamente, io non mi sarei mai occupato di una maglietta e invece mi sarei informato della nuova vita di mio padre morto. Infatti, dopo la parentesi onirica il contatto con mio padre riprende:

 

Comunque, lo chiamo e lo saluto, e gli chiedo come sta. “Benone” risponde lui esattamente con il suo tono, col suo modo di parlare consueto (...)

 

Parlammo ancora un po’, ma il contenuto della conversazione è un po’ complesso e devo rimandare la sua disamina a quando ci saremo addentrati in altri misteri. Qui basti solo aver dato un esempio di sogno comune che irrompe dallo spazio dove si sta svolgendo una visione: la maglietta grigia distesa sull’attaccapanni rappresenta il mio gatto grigio appena morto: infatti, come già detto, un indumento nel linguaggio simbolico rappresenta chi ti tiene compagnia, e poiché Giacinto teneva compagnia sia e me che a mio padre, era bene rappresentato dall’indumento (grigio come lui, oltre tutto) conteso nel sogno, che era stato usato da tutti e due nella realtà fisica. Il sogno lo rappresenta disteso sull’attaccapanni per dire: non lo indossi più, cioè è appena morto. La maglietta grigia era, dunque, un segno nel tipico linguaggio onirico, che allude a una cosa visibile mostrandoti un’altra cosa visibile, mentre questo nel linguaggio principale, quello che crea i mondi, non accade mai. Quello non era il corpo del mio gatto, la sua coscienza, cioè, non era riflessa in quello spazio, era invece riflesso un altro oggetto, la maglietta grigia, per alludere cripticamente al mio gatto e darmi un’indicazione sul suo futuro: lo riavrai indietro. Infatti alla fine del sogno mi sono ripreso io la maglietta. Ma potei capire il significato di questo sogno solo più tardi, quando appunto riebbi indietro il mio gatto, nell’aprile del 2001, con un nuovo corpo aggregato, ovviamente. Ma di questo si dovrà parlare altrove.

8.7.Aver dovuto prestare attenzione anche ai sogni comuni aveva reso le mie esplorazioni ancora più complicate, ma furono i sogni stessi che mi obbligarono a questa svolta, perché una notte, al principio del 1991, se non erro, ebbi come un soprassalto e mi risvegliai con una certezza, come se una comunicazione non verbale mi fosse entrata vigorosamente nella coscienza, quella appunto che mi avvisava che era indispensabile che io prestassi attenzione anche ai sogni comuni, quelli che fino ad allora avevo disprezzato. Avevo iniziato ad annotare qualche sogno nel 1990, ma solo perché ero stato colpito dalla loro straordinaria chiarezza e bellezza, mentre i normali sogni sconnessi e confusi o semplicemente poco appariscenti non avevano ottenuto da me nessun interesse; comunque quei pochi che avevo trascritto sono inservibili perché il mio modo di appuntarli era troppo abbreviato e schematico, mi ero fidato troppo della mia memoria e non sapevo che prima di comprendere il significato di un sogno possono passare anche decenni e che dunque è impossibile comprenderli registrandoli solo nella memoria senza trascriverli. Iniziai seriamente ad annotare tutti i miei sogni nel 1991, dopo quell’avviso notturno, e dopo aver ricevuto un sogno breve e chiarissimo. Sognai che stavo frequentando una scuola, era quasi finito l’anno scolastico, ma io non avevo mai consultato i libri della biblioteca di questa scuola, ed era un vero peccato, un’occasione persa, perché invece quella era una buona biblioteca piena di libri interessanti. Capii immediatamente che i libri trascurati erano i sogni comuni, appunto, e che i mondi mi stavano invitando a colmare questa lacuna. Appena iniziai ad annotarli, mi colpì un fatto: una notte di fine febbraio 1991 avevo sognato che il mio vicino di sotto, un anziano giornalista in pensione, passando per strada davanti casa mi salutava e che io rispondevo al suo saluto. Ebbene: una settimana dopo quel signore era morto. Mano a mano che procedevo con l’osservazione dei sogni, potei accorgermi di una cosa: spesso, anzi nella grande maggioranza dei casi, i sogni raccontano il nostro futuro, o comunque vengono a svelarci cose che ci erano rimaste nascoste, vengono a disilluderci, a smontare le nostre presunzioni, ad avvisarci di quanto siano vane le nostre speranze; è l’esatto contrario di quello che pensano gli psicoanalisti, secondo i quali i sogni sono desideri inconsci censurati che tornano alla coscienza mascherati dai simboli. Viceversa, se sai capire il loro linguaggio ti comunicano la retta interpretazione da dare alle cose, smontano le tue ipocrisie e le tue presunzioni e ti aprono gli occhi sulla realtà, fanno svanire le speranze inconsistenti e ti mettono in guardia dalle illusioni; e ben lungi dall’essere dei mezzi che la coscienza “inconsciamente” impiega per proteggere il sonno da timori e angosce e tranquillizzarsi, essi invece, se li ascolti, ti avvisano di pericoli, ti mettono sul chi vive, o ti rimproverano per le tue negligenze. Se mio padre avesse dato retta al sogno da lui ricevuto il 14 giugno 1992, avrebbe smesso di fumare, e non sarebbe morto sette anni dopo alla stessa data, il 14 giugno 1999: rise, invece, divertito, perché aveva sognato che il preside di una scuola aveva chiamato a raccolta tutti i suoi scolari per dire che alle 13.29 era morto Andreotti di broncopolmonite. Ma un uomo assetato di dominio, che reprime tutti i suoi moti affettivi per negare la propria normalità umana e tenere a distanza il prossimo, come Andreotti, e che ha dunque la stessa forma psicologica di mio padre (tranne la frustrazione, ovviamente), significava lui stesso nel suo sogno, e l’avvisava che dal deficit broncopolmonare sarebbe conseguita la morte; l’ora indicata dal sogno, le tredici e ventinove, nasconde la data dell’esordio della sua malattia, che avvenne il 20/9 (29=20+9); mentre il 13, poiché 1+3=4, indica l’anno 1997, perché esso è il 4° anno del nuovo evo. Ma solo io, oltre che, naturalmente, i mondi, potevo sapere che il primo anno del terzo evo è il 1994 e che di conseguenza il 1997 è l’anno 4: l’ho compreso decrittando le Scritture, in un modo che se il Lettore ha pazienza di seguirmi, troverà in uno scritto che non diffondo su intenet, per adesso, ma che può richiedermi direttamente, se crede (indirizzo: civitas@hotmail.it). Mio padre non ne era certo al corrente, e dunque da questo piccolo particolare, oltre che dall’esatta profezia della sua morte, si trova confermata l’idea già dedotta con metodo logico, che nei sogni non parla nessun fantomatico “inconscio”, ma qualcuno che sa. E non è certo un caso o una combinazione, perché in diciotto anni ho potuto raccogliere un tale numero di casi come questo, di profezie avverate, voglio dire, con numeri e tutto, da poterci seppellire sotto tutti i Pieri Angela dell’Universo.

8.8.E spero si sia compreso anche quanto sia assurda la pretesa degli psicoanalisti di interpretare i sogni dei loro pazienti (vittime bisognerebbe chiamarli) a vanvera e a casaccio, senza poi attendere alcun riscontro dei fatti, col vago metodo delle associazioni di idee, come se io pretendessi di tradurre un testo dal finlandese, lingua di cui non so una parola, facendomi venire in mente a ogni suono sconosciuto un suono simile nella mia lingua, per semplice assonanza, e poi affastellassi tutto ciò che mi è venuto in mente cercando di trovarvi un qualche senso compiuto; il Lettore si immagini che razza di traduzione ne verrebbe fuori. Eppure essi poi impongono apoditticamente le loro interpretazioni infondate ai pazienti, e da tali idiozie e farneticanze pretendono di ricavare una diagnosi e di curarti l’anima. Siamo nel mondo alla rovescia, dove i matti s’arrogano il ruolo di dottori! E’ impossibile, invece, capire i sogni immediatamente, prima che i fatti a cui essi si riferiscono si siano verificati, perché il loro simbolismo è troppo criptico e i fatti descritti nei sogni si possono verificare anche ad anni, a decenni di distanza dal momento della loro ricezione. Dunque è impossibile capirli per chi sia negligente e non si impegni a tenerli tutti ordinatamente trascritti sotto giorno, mese e anno (i numeri, come vedrà chi saprà seguirmi in scritti futuri, hanno la massima importanza per decifrare i sogni), per poi poterli confrontare coi fatti che gli capitano nel corso della sua vita: è così che ho fatto io e solo con questo metodo ho potuto procurarmi una specie di testo a fronte o di “Stele di Rosetta” del linguaggio onirico, da una parte i sogni, dall’altra la vita reale, cioè da una parte il testo in geroglifici, dall’altra la sua traduzione. Ho lavorato a questo per diciotto anni; ciò non di meno sono ben lungi dall’aver decrittato tutti i simboli impiegati dai sogni e non mi vanto di certo di avere una completa conoscenza del loro linguaggio, tanto da poterne dare l’interpretazione prima che i fatti accadano e indovinare il futuro. Non gioco a fare l’oniromante. A che servirebbe, oltre tutto? Tanto, non mi dà retta nessuno.

8.9.Comunque, dei sogni comuni bisognerà parlare altrove; quello che qui voglio dire per completare la mappa dei mondi è che questo impiego di un linguaggio criptico, il quale più che un simbolismo mi sembra un vero e proprio codice cifrato, da parte dei mondi in questa loro attività di parlare agli esseri umani dicendo loro cose che per lo più non capiscono e dunque non ascoltano, nel migliore dei casi, mentre nel peggiore esso dà la stura alle farneticanze di presuntuosi asini e belve dottorate, è molto sospetto e sembra fatto apposta per complicarci la vita. Da un lato, i sogni comuni potrebbero avere la funzione di rinforzare la falsa antitesi tra “realtà oggettiva” e “illusione”, tra “esperienza reale” e “sogno”, e potrebbero dunque avere uno scopo satanico, intendendo con questo termine tutto ciò che è atto a spingere l’uomo verso l’ignoranza di sé e dell’essere e verso la stoltezza perché faccia esperienza del male, come già sa chi ha letto attentamente il mio scritto La Natura; e anche far da esca agli psicoanalisti ignoranti e presuntuosi è una funzione satanica, essendo il modo adatto, appunto, per smascherare la loro stoltezza e la loro presunzione, nonché la loro tendenza a denigrare il prossimo con interpretazioni volgari e insultanti. Ma, come già si è accennato altrove (vedi nota 18 alla preghiera Sull’eutanasia, contenuta nel Secondo complemento allo studio sulla Natura, presente in questo sito), quando i mondi parlano ambiguamente, essi svolgono due funzioni: ingannare gli stolti, dimostrarli tali e renderli ancora più stolti, da un lato, e dall’altro inviare messaggi nascosti, comprensibili solo a chi con onestà concettuale e modestia sappia impegnarsi con tutte le sue forze a trovare il vero significato dei loro discorsi; sicché queste comunicazioni in cifra, se per molti hanno un volto satanico, per un gruppo ristretto hanno una funzione istruttiva. Può darsi, dunque, che i sogni servano a istruirci sul vero senso delle esperienze che stiamo vivendo nell’arco della nostra vita terrena; sicuramente non servono a permetterci di indovinare il futuro e magari guadagnar soldi, ma anzi, questo sfasamento cronologico è molto scomodo, perché quando mi capita un avvenimento nella mia vita intorno al quale cerco una spiegazione, mi tocca scartabellare fogli su fogli, quaderni su quaderni, per trovare uno o più messaggi magari di anni prima, che mi spieghino il perché dei fatti e  mi avvisino sul loro esito, o che mi informino sulle vere intenzioni delle persone nei miei confronti; a volte cerco di capire dai sogni quale giudizio essi diano riguardo al mio operato, onde poter poi discutere con loro e vedere se ci troviamo d’accordo. E’ chiaro che se io comprendessi prima il loro punto di vista agirei più in base alle loro indicazioni che al mio giudizio, e atrofizzerei così la mia volontà; è per questo che essi non si fanno capire a priori, anche se sarebbe molto più funzionale, dal mio punto di vista, che questi messaggi arrivassero in tempo reale e non con la cosueta sfasatura cronologica.

8.10.Ma ciò che in quel periodo, cioè dal 1991 in poi, mi ha complicato la vita in maniera esasperante è stata proprio questa somiglianza tra i sogni comuni e gli incontri con anime disaggregate o angeli nei mondi. In fin dei conti, anche un sogno comune è un incontro, solo che coloro che in esso si mostrano usano gli oggetti di pensiero presenti nel loro mondo per comporre un messaggio cifrato, cioè usano realtà visibili come segno di altre cose, come quando per esempio da noi una persona per la strada ti fa cenno da lontano accostandosi il pollice all’orecchio e il mignolo alla bocca, per dire: telefonami. La sua mano, che è un oggetto visibile, vuol significare un altro oggetto visibile, il telefono; ciò nondimeno la sua mano, anche se è usata in modo simbolico, continua a essere una mano reale. Così anche nei sogni comuni: qualcuno ti ospita nel suo spazio, specchiando nella sua immaginazione la tua anima, e ivi ti mostra, che ne so io, una poltrona. Nei sogni sedersi vuol dire cessare di camminare, cioè interrompere il corso della propria vita, morire e perciò quel tale, mostrandoti la poltrona forse ti vuole dire qualcosa sulla morte; ciò nondimeno quella poltrona continua a essere una poltrona, c’era prima che costui ti comunicasse il suo messaggio, ci sarà anche dopo che avrà finito di comunicartelo e sarà un oggetto d’arredo di uno di quei mondi in cui le anime in via ricevono medianicamente un corpo di memoria e dunque si comportano ancora in quel modo semi-meccanicistico di cui ho parlato sopra. Oppure dobbiamo pensare che gli oggetti di questo tipo vengano fabbricati di pensiero e ricordi appositamente per comparire nei nostri sogni e poi siano dissolti quando il nostro sogno è finito? Può anche essere, ma io non lo credo, perché ricordo una volta d’aver sognato un maestoso paesaggio roccioso, e di percorrere una stradina in mezzo alle montagne; a questo punto mi sono fermato perplesso e, ancora nel sogno, accorgendomi di sognare, mi sono detto: non avranno fabbricato tutto questo grandioso scenario appositamente per me! Sentii che avevo così suscitato l’ilarità dei miei accompagnatori, la qual cosa confermò quanto avevo intuito.

8.11.Ma ciò dunque, come dicevo, produce una complicazione: se gli oggetti usati nei sogni comuni come segni cifrati sono gli stessi che vediamo negli incontri, come distinguere gli uni dagli altri? Mi venne il dubbio, infatti, che a volte un sogno molto vivido può sembrarti un incontro, o viceversa un incontro può sembrarti un messaggio cifrato, visto oltre tutto che il linguaggio dei sogni è così complicato e difficile da decifrare: tutto può avere significato simbolico. Insomma, la domanda era: quando vedo un oggetto e una serie di gesti in un sogno, queste persone che vi compaiono, che intenzioni hanno e che cosa mi stanno mostrando? Parlano del mio futuro, della mia vita terrena, o sto guardando uno scorcio della vera vita dei mondi come si svolge ora, al presente? Bisogna anche dire che i mondi stessi fecero di tutto per accrescere questa difficoltà, perché dopo quel richiamo del 1991 scomparvero le visioni estatiche, e gli incontri che facevo non erano più dello stesso tipo, come quelli avvenuti nei mondi aperti e luminosi, dove sensazioni chiare e dettagliate non mi lasciavano alcun dubbio sulla realtà che avevo visto, sul significato di quel contatto. Ora incontravo anime cupe, senza cielo, chiuse in luoghi sotterranei e bui, ed erano incontri per lo più sgradevoli, senza quella sensazione di amore e gentilezza, senza insomma la bellezza che mi aveva fatto innamorare nelle mie visioni precedenti; anzi, quasi sempre le anime di questo tipo si mostravano ostili e aggressive verso di me e le loro comunicazione mancavano, insomma, di quella proprietà distintiva che all’inizio aveva attirato la mia attenzione sulle visioni, e cioè la sensazione di beatitudine e di felicità che esse davano; viceversa, questi incontri erano mesti e dimessi, quando non cupi, come comuni sogni. Inoltre, questo nuovo compito di studiare anche i sogni comuni mi affaticò alquanto, anzi mi sfinì, perché se prima le visioni erano poche e chiare, ora i sogni erano numerosissimi e oscuri, fui sommerso da una quantità sconfinata di materiale di difficile interpretazione e ne rimasi quasi frastornato. Eppure era impellente che io capissi questa cosa, soprattutto dopo che era morto il mio gatto Giacinto e io sentivo fortissima l’esigenza di ritrovarlo, di rivederlo, di sapere come stava: come distinguere il vero Giacinto dal Giacinto usato come simbolo, segno di qualcos’altro in un sogno comune? Come potevo sapere se stavano usando un riflesso della sua forma macroscopica a scopo simbolico, in un messaggio onirico, senza che questo comportasse la presenza della sua coscienza in quello spazio, oppure se stavo vedendo il suo corpo spirituale, il riflesso della sua anima insieme al mio nello stesso sogno? Molte volte avevo sognato Giacinto, infatti, prima che morisse, ma questo del sogno comune non era lui, ovviamente, cioè quella che vedevo nel sogno comune era una delle infinite immagini del suo corpo di terra. A volte essa simboleggiava mia madre, perché una donna vanitosa che passa tutto il tempo a imbellettarsi è significata da un gatto, nei sogni, visto che i gatti sono vanitosi e passano gran parte del loro tempo a leccarsi e a lisciarsi il pelo. Oppure Giacinto nei sogni comuni simboleggiava me, o qualche altra persona come me dedita alla retta filosofia: infatti un’anima eletta ha per simbolo un gatto, in antitesi con il cane, che simboleggia il fedele di una religione irrazionale, perchè mentre il cane è appunto fedele e si affeziona a un padrone anche se questi lo maltratta, come le anime religiose e irrazionali che tributano un culto a un Dio personale e gli mostrano gratitudine qualsiasi cosa questo decida per loro, i gatti rifiutano legami con chi non li rispetta, proprio come noi eletti rifiutiamo di adorare un Dio, soprattutto se agisce in modo arbitrrio e tirannico, e pretendiamo giustizia. Tutto questo non era un problema, finché Giacinto era vivo nel suo corpo di terra e io sapevo come trovarlo e distinguerlo; divenne una tragedia dopo la sua morte, quando, una volta perso il corpo di terra, io non avevo più modo di riconoscerlo e di distinguerlo. Che aspetto aveva ora, senza il corpo aggregato? E se incontro la sua anima ma non la riconosco perché appare in un’immagine che non mi è familiare? E se, viceversa, vedo Giacinto, ma è solo un’immagine della “sua” forma macroscopica, quella che le intelligenze della Natura calcolavano in base alla struttura del “suo” aggregato di atomi, perché poi lo spazio del “mio” sistema nervoso, come quello degli altri esseri umani, ne riflettesse le immagini sicché esse fossero poi comunicate a me e alle altre persone? Come capire se sto incontrando lui o sto ricevendo un sogno comune? Non sempre la dinamica dei fatti è così chiara da non lasciarti dubbi. Sarà questo l’argomento del prossimo libro IX.


LIBRO IX.

 

 

 

 

 

RITROVARE CIO’ CHE E’ PERSO.


LIBRO IX.

 

INDICE DEGLI ARGOMENTI.

 

Ripresa della questione lasciata in sospeso alla fine del libro precedente: come distinguere tra un sogno comune e un incontro reale con una persona morta(9.1). Un esempio può farci capire come ci sia troppa ambiguità in alcuni casi(9.1). Agis critica l’operato dei mondi e si permette con molta franchezza di redarguirli per come ci tormentano(9.2). Il problema è anche che non sempre le anime mostrano l’aspetto che a noi era familiare(9.2, in fondo).

 

Il problema dell’aspetto: non possiamo basarci sull’aspetto che ci è familiare nel mondo dell’esperienza terrena per riconoscere le persone, perché quello non è il loro vero aspetto, ma l’aspetto di un’altra cosa, del loro “doppio”(9.3). Ricapitolazione di quanto già detto sugli spazi terreni e sulla costruzione artificiale dei corpi aggregati: la forma macroscopica e il suo artificiale rapporto con l’aggregato di atomi, la nostra forzata identificazione con essa compiuta dalle operazioni del duale(9.4-9.5). Che cosa accade realmente quando due persone si guardano(9.6). Poiché l’aspetto delle persone che vediamo nella comune esperienza terrena non è il loro vero aspetto, ma l’aspetto del loro “doppio”, quando nei sogni o nelle visioni vediamo tale aspetto, non vediamo quella persona ma qualcos’altro(9.7). Ciò nondimeno, nelle persone in stato semplice, che si sono liberate dall’aggregato o provvisoriamente o definitivamente, l’aspetto terreno in qualche misura può ricomparire, anche se non sempre è così(9.8-9.9).

 

Il problema rimane insoluto, per adesso, e la nostra mappa dei mondi difetta di questo particolare, come ritrovare le persone che abbiamo perduto(9.10). Il problema della personalità terrena e del suo grado di realtà: è un problema complesso, perché le persone che conoscevamo in vita da morte non sono più le stesse di prima; una persona è una composizione di forze provenienti anche da fuori di lei, mentre nel post mortem rimane solo il nucleo autentico della sua anima, la sua coscienza e i contenuti che ella è stata capace di inserirvi(9.10-9.11).


9.1.Quante volte sarà capitato a qualcuno di sognare una persona cara venuta a mancare, di rivederla in sogno sorridente, fuori dalle angosce e dalla sofferenza fisica dell’agonia e della morte, in atteggiamenti che le erano consueti, e di sentirla parlare proprio con la sua voce, come se tutto fosse come prima e non fosse successo nulla; e chi non si è chiesto, anche fra i più ottusi e incalliti razionalisti, se questo non sia un incontro e non un sogno, se la persona amata non sia tornata a dire che sta bene, a rassicurare chi è rimasto e a lenirne il rimpianto? E non è questa una domanda che merita una risposta precisa e certa? O ci lasceremo sconfiggere dalla morte? Ricordo di aver letto qualche tempo fa una lettera pubblicata su una rivista, nella rubrica della posta tenuta, se non erro, dalla scrittrice Dacia Maraini: una signora in questa lettera diceva di aver sognato sua madre, mancata da poco, che con gesto perfettamente consueto le porgeva un piatto di polpette, le sue solite polpette di quando era viva. La signora chiedeva se poteva credere che quella fosse proprio sua madre, o se era solo un sogno. Stavo per accingermi a scrivere e comunicare loro il mio punto di vista, e cioè che, una volta rettificato il linguaggio e purificati i concetti da ambiguità ed errori, si scopre razionalmente e senza bisogno di atti di fede che nessun sogno è solo un sogno, e così via come si è detto all’inizio della presente opera. Già, ma poi dovetti accorgermi che non sapevo proprio che cosa dire a quella signora, non potevo assicurarle che quella da lei descritta fosse proprio una visione e non un sogno comune. Infatti nei sogni nostra madre può simboleggiare molte cose: noi stessi nel passato, la nostra matrice culturale, la nostra patria, la vecchia mentalità, o semplicemente la nostra vita terrena; mentre le polpette, come cibi gustosi che ti saziano, possono significare soddisfazioni. Noi non abbiamo nient’altro che la logica interna al sogno per decidere riguardo al suo significato, se sia un incontro oppure un discorso criptico che nasconde una previsione sulla tua vita, e dunque una visione come questa è destinata a rimanere ambigua: essa può significare che lo spirito disaggregato della madre è tornato a rassicurare la figlia, mostrandole come nel post mortem ci si trovi in un mondo molto simile a quello della vita terrena, dove ci si può circondare di oggetti familiari e si può proseguire a fare ciò che ci piaceva fare anche prima, comprese le polpette; oppure può essere un sogno comune che dice alla ricevente: avrai molte soddisfazioni dalla tua vita, prossimamente. Non potei dunque scrivere nulla di utile in proposito, e rimasi molto avvilito.

9.2.Ma, vorrei far notare al Lettore, o alla Lettrice, se questo era un sogno comune, non è un atto di crudeltà e una mancanza di rispetto? Perché agiscono così male i mondi verso di noi, perché ci fanno questo? Ma chi non riterrebbe mostruoso prendersi gioco di una persona addolorata che soffre per un lutto? Non avevano il dovere, codesti mondi, d’avvisare più chiaramente la signora che si poneva la giusta domanda, oppure evitare di usare l’immagine della madre morta come simbolo onirico? Siete anime di mondi o gente rozza, ottusa e indelicata? Ma come vi permettete di farci questo? I vostri sogni comuni che ci inviate ogni notte, non saranno per caso una mossa molesta e non sarà la loro ambiguità un’azione ingiusta, una violenza obbrobriosa e intollerabile? Vi chiedo conto, mondi infiniti, immortali... io che vi ho amato, e vi amo, quando agite giustamente, ma che quando dimostrate crudeltà vi detesto, io vi chiedo conto, e vi dico: che fate? Che cosa sono queste ombre ambigue con cui ci investite e ci fate barcollare? Siete sicuri di poter fare così? Badate, che di quella signora sprovveduta potete anche approfittarvi, e sfoderare tutto il vostro sardonico sarcasmo, perché lei ha omesso di riflettere sull’essere e sulla realtà, e non è pronta per i vostri esami; è la vostra severità, la conosco, ma ogni tanto mi sembra che sfoci in crudeltà... badate, però, che con me non potete fare così, io non ve la faccio passare liscia, se mi mancate di rispetto, mondi canaglia. Ero (e lo sono ancora) totalmente in collera in questo modo, dopo la morte di Giacinto e durante il periodo dei brevi incontri con lui, che però non mi bastavano e anzi mi mettevano ancora di più in apprensione. Avrei voluto essere libero di andare e venire per poterlo rivedere spesso, ed ero agitatissimo per un motivo, che durante alcuni degli incontri con lui, Giacinto non aveva mostrato la forma che amavo, il suo bel corpo di soriano argentato, ma era apparso in forme diverse, una volta come un delfino e un’altra come un cagnetto un po’ malandato...

9.3.Se vedo Giacinto, il Giacinto che conosco e che mi ricordo, può non essere lui; se vedo un’immagine diversa da quelle del suo corpo terreno, può essere lui. E così è per tutti i morti, i quali hanno avuto un aspetto sulla Terra, che non era il vero aspetto della loro anima, del loro essere, e dunque anche se a noi sembra di averli conosciuti, in realtà non li abbiamo mai visti. E la cosa vale anche per i vivi: se incontro in una visione un’immagine della forma macroscopica del corpo aggregato di mia sorella, quella chi è? Non è mia sorella, soprattutto se la vedo in un sogno comune, dove la sua immagine servirebbe da simbolo per qualcos’altro; ma nemmeno se compare, come in effetti è successo, in una visione, quella sarebbe realmente mia sorella: può essere uno dei suoi “doppi” o, per essere più precisi, una delle tante immagini che può produrre in una delle immaginazioni di uno degli infiniti angeli-mondo quell’insieme di pensieri che abbiamo chiamato “forma macroscopica”, e che è un’idea nella mente delle intelligenze della Terra ricavata, secondo norme convenzionali stabilite da queste ultime, dalla struttura molecolare del “suo” corpo aggregato, da come cioè lo sciame di atomi è stato disposto seguendo certe regole arbitrarie e convenzionali dell’ereditarietà genetica. La forma macroscopica del corpo aggregato nel quale si identifica ora mia sorella, non è affatto la forma di mia sorella, poiché non esprime i contenuti della sua anima; e le immagini che essa può generare nei vari spazi non sono il vero aspetto di mia sorella e dunque quando in una visione vedo mia sorella, come la conosco adesso, quella sicuramente non è mia sorella, l’immagine non rappresenta lei, ma il suo “doppio”. Intendo dire che quello che ogni persona ritiene il proprio aspetto e che anche gli altri esseri umani ritengono tale, è invece l’aspetto di qualcos’altro.

9.4.Spero che il Lettore ormai si ricordi di ciò che abbiamo già detto, e che riassumo qui di seguito. Il “nostro” corpo aggregato, la cui immagine compare nell’esperienza terrena, è il prodotto della combinazione di più realtà: c’è un’intelligenza, che noi abbiamo chiamato “sistema nervoso” e che da sé ama appellarsi “mente duale”, la quale riflette nella sua immaginazione la forma macroscopica del “nostro” corpo terreno, producendo così l’immagine che poi comunica alla nostra coscienza, imponendocela; e tale forma macroscopica, come tutti gli oggetti, è in realtà una serie di pensieri, e cioè un volume articolato in parti, ognuna con la sua definizione geometrica, che è un’idea prodotta dal pensiero, e a questa serie di idee si aggiungono i parametri numerici, che sono altri pensieri, e cioè il rapporto di ogni segmento, estensione o volume del “nostro” corpo con una unità di misura; e anche qualità e proprietà che completano il corpo sono pensieri; tutti questi pensieri, questo complesso di idee, è la regola di costruzione da cui si ricavano le infinite immagini possibili del “nostro” corpo terreno, il quale dunque non è una cosa visibile, ma l’insieme di forma macroscopica, che è una complessa idea invisibile, e di tutte le possibili immagini visibili che da essa si ricavano mediante le leggi della prospettiva; il sistema nervoso di una persona che ci guarda riflette (la costruisce, cioè) di volta volta una di queste immagini nella sua immaginazione e la comunica alla coscienza umana che riceve le immagini dal suo spazio, la quale dunque crede di stare vedendo il nostro aspetto; ma ricordiamo che questa forma macroscopica  con le sue infinite immagini, cioè il “nostro” corpo terreno, non è la nostra vera forma, perché essa dipende non da noi, dai contenuti della nostra coscienza, ma dalla struttura interna di un complesso aggregato di atomi, che non è noi e che con noi non ha niente a che fare. A seconda di come sono disposti gli atomi e le molecole delle “nostre” cellule, dei “nostri” tessuti, dei “nostri” organi viene calcolata la forma macroscopica riflessa dalle intelligenze che fungono da sistema nervoso o mente duale degli esseri umani, secondo la loro serie di regole fisse e convenzionali; non c’è nessuna corrispondenza logica tra la struttura molecolare del “mio” corpo e la “mia” forma macroscopica, tale associazione è frutto di una semplice convenzione tra le intelligenze della Natura, che il tale composto chimico abbia il tale aspetto non è una necessità, ma una convenzione artificiale che le intelligenze della Natura si sono impegnate fra loro di seguire; infine ricordiamo che gli atomi aggregati nei corpi terreni e dunque anche nel “nostro” corpo fisico sono spiriti bassi la cui coscienza, modificata ipnoticamente dagli angeli della Natura si riflette in uno spazio che a noi non si comunica, e che possiamo chiamare spazio terreno ricordando che esso è l’immagine dell’immaginazione di un angelo, un’intelligenza che chiamiamo Terra. Esso, come dicemmo, non basta da solo per produrre la nostra esperienza terrena, ma occorrono insieme alle sue anche le operazioni dei nostri sitemi nervosi e di tutte quelle intelligenze che ci comunicano medianicamente le sensazioni (odori, colori, sapori etc) fingendo che esse provengano dai corpi terreni, mentre vengono dalle loro menti.

9.5.Come tutti gli altri oggetti dell’esperienza terrena, dunque, anche il “mio” corpo terreno è un artificioso prodotto delle operazioni delle intelligenze della Natura, le operazioni combinate dei due spazi, lo spazio terreno e il sistema nervoso, e nulla che in esso appaia dipende realmente da me. Io sono costretto a identificarmi con esso, con questo corpo prodotto dal lavorio dei due spazi perché il “mio” sistema nervoso, il secondo spazio, comunica di forza alla mia coscienza una visione di sé e dei suoi contenuti calcolata prospetticamente dal punto dove in lui compare l’immagine della “mia” forma macroscopica, e cioè il “mio” corpo, e invade la mia coscienza con migliaia di impressioni che dipendono dallo stato degli aggregati di atomi riflessi nel primo spazio, quelli in base ai quali egli calcola le forme macroscopiche dei “miei” organi sensoriali. Egli non mi comunica sensazioni se non in presenza di alterazioni o moti che si verifichino negli atomi dei “miei” organi sensoriali e queste alterazioni o moti non avvengono se non i presenza di fenomeni visibili nel primo spazio, cioè se gli atomi aggregati nei “miei” organi non interagiscono con atomi di altri aggregati; e inoltre, quando io penso di muovermi, il sistema nervoso sposta di conseguenza l’immagine della “mia” forma macroscopica o di quella parte di essa che io sto pensando di muovere, mentre lo spazio terreno che riflette gli atomi, ugualmente, sposta la rappresentazione di questi in modo che sia solidale e concomitante col movimento che io sto pensando di fare, affinché sembri che io abbia mosso il mio corpo, anzi che io mi sia mosso, quando è successo tutt’altro. Insomma, per dirla in una parola, tutti questi atomi, insieme col “mio” sistema nervoso, mi si sono appiccicati addosso, a un certo punto della mia esistenza, e fingono di essere me, mentre la mia coscienza in questo sistema di spazi terreni non trova immagine, perché essi non la riflettono: nei sistemi nervosi infatti compaiono solo le forme macroscopiche ricavate mediante i loro calcoli dagli aggregati di atomi; né la mia coscienza può più ricevere le immagini degli altri spazi, perché il suo campo è monopolizzato dal sistema nervoso, come se tutti i mondi si fossero accordati per imprigionare l’anima in uno spazio che le nasconde il vero essere.

9.6.Quando una persona mi guarda, questo significa che gli atomi aggregati nello spazio terreno, il primo spazio, in base ai quali il secondo spazio, che è il “mio” sistema nervoso, pensa e immagina la “mia” forma macroscopica, sono in prossimità degli atomi aggregati nel primo spazio in base ai quali il sistema nervoso di quella persona ha calcolato la “sua” forma macroscopica; le immagini degli atomi di entrambi sono in prossimità nello spazio terreno, le immagini delle “nostre” due forme macroscopiche sono in prossimità nell’immagine dello spazio ricevuta da ciascuno di noi due, cioè il “mio” duale comunica a me un’immagine dello spazio calcolata prospetticamente dal punto dove è rappresentata la “mia” forma macroscopica, e a lui il “suo” duale, ugualmente, comunica un’altra immagine dello stesso spazio calcolata prospetticamente dal punto dove è rappresentata la “sua” forma macroscopica e così in entrambi gli spazi le “nostre” due immagini appaiono vicine. Gli atomi in base ai quali il sistema nervoso di questa persona ha costruito l’immagine macroscopica dei “suoi” occhi sono alterati, o comunque subiscono dei moti, per la vicinanza del “mio” aggregato, e cioè in qualche modo ne avvertono la presenza (non della forma macroscopica, ovviamente, ma delle forme microscopiche legate insieme e presenti nel primo spazio): se e solo se succede questo la sua coscienza riceve un’immagine della “mia” forma macroscopica, cioè del “mio” corpo aggregato, e viceversa. Quando una persona mi guarda, dunque non vede me, ma un’immagine di quella forma macroscopica che con me non ha niente a che fare ed è semmai la forma del mio “doppio”, visto che è stata calcolata mediante una serie di regole fisse e convenzionali che fanno corrispondere determinate caratteristiche di tale forma a determinate strutture interne degli atomi e alla loro composizione in molecole, tessuti etc.; e tali combinazioni di atomi e molecole, cui poi è stata associata la forma macroscopica degli organi e dei tessuti del “mio” corpo fisico, sono state ricavate per mezzo delle leggi della genetica che governano la formazione dei corpi aggregati, mentre la mia vera forma e le sue immagini visibili sarebbero ricavate mediante l’applicazione delle leggi logiche e della significazione simbolica che rifletterebbero i veri contenuti della mia coscienza, e non mi accollerebbero un corpo che deriva da altri corpi precedenti e ne replica meccanicamente la forma.

9.7.Quando noi guardiamo una persona, crediamo di vedere il suo vero aspetto, ma non è così, quello non è l’aspetto della sua coscienza, che nello spazio terreno non compare, ma è l’aspetto del suo “doppio”, e cioè di quella complessa costruzione, della combinazione di struttura atomica e forma macroscopica che abbiamo chiamato corpo aggregato e che è opera del pensiero e dell’immaginazione del duale e delle intelligenze che plasmano e aggregano gli atomi. Perciò, quando in una visione o in un sogno comune compare l’immagine di una persona ancora viva sulla Terra, cioè ancora legata al “suo” aggregato corporeo, ebbene: quel corpo che vediamo non è quella persona, tanto è vero che poi la persona sognata non ha coscienza né memoria di quello che è accaduto nel sogno o nella visione. Se sogno mia sorella, ed ella è ancora biologicamente viva, quello che vedo non è mia sorella, la sua coscienza intendo, ma una delle infinite immagini che può avere il suo “doppio”, quando la sua forma macroscopica si riflette in uno degli infiniti mondi. Se non è un simbolo onirico ma una visione, può essere che mi si stia mostrando una delle intelligenze della Natura, la quale usa l’aspetto del “doppio” di mia sorella perché queste intelligenze della Natura sono tutte uguali, quella del sistema nervoso di mia sorella come qualunque angelo portatore di forma qui nel mondo terreno, essi non hanno un volto personale, e dunque si scambiano gli aspetti. Posso vedere l’immagine di mia sorella ovunque, nei mondi, ma intanto mia sorella è altrove.

9.8.Ma che succede quando una persona muore, o meglio quando l’aggregato si disgrega ed egli o ella torna allo stato semplice? Pick Mangiagalli mi era apparso come un anziano signore, “un bel signore sulla sessantina, con baffi e barba a pizzo castano chiaro” come ho registrato nel Diario notturno; ho trovato sull’enciclopedia che Riccardo Pick-Mangiagalli è morto a sessantasette anni, dopo essere stato dal 1936 direttore del conservatorio di Milano, ma non mi sono procurato una sua immagine e non so che aspetto avesse in vita. Come faccio a sapere che quel gentile signore in abito da camera e pantofole, il quale mi ha mostrato la sua stanza e la sua tranquilla vita in un mondo intermedio, fosse proprio il Pick-Mangiagalli che ha vissuto a Milano ed è ricordato per la sua musica? Non certo per il suo aspetto, ma solo per un particolare interessante: qualche giorno dopo averlo incontrato, passeggiando nel quartiere di Brera, qui a Milano, ho visto nella vetrina di una libreria un vecchio libro di musica, un trattato di composizione, e l’autore era proprio Pick-Mangiagalli. Non può essere un caso (non vado quasi mai a Brera, e quella volta doveva essere la mia prima passeggiata in quel quartire dopo che ci eravamo trasferiti a Milano, quindi spero che nessuno tiri fuori idiozie su percezioni “subliminali”): egli mi aveva incontrato, evidentemente, per chiedermi di leggere la sua opera. Peccato che il libro costava troppo, per le mie tasche di allora, e non potei comperarlo, speriamo che il maestro non si sia offeso. Quando ho visto mio padre, sembrava proprio lui e aveva anche la stessa voce, mentre Giacinto appariva simile al suo corpo terreno in alcuni incontri e in altri no, sapevo che era Giacinto solo perché lo spazio in cui ero mi comunicava non verbalmente questa certezza, e ho dovuto fidarmi. Quando la sorella di mia madre morì suicida, ella le apparve in una breve visione, nella quale mia madre udì la sua voce, come se parlasse attraverso il citofono, che le diceva: “Laura, ti ha dato fastidio quella laggiù?” Intendeva dire la sé stessa terrena, voleva sapere se il suo atto di togliersi la vita aveva troppo scandalizzato mia madre. Era proprio la sua voce, quella che aveva da viva, con la stessa cadenza, ma ovviamente mia madre non capì e non le rispose. E io come appaio, quando un mondo mi chiama e la mia anima in stato semplice si riflette in uno spazio diverso da quello terreno? Nella visione sopra riferita (§8.5) quella dove mi trovai quasi nudo a cercare il mio gatto, il mio corpo appariva snello e muscoloso, e piuttosto bello, ma devo dire che, a parte l’impressione più marcata di vigoria e bellezza, era piuttosto simile alla figura del “mio” corpo aggregato, che –non faccio per vantarmi- ho tenuto ben allenato e sano grazie alle tecniche yoga. Altre volte, invece, il mio aspetto  nei mondi spirituali si è modificato alquanto, fino a cambiare di sesso, e addirittura una volta ho guardato la mia ombra proiettata sul pavimento della mia camera, riflessa come spesso è accaduto in un altro spazio, e ho notato che essa presentava una testa di gatto. Nella visione dell’”occhio di mare e oro” (supra,§5.13), il corpo sembrava simile al mio corpo fisico, ma non compariva la testa, sostituita appunto da quello straordinario globo rotante. Una volta sono apparso come un uccello notturno o un pipistrello, un’altra volta come un’aquila bianca. Una gran parte della volte, però, che mi sono visto in sogno, avevo un aspetto abbastanza simile al mio corpo fisico; eppure, se qualcuno mi sogna, io lì non ci sono, c’è invece il mio “doppio”, e come distinguere il corpo spirituale di Agis, se io volessi comparire con lo stesso aspetto che ho nel fisico, da questi impostori onirici? Quando sarò morto mi scambieranno tutti per un sogno!

9.9.La domanda è dunque: le anime che si slegano dal corpo fisico definitivamente, per iniziare una nuova vita nei mondi spirituali, cioè quelli dove i corpi sono prodotti da un unico atto del pensiero, o dall’anima stessa se ne è capace, o dall’angelo-mondo che la ospita nel caso non lo sia ancora, oppure le anime che si trovano in stato spirituale provvisoriamente, come accade a me, per vivere alcune estasi e alcuni incontri e poi tornare nella prigione terrena in balia del sistema nervoso, queste anime slegate dal loro doppio, ne conservano la forma o manifestano un aspetto completamente diverso? Secondo la mia esperienza possono darsi entrambi i casi. Quando in un prossimo scritto narrerò i miei incontri con alcuni morti che già avevo conosciuto in vita, vedremo che spesso essi sono perfettamente riconoscibili, anche se non ci si può fidare esclusivamente del loro aspetto per identificarli, ma occorre qualche altro particolare; d’altronde, altre anime sembrano aver completamente perduto la memoria di una forma umana, sempre che l’abbiano mai avuta, come la “villa azzurra” e quelle che mi si mostravano come laghi riflettenti il sole, come spazi aperti e prati di smeraldo, scenari di straordinaria bellezza e vive città, ma dove un’immagine umana o era del tutto assente o era relegata in second’ordine e vaga, quasi l’insignificante rimasuglio di un’esperienza lontana e ormai estranea. Si può forse supporre che un’anima appena libera dal corpo aggregato ne conservi memoria per un po’, e che in base a questa memoria il mondo ospitante specchi nel suo spazio per quella coscienza un corpo abbastanza simile a quello antico andato perduto, anche se non proprio identico, ma che poi gradatamente, col passare del tempo e col modificarsi dei suoi contenuti esso vada dissolto. Ma non andiamo troppo oltre con le illazioni, perché devo ancora raccogliere  e studiare il materiale da me registrato in questi ultimi sedici o diciassette anni, quello di più difficile interpretazione, dove le anime che incontro sono oscure e sembrano prive di un aspetto preciso, ma a volte compaiono come gruppi di persone diverse, addirittura come folle caotiche e chiassose, con cui è impossibile comunicare con calma, tanto è affollata la loro anima irrazionale da pensieri e tendenze diverse e disordinate.

9.10.La nostra mappa dei mondi deve dunque rimanere sguarnita di un dettaglio che per noi sarebbe importante: come rintracciare una persona che è venuta a mancare? Come essere sicuri della sua identità e comunicare sicuramente con lei? Come distinguerla da un immagine onirica e lei simile o dal suo “doppio”, uno di quei maledetti spiriti della Natura che fanno di tutto per ingannarci, per confonderci e sviarci, e sono specialisti nel tormentarci e frastornarci allo scopo di vedere se sappiamo aguzzare l’ingegno o siamo inetti? E’ un problema non da poco, spero che il Lettore me ne dia atto, quello che ho voluto intavolare qui, per risolvere il quale ci vorranno altri studi. Bisognerà capire che cos’è realmente una persona, un essere umano, bisognerà ragionare sull’identità e sull’individualità, e chiederci se le persone, come le vediamo noi esistano davvero o non siano il prodotto di un’illusione, di un artificio. Quello che comunemente si considera una persona è invece un intreccio di forze assai complesso, una pluralità, un composto, e in genere la coscienza individuale umana è qualcosa di ancora informe e mal definito, sicuramente non definitivo e in fieri; quelle persone a cui siamo affezionati e che amiamo, o che magari invece detestiamo, non esistono realmente, sono il prodotto di una simulazione e la loro vera realtà è nascosta e incomprensibile a occhi terreni. Se hai vissuto tutta una vita con tuo marito o con tua moglie, con tuo figlio o tua figlia, con genitori o fratelli e amici, sappi che non li hai mai visti veramente e che loro non hanno mai visto te: conoscere le persone non è un fatto immediato, ma occorre molta attenzione e molto studio, perché qui nel mondo terreno quello che sembra non è, e ciò che è non sembra mai. Il mondo umano è dunque una zona paludosa e instabile, zona di sabbie mobili e fate morgane, dove tutto muta e svanisce, si rivela illusione; quello a cui tieni in breve va perso, dissolto e inghittito dal tempo.

9.11.Avrei voluto concludere questo mio scritto con asserzioni rassicuranti e gaie, riguardo alla possibilità di ritrovare i propri cari nel post mortem, avrei voluto dare conforto a chi ha perso un figlio o una figlia, un amico o un’amica; ma non posso. Le cose non sono così semplici. Per ritrovare ciò che abbiamo perso, le anime dei nostri cari, occorrerebbe saperle riconoscere, e non è facile, perché essi mutano, il loro aspetto terreno si dissolve e anche il loro carattere e le doti naturali innate, e cioè tutti quei tratti che componevano la loro personalità terrena, e che dipendevano dall’identificazione col corpo aggregato e nascondevano la loro vera forma spirituale, si dissolvono e vanno persi. Il ruolo che imponeva loro la società terrena, da cui essi venivano plasmati, il sistema di valori che la cultura terrena aveva loro inculcato e da cui essi ricavavano le loro tendenze desiderative ed affettive, nonché il loro metro di giudizio e il loro comportamento, tutto questo si è dissolto nel post mortem e, in una parola, è svanita la loro personalità terrena. In questo senso essi sono morti: non sono più quello che erano prima. Quello che rimane di loro dipende da quanto sono riusciti a costruire attivamente e individualmente nel loro pensiero, da quali contenuti hanno introdotto nella loro coscienza; sono questi infatti che si rispecchiano nel mondo spirituale, e se essi sono vaghi e oscuri l’anima non è ancora nulla, mentre è un essere stabile e luminoso se ha raggiunto la verità con i retti mezzi, con gli opportuni strumenti logici. Come ritrovare ciò che abbiamo perso? Occorrerà riflettere seriamente sulla condizione dei morti nel corso dei nostri futuri studi; mi propongo di riordinare e riesaminare tutte le mie visioni che riguardino le anime trapassate e la loro nuova vita, per cercare di capirci qualcosa di più; inoltre, se il Lettore vorrà seguirmi, potrò aggiungere il racconto di come ho ritrovato Giacinto, il mio gatto. Un’anima innocente, non ancora entrata nel campo di esperienza del male, rivestita di un corpo di specie felina è diversa da un essere umano; ma la vicenda è molto istruttiva ed è dunque importante registrarla. Sarà oggetto prossimamente di uno scritto che farò comparire sul presente sito, se le forze non mi verranno a mancare.


CONCLUSIONE.

 

Possiamo ora riassumere i risultati di questo faticoso viaggio fra i mondi, e conservarli nel nostro bagaglio:

 

1.Chiamiamo “realtà” l’insieme dell’essere, che è pensiero con i suoi contenuti, e della sua immagine visibile; la realtà visibile, quella serie di immagini che esprimono l’essere, è creata dalla “forza del sogno”, e cioè dall’immaginazione, che è un tipo di pensiero, e precisamente è il pensiero quando si serve, per esprimersi, delle immagini di un linguaggio simbolico. Le immagini prodotte dall’immaginazione si chiamano anche “corpi” e l’immaginazione, quando immagina sé stessa, appare come spazio

2.Le cose visibili, dunque, cioè gli oggetti corporei, non hanno la realtà dell’essere, ma hanno la realtà dell’immagine e sono prodotto del pensiero. Fra essere e immagine vi è un rapporto di significazione: l’immagine esprime l’essere, lo rende visibile, ogni corpo è un segno che riporta a un significato. Vedo realmente quel corpo se guardandolo ne colgo il significato, cioè comprendo la realtà invisibile che esso significa.

3.L’anima che conosce l’essere, rappresentandolo per mezzo delle rette idee, e che possiede la “forza del sogno”, o immaginazione, e cioè la capacità di pensare immagini visibili, e perciò di produrre corpi, si fa spazio e mondo rappresentando in sé stessa visibilmente l’essere, pensiero e coscienza con i suoi contenuti. Questa è la vera realtà.

4.L’anima, dunque, e cioè ogni atto di coscienza dell’essere, non ha bisogno di “essere portata in paradiso”, perché il paradiso non è un luogo extramentale, nessun luogo lo è: l’anima è paradiso a sé stessa quando nel suo spazio riflette la verità, quella vera, ottenuta con l’applicazione del retto metodo di pensiero logico-razionale, il logos autentico, e si fa mondo luminoso e chiaro. Se al posto del vero logos, del pensiero logico-razionale, ella ha nel proprio pensiero delle copie contraffatte di esso, ossia dogmi irrazionali, pseudo-razionalità, discorsi oscuri o concezioni sconnesse e contraddittorie, ella non ha la possibiltà di essere spazio e mondo, e rimane oscura e informe.

5.Gli infiniti spazi e mondi, e cioè le infinite immagini che di sé ha l’essere infinito, sono la manifestazione del bene: poiché chiamiamo bene l’essere, e l’essere è coscienza e conoscenza di sé, le coscienze che rappresentano l’essere e mediante cui l’essere vede e conosce sé stesso, sono il bene; come dire che gli infiniti mondi sono il bene reso visibile e manifesto.

6.Se senti una cosa come bene, la ami; quando senti amore per una cosa visibile, ciò che ingenera in te questo sentimento lo chiami “bellezza”: quando un oggetto visibile è immagine del bene, lo chiami “bello”, perché provoca in te il sentimento della bellezza, cioè lo ami di uno specifico amore. La fruizione del bene è felicità; la visione del bello è beatitudine. Si chiama anche eros, con parola greca, ed è l’amore suscitato dal bene fattosi visibile. Questo è il vero erotismo, amore del bello e del bene, la forza universale che fa essere i mondi e li lega eternamente in un vincolo d’amore reciproco, del quale ciò che in terra si chiama “erotismo”, e cioè un sentimento degradato a istinto sessuale che facilmente scade poi in bestialità, è solo un volgare e disgustoso scimmiottamento, una copia contraffatta e irrazionale.

7.Solo se sai che cos’è l’essere sai trovare il bene, perché l’essere è il bene, e solo se senti una cosa come bene la ami; dunque se non sai che cos’è l’essere e non sai che cos’è il bene, non puoi amare l’essere perché non lo riconosci come essere e come bene. Tanti, infatti, disprezzano il pensiero, che è l’essere, e vanno a cercare falsi beni dove l’essere non c’è e dove dunque non c’è il bene ed è assente la bellezza. Infatti puoi riconoscere le immagini visibili del bene, che è l’essere, solo se sai che cos’è l’essere; e dunque solo se conosci l’essere grazie alla retta ontologia e ne sai riconoscere le immagini visibili grazie alla capacità di comprenderne il linguaggio puoi fruire della bellezza, l’amore per l’essere visibile e cioè per il bene manifesto, ed essere beato. E poiché chiamiamo la fruizione della bellezza o beatitudine anche “paradiso”, solo se conosci l’essere grazie alla retta ontologia, cioè all’applicazione del retto metodo logico-razionale, puoi fruire del paradiso: l’anima che vede e comprende le immagini dell’essere, e sa che l’essere è il bene, ama queste immagini e ne sente la bellezza, perché sa che il bello è la manifestazione del bene, e allora l’anima ama di quel tipo di amore che si chiama eros ed è questa la beatitudine, il paradiso. Qui in terra l’uomo erotico (o la donna, si capisce, dotata di eros) si chiama anche mystes, o “mistico”, perché è costretto a tacere, a chiudersi nel nascondimento e nel silenzio onde non incappare nei rigori di un’inquisizione che da religiosa, in questi ultimi secoli, è passata a essere razionalistica.

8.Chi inganna l’anima sull’essere e sul bene, imponendole mezzi diversi  dalla retta  conoscenza dell’essere per “arrivare in paradiso”, e dunque le impedisce di amare il vero bene e fruire della bellezza e di trovare il vero paradiso, perde l’anima e non la salva, se chiamiamo “salvezza” o meglio (fuori dalle traduzioni imprecise e ingannevoli del cattolicesimo) “salute” la forma eletta dell’anima, quella che deriva dal possesso della verità, e cioè dalla conoscenza del vero essere e del vero bene, senza la quale è impossibile all’anima fruire della bellezza e di essere beata in paradiso. Questi, che promettono di procurare all’anima il paradiso per mezzo di un culto, cioè di un osservanza inutile, di riti e di preghiere, e adorazioni verso un Dio personale che non esiste ma è finzione satanica, e poi la deprivano della retta conoscenza dell’essere, e cioè della verità che è il bene, le sottraggono anche il retto amore, perché si ama ciò che si crede bene e l’amore è dunque sviato verso falsi beni in chi non conosce la verità, e di conseguenza le impediscono anche la fruizione della bellezza, che è la manifestazione visibile del bene, la quale è possibile solo a chi conosce il bene, la verità, il vero essere. Le sottraggono perciò il paradiso e la beatitudine, e la condannano a smarrirsi nella tenebra, in stato infernale. La luce infatti è l’immagine della verità, che è l’insieme delle rette idee mediante cui l’essere pensa sé stesso, ed è ciò che ci consente di vedere la bellezza cioè di fruire della retta immagine dell’essere; perciò la negazione della verità è tenebra, cioè male e bruttezza. Sostituire dogmi irrazionali alla verità, al vero logos, che è ciò che l’anima pensa quando impiega rettamente la ragione applicando il metodo logico-razionale, significa allontanare l’anima dal paradiso, dalla bellezza e dalla beatitudine, significa perderla e non salvarla, e costringerla nella tenebra dell’inferno.

9.L’anima umana ha perso la “forza del sogno”, la sua capacità di essere spazio e mondo, di essere bella e amabile dunque, oggetto di eros, quando, per via dell’identificazione col corpo aggregato, ha perso la retta nozione di essere e dunque la possibilità di produrre materia, e cioè di produrre della propria coscienza, che è il pensiero che si pensa mediante la retta idea di essere, un’immagine liquida e cristallina, il principio materiale e cioè informe che ricevendo le altre forme genera i corpi del vero mondo; non è più fonte di acqua viva, oro è pozzo morto di nera melma. Ella ha perso nozione del rapporto logico di significazione che vi è tra l’essere e la sua immagine, cioè tra il pensiero e i corpi; pensa che i corpi siano indipendenti dal pensiero e che ciò che è extramentale sia il vero essere, e ha perso la nozione della vera causalità, ignora di essere ella stessa la causa della visibilità e della corporeità e pensa, al contrario, di dover ottenere l’essere da qualcos’altro, quando ella stessa, insieme a tutte le altre coscienze, è l’essere e cioè il pensiero, fonte della realtà.

10.Nell’anima umana, le idee rette che discendevano per deduzione dall’assioma fondamentale, l’idea di essere come pensiero che ha conoscenza di sé, sono state tutte sostituite da concetti errati, dal momento che tale assioma fondamentale si è eclissato. In particolare, qui abbiamo studiato come siano errati ed irrazionali i concetti comuni di realtà e sogno, di allucinazione, di oggetto e di corpo, di esperienza reale, di normalità, di stato di veglia e di sonno. Si è anche accennato a quanto sia irrazionale l’antitesi tra materiale e spirituale, tra naturale e soprannaturale, che si fa corrispondere in genere all’antitesi tra visibile e invisibile, corporeo e incorporeo; qui abbiamo dimostrato che lo spirito, ben lungi dall’essere incapace di visibilità e corporeità, è invece la fonte della vera visibilità e dunque della vera corporeità, ripristinando il legame causale che c’è tra pensiero e immagine, tra invisibile spirituale e visibile corporeo. La vera materia è prodotto dello spirito, è un’immagine e il vero corpo anche; la falsa materia, quella composta di atomi è un prodotto spirituale anch’essa e anch’essa consta di immagini, ma finge di non esserlo e di essere cosa extramentale, di avere la realtà dell’essere e non quella dell’immagine.

11.Abbiamo infatti constatato come il mondo dell’esperienza terrena sia una simulazione ingannevole, frutto delle operazioni congiunte di più intelligenze, le quali producono, immaginando, uno spazio dove si riflettono e si aggregano atomi, e cioè spiriti condizionati a pensarsi secondo una forma microscopica e a legarsi in composti, soggetti ai cambiamenti e ai moti impressi in loro secondo leggi convenzionali e arbitrarie dalle intelligenze della Natura; e altri spazi che sono immaginazioni le quali riflettono, rendendola visibile, una forma macroscopica, un oggetto cioè ricavato dalle idee di volume, di supeficie, e delle varie forme geometriche e completato con parametri numerici, qualità e proprietà, la quale dipende artificiosamente dalla struttura dell’aggregato d’atomi associatole, sicché tale complessa idea, riflessa nello spazio, cioè nell’immaginazione di un’intelligenza capace di costruirne un’immagine, è il corpo fisico. Questi corpi aggregati, o corpi fisici, così formati dall’unione di struttura atomica riflessa nel primo spazio e di forma macroscopica riflessa nel secondo spazio, a noi esseri umani sembrano veri oggetti, anzi veri esseri, indipendenti dal pensiero e fatti di una materia extramentale, perché la vera fonte di essi se ne sta nascosta e l’anima, costretta a identificarsi col “suo” corpo aggregato ha perso ormai coscienza del legame causale che c’è tra il pensiero e la sua immagine, tra coscienza e materia; ignora quindi di poter produrre da sé la sua materia e il suo vero corpo tramite la “forza del sogno”, trovandosi in questa condizione, e pensa dunque che l’essere sia una serie di oggetti visibili che stanno fuori di lei e fuori dal pensiero, mentre pensa a sé stessa  e ai suoi contenuti come a qualcosa di non reale. Ella ormai ignora che è il pensiero ad avere la realtà dell’essere, mentre le cose visibili hanno solo la realtà dell’immagine e per esistere devono essere prodotte dal pensiero. Altrove, negli scritti sulla cura dell’anima e sull’etica, abbiamo esaminato le conseguenze patogene di questo, come cioè la concezione di un falso essere e dunque di un falso bene trascini, appunto, l’anima verso ai falsi beni, e la spinga nella condizione di malattia, nel groviglio di tendenze desiderative e affettive irrazionali, mentre nel presente scritto abbiamo sottolineato come in questo stato l’anima abbia perso la capacità di essere mondo e paradiso, di esprimere in sé stessa il bene e di essere bellezza.

12.Abbiamo cercato di capire qual è il destino dell’anima umana, che cosa l’aspetti una volta libera dall’aggregato terreno e fuori da quello spazio che ora la invade con i suoi contenuti e la frastorna, impedendole di vedere il suo vero aspetto e il vero aspetto delle altre anime, e l’essere e i mondi, imponendole la sola visione delle forme macroscopiche dei corpi aggregati. Ma abbiamo dovuto lasciare in sospeso la questione perché troppo difficile e ci difettano ancora nozioni e dati sufficienti per trovare conclusioni riguardo alla condizione dell’anima ancora in via nel post mortem. Abbiamo solo potuto constatare come esistano mondi diversi dalla Terra che ospitano le anime ancora incapaci di essere mondi esse stesse, e che in essi si trovano oggetti di pensiero e ricordi molto familiari a chi sia avvezzo all’esperienza terrena, paventando però il pericolo che non tutti siano in grado di usufruire di un tale aiuto. Tutto questo, dicemmo, dovrà assere oggetto di prossime ricerche, che verteranno sul concetto di individualità e personalità, su che cosa sia realmente l’uomo, in che condizioni si trovi la coscienza in stato umano e su che cosa realmente può rimanere di lei una volta uscita dai condizionamenti della Natura.

 

C’è ancora qualcosa da dire, prima di terminare questo lungo studio sul concetto di realtà: vorrei tornare alla prima visione da me ricevuta nella mia vita terrena, quella riportata al §2.5 e tentare di darne spiegazione. Durante quest’esperienza, io vedevo la mia stanza e cioè un’immagine del mondo terreno, e mi sentivo perfettamente sveglio; il mio corpo aggregato non era assente come poi accadrà in tutte le visioni del periodo successivo, ma lo vedevo e lo sentivo, anche se mi sembrava paralizzato e scosso da dolorosi brividi. Gli oggetti del mondo terreno, quelli fatti di atomi e forma macroscopica riflessi nello spazio, rispettivamente, della Terra e del “mio” sistema nervoso, erano mescolati a oggetti di tipo diverso: l’immagine del cane dalmata era un corpo semplice, era un simbolo che manifestava la presenza non della coscienza incarnata nel nostro cane dalmata di famiglia, che in quel momento sarà stato buono al suo posto o a spasso nel giardino, ma di un demone della Natura, quello che mi stava chiamando; ma dietro a lui c’era il pianoforte, cioè un oggetto fatto di materia aggregata. Addirittura le sue corde si sono messe a risuonare per simpatia quando nello spazio, in quello spazio che evidentemente era ancora lo spazio terreno, l’immaginazione cioè degli angeli della Terra, ma che eccezionalmente stava riflettendo anche l’immagine di un corpo simbolico, semplice atto di penseiro, si è udita la voce di un morto. Di solito gli spazi terreni non ci comunicano suoni quando non vi siano quei particolari spostamenti dei corpi aggregati che noi chiamiamo vibrazioni, cioè gli ordinati spostamenti delle immagini microscopiche e le oscillazioni conseguenti che noi vediamo nella forma macroscopica corrispondente; ma poiché questa causalità meccanicistica è una simulazione e anche il suono “fisico”, in realtà, è un semplice prodotto del pensiero del “nostro” sistema nervoso, solo che egli ce lo comunica se e soltanto se siamo in presenza di ciò che egli vuole accreditare come causa meccanica del fenomeno, nulla ha impedito allo spazio terreno in quel momento di comunicarmi, eccezionalmente, il pensiero del suono anche in assenza di aggregati in movimento: ha solo sospeso per un momento la sua simulazione. E le corde “fisiche” del pianoforte sono state mosse come per un’applicazione della legge della simpatia (o risonanza, che dir si voglia), per la quale una corda, anche se non percossa, si mette a vibrare se un suono della sua stessa frequenza naturale si produce nei suoi pressi. E’ una delle tante leggi meccanicistiche simulate dai demoni della Natura: chi fa muovere la corda non è la vibrazione del primo suono, che è solo un’immagine e non può fare nulla; e anche la corda è solo un’immagine. E’ l’angelo (o demone, che dir si voglia, una delle intelligenze della Natura, cioè) che riflette nella propria immaginazione gli atomi, e cioè lo spazio terreno, che sposta alternativamente le immagini degli atomi della corda dentro di sé, in modo che il mio sistema nervoso sposti nel proprio spazio anche l’immagine macroscopica della corda e a me sembri che essa oscilli, e lo fa sempre in presenza di un suono simile a quello della corda e mai in sua assenza, per simulare la legge meccanicistica della simpatia o risonanza, che invece non esiste; poi, il suono della corda che risuona per simpatia non è prodotto dalla vibrazione della corda, ma è, come tutti gli altri suoni, un pensiero del “mio” sistema nervoso. E’ lui infatti che mi comunica tutti i suoni che sento, fingendo però che essi provengano dagli “oggetti esterni” secondo leggi meccaniche e che occorra, per udirli, la presenza dei “miei” organi dell’udito, nel modo che abbiamo già esposto al §7.13, quando non è così. Quella volta lo spazio terreno, eccezionalmente, ha mosso gli atomi della corda e il mio sistema nervoso ha prodotto in me il suono corrispondente anche in presenza di un suono del mondo spirituale, cioè che non fosse accompagnato da una simulazione meccanicistica opera dell’accordo tra i due spazi, quello degli atomi e il “mio” sistema nervoso: essi hanno sospeso per un momento la loro simulazione, che vuole farci credere a una netta separazione del fisico dallo spirituale, e hanno applicato la legge di risonanza anche in presenza di un suono non “fisico” ma evidentemente prodotto da un pensiero. Anche gli oggetti del mondo fisico sono prodotti del pensiero, ma di un pensiero che finge di non essere tale, e dunque i due mondi, che in realtà sono uno solo, possono a volte mescolarsi, quando eccezionalmente le intelligenze della Terra decidono di abolire il confine fittizio che li separa, e ospitano nella loro immaginazione anche corpi semplici e sensazioni non mascherate dal finto meccanicismo. Ecco perché quella voce ha potuto provocare la risonanza delle corde del mio vecchio pianoforte. L’unica cosa che non ho capito è perché quel tizio morto incolpasse me del suo ritardo: dopo più di trent’anni, questo ancora non mi è stato spiegato. Riterrei segno di buona educazione, se costui tornasse e mi chiarisse gentilmente tutta la faccenda.

 

Gregorio Agis.

18 aprile 2008.