GREGORIO AGIS.
L’ESSERE, L’ANIMA, I MONDI.
Studio avanzato sul concetto di realtà.
CONTENUTI:
Introduzione.
Il richiamo dei mondi: sogno è realtà, e la realtà è sogno (libro I).
Rispondere al richiamo (libro II).
I primi ostacoli: errori da evitare (libro III).
Gli enigmi sui corpi e sulle materie: complicazioni e trappole da affrontare (libro IV).
Ancora sugli enigmi e sugli ostacoli: complicazioni e difficoltà (libro V).
Ancora enigmi: il corpo non c’è. Spazio e spazi, e molti corpi per un essere (libro VI).
La mappa dei mondi (libro VII).
Altri dettagli per la nostra mappa dei mondi (libro VIII).
Ritrovare ciò che è perso (libro IX).
Conclusione.
INTRODUZIONE.
0.1.Dopo aver posto con il nostro primo scritto di ontologia, quello intitolato Il fondamento della ricerca, i fondamenti, appunto, della ricerca sull’essere, propongo qui di proseguire il cammino e di addentrarci in argomenti più avanzati. Iniziamo da un argomento importante, indispensabile anzi, perché l’anima si risvegli e recuperi le sue facoltà vitali, quelle che le consentano di ritrovare sé stessa, il proprio vero e vivo essere, di riconoscersi cioè come fonte inesauribile di splendore e di vita, libera ed autonoma, capace di nascere da sé senza bisogno di altro che di sé stessa e della propria verità.
0.2.Il Lettore ricorderà, spero, i contenuti del I libro de Il fondamento della ricerca: avevamo purificato l’anima dalle comuni concezioni sull’essere, che sono false e dunque la inquinano rendendola torbida e incapace di riflettere di sé una retta immagine; avevamo eliminato dalla nostra capacità riflessiva macchie quali i concetti errati di “materia”, “realtà extramentale”, “oggettività”, ed eravamo così arrivati a vedere l’essere nel pensiero che pensa sé stesso, che si conosce rappresentandosi, e avevamo chiamato “idea” ogni retta rappresentazione che l’essere ha di sé. A questo punto (§1.13) avevamo asserito che “intrinseca all’essere è l’idea di linguaggio”, e tramite questo eravamo arrivati a spiegare l’esistenza di una realtà fatta di immagini sensibili come prodotto del pensiero, avevamo cioè stabilito un legame causale tra immagine ed essere, intendendo per essere o vera realtà il pensiero e l’insieme dei suoi contenuti, e assegnando al corpo, a ciò che è visibile, la realtà dell’immagine, che esprime l’essere ma non è essere. Abbiamo anche dato una precisa definizione dello spazio (§1.14 e segg.) come “immagine dell’immaginazione dell’essere”, sostenendo dunque che spazio e corpi sono immagini prodotte dal pensiero quando esso si serve del linguaggio delle immagini e diventa appunto immaginazione.
0.3.Il Lettore, arrivato al §1.13 de Il fondamento della ricerca, ce ne rendiamo conto, correva un pericolo gravissimo: a causa della situazione in cui si trova l’anima qui, legata a un corpo aggregato, e anche della ormai millenaria abitudine di pensare all’essere come a un Dio creatore personale, molti Lettori, sentendo parlare di un essere che produce spazio e corpi col pensiero, avranno concepito questo come un altro essere, diverso da sé stessi, un “Essere Sommo” diverso dagli individui umani o d’altra specie. Infatti l’anima qui non ricorda più di essere fonte della materia, né si rende più conto della propria capacità di foggiare da questa materia corpi, solo pensando; ella non ricorda più, né può sapere di essere dio. Ma poi, chi abbia letto attentamente il II libro del medesimo scritto deve ben essere sfuggito a un tale pericolo, quello di personificare il principio come fanno i Cattolici e le altre religioni monoteiste e di crederlo Dio, un essere personale sopra gli altri esseri, loro creatore onnipotente, che è l’errore più disastroso che si possa commettere, un errore logico che produce superstizioni deleterie per l’anima umana e danni incalcolabili nella storia, come deve aver compreso chi ci ha seguiti nello studio intitolato La Natura. Temiamo però che alcuni Lettori intelligenti, e proprio per questo disgustati dalle credenze religiose, vedendo profilarsi il pericolo che le nostre argomentazioni potessero approdare a conclusioni coincidenti con la teologia cattolica, per tema di veder ricomparire quel Dio assurdo e ripugnante a ogni anima retta, abbiano perciò interrotto la lettura a quel punto e non abbiano accettato le nostre premesse, omettendo di prendere atto delle vere conseguenze di esse. Non sarebbe la prima volta che succede così: a ogni tentativo di discutere su questi argomenti, appena arrivo al nucleo della nostra ontologia, l’assioma dell’identità tra pensiero ed essere, e al linguaggio come forza creatrice del mondo visibile, mi sento dare frettolosamente del fideista, dell’irrazionale, del superstizioso e così via; viceversa, coloro che fondano la propria esistenza sulla fede rifiutano la dimostrazione razionale, o, nel migliore dei casi, l’accettano solo se essa è rivolta unicamente a corroborare i suoi dogmi, sicché in mezzo a questa umanità divisa in due mezzi eserciti che si combattono tra loro mi trovo sempre solo ed emarginato, e, quel che è peggio, inascoltato.
0.4.Per tale motivo, dunque, trovo impellente approfondire come primo argomento proprio questo: l’anima come fonte dei suoi mondi, l’anima come spazio e materia che sa darsi forma, quando ha in sé la luce delle idee rette. Dobbiamo sgomberare il campo da molti impedimenti, eliminare dallo “specchio”, la capacità riflessiva dell’anima, molte macchie e incrostazioni, cioè errori concettuali, pregiudizi, idee confuse e contraddittorie, che le impediscono di svolgere correttamente la sua principale funzione, quella di rappresentare in sé l’essere. Dovremo lottare contro una falsa scienza farneticante e infondata, la psicoanalisi, la quale vorrà convincerci che le nostre visioni dell’essere e dei suoi mondi sono sogni, allucinazioni o “prodotti dell’inconscio”. Ma abbiamo ormai procurato a noi stessi, alla nostra anima, le armi indispensabili per sconfiggere chi vuol confondere i nostri passi mentre camminiamo: la logica, il principio di ragion sufficiente e l’assioma fondamentale, la visione dell’essere come infinite coscienze dell’infinito pensiero...
0.5.Penso sia indispensabile, infatti, che l’anima ritorni a vedere il vero mondo, quello fatto di pensiero e di immagini prodotte dal pensiero, corpi semplici e simbolici i quali sono segni che significano le vere realtà, e cioè i contenuti invisibili del pensiero, ma che il pensiero sa rendere visibili, appunto, esprimendole mediante segni. Altrimenti, in mancanza dell’esperienza del vero mondo, l’anima non riuscirebbe ad ammettere che ciò che oggi le pare realtà sia invece un’ingannevole simulazione, o almeno lo farebbe molto difficilmente, mentre nei nostri precedenti scritti sulla cura dell’anima e sull’etica già abbiamo dimostrato come, perché l’anima guarisca dalla sua inclinazione all’odio, che è la vera sua malattia, ella debba ritrovare la retta visione di sé e del vero essere, onde ripristinare il proprio retto valore e tornare ad amarsi, liberandosi dai “punti di alienazione del valore”, i mezzi coi quali tende ad appagare quella superbia che la inclina all’odio in cerca di un valore spurio, spinta dalla mancanza di quello vero: eliminando gli errori concettuali sull’essere, ella può liberarsi dalle false concezioni sul bene e sul male che le derivano dall’identificazione col corpo aggregato e dal credere l’essere come qualcosa diverso da sé, e può tornare a percepire sé stessa e le altre anime come essere e come bene, e amare così sé stessa, tutti gli esseri, tutto l’essere. Se il Lettore mi seguirà fino alla fine del presente scritto troverà il bene nel vero essere, e la bellezza nella sua immagine, il vero mondo; e poiché chiamiamo beatitudine o paradiso la fruizione della bellezza, mi segua il Lettore, e troverà il vero paradiso.
LIBRO I.
IL RICHIAMO DEI MONDI. SOGNO E’ REALTA’ E LA REALTA’ E’ SOGNO.
LIBRO I.
INDICE DEGLI ARGOMENTI.
Non è un caso raro fra gli esseri umani avere sensazioni o intuizioni che richiamano alla vera realtà(1.1-1.2). L’anima in genere si trova impreparata ad accogliere tale richiamo: l’esperienza iniziale di Agis(1.3-1.4; 1.6).
Discussione sul concetto di normalità(1.4-1.5). Discussione sui concetti di realtà e sogno(1.7-1.13).
Dopo la correzione terminologica ci accorgiamo che le due parole “sogno” e “realtà” hanno la stessa definizione(1.14); ne possiamo concludere che è la “forza del sogno” a creare la realtà visibile (o corporea, che dir si voglia), cioè l’immaginazione, e che non c’è antitesi tra realtà e sogno, perché il sogno, che è visione di immagini, è esperienza della realtà, e l’esperienza è sogno(1.15-1.16). Breve ripresa sul concetto di normalità(1.16, in fondo): se ora riguardiamo l’esperienza descritta nel §1.6, non abbiamo più dubbi, non è solo un sogno, come dire che non è reale: è un sogno, e proprio perciò è esperienza reale(1.17).
1.1.Sono sicuro che il Lettore, o la Lettrice, abbia avuto almeno una volta nella sua vita l’impressione che si aprisse uno spiraglio, e che attraverso tale spiraglio Gli o Le si sia mostrata, brevemente ma chiaramente, una realtà diversa; magari tale visione sarà stata accompagnata da una sconcertante impressione di certezza, come qualcosa che abbiamo sempre saputo, ma che nello stato di coscienza consueto non ricordiamo più o a cui non facciamo più caso da tanto tempo. Nel 1981, quando ero nel mio ventunesimo anno, ho appuntato nel mio diario un’esperienza simile:
...mi era venuto come un pensiero che era apparso e
scomparso in un istante, lasciandomi la certezza di aver visto un’idea che era
la soluzione e la risposta di tutto; come dire un’idea semplicissima a cui però
nessuno pensa e che invece servirebbe moltissimo... Qualcosa che di giorno
dimentichiamo, ma che pensiamo di notte; è durante il giorno che non ci
pensiamo, non ricordiamo più. Se solo riuscissimo a conservarne la memoria: è
una cosa importante.
1.2.Sì, è una cosa importantissima quella che dobbiamo “ricordare”, ma essa giace sepolta sotto gli inganni e le illusioni del mondo terreno, nascosta dal corpo aggregato e dalla nostra identificazione con esso, che ci copre la vera materia e il vero corpo, quella materia che è il riflesso nello spazio della nostra coscienza e quel corpo che è frutto dell’unione tra tale matrice spirituale e le idee alle quali essa si rivolge e che essa rispecchia, quando le rappresenta in sé con un consapevole atto di pensiero.
1.3.Quando ricevetti questo richiamo, non ero ancora un filosofo, ero molto confuso e mi trovavo, come tutti, irretito negli errori del senso comune: avevo un concetto contraddittorio di realtà come “ciò che cade sotto ai sensi” e come “mondo oggettivo extramentale”, cioè pensavo reale solo ciò che fosse “fatto di materia”, e pensavo alla materia come a qualcosa di eterogeneo al pensiero e alla coscienza. Mi avevano insegnato a scuola che è reale solo ciò che è empirico e oggettivo, ma non avevo ancora notato la contraddittorietà di questa asserzione (cfr. Il fondamento della ricerca, §§1.2-1.3): come può essere oggettiva un’esperienza? ciò che cade sotto i sensi è, per definizione, soggettivo, e un’esperienza oggettiva non esiste, è una contraddizione in termini. D’altronde ero anche infarcito di quella religiosità vagamente cattolica che un’anima può assorbire dalla cultura comune, dalla lettura di Dante, per esempio, o da quelle vacue chiacchiere che gli insegnanti di religione chiamavano pomposamente “dibattiti”. Non frequentavo chiese o parrocchie, ma da bambino avevo dovuto seguire il catechismo, per ricevere i sacramenti, e anche alle elementari la cultura dominante inculcatami dalla scuola di stato era fortemente impregnata da motivi religiosi. In quel momento cruciale della mia vita non avevo ancora deciso se credere in Dio e diventare religioso o se abbracciare una mentalità scientifica e diventare ateo e materialista; insomma, mi trovavo a un bivio senza sapere che entrambe le direzioni erano sbagliate, che da qualunque delle due parti avessi svoltato, mi sarei trovato a camminare verso il male. Meno male che mi sono rifiutato di scegliere.
1.4.Nel 1981, quando la mia anima ricevette quell’imperioso richiamo, anche se non ero ancora un filosofo, ero già avvezzo da lungo tempo a esperienze, diciamo così, alternative. Così vengono illogicamente considerate dalla cultura comune: “stati alterati di coscienza”. Pessima definizione, perché definisce ciò che è alterato rispetto alla normalità senza prima aver dato una definizione logica di normalità. Spacciare per normalità la consuetudine è un errore concettuale: ciò a cui noi siamo abituati, infatti, può anche non essere veramente normale. In un mondo dove la maggior parte delle persone, o anche tutte, si fossero allontanate dalla norma, si chiamerebbe normalità una condizione anormale. Se, caro Lettore o cara Lettrice, Le dovesse capitare di trovarsi in un paese dove tutti hanno una gamba sola e dove viene reputato anormale o para-normale chi ne ha due, Lei si farebbe amputare una gamba per tornare alla “normalità”? Immagino di no. Ora, chi mi seguirà potrà rendersi conto che lo stato di coscienza che gli uomini considerano normale, dando per scontato che ciò a cui siamo abituati debba essere la norma, è invece uno stato profondamente alterato della coscienza, menomato anzi, perché noi siamo abituati alla condizione umana, che è ottenebramento e malattia, e non normalità. Se per normalità, infatti, intendiamo la condizione che realizza in sé la norma, una volta trovata la norma, che è quella verità sull’essere e sul bene prodotta dal retto impiego del metodo logico-razionale, la quale ci siamo affaticati ad esporre nelle precedenti opere di questo sito, possiamo anche stabilire che la condizione dell’anima unita a un corpo aggregato e completamente dimentica di sé e dell’essere non è di normalità, ma di malattia grave.
1.5.In particolare, è anormale che un’anima, la quale è uno degli infiniti atti di coscienza dell’essere e che dunque è l’essere stesso, invece di trovare le immagini dell’essere direttamente dentro di sé, nel proprio pensiero, che è l’essere, debba ricevere percezioni attraverso un aggregato che le fa credere di essere il suo essere, spacciandosi per suo corpo, quando invece le è estraneo, e che le fornisce mediante un lavorio farraginoso delle sensazioni spurie e ingannevoli, incomprensibili, in base alle quali ella è costretta a credere che la realtà sia fuori di lei e che i suoi contenuti e pensieri siano irreali. Sono da ritenersi normali, piuttosto, tutte quelle esperienze che l’anima vive senza che esse dipendano dal corpo aggregato, quando essa sogna e ha visioni, o sente pensieri suonare dentro di sé, senza che questo dipenda da quelle cause che sembrano meccaniche, ma non lo sono, e sembrano governare secondo quelle che sembrano leggi costanti, ma non lo sono, quelli che sembrano corpi extramentali ma non lo sono affatto, e sono invece aggregati di spiriti. Questa, lo si ricorderà, era la materia da noi trattata nei libri III e IV de Il fondamento della ricerca, e che sarà approfondita anche oltre, nella presente opera.
1.6.Sono sicuro che esperienze extra-aggregato (forse potremmo chiamarle più semplicemente esperienze spirituali, ma non chiamiamole “extra-corporee”, perché il vero corpo sta proprio là, nel mondo fatto di pensiero, che è la somma cioè delle immagini prodotte dal pensiero, le quali secondo la nostra definizione contenuta ivi, §1.14 sono i veri corpi), quali erano accadute a me fin da circa la metà degli anni settanta, capitino a tutti una o più volte nella vita: sarà capitato a tutti di svegliarsi al mattino, ma sentirsi rotolare giù dal letto con mossa lieve, e di trovarsi in un altro spazio; sarà capitato a tutti di accorgersi meravigliati di una straordinaria sensazione di leggerezza, di pace e di silenzio; di guardarsi intorno smarriti per capire che oggetti siano questi, che sembrano simili a quelli “della veglia”, ma poi non rispondono quando cerchi di interagire con essi come al solito: perché, se cerco di premere l’interruttore della luce, questa non si accende? e perché se tento di muovermi galleggio e vado a battere, senza provare alcun dolore, sul soffitto?
1.7.Ma, mi si dirà, erano solo sogni. E’ così che deve averli considerati la stragrande maggioranza di chi ha vissuto esperienze del genere, omettendo quindi di prestare loro attenzione; ed è questo un esempio lampante di come le parole usate malamente, e cioè il pensiero inceppato in concetti errati, precludano all’anima la possibilità di trovare l’essere, sé stessa, il vero mondo, sfuggendo alla sfera dell’esperienza ingannevole dove ora si trova imprigionata. C’è a questo proposito una graziosa storiella che raccontano i maestri orientali, quella del guerriero e della farfalla: un grande guerriero, forte e muscoloso, sognava tutte le notti di essere una farfalla e di volare lieve di fiore in fiore in mezzo ai prati, finché non si risvegliava e non si ricordava di essere un guerriero. Un giorno qualcuno gli chiese: ma sei un guerriero che sogna di essere una farfalla o una farfalla che sogna di essere un guerriero? Anch’io mi sono trovato di fronte alla stessa domanda dopo aver vissuto a lungo esperienze nel vasto mondo delle immagini simboliche, dopo aver ammirato ampi scorci dei paesaggi spirituali, dopo aver intravisto quel mondo quieto e splendente e le sue infinite città di cristallo, dove si svolge silenziosa la vera vita dell’anima: dov’è la realtà? che cosa è reale e che cosa è solo sogno? Come distinguere la realtà dai sogni?
1.8.Il senso comune e, dietro ad esso, la scienza materialista considerano “esperienza reale”, in antitesi con “i sogni” solo quella che si presume causata da un oggetto esterno fatto di materia, cioè di qualcosa che si pretende extramentale ed eterogeneo al pensiero, e governato da una serie di leggi naturali meccanicistiche e afinalistiche, intese cioè come esistenti da sé costantemente, senza un legislatore che le ponga e le mantenga valide per qualche scopo. Abbiamo già disquisito a lungo su questi argomenti nei nostri precedenti scritti, Il fondamento della ricerca e La Natura, e chi li abbia letti con attenzione deve ormai aver sradicato dalla propria coscienza codeste nozioni fasulle: abbiamo dimostrato logicamente impossibile l’esistenza di materia eterogenea al pensiero, che non si causa da sé e non è causata da nulla, incapace cioè di pensarsi da sé e dunque di essere; e abbiamo anche confutato il creazionismo (cfr. Il fondamento della ricerca, §§3.18-3.19) nel quale il pensiero religioso commette gli stessi errori logici del senso comune e del materialismo, salvo spiegare l’esistenza di una materia che si pretende esterna al pensiero e all’anima, e cioè oggettiva ed extramentale, mediante un assurdo atto di creazione da parte di un altrettanto assurdo “Essere Sommo”. Insomma, sia le persone religiose che i materialisti continuano ad asserire l’esistenza di un mondo extramentale che stia fuori dalla coscienza senza percepirsi da sé: questa è una trasgressione al principio di ragion sufficiente e dunque un enunciato irrazionale; i materialisti, inoltre, asseriscono l’esistenza di leggi non pensate e imposte da nessuno, ma che sono da sé meccanicamente, e anche questa è una vistosa trasgressione al principio di ragion sufficiente e dunque un enunciato irrazionale; quello invece che pensano i Cattolici, che tali leggi siano imposte arbitrariamente da un Dio incomprensibile, in contraddizione con sé stesso perché si comporta come se fosse un meccanicismo contrario alla verità e alla giustizia, è un’idiozia. In tutti i casi, comunque, è contraddittoria la pretesa che esista un’”esperienza oggettiva” che riguarda cose “reali”, e che sia distinta dai “sogni”.
1.9.Grazie alla nostra ontologia, come il Lettore ricorderà, abbiamo infatti ridefinito la realtà come l’insieme dei contenuti della coscienza, quali che siano, e ci siamo poi ripromessi di indagarne i generi, le specie, il significato, sulla base della concezione che quella forza che genera la realtà visibile è il linguaggio, cioè una capacità del pensiero, quella di rivestire di segni visibili e sensibili i suoi contenuti invisibili. Questa è la vera realtà definita in modo logico: il pensiero e i suoi contenuti, compresi i segni visibili, le immagini, che tali contenuti manifestano; e chiamiamo “immaginazione” la facoltà che il pensiero si è procurata di creare segni ed immagini per manifestare i suoi contenuti invisibili.
1.10.Ora: che cosa si intende nel linguaggio comune per “sogno” e “sognare”? Due cose principalmente: almeno in italiano, si chiamano comunemente “sogni”, in primo luogo, quelle esperienze, quell’insieme cioè di sensazioni, che riceviamo nel sonno, in uno stato di riposo dell’organismo, in cui il cosiddetto mondo reale non è più a noi presente; esso sparisce o si spegne mentre noi dormiamo e sorgono immagini, colori, sensazioni varie da... Da dove? il senso comune, nella nostra cultura materialista, soprattutto dopo decenni di diffusione della psicoanalisi, che è una pseudo-scienza particolarmente deleteria, vuole i sogni provenire dall’”inconscio”, una specie di doppione oscuro di noi stessi, fuori dal nostro controllo, che non è coscienza ma pensa e desidera e produce immagini senza avere coscienza di farlo, che sarebbe cioè una replica o una parte della nostra coscienza, di cui noi non abbiamo coscienza. Quanto sia oscuro e contraddittorio questo concetto di inconscio, non è difficile vederlo: se esso non è coscienza non è essere, perché l’essere è coscienza, e ciò che non è essere e dunque non è nulla non può fare nulla, né pensare, né desiderare, né produrre immagini. Pensare e avere coscienza di pensare, desiderare e avere coscienza di desiderare, immaginare e avere coscienza di immaginare sono la stessa cosa: non esiste un desiderio inconscio, perché se uno non prova un desiderio, non lo prova e dunque il desiderio non c’è, visto che desideri e sentimenti sono sensazioni, e se nessuno sente le sensazioni, queste dove sono? galleggiano nel vuoto? E perciò non esistono pensieri inconsci, perché è la coscienza che produce i pensieri e nessuno può pensare, e dunque anche produrre immagini, visto che anche le immagini sono pensieri, senza accorgersene: poiché la coscienza è il pensiero, non posso pensare senza averne coscienza, sarebbe come dire che ho coscienza senza avere coscienza o che penso senza pensare. E’ assurdo dunque dire che i sogni vengono dall’inconscio: se i sogni sono immagini, sono pensieri e sono prodotti dal pensiero e cioè da una coscienza, non dall’”inconscio”, che è una contraddizione in termini e dunque non può nemmeno esistere.
1.11.Quei materialisti che non accettano la psicoanalisi si spiegano i sogni come residui privi di senso dell’attività cerebrale della veglia, moti di qualche tipo che meccanicisticamente permangono nel cervello anche quando esso è in riposo e che in qualche modo fungerebbero da stimoli per la coscienza, simili a quelli che nella veglia provengono dai sensi, sicché ella continuerebbe a vedere un mondo esterno anche là dove non c’è. E’ inutile insistere sull’inconsistenza di una visione che vuole immagini e pensieri provenire dai meccanicismi di una materia extramentale che nemmeno può esistere; notiamo solo come la fisiologia del cervello, che studia le onde cerebrali e si affatica a scoprire il legame causale tra un certo tipo di onde e la presenza di sogni nella coscienza, si sia lasciata ingannare da quella che è solo una simulazione. Il cervello, infatti, o meglio un gruppo dei suoi neuroni, che sono spiriti, emana tali onde (ricordiamo che anche un’onda è un’immagine e dunque non può essere causa di nulla) ogni qual volta l’anima riceve dei sogni, per simulare un legame causale che non c’è: il cervello non è fatto di materia extramentale, ma è un aggregato di spiriti, poiché là dove c’è materia, ivi deve esservi uno spirito che si riflette nello spazio, per definizione: abbiamo infatti definito la materia come immagine dello spirito riflessa nello spazio, trovando che è irrazionale pensare a una materia che non sa causarsi da sé e non è causata da nulla, cioè che non sia il prodotto di un pensiero e della sua facoltà di produrre immagini, visto che la materia, se è visibile, è un’immagine; e abbiamo già parlato a lungo degli scopi che hanno le intelligenze della Natura aggregando questi spiriti, che sono gli atomi, nella materia terrena e creando una simulazione, nello studio intitolato La Natura: essi vogliono eclissare il vero essere e confondere la nostra coscienza onde sperimenti l’ignoranza e il male. Perciò i “neuroni”, cioè le subdole intelligenze della Natura a questo preposte, emanano onde di un certo tipo, o, per meglio dire, fanno comparire la loro immagine ogni volta che la nostra coscienza riceve sogni, per farci credere che la causa dei sogni sia una residuale attività meccanica del cervello, sapendo che per disattenzione noi tendiamo a interpretare come un legame causale ciò che invece è una semplice concomitanza. Così facendo nascondono all’anima, che vogliono tenere prigioniera nella simulazione, quello che altrimenti potrebbe essere un facile accesso al mondo spirituale, alla vera realtà.
1.12.Ma almeno su un punto tra noi e il senso comune c’è accordo: i sogni, intesi in questo senso, sono ricevuti passivamente dall’anima e dunque non sono prodotti dall’individuo che sogna. Non ci resta che applicare il principio di ragion sufficiente, o meglio un suo corollario, che dice: “se un contenuto della coscienza non l’ho prodotto io ma esiste, deve essere il prodotto della coscienza di qualcun altro”, per capire che cosa sono i sogni e da dove vengono. Visto che i sogni, che sono immagini e dunque sono pensieri, non sono prodotti dalla coscienza dell’individuo che sogna, devono essere prodotti dalla coscienza di qualcun altro. E questo altro è, per definizione, un’altra coscienza, poiché se produce immagini pensa, e se pensa ha coscienza e dunque non è un “inconscio”. Nel linguaggio comune si dice “ho fatto un sogno questa notte”, ma è un’espressione errata, un solecismo, perché quando facciamo realmente qualcosa ce ne accorgiamo, abbiamo coscienza di fare questa cosa volontariamente e attivamente: non avrebbe senso dire, per esempio, di fronte a una torta che non ho fatto io, “ho fatto inconsciamente una torta”, perché se la torta c’è ma non l’ho fatta io deve averla fatta qualcun altro. Quando sogniamo non facciamo nulla volontariamente e attivamente, ma riceviamo passivamente e nostro malgrado delle immagini. Dunque non posso dire: “ho fatto un sogno”, sarebbe come dire, dopo aver guardato un film alla TV: “ho fatto un film”. Ma non l’ho fatto io il film: l’ho ricevuto come prodotto della coscienza di qualcun altro.
1.13.Ma, dicevamo sopra (§1.10), vi è un secondo significato che la nostra lingua italiana conferisce al termine “sogno” e “sognare”, quello attivo: in effetti, l’anima fa sogni volontariamente e attivamente, quando riveste consapevolmente di immagini i propri pensieri. Possiamo immaginare di essere altrove, in una situazione diversa da quella “reale”; siamo soliti immaginare varie possibilità che si realizzino a partire da una determinata nostra scelta: possiamo immaginare, per esempio, come sarà una casa dopo averne cambiato la disposizione dei muri e dei mobili, come sarà la nostra vita dopo che avremo scelto di cambiare lavoro, dopo che ci saremo sposati con una determinata persona, possiamo sognare di guadagnare molto e di trovarci in una situazione di benessere, pieni di agi... In questo senso troviamo che “sogno” significa “fantasia” o “progetto” a seconda che il nostro sogno sia realizzabile o no, e se abbiamo intenzione di mettere in atto i mezzi opportuni per realizzarlo.
1.14.Dunque i sogni sono prodotti del pensiero quando esso si serve di immagini. Il Lettore si ricorderà che abbiamo definito la realtà come l’insieme del pensiero e dei suoi contenuti, comprese le immagini che sono prodotte dal pensiero quando esso si fa immaginazione, cioè quando si serve di segni visibili per esprimere i suoi contenuti; e il Lettore si ricorderà, altresì, che avevamo chiamato “corpo” l’immagine (cfr. Il fondamento della ricerca, §§1.14-1.16) e che dunque chiamiamo realtà visibile o corporea le immagini, prodotte dal pensiero che si fa spazio e cioè immaginazione, capacità di riflettere in immagini visibili i suoi contenuti invisibili. Troviamo dunque che dopo aver dato la retta definizione di “realtà visibile” e dopo aver dato la retta definizione di “sogno”, le due definizioni coincidono. I sogni sono prodotti del pensiero quando esso si serve di immagini, cioè di corpi, secondo la nostra definizione di corpo; la realtà è l’insieme di tutti i prodotti (o contenuti, che dir si voglia) del pensiero, e realtà visibile è l’insieme delle immagini prodotte dal pensiero, mediante la sua facoltà di immaginare, per esprimere i suoi contenuti invisibili. Dunque, se i sogni sono immagini prodotte dal pensiero, e la realtà visibile è l’insieme delle immagini prodotte dal pensiero, i sogni sono la realtà. Sì: i sogni sono la realtà, quando essa è visibile.
1.15.Possiamo così correggere il nostro linguaggio, e così le concezioni che esso esprimeva, le quali prima erano torbide e contraddittorie e ci tenevano lontani dalla vera realtà: è la “forza del sogno”, l’immaginazione, che crea la realtà visibile, i corpi di cui abbiamo esperienza. Quando sogniamo, nel senso attivo del termine, cioè quando la nostra coscienza immagina, ella produce corpi, essendone ella stessa la materia; quando sogniamo nel senso passivo del termine, cioè quando riceviamo immagini o altre sensazioni, vediamo corpi prodotti da altri, perché l’essere ci comunica le immagini dei loro pensieri, così come quelle dei nostri pensieri possono essere comunicate ad altre coscienze dell’essere infinito che è l’origine e la somma di tutte le coscienze, che sono suoi atti e nelle quali esso si rappresenta. Solo nello spazio terreno può sembrare che i nostri pensieri, o meglio le immagini che noi usiamo per rivestirli, siano invisibili e dunque non reali, e che dunque non siano corpi, unicamente perché questo spazio non riflette la nostra coscienza in stato semplice né i suoi contenuti, ma la nasconde sotto un aggregato mediante un lavorio complesso, come si vedrà meglio più oltre.
1.16.Si è dunque dissolta, al nostro sguardo reso penetrante dall’applicazione del retto metodo logico-razionale, l’antitesi tra sogno ed esperienza reale (cfr. supra, §1.8) come la nebbia si dissolve al sole. Se per “esperienza reale” intendiamo la visione dei corpi, che sono immagini, i sogni, come tutte le visioni di immagini e cioè di corpi, sono esperienza reale. E, di converso, anche l’esperienza che ci proviene dai corpi aggregati è sogno, poiché anche le immagini che riceviamo dal sistema nervoso, ossia dalle intelligenze della Natura che aggregano e governano il nostro corpo terreno, sono appunto immagini, prodotte dalla loro immaginazione, il che è come dire che sono sogni, solo che queste ultime sono così ben congegnate da sembrare causate da qualcosa che sta fuori dal pensiero ed è “oggetto”. I sogni sono la realtà, e la realtà è prodotta dalla “forza del sogno”, che si chiama immaginazione: i corpi sono immagini e sono segni dei contenuti del pensiero, e si potrebbero chiamare anche “sogni”, se questo non ci portasse troppo lontani dal linguaggio consueto; le visioni, compresi i sogni comuni, sono esperienza reale, comunicazioni con l’essere, quello vero, e con i mondi, quelli reali. I sogni di quaggiù, quelli che il linguaggio comune chiama erroneamente esperienza reale, i dati dei sensi, cioè, che si ricevono in stato di coscienza umano, sono inganni, visioni opache e distorte che ci confondono, nascondendoci la nostra capacità di produrre pensieri visibili e cioè corpi, ossia deprivandoci della nostra “forza del sogno”. L’anima qui è costretta a ignorare il legame causale che vi è tra essere e immagine, tra pensiero e materia e dunque crede che la coscienza e il corpo siano due esseri diversi, e si inganna fino a pensare che il vero essere sia il corpo, mentre pensa a sé stessa come a un derivato semi-irreale del corpo, un effetto collaterale della materia; così perde l’essere, la verità, e impazzisce. Sicché è sbagliato, come già detto sopra (§§1.4-1.5), chiamare normale lo stato di coscienza umano e contrapporlo a presunti “stati alterati di coscienza”. Lo stato normale della coscienza è la visione dei veri mondi, del vero essere, che sono fuori dall’esperienza umana.
1.17.Ora riguardiamo le esperienze di cui ho testé parlato, nel § 1.6: mi sveglio, al mattino o a un certo punto del sonno, ma non insieme al corpo organico, quello ancora dorme; scendo dal letto, ho un corpo lieve che galleggia nell’aria, e la stanza sembra quella di prima ma è un’altra... o forse è la stessa ma specchiata in un altro spazio. Che fai anima mia? ti guardi intorno? che vedi? immagini, sogni... No, non li chiamare sogni: non devi dire è solo un sogno. E’ sogno, cioè realtà, ti pare poco?
LIBRO II.
RISPONDERE AL RICHIAMO.
LIBRO II.
INDICE DEGLI ARGOMENTI.
Esigenza di purificare l’anima dalle concezioni errate che le impediscono di vedere l’essere, e dunque di un lavoro di ridefinizione terminologica: oltre all’antitesi tra “sogno” e “realtà” eliminiamo dal nostro vocabolario anche il termine “allucinazione”(2.1). Chi sono i veri matti(2.2).
I concetti oscuri e contraddittori e le parole usate senza una chiara e rigorosa definizione impediscono all’anima di vedere la via di fuga dal mondo della simulazione e del male: il richiamo dei mondi rimane inascoltato. C’è pericolo di considerarlo come segno di malattia mentale e di perdere la fiducia nelle proprie capacità. E’ dunque impellente fondare il proprio pensiero sulla retta ontologia(2.3).
Le mie prime esperienze, le mie prime reazioni(2.4-2.6).
L’istruzione dei mondi: la visione diretta del principio materiale e del principio formale dell’essere, mare e sole spirituali(2.7). L’anima nasce da sé e non è creata, si forma di sé e non è formata da alcunché a lei esterno, ma trova la forma nel suo intelletto(2.8).
Importanza di registrare le visioni e studiarle a lungo: esse non sono sempre immediatamente fruibili, ma solo chi è attento trova in esse una guida preziosa(2.9).
Incontro con la “villa azzurra”, e le città di cristallo che sorgono dal mare spirituale(2.10-2.11). Dallo stato di smarrimento comincio a tentare di orientarmi, e a trovare la strada(2.11).
Discussione sul concetto di “misticismo”: il vero mistico è tale solo se affronta le visioni e gli altri fenomeni con impegno razionale, se cioè si procura seriamente la capacità di dimostrare il loro valore di realtà e di comprenderne il significato; il vero mistico procede nel silenzio, non cerca clamore e seguaci. Il misticismo fumoso degli pseudo-santi irrazionali del cristianesimo e delle religioni in genere è solo un’immagine contraffatta(2.12-2.13).
Il misticismo cristiano, fumoso e irrazionale, è satanico: discussione sulla figura di Antonio, fondatore del monachesimo(2.14-2.15).
Rispondere al richiamo(2.16).
2.1.Nessun sogno è solo un sogno, dunque, ora lo sappiamo; la parola “sogno” come viene intesa nel linguaggio comune, dal quale è passata poi in quello pseudo-scientifico, va eliminata, perché è un ostacolo per l’anima che voglia trovare la vera realtà, e una macchia che si è incrostata sulla sua facoltà riflessiva e le impedisce di rappresentare correttamente l’essere, così come sono macchie e incrostazioni per l’anima tutte quelle parole che corrispondono solo a concetti oscuri e contraddittori. Per esempio, dovremo eliminare dal nostro linguaggio anche il termine “allucinazione”, che è stato coniato in ambiente positivista per significare una percezione “non oggettiva”; ma noi abbiamo visto che nessuna percezione è oggettiva, perché non esiste alcun oggetto esterno al pensiero che vada percepito, e dunque o tutte le percezioni sono allucinazioni o non ha alcun senso usare questa parola, perché non ha senso considerare soggettive solo alcune percezioni e altre no.
2.2.Non esistono dunque visionari e allucinati; esistono i matti, e questi sono quelli che si scervellano per distinguere quali percezioni sono oggettive e quali soggettive, quale esperienza è reale e quale no, e quale sapere è davvero oggettivo perché fatto di immagini mentali che ricalcano le cose esterne; ma delirano quando credono che possa esistere un mondo esterno che non è immagine fatto di una materia eterogenea al pensiero, una somma di cose extramentali, che non sono immagini ma esseri, ma non si pensano o percepiscono da sé e non sono pensate o percepite da nessuno. Delirano, quando si sforzano, ovviamente invano, di far corrispondere a queste presunte cose extramentali, che secondo loro non sono immagini, le immagini mentali che essi si creano per rappresentarle. Sono questi i veri matti, che però nel nostro mondo alla rovescia si considerano scienziati e pensano di essere razionali, quando tutto il loro sistema di idee si fonda su una gigantesca trasgressione al principio di ragion sufficiente. E fra i matti della peggior specie troviamo gli psicoanalisti, con in testa il loro caposcuola Sigmund Freud, i quali, per spiegare quei fenomeni di cui il loro modello fasullo di ragione non sa dare conto, si inventano un “inconscio”, che non è nulla ma da cui può uscire tutto: pensieri, sentimenti, desideri, immagini, apparizioni, voci e persino guarigioni miracolose, cioè forme rigenerate nei tessuti organici al posto di quelle alterate dalla malattia, o viceversa sintomi “isterici”, cioè forme alterate, nei tessuti organici, al posto di quelle sane. Come no? è un jolly che può fare tutto l’”inconscio”, è come la tasca di Eta Beta!
2.3.Tutte le concezioni errate che per incuria si sono prodotte nella mente dell’uomo e si sono accumulate nella sua cultura sono come altrettanti strati di detriti e macerie che abbiano seppellito, eclissandola, la via di fuga da una prigione sotterranea, il mondo dei corpi aggregati, questo mondo della simulazione dove tutto è alla rovescia e niente appare, che sia vera realtà, mentre ciò che appare è illusione. Infatti, tutti gli uomini sognano e molti hanno visioni: sono sicuro che a nessuno è negato un richiamo verso i veri mondi; ma questo, quando si presenta, non viene compreso perché sembra un’allucinazione o un sogno, appunto, e perciò viene spiegato come prodotto dell’”inconscio” e interpretato come sintomo di malattia, rimanendo così inascoltato. E così era capitato anche a me, all’inizio, quando le esperienze a cui ho accennato nei primi paragrafi dello scorso libro avevano cominciato a chiamarmi: prima non ci badai molto, poi, quando tutto il mondo mi era contro, quando le persone che mi stavano intorno pretesero che mi facessi curare perché secondo loro non ero normale, visto che non mi comportavo come piaceva a loro, cioè meschinamente e ambiziosamente, per qualche tempo mi lasciai condizionare e sospettai fossero sintomi di malattia mentale. Ma poi, dopo aver sgomberato la mia anima dal ciarpame psicoanalitico e anche dai detriti e dalle macerie di una cultura fallimentare, dopo aver liberato il mio occhio spirituale dagli errori concettuali provenienti dall’identificazione col corpo aggregato e aver ripristinato sull’essere, sull’anima e sulla vera realtà le rette idee, quelle dell’ontologia platonica che ho cercato di esporre via via nelle mie precedenti opere, potei rispondere al richiamo dei mondi e inviare il mio sguardo, ormai chiaro e libero, oltre la soglia, oltre quella cortina oscura che ci nasconde l’essere, e vedere i veri cieli, la vera luce e i veri mondi. E ora, dopo il lavoro preliminare compiuto ne Il fondamento della ricerca e dopo la discussione contenuta nel precedente libro I del presente scritto e la correzione terminologica ivi operata, posso chiedere al Lettore, o alla Lettrice, che abbia saputo accettare tutto questo di fare altrettanto, di seguirmi oltre la soglia che ci nasconde i mondi, e di spingere il suo sguardo, insieme al mio, verso le terre spirituali dove si svolge, silenziosa, la vera vita dell’anima.
2.4.A me accadde nel seguente modo: a metà circa degli anni settanta iniziarono questi strani fenomeni, con visioni di due tipi. In un primo momento cominciò a succedere qualcosa al risveglio, e cioè mi svegliavo ma senza corpo. Quello che allora credevo l’unico mio vero corpo era come paralizzato e scosso da dolorosi brividi, come scariche elettriche che lo torturassero, mentre io, preso da un senso di emergenza e di paura, tentavo di “svegliarmi”, senza rendermi conto che ero già sveglio, perché allora credevo che si fosse svegli solo nella comune realtà umana. Poi cominciai a “sognare di svegliarmi”, come dicevo allora, cioè avevo la sensazione di essermi alzato dal letto, ma, quando andavo a premere l’interruttore della luce per accenderla, la lampadina rimaneva spenta e così io capivo di non essermi svegliato “davvero”, ma di avere solo “sognato” di farlo. Così mi esprimevo allora. A volte vivevo un gran numero di “risvegli” uno dentro l’altro: dopo il primo di questi risvegli, rendendomi conto di non essere tornato al “normale stato di veglia”, cercavo con molto sforzo di “svegliarmi davvero”, mi agitavo atterrito e pieno di ansia, e allora mi “svegliavo” di nuovo, o almeno così credevo in un primo momento, salvo poi dover constatare di aver di nuovo “solo sognato di svegliarmi”, perché prestando attenzione alle mie sensazioni, per un motivo o per l’altro, dovevo decidere che non ero affatto tornato alla “vera realtà”, e così via parecchie volte. L’impressione era di essere perfettamente cosciente e sveglio e di fare movimenti perfettamente volontari, ma le cose intorno a me erano strane, non rispondevano com’ero abituato, e io preso dal panico mi agitavo credendomi intrappolato in un sogno, fuori dalla realtà, e chiamavo aiuto perché volevo “tornare nel corpo”.
2.5.Il primo sogno di questo genere, come si trova trascritto nel mio diario del 1981 (avevo cominciato allora, infatti, a riordinare le mie memorie, perché in quell’anno, data la mia ribellione verso la famiglia e per altri motivi, mi avevano bollato come nevrotico e anormale, sicché, condizionato da questo e credendomi davvero ammalato, stavo cercando di rievocare gli avvenimenti del passato, illuso che ciò potesse servire alla “cura”) è il seguente:
Feci una volta, quando avevo circa quattordici anni,
un sogno. Ero convinto fermamente di essere sveglio... ero sdraiato sulla
schiena, e sul mio letto, davanti a me, sulle mie ginocchia, sedeva il mio cane
dalmata. Ma capii subito che non era veramente il mio cane, perché non sentivo
alcun peso sulle mie ginocchia e la figura era trasparente, tanto che
attraverso di lui potevo vedere il pianoforte nero che c’era davanti al mio
letto. Poi sentii una voce risuonare nella stanza, ma la sentii con le
orecchie, ben reale, di fuori, non m’era risuonata nella mente come le voci che
si sentono nei sogni; era tanto reale che le corde del pianoforte risuonarono
per simpatia (nota: era un vecchissimo
pianoforte con le smorze completamente consumate, per questo poté risuonare).
Essa diceva: “Smettila, è per colpa tua se sono in ritardo!” Sapevo che era la
voce di un morto. Mentre succedeva questo, io mi sentivo immobilizzato,
paralizzato nella posizione in cui ero.
Come si vede in questa esposizione del 1981 usavo ancora un linguaggio non rettificato: dovevo infatti ancora percorrere molta strada per risolvere tutti i problemi che quella scena mi aveva presentato e che continuarono a presentare le successive visioni di questo primo tipo, quelle cioè dove mi sentivo angosciato per aver perso il contatto con la “realtà” e mi credevo prigioniero di un sogno. Ma a un certo punto queste esperienze cambiarono e ne potei sperimentare di un secondo tipo.
2.6.Cominciai ad affrontare il fenomeno con più calma e a pormi le domande giuste: che differenza c’è tra svegliarmi e sognare di svegliarmi? quando sono davvero sveglio, e quando dormo? che differenza c’è tra questi oggetti e quegli altri, tra questo spazio e quell’altro, tra questo corpo lieve e agile, che sa danzare a ogni mio pensiero, e quello pesante e impacciato che ho lasciato nel letto? Ma qual è la vera realtà, questa o quella? Infatti, nel frattempo, avevo preso un po’ di dimestichezza con queste situazioni, ed esse non mi spaventavano più: se sentivo che il vecchio, ingombrante corpo era paralizzato nel letto, ne sgaiattolavo agilmente fuori, lo lasciavo lì e mi guardavo intorno incuriosito; cominciai ad apprezzare quella straordinaria sensazione di leggerezza e di pace, sicché infine cambiai manovra e invece di insistere angosciato perché il corpo si svegliasse, rivolsi il mio sguardo altrove e mi detti a esplorare quella nuova realtà. Ne nacque una lunga serie di esperienze di nuovo tipo: viaggi ed incontri. Cominciai a ricevere preziose istruzioni.
2.7.Sentii di essere il mare, l’infinito cioè, e che per la forza del sole, quello vero, quello spirituale, da me e dal mio grembo infinito nasceva la realtà: era la mia prima lezione di scienza ontologica. Capii immediatamente, perché il significato mi era comunicato insieme alla visione, che l’elemento liquido era il pensiero infinito, la coscienza, e che essa specchiando in sé le forme dell’intelletto (il sole e la sua luce), le rendeva visibili e corporee, produceva mondi. Seppi così (o forse ricordai?) che la coscienza si fa matrice, o ricettacolo o materia, che dir si voglia, grazie alla sua facoltà di immaginazione, la facoltà cioè di creare immagini estese e visibili dei contenuti invisibili dell’intelletto. E l’intelletto è la coscienza stessa, perché il pensiero si fa intelletto quando, rappresentando rettamente sé stesso come essere e come bene, come verità e fonte della realtà visibile, illumina sé a sé stesso mediante le rette idee e si fa sole e luce. Possiamo anche dire che l’infinito pensiero, pensando la retta idea di essere, si fa coscienza e dunque matrice, ricettacolo di tutte le forme e potenzialità infinita: la coscienza pensandosi secondo l’idea più generica di tutte dà luogo all’immagine più generica e dunque più informe, elemento liquido, appunto, capace di ricevere tutte le altre forme più specifiche, la viva materia che compone i veri mondi; e quando il pensiero rappresentando rettamente sé stesso ricava le altre idee dal primo assioma, quello dell’uguaglianza tra essere e pensiero, si fa intelletto. Sicché i due principi, materia e forma, riflessi nello spazio, che è l’immagine dell’immaginazione dell’essere, e divenendo perciò visibili, appaiono nell’immagine del mare e del sole, quelli veri, principio informe e principio portatore di forma, e io allora ne ebbi una chiarissima visione, vidi cioè la coscienza riflessa nell’immagine come viva e liquida materia, il mare infinito e limpidissimo, e vidi il pensiero delle forme trascendenti, l’intelletto e le sue idee, riflesso nello spazio come sole e luce; e vidi che dalla loro unione nascevano i corpi della realtà visibile, quella vera, e tutti i veri mondi. Ma non lo vidi dal di fuori come un soggetto vede un oggetto: io ero il mare, come un’immensa culla con nel suo grembo potenzialmente tutto, fecondata dal potere del sole.
2.8.E così capii anche che l’anima, quando si rivolge alle idee dell’intelletto e ne rimane come fecondata, si crea da sé e non ha bisogno di essere creata da nulla e da nessuno, perché ella stessa è l’essere immediatamente esistente: non è né un meccanicismo né un Dio creatore a farci essere, perché noi non abbiamo bisogno né di una materia che esista da sé fuori di noi, né di una materia che sia creata per noi da un presunto Onnipotente, il quale soffi nella polvere (cfr. Gen. 2,7) dopo averla impastata con chissà che per creare il nostro corpo e la nostra anima: così nasce non il vero mondo, ma il mondo della simulazione, quello dei corpi terreni che sono aggregati di atomi e cioè di altri spiriti; e quel soffio, l’”alito di vita”, non è affatto l’anima, ma la forza vitale, e cioè quell’attività del pensiero delle intelligenze della Natura che conferisce agli elementi atomici la forma, li aggrega in cellule, tessuti e organi, ognuno con la sua forma, e li fa funzionare per un tempo limitato. Il vero corpo e la vera anima sono eterni: atto eterno di coscienza dell’essere, l’anima, e il suo riflesso, il corpo, è il prodotto dell’unione fra la matrice, la coscienza riflessa nello spazio, che è come un limpido e vivo liquore, e la forma da lei eletta che la cristallizza e la rende eternamente solida.
2.9.Insomma, in quelle visioni del mare e del sole comunicate dai mondi alla mia anima io vidi allora ciò che è l’assioma fondamentale di tutta la nostra ontologia e i suoi primi principi. Così, quando nel 1987 mi iscrissi alla facoltà di filosofia e iniziai a leggere Platone, mi trovai abbastanza avvantaggiato: compresi subito, per esempio, il significato di quel passo del Timeo (50d) che di solito invece viene interpretato così malamente. In quel periodo avevo goduto frequentemente di queste estasi, avevo ricevuto molte istruzioni dai mondi, ma non tutte così chiare e immediatamente fruibili. La maggior parte di queste visioni, che avevano tutte un tratto comune, la straordinaria bellezza e la sensazione beatificante che ne conseguiva, mi restarono per allora incomprensibili o solo vagamente comprensibili: dovetti aspettare molto tempo e impegnarmi in molti studi per capirne il significato, e anche per comprendere la natura di quegli oggetti, di quella nuova realtà verso cui mi stavo muovendo e il motivo per cui mi accadeva tutto questo, quale scopo dovevo prefissarmi nell’affrontare tale “viaggio”. Per fortuna fui spinto a registrare per iscritto le mie esperienze dalla loro bellezza, dal bisogno di conservarle, sicché non sono andate perse: da quella raccolta di istruzioni dei mondi ho ancora oggi, dopo più di venticinque anni, molte cose da imparare. Riuscii a fatica a districarmi dai tanti ostacoli e dalle tante difficoltà costituite dall’ingombro che nella mia anima produceva la presenza dei pregiudizi e delle concezioni errate assorbite dalla cultura dominante e da suggestioni varie, ma fui aiutato dalle puntuali e precise indicazioni dei sogni.
2.10.Oltre che nella visione estatica del mare e del sole, vidi all’opera i due principi dell’essere in un’altra esperienza: sentii che stavo cercando una “villa azzurra”, mi trovai a camminare per le gradevoli stradine di una cittadina di mare, gaia e soleggiata, e in breve potei ammirare quell’edificio che cercavo, la “villa azzurra”, appunto. Ella mi mostrò le sue vetrate d’acqua di mare, che specchiavano il sole, e fu un’istruzione preziosissima su come nel vero mondo si formino i corpi: quella “villa azzurra” fatta di acqua e cristallo era, è anzi, un’anima eletta la cui limpida coscienza, fattasi materia o elemento liquido, pensando e riflettendo in sé la luce del sole spirituale, e cioè le idee dell’intelletto, diventava e diventa eternamente corpo solido e cristallino, esteso e visibile, anzi splendido, nello spazio: una villa di cristallo azzurro nel bel mezzo di un’amena e ridente città di mare, una delle infinite città che sorgono dall’infinito pensiero e dove si associano per la loro vita luminosa ed eterna molteplici anime dalla forma eletta, beate.
2.11.Io le ho viste, le città di cristallo, splendenti d’oro e d’amore: io lo so che ci sono; sorgono eternamente dal mare, dall’infinito pensiero, ed ivi l’anima eternamente conduce la sua vita, nella silenziosa quiete dei veri mondi, sazia della loro infinita bellezza e del bene. Ma dovevo ancora capire che cosa stavo vedendo, che mondo era quello, come arrivarci, e se davvero quella è la nostra meta; e questo mondo terreno, dove ogni volta ripiombavo smarrito e attonito alla fine di ognuna di queste estatiche e troppo brevi visioni, che cos’è, mi chiedevo, e perché è tanto prepotente che mi invade e mi riporta indietro contro la mia volontà? Non avevo la minima idea, allora, di che cosa fosse la materia aggregata e di quali forze la governassero; pensai all’inizio, per esempio, che il corpo terreno fosse una specie di incubo che la coscienza produceva da sé, “inconsciamente”, senza potersene liberare o che vi fosse un meccanismo “inconscio” nella nostra mente che tributava maggior valore di realtà alle sensazioni del mondo esterno, eclissando così i sogni... I primi tentativi fallimentari della mia filosofia erano condizionati dagli errori della cultura dominante, in particolare dalle assurdità della psicoanalisi; ma mi stavo muovendo, i sogni mi avevano spinto a pormi le giuste domande. Vidi me stesso camminare su una strada di sole.
2.12.No, non sono visioni mistiche nel senso comune del termine le mie, né asserzioni irrazionali: espressi nel linguaggio simbolico dell’essere, che è la forza che produce mondi, io stavo ricevendo nelle mie visioni discorsi perfettamente scientifici e razionali, quelli che in parte mi sono già affaccendato a tradurre in lingua umana servendomi del metodo logico-razionale, nel precedente mio scritto Il fondamento della ricerca, e chi l’abbia affrontato con un po’ di rispetto e attenzione deve ormai aver compreso quello che dico. C’è infatti anche il termine “mistico” e “misticismo” fra quelli che sono malamente usati dalla cultura comune e che vanno rettificati, perché si indica con essi un concetto errato, un’altra maceria prodotta dalla frana del pensiero umano, che accatastata insieme alle altre (i concetti errati del pensiero comune, intendo) sulla via d’uscita da questo mondo falso e dal male, la eclissano all’anima, la quale così rimane irrimediabilmente prigioniera: si intende, di solito, per “mistico” qualcuno che si dà all’”irrazionale”, e che omettendo totalmente di impiegare la ragione, si lascia trasportare da ispirazioni e visioni verso una vita fatta solo di sentimento religioso, di ascesi intesa semplicemente ed erroneamente come repressione dei desideri umani e dei bisogni del corpo terreno (la vera ascesi è faticosa lotta per salire verso la verità), di devozione. Questo abuso terminologico deriva dal fatto che nelle varie religioni si trovano copie contraffatte di misticismo, e cioè appunto quei personaggi che, colpiti da ispirazioni varie e messaggi soprannaturali, omettono di impegnarsi filosoficamente nel dimostrare il loro valore di realtà e il loro significato, cadono nella tentazione di credere per fede, ciecamente, senza cercare dimostrazioni razionali e senza cercare di capire il vero senso di quello che vedono o ascoltano. Omettono cioè di rispondere al richiamo: rispondere al richiamo significa considerare queste esperienze come un indirizzo di ricerca e porsi seriamente le giuste domande, e poi impegnarsi a trovare le risposte, cioè a rettificare le concezioni errate all’interno della propria anima, quelle che tali esperienze mettono in discussione. Al richiamo deve seguire il risveglio, e il risveglio è la dimostrazione logica del valore di realtà di queste visioni e dei contatti col mondo soprannaturale, il risveglio è l’aver dimostrato logicamente che la vera realtà è il pensiero e i suoi prodotti, e che i mondi veri sono dunque quelli prodotti dal pensiero, dalla “forza del sogno”, ossia dall’immaginazione dell’essere, lo spirito. Se non trovi la retta definizione di essere e di realtà e non ti impegni poi a capire quello che vedi, perché ti manca la consapevolezza che la vera realtà è prodotta dalla “forza del sogno” e cioè si serve di simboli, e dunque non sei in grado di sciogliere il loro enigma, rimarrai ingannato. Per questo ciò che viene solitamente considerato misticismo invece è solo fumo e nebbia. Codesti falsi mistici si credono già santi solo perché ricevono ambigue ispirazioni e visioni destinate a rimanere oscure, e magari le intelligenze della Natura conferiscono loro anche poteri “miracolosi”: esse, che imprimono le forme nei corpi aggregati e ne hanno il controllo, facilmente possono ripristinare la forma sana in un organo o tessuto dove si era alterata per qualche malattia, e creare l’illusione (chi ha letto il precedente scritto La Natura sa quali sono le loro vere intenzioni) che quel tale pseudo-santo o pseudo-mistico abbia poteri soprannaturali di guarigione. Trucchi del mestiere. Il risultato è che questi personaggi si esaltano, cercano una sequela, sollevano polveroni; a volte fan da esca alla gelosia farisaica dei potenti detentori della religione istituzionale e così via, ma comunque il risultato è quello di accrescere nelle menti rozze superstizione e idolatria, fanatismo ed esaltazione: dopo questi episodi l’anima è più confusa e oscura di prima.
2.13.Ma noi, attingendo alla sacra linfa che ci proviene dalle vere radici della cultura europea, che non sono il Cristianesimo medioevale e la sua fumosa mistica satanica, ma la logica di Socrate e di Platone e la ragione retta, usata accortamente, possiamo recuperare il senso greco del termine “mistico” e “ misticismo”: tale parola infatti deriva dalla radice my del verbo myo che significa “taccio”, “sto in silenzio”, “mi tengo nascosto”. Il mystes, nei riti antichi delle religioni misteriche era colui che dopo aver visto, taceva; tali riti, nei quali il miste antico doveva solo osservare in silenzio degli oggetti e dei gesti muti (si capisce che se uno si accontentava del rito, e cioè dell’espressione simbolica, credendo di essere già iniziato semplicemente con quello, senza poi realizzare il proposito espresso dal simbolo, cadeva parimenti in un tranello, ma questo è un altro discorso), prefigurano simbolicamente ciò che il vero mistico deve compiere: dopo il richiamo egli, che non si appaga di illusioni ed esaltazione, si mette in cerca della verità, inizia ad osservare il vero, e, accortosi che il mondo gli è contro e lo disprezza, si trova solo e costretto, per poter sopravvivere, a usare una strategia di nascondimento: vacillando, all’inizio, per via della sfiducia che la cultura dominante instilla nell’anima riguardo alle sue capacità di trovare il vero, sia l’oscurantismo cattolico che la psicoanalisi, sia quel modello assurdo di ragione che cerca un sapere “oggettivo” e cioè l’impossibile; ma poi gradatamente nella lotta con tali mostri il miste si corrobora, appronta le giuste armi e gli strumenti per difendersi, che sono la capacità di confutare gli errori concettuali e anche di smontare razionalmente le molte accuse che si sente rivolgere per non aver abbracciato il modello di vita dominante e il dominante sistema di valori, e procede sempre in silenzio, lasciandosi guidare dal richiamo dei mondi, trovando verso di loro la strada, che è l’applicazione rigorosa e costante del metodo logico-razionale. Non va nelle piazze a dibattere, non regala le perle ai porci o agli asini le lire, non cerca riconoscimenti e non ha bisogno di un pubblico, non vuol convincere a tutti i costi chi non cerca la verità ad accettarla, non ha smania di proselitismo, né pretende di salvare il mondo in breve tempo e di redimere il prossimo senza che questi abbia prima attraversato le opportune esperienze. Il desiderio razionale di condividere il bene va tenuto a freno realisticamente: se propone cautamente la propria filosofia a qualcuno e questi la rifiuta, egli se ne va e lo lascia perdere; egli in breve si rende conto che la reazione più comune verso di lui è invidia distruttiva e rabbiosa collera, e perciò accantona, rassegnato alla solitudine, l’idea di trovare amici coi quali accompagnarsi nella via. Per questo procede in silenzio, solitario, per questo è un mystes, e tace: non perché è geloso del suo sapere e per disprezzo degli altri, ma per una saggia strategia di sopravvivenza, per non essere insultato e deriso, o preso per matto, o, una volta, bruciato sul rogo. Ed ecco dunque il vero mistico: è un’anima razionale, cioè un logos, impegnata con tutte le sue forze unicamente nel silenzioso colloquio con i mondi; è logos myon, cioè pensiero nascosto.
2.14.Il misticismo cristiano, invece, è fasullo e inefficace: le visioni di questo tipo, infatti, come appena detto, se ricevute da gente improvvida e frettolosa, dalla mente rozza e facile all’esaltazione, causano fraintendimenti deleteri. Si pensi solo al caso dell’eremita Antonio, quel personaggio che storicamente è il Padre del monachesimo cristiano e ancora oggi è ritenuto santo, perché ha fornito il modello di vita ascetica e monacale radicatosi poi nella tradizione sia dell’Europa di lingua latina che nella parte orientale dell’impero: la Vita di lui, scritta dal vescovo Atanasio (campione dell’ortodossia nicena contro l’arianesimo) si diffuse rapidamente anche in Occidente grazie alla traduzione di Evagrio di Antiochia, tanto che influenzò anche Agostino di Ippona (cfr. Confessioni, VIII 6,14 sgg.). In questo scritto si trova il racconto di come nel deserto e conducendo una vita eremitica fra i sepolcri, Antonio ebbe visioni del diavolo, fra le altre cose; egli era “ignaro di lettere” (72,1), cioè completamente ignorante, ma era convinto di essere un “Uomo di Dio”, visto che le subdole intelligenze della Natura gli fornivano poteri medianici profetici e taumaturgici; inoltre nel pensiero cristiano era radicata la convinzione errata che se un uomo aveva avuto la grazia di ricevere visioni, questo voleva dire che egli aveva raggiunto un alto grado di perfezione. Ma questo è assurdo, perché invece, almeno secondo la mia esperienza, quando ricevi le prime visioni, queste ti colgono quando sei ignaro di tutto e in preda alle concezioni della cultura comune, che sono gli errori concettuali che provengono dall’identificazione col corpo aggregato, e queste visioni sono perciò proprio un richiamo, uno stimolo che ti arriva quando, ben lungi ancora dal possedere una forma eletta, sei invece smarrito e hai bisogno di essere tolto dall’oscurità e condotto verso la luce: esse ti dovrebbero indurre a porti le giuste domande sull’essere e sulla realtà e a impegnarti a trovare le risposte con metodo logico-razionale, cioè a iniziare una via che solo dopo lunghi studi e molti tentativi potrà portare alla perfezione. Ma certo, una mente superba e incline alla presunzione può accreditarsi una santità illusoria solo per il fatto di avere visioni di questo tipo, e una persona come Antonio facilmente si illude di essere un eletto nel senso irrazionale del termine, e cioè un prescelto a cui un Dio personale può far cadere in capo la perfezione per miracolo e per grazia divina, tanto più che nell’anima rozza e analfabeta di Antonio, come si legge nella Vita (80,1-5) scritta da Atanasio, si era creato un attaccamento formidabile verso una copia contraffatta dell’intelligenza: egli infatti scambiava per intelligenza la capacità di compiere miracoli e prodigi. Sul misologismo invidioso (cfr. cap. 73 e segg., dove si legge, fra l’altro, nel § 77,5: “A coloro che portano in sé la fede che è un atto, a questi dunque non è necessaria, anzi è superflua la dimostrazione che avviene con le parole”) che, a partire da Paolo e attraverso uomini come Antonio, dopo essersi espresso all’epoca della Controriforma negli organismi della Santa Inquisizione e nell’oscurantismo, arriva fino a noi e ancora dura, dovremo impegnarci monograficamente in altra sede; qui basti notare come sia stato facile, per le forze che governano la natura e la storia e hanno lo scopo di portare l’uomo verso il male, compiere sulla mente di Antonio una siffatta operazione, renderlo cioè sconfinatamente presuntuoso e completamente inetto ad un tempo. Un uomo ignorante, infatti, che è in preda al tormento causato dalla svalutazione di sé e sta cercando un punto di alienazione del valore (si ricorderanno, spero, questi concetti da La cura dell’anima o se no li si riveda), un mezzo cioè per ingigantire la propria importanza e colmare così la lacuna di valore da cui si sente affetto, invidia fortemente il sapere e la cultura altrui, finché non trova il modo di dire a sé stesso che questo bene, che per lui è irraggiungibile, non vale nulla e che anzi è disprezzabile e perfino nefando, e colpevole è chi lo possiede; può così guadagnarsi un’esaltante soddisfazione illudendosi di aver trovato mediante un atto di fede cieca, immediatamente e senza troppa fatica, la vera sapienza e la vera intelligenza. Come dire che un inetto presuntuosissimo e ambizioso, pieno di superbia, dà una spallata al vero sapiente e al vero competente e ne prende il posto di prepotenza, dicendogli: “non sei sapiente tu, ma io; tu sei insipiente, colpevole e pieno di orgoglio”. Questo è ciò che fece Antonio nei confronti di quegli studiosi di filosofia che umilmente erano andati a trovarlo per vedere se c’era da lui qualcosa da imparare e si trovarono davanti invece questo mostro insultante e pieno di odio; e quante volte è capitato anche a me di sopportare simile arroganza!
2.15.Ecco gli effetti delle
operazioni di Satana (così abbiamo chiamato, come si ricorderà, le intelligenze
della Natura quando sono intente a creare nella storia delle trappole come le
religioni o questo tipo fumoso e fuorviante di misticismo per tenere l’uomo
lontano dalla verità): esse hanno conferito ad Antonio medianicamente poteri
miracolosi, e gli hanno presentato visioni, sicché egli si è illuso d’aver
ottenuto per fede la santità e la sapienza in dono, mentre la sua forma
spirituale è diventata quella di un uomo ottenebrato, che totalmente ignora che
cos’è l’essere e dunque che cos’è il bene e che cos’è il male; è un inetto
totale, incapace di guarire la propria anima dalle sue tendenze maligne
(invidia, gelosia, smania di esaltazione etc.), figuriamoci quella degli altri,
ma ciò nondimeno è sconfinatamente presuntuoso e crede di aver sconfitto Satana
con segni di croce, preghiere e spruzzate di acqua santa, quando invece ha
abboccato alla sua esca ed è finito nel suo sacco. Che spettacolo! Tra gli infiniti
errori che commette questo sciocco, per tornare al nostro argomento principale,
c’è quello di non capire il significato simbolico delle sue visioni: egli crede
di vedere il diavolo, senza capire che ciò che vede non è una persona, ma un
simbolo. Crede, per esempio, che le immagini simboliche che lo stanno avvisando
dell’immaturità della sua anima e dell’oscurità del suo pensiero (il bambino
nero: 6,1) siano un’apparizione del diavolo, o che sia il diavolo trasformato
in seducente donna nuda per infliggergli una tentazione sessuale quella che
invece è un’immagine simbolica: la donna nuda è, sì, simbolo di seduzione, ma
lo sta avvisando del pericolo di cadere in ben altra e più deleteria tentazione
che il sesso (si noti, tra l’altro, la ributtante misoginia, e il razzismo,
nella visione precedente), quella di lasciarsi sedurre da una religione falsa.
E’ così che nacque quell’assurda e farneticante demonologia cattolica che è
tenuta ancora oggi per valida da molti teologi: essi credono che il male sia una
persona e che ci siano schiere di demoni (angeli caduti: questa assurda
concezione, che già abbiamo confutato alla fine del nostro scritto La Natura, è una congettura sbagliata,
prodotta evidentemente dalla cattiva interpretazione di visioni di questo tipo,
oltre che di alcuni passi delle Scritture) i quali assediano l’uomo
nell’invidioso tentativo di perderlo. Insomma, l’errore compiuto di consueto da
codesti pseudo-mistici è quello di credere che le loro visioni rechino immagini
di un mondo soprannaturale ma comunque extramentale come quello terreno e
altrettanto oggettivo: essi pensano di vedere “il Paradiso” o “l’Inferno”
intendendoli come luoghi fisici, oggettivi, senza capire che quello che vedono
è discorso simbolico, sicché essi personificano i simboli e, come detto,
credono che il diavolo e i suoi demoni siano persone, quando queste immagini
sono il simbolo della loro forma spirituale oscura e ammalata e delle loro
molteplici tendenze irrazionali, gli attaccamenti ai falsi beni di cui già
abbiamo parlato nelle nostre precedenti opere sulla cura dell’anima e sul bene.
In questo modo lo pseudo-mistico cristiano si trova intrappolato in uno
scenario fantasmagorico in cui Cristo e il diavolo giocano una specie di
partita a braccio di ferro o di tiro alla fune, dove entrambi vorrebbero tirare
l’anima del presunto mistico dalla propria parte, mentre costui è completamente
passivo, ignorando totalmente quali sono i veri mezzi per liberarsi dal male,
ignorando anzi completamente che cos’è il bene e che cos’è il male, e non sa
far altro che recitare preghiere, invocare il nome di Cristo e compiere riti
inutili. Questi sciocchi pseudo-mistici pensano che così, con segni di croce e
invocazioni, grazie al misterioso potere del Cristo, il diavolo scapperà sconfitto,
ma non sanno che tutto questo è inefficace, perché per sconfiggere il male, che
è ignoranza e stoltezza, e per guarire l’anima dalle tendenze malvagie che ne
derivano, occorre che l’anima trovi la verità sull’essere e su sé stessa, e
capisca che cosa è il bene, e si procuri la giustizia; la vera forza salvifica
del Cristo non è un misterioso ed oscuro potere magico, ma il chiarissimo
potere della ragione e della logica, che non possono agire nella tua anima, se
tu non la conduci volontariamente e attivamente, mediante l’applicazione del
retto metodo logico-razionale, alla visione delle rette idee, alla retta
rappresentazione dell’essere. E questo lo fanno i tanto vituperati filosofi,
quando pensano rettamente (ma d’altronde: sbagliando si impara) e non chi ha
fede cieca. La fede è l’arma più efficace che Satana possa mettere in atto per
allontanare l’anima dalla sua guarigione, perché le impedisce di cercare e di
trovare il vero bene, la verità logica, il logos.
2.16.Chi è in cerca di una scorciatoia, di una comoda e rapida via per esaltare sé stesso scimmiottando la vera santità, la vera ascesi e la vera virtù, e viene chiamato dalle visioni, non è capace di rispondere e cade inesorabilmente in questo ridicolo misticismo fanatico e disgustoso (anche fisicamente: Antonio, fraintendendo completamente il concetto di distacco dal corpo, “non si lavò mai il corpo con l’acqua, né i piedi... (47,3)”. Che orrore); chi invece non ha altro desiderio che trovare la verità, la vera visione dell’essere, sa rispondere al richiamo dei mondi e, dopo averlo ascoltato, si mette con tutto il suo impegno a ricercare la retta via e a superare gli ostacoli che la ingombrano e gli intralci che minacciano di impedirgli il percorso. Incominceremo appunto nel prossimo libro a parlare di difficoltà, ostacoli e intralci che si presentano sulla via dell’esploratore dei mondi, quando inizia il suo cammino.
LIBRO III.
I PRIMI OSTACOLI: ERRORI DA EVITARE.
LIBRO III.
INDICE DEGLI ARGOMENTI.
Descrizione dello stadio iniziale: smarrimento e concezioni oscure ostacolano l’anima sulla via del vero mondo(3.1-3.2). La prima questione: in che direzione andare? verso la liberazione dal sé individuale o verso il suo perfezionamento? Discussione sul concetto orientale di misticismo(3.3-3.4). Definizione della vera unione mistica con Dio(3.5).
Il progresso nella visione ottenuto mediante l’istruzione filosofica: ora posso comunicare coi mondi e ascoltare le loro lezioni. Le visioni stesse mi hanno suggerito questo passo(3.6-3.7). Soluzione del quesito: il vero mondo è intersoggettivo?(3.8-3.9). Visione corrispondente(3.9, in fondo).
Il mondo dell’anima è visibile, intersoggettivo, corporeo: questo è Dio(3.10). Polemica con i Cattolici per il loro concetto di un Dio personale, misterioso ed oscuro e sul loro concetto di “rivelazione”(3.10). Dio è un mondo molteplice visibile, io l’ho visto; le infinite coscienze del mondo divino mi hanno guidato, ma io per capire le loro istruzioni ho dovuto applicare il metodo logico-razionale, e anche per difendermi dagli errori del mondo umano(3.10).
Ora si presenta il compito di spiegare che cos’è realmente il “mondo esterno” e da dove vengono le percezioni che invadono la coscienza umana. Racconto di quando mi ero posto il problema, ma ero ancora lontano dalla soluzione(3.11-3.15). Una visione mi aveva già descritto la condizione umana, dovevo solo tradurla in termini razionali discorsivi(3.12). Ripresa della polemica col misticismo cattolico: vero significato di “demonio”, “demoniaco” e come realmente si può “cacciare” il demonio dalla nostra anima, guarendola dal male(3.13). Digressione sulla vera bellezza (primo accenno) e come essa non sia vanità, sempre in polemica coi Cattolici(3.13). Ripresa del quesito fondamentale: chi ci impone i sogni del mondo dei corpi aggregati? Non è irrazionalismo tutta questa faticosa strada nelle visioni per uscire dal mondo terreno, è viceversa discorso perfettamente razionale e scientifico; ma poiché questo è difficile da capire, Agis è rimasto solo e senza aiuto, ed è stato costretto a tacere, aiutato solo dai filosofi del passato(3.14-3.15).
3.1.Non so se il Lettore, o la Lettrice, può inoltrare il suo sguardo nella vera realtà e vedere il povero Agis aggirarsi attonito e perplesso cercando una via d’uscita dagli inganni del mondo, ma per allora ancora disorientato e incerto: allora, infatti, non bastò cogliere direttamente nella visione i due principi costitutivi dell’essere, quello era solo l’inizio della strada, il punto in cui l’anima comincia a risalire la china e a ritrovare la via verso il vero essere e il vero mondo; mi difettavano ancora molte concezioni fondamentali, indispensabili per non smarrirsi, dovevo ancora risolvere una gran quantità di problemi. Le visioni mi aiutarono: in una di esse mi trovai in mezzo a un prato, in un luogo piano e aperto; qualcuno mi si affiancò, una piccola auto dalla forma bizzarra, e le persone sedute nel suo abitacolo mi fecero notare che l’orizzonte era solo in parte sgombero, sicché potevo vedere il cielo in quella direzione, ma in parte ancora coperto dai residui di alcuni edifici crollati, diroccati e polverosi. Capii: erano costruzioni mentali che stavano crollando, le vecchie concezioni errate sull’essere e sulla realtà assorbite dalla mia mente e provenienti dalla cultura dominante, che avevo cominciato a smantellare, ma sulle quali andava fatto ancora un solerte lavoro di sgombero, cioè di confutazione logica.
3.2.Insomma, non fu sufficiente capire che l’essere è pensiero e coscienza, e che la coscienza può diventare corpo riflettendosi nello spazio con un unico e semplice atto di immaginazione, a parte il fatto che ancora non formulavo così precisamente il concetto di corpo; dovevo ancora capire, per esempio, che cos’è lo spazio e come possano esistere i mondi, cioè realtà intersoggettive, anche fuori dalla “realtà materiale” e “oggettiva”, e soprattutto dovevo ancora capire la natura di quest’ultima, la sua origine e la sua funzione. Questa “materia” incomprensibile e sinistra, questi “oggetti” inspiegabili, che si impongono di prepotenza alla nostra mente, che ci danno una sensazione di realtà più continua e stabile, ma non hanno alcun significato, non manifestano nulla di vero e comprensibile, non sono immagini di nulla, che cosa sono dunque, da dove vengono, come considerarli? Sono forse il “velo di Maya”, come pensano i Buddhisti? Questo concetto, che mi colpì quando lo usò il mio professore di Italiano al liceo per spiegare qualche poesia del Romanticismo, mi tornò in mente e cominciai a pensare, anche se in modo vago, che la realtà fisica fosse una sorta di simulazione o inganno. Ma mi trovavo di fronte a un dilemma: avevo capito che l’essere è pensiero e che la vera realtà sono i contenuti dell’anima, pensieri, sentimenti, desideri etc., e che quindi il vero mondo è fatto di immagini simboliche in cui tali contenuti si riflettono e divengono visibili, ma in un primo momento, obnubilato dalla psicoanalisi, pensavo che le mie visioni provenissero unicamente dalla mia anima, dal mio “inconscio”, che fossero immagini dei contenuti della mia coscienza. Il dilemma era dunque il seguente: vedere il vero mondo, l’anima, ma con questo perdere il contatto con una realtà intersoggettiva e trovarmi completamente solo, o rinunciare alla visione della verità, accettare il mondo fisico e comunicare intersoggettivamente con gli altri esseri umani? Infatti mi sembrava allora che l’unico mezzo a disposizione dell’anima per poter diventare visibile alle altre anima fosse il corpo fisico e che dunque senza quello ella sarebbe relegata nella totale invisibilità e nel solipsismo; come rinunciare alla vita comune con gli altri individui, con gli altri esseri? Ma esistono poi altri esseri o noi individui non siamo che illusione?
3.3.E ancora: qual è la nostra meta? liberarci dalla nostra individualità e ridiscioglierci nel principio infinito, l’essere, il tutto sopraindividuale, liberandoci dall’inganno della nostra mente, oppure la nostra esistenza individuale ha un valore e va mantenuta? Le visioni mi aiutarono a superare questi primi ostacoli, mi mostrarono chiaramente le difficoltà in cui mi stavo dibattendo: sovente mi trovavo a salire su quella strada di sole, colto da beatitudine estatica, ma, arrivato in alto, quasi alla meta, ero colto da un dubbio, da un pensiero che mi frenava: una volta arrivato oltre e trovato “Dio”(così allora mi esprimevo erroneamente), una volta raggiunta l’unione mistica con l’essere infinito, io non ci sarò più, non sarò più me stesso e intorno a me non ci sarà più nessun mondo, nessun altro essere, nessuna cosa, nulla... Nella visione questo dubbio corrispondeva a un capitombolo giù dalla strada di sole. Mi difettava, infatti, a quel punto il concetto vero di unione mistica con Dio, pensavo appunto fosse una sorta di discioglimento dell’io individuale nel mare universale dell’essere, o qualcosa del genere; ero stato frastornato anche dalle oscure asserzioni del misticismo orientale in voga (per esempio, a un mio compleanno alcuni amici mi avevano regalato il libro di Nisargadatta Maharaj, Io sono quello. I dialoghi di un “sapiente di villaggio”, a cura di Elémire Zolla, Rizzoli, Milano 1981, dove si dice, tra le altre cose, a pag. 81 del volume II: “per essere, non devi essere nessuno. Pensare di essere qualcosa o qualcuno è una sentenza di morte e un inferno”) e perciò pensavo che tutti gli oggetti della mente, compresa la percezione dell’io individuale, fossero illusioni e che per raggiungere la beatitudine mistica (intesa come qualcosa di vago) occorresse dunque tornare nell’indifferenziato, nell’indeterminato, nell’infinito... Ero convinto che tutti gli oggetti particolari che vedevo durante le estasi fossero segno del mio fallimento, significassero cioè che la mia anima non era abbastanza “purificata” dai pensieri individuali, e allora mi sforzavo, come insegna lo yoga, ad acquietare il pensiero, a svuotarlo (come se un pensiero vuoto fosse un pensiero puro!), a svuotarlo perfino dalla percezione di me stesso... Tranne, appunto, poi sentirmi turbato all’idea di perdere me stesso e la possibilità di un mondo intersoggettivo. Pensavo allora che questo “attaccamento al mio ego”, come dicono i maestri di yoga, fosse un errore, addirittura una colpa, un ostacolo al raggiungimento dello stato di “nirvana”.
3.4.Nirvana? Macché nirvana, macché dimenticanza di sé e ridiscioglimento nel principio infinito! Macché superare “l’attaccamento all’ego”! Meno male che c’era Platone a insegnarmi una verità fondamentale, indispensabile per levarmi dallo smarrimento e per impedirmi di andare nella direzione diametralmente opposta a quella che conduce all’essere, al bene: se l’essere non è un essere, non è. Ogni essere, per essere, infatti, deve essere un essere. Quando l’infinito pensiero rappresenta sé stesso, si pensa come un essere, e quindi l’idea di essere è coestensiva all’idea di unità, nel senso che l’insieme delle cose che sono, il genere degli esseri, è identico all’insieme delle unità, e cioè degli individui; il che è come dire che l’idea di essere e l’idea di uno producono due generi che hanno la stessa estensione, due insiemi identici, che contengono i medesimi individui. Quando l’infinito pensiero, che non è nulla se non potenzialità infinita e non è ancora essere, si rappresenta e diventa essere, pensa sé stesso per mezzo dell’idea di essere, ma perciò, perché le due idee si equivalgono, deve pensarsi anche per mezzo dell’idea di uno, deve pensarsi come unità, cioè come individuo: quando il pensiero si pensa come essere, egli deve pensarsi come un essere. Un atto di rappresentazione di sé dell’essere, che è ciò che noi chiamiamo coscienza, e senza il quale l’essere non sarebbe (perché noi chiamiamo essere il pensiero, che è coscienza e conoscenza di sé, non il nulla), è sempre individuale, la coscienza è necessariamente una coscienza, un individuo. Perciò se l’essere è pensiero e coscienza, deve anche essere individualità. Quando la coscienza viene convinta da queste sciocchezze pseudo-mistiche a esercitarsi a non essere più un individuo, viene indotta a cercare di non essere. L’essere che tenta di non essere, ovviamente invano! Ma che tocca vedere! L’essere, quando si pensa e si rappresenta –eternamente, perché l’essere è di necessità e non può mai non essere- è coscienza individuale, e poiché l’infinito essere non si esaurisce in un atto finito di coscienza, esso è la somma di innumerevoli atti di coscienza, la coscienza dell’essere è infinitamente molteplice. Noi siamo l’essere; esso non è nulla di particolare, in quanto principio potenziale e indefinito, ma è tutto in quanto somma di tutte le coscienze; non è un essere particolare, nessun essere può dire: sono io l’essere, io sono Dio; l’essere, Dio, non è nessuno degli esseri in particolare, nemmeno un presunto Essere Sommo, un individuo ma tre, chissà come. Il principio non è nulla in atto, è solo potenzialità di essere, non è l’essere, ma la fonte soprasostanziale, e cioè immanifesta, oscura e nascosta anche a sé stessa, dell’essere; ma è tutti, noi tutti siamo le infinite rappresentazioni dell’essere, le sue coscienze, è in noi che il principio, l’infinito pensiero, si rappresenta e si conosce, è in noi che da tenebra e mistero diventa luce e conoscibilità. Insomma: il principio è pensiero infinito, è uno in quanto infinito, infinita potenza, ma è molteplice in atto; e il suo atto è l’essere infinitamente molteplice, siamo noi, le anime, gli infiniti individui. Mi aiutò molto anche studiare il pensiero di Giovanni Scoto Eriugena: nell’anno 1988-89 infatti, cioè il mio secondo anno di università, stavo studiando per l’esame di filosofia medioevale e il programma prevedeva la lettura di alcune parti del De divisione naturae, opera bellissima, che la Chiesa ha scomunicato in quanto “panteista”. All’esame, la prof. Beonio Brocchieri, di fronte alla mia strenua difesa di Giovanni Scoto contro le obiezioni di un assistente cattolico (il suo unico argomento era che la sua filosofia era eretica per la Chiesa), trillò di piacere, mi guardò come se fossi un animale in estinzione chiamandomi “l’ultimo dei platonici” e mi dette trenta e lode; ma poi, ovviamente, si dimenticò di me e delle mie tesi in difesa di Giovanni Scoto.
3.5.La vera unione con Dio è un’altra, ora lo so. Se chiamiamo Dio l’assemblea (l’insieme, cioè) delle anime in possesso della forma eletta, cioè della retta conoscenza di sé, per essere unito a Dio, ovverosia far parte dell’Assemblea, che è la vera Chiesa, bisogna imprimere nella propria anima la forma eletta, che proviene dalla capacità di vedere le rette idee mediante cui l’essere conosce sé stesso e grazie a cui l’anima ripristina il retto amore, la vera salute. Chi vede l’essere, e sa che l’essere è la somma di tutte le anime, e che l’essere è il bene, sa anche che tutte le anime sono il bene, e le ama, poiché amiamo ciò che sentiamo come bene; chi vede l’essere e ha rettificato in sé tutte le idee, che sono le rappresentazioni dell’essere, ha in sé il medesimo intelletto che hanno anche tutte le altre anime elette, e poiché sentimenti, desideri e volontà dipendono dall’idea di bene, visto che noi vogliamo ciò che giudichiamo bene e amiamo e desideriamo ciò che sappiamo essere bene, noi, che abbiamo tutte la medesima idea di bene, e sappiamo tutte che il bene è l’essere e cioè che il bene è la somma di noi anime, abbiamo tutte la medesima volontà, i medesimi desideri, i medesimi sentimenti, vogliamo tutte il bene di ciascuna. Questa è la vera unione mistica in Dio, cioè nell’Assemblea dei giusti: non è un vago discioglimento dell’ego individuale in chissà che cosa, come se l’individualità fosse una colpa; né è attaccamento il retto amore di sé, ma è la forza che fa essere l’essere, ed è dunque desiderio e volontà di bene, sentimento razionale e santo. Infatti, chi ama rettamente sé stesso vuole darsi il bene, che è la verità, perché è la verità che fa essere l’essere ed è dunque il bene, visto che essere è pensiero e retta conoscenza di sé, cioè verità; e noi chiamiamo attaccamento il desiderio irrazionale, quello che ci porta verso un falso bene, non il desiderio razionale, il desiderio cioè del bene vero. Mi aiutarono, quindi, le visioni, ma soprattutto fu indispensabile l’insegnamento dei filosofi che nel passato hanno pensato rettamente; sicché trovai la direzione giusta, seppi qual era la meta: perfezionare l’anima, conferirle la forma eletta e renderla eterna, e prendere il mio posto, individuo fra individui, mondo fra gli eterni mondi dello spirito.
3.6.Così potei muovermi più a mio agio, nelle visioni: smisi di meditare per svuotare la mente, smisi di ritenere un’impurità ogni suo contenuto e di cercare visioni ove non vi fosse null’altro che luce o “ridiscioglimento” nel mare... Cominciai a guardare con interesse anche le visioni che contenevano oggetti particolari, quelli che prima mi sconcertavano perché troppo simili ai comuni oggetti del mondo terreno, e che avevo scambiato, in precedenza, per residui ricordi di “veglia”. Mi aiutò molto, come dissi, la visione della “villa azzurra” e delle città di cristallo; gradatamente capii, le visioni mi portarono a capire, che là, nel mondo dell’anima, non ero solo e che quelle che vedevo non erano immagini della mia anima, ma dell’anima, cioè delle molteplici coscienze di tutto l’essere. Cominiciai a fare degli incontri; o meglio: riuscii finalmente a comunicare con i personaggi presenti anche prima nelle visioni, perché cessai di fare manovre stupide verso di loro, scambiandoli per parti di me stesso. Per esempio, in uno scritto del 1989, una specie di romanzo ermetico, cioè scritto in modo criptico e non esplicito, che avevo cercato di congegnare per escludere gli altri e attirare solo le persone simili a me, esploratori dei mondi e quindi capaci di penetrarne gli enigmi, nella speranza che ve ne fossero molti in giro (non presumevo, infatti, di essere rara avis! Invece non ne trovai nessuno), ho registrato la seguente esperienza, che doveva risalire a qualche anno prima. Tenendo conto che in questo testo do il nome di Hurqalya al mondo dell’anima, influenzato dalla lettura di un libro bellissimo sulla tradizione mazdea, che mi fu assai utile (Henry Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita, Adelphi, Milano 19863), l’esperienza ivi registrata è la seguente:
Una delle prime volte in cui vidi il Mare di Hurqalya
e il suo amoroso Sole e mi sentii io stesso quel mare, e mi sentii portare in
alto come evaporando su quella strada di respiro d’oro dall’amore del Sole,
c’era con me quel “familiare” che ho soprannominato “l’albergatore” (...)
seduto quieto accanto a me, e sorrideva.
Apparivano infatti in quelle visioni estatiche alcuni personaggi, che mi dettero l’impressione di essere miei familiari e a cui io poi, in seguito, appioppai dei nomignoli. Questo era “l’albergatore” perché in un sogno si era mostrato simbolicamente in tale veste, a svolgere un tale ruolo: il nostro soggiorno nella vita terrena è come un periodo provvisorio passato in albergo, perché qui noi non siamo a casa. Ma all’inizio pensavo fossero mie proiezioni mentali; infatti il testo prosegue:
Vedendolo, tutto confuso dai pregiudizi del mondo
esterno, pensai: “dev’essere simbolo di Dio Padre”. Aveva infatti giusto l’età
per essere mio padre, e il divino era dappertutto sensibile in quei luoghi...
Come simbolo non mi piacque affatto, perché era troppo limitato in confronto al
simbolizzato, e, inoltre, allora non avevo ancora capito che non si può vedere
l’invisibile se esso non si manifesta attraverso enigmi (volevo dire ”immagini simboliche”: nota di oggi), e dunque mi
sforzai di cancellare quell’immagine, il mio “familiare” voglio dire, sia
perché ritenevo che guastasse il panorama, sia perché volevo andare al di là di
tutte le immagini, perfino oltre quel Sole che simboleggiava la visibilità
stessa, nel mio pensiero, mentre sentivo che da là dietro scaturiva Dio. In una
parola, volevo vedere Dio, ma lo volevo vedere invisibile, non con la metafora
del Sole e del Mare. Tutta questa confusione di pensieri mi causò un
capitombolo al suolo, sotto lo sguardo calmo e indifferente del mio
“familiare”. Che figuraccia! Deve proprio avermi giudicato uno stupido.
3.7.E aveva ragione. Ma, come ho detto, superai la fase di questo sciocco “misticismo negativo”, e potei ammettere la molteplicità e l’intersoggettività di quel mondo grazie alla filosofia, ma anche grazie ad alcune visioni, come appare dalle seguenti annotazioni, sempre registrate nello stesso scritto (aveva il titolo di Viaggio alla città di I, dove questo nome, città di I, doveva significare il mondo nel quale si riflette la mia anima, il mio mondo spirituale in mezzo agli infiniti mondi: I stava per “io”):
La prima fondamentale tappa che segnò l’avvicinarsi
della Città di I fu la caduta della distinzione fittizia e, a pensarci bene,
sciocca e ridicola tra esterno e interno. Un cosiddetto “oggetto esterno” non
esiste in Hurqalya. Esterno dove poi? E tutto ciò che si chiama “interno” o
“interiore” in Hurqalya si vede perfettamente e da questo punto di vista,
ebbene, è “esterno”...
e via di questo passo per altre cinque o sei righe: come si vede, accennavo ermeticamente, in un modo un po’ irritante e petulante direi oggi, alla confutazione degli errori materialistici del senso comune, ma è stato poi meglio abbandonare questo ermetismo che non portava a nulla e parlare esplicitamente con metodo logico ne Il fondamento della ricerca. Lo scritto prosegue:
Una volta, mentre vagavo un po’ sperduto nel tentativo
di distinguere, appunto, ciò che era esterno da ciò che era a me interno in
quel luogo, mi si presentò un cittadino di Hurqalya, chiaro e luminoso, che si
mise un buffo ed ingombrante cappello sul capo e, rifacendomi il verso,
esclamò: “adesso devo distinguere quello che è dentro da quello che è fuori!” e
ripeté cantilenando questa frase due o tre volte. Infine scoppiò a ridere
fragorosamente ed io mi sentii la persona più sciocca del mondo...
La bonaria presa in giro di questo spirito eletto mi fu molto utile, perché disinnescò un’altra delle mie manovre stupide, che rovinavano le visioni, quella di cercare di distinguere, nello spazio spirituale, quelle immagini che fossero “prodotti del mio inconscio” dagli “oggetti veri”. Il buffo e ingombrante cappello che quel signore s’era messo sul capo per prendermi in giro servì a significare il sistema di idee sciocco e ingombrante, materialismo e psicoanalisi, di cui dovevo liberarmi, se volevo entrare nel mondo spirituale e farne parte. Capii, e così mi procurai un concetto di realtà più razionale; il testo conclude infatti:
Smisi di fare assurde distinzioni, e la mia vista
hurqalina (spirituale, cioè) migliorò
alquanto.
Potei cioè guardare e capire molte più cose.
3.8.Un’altra annotazione sull’argomento che ritrovo in quello scritto è la seguente:
All’inizio ero convinto che la città di I (il mio luogo nel mondo dell’anima, come si
ricorderà) fosse deserta. Scrivevo infatti versi come:
“viaggia per le tue strade vuote e ascolta...”
oppure come:
“le tue spiagge deserte silenziose...”
e se incontravo qualcuno, ero colto da sincero
imbarazzo: lì per lì, sapevo che era qualcuno,
visto che mi parlava, ma poi mi chiedevo: ma è possibile? Certo che è
possibile. Ebbene caro Lettore, credimi. L’anima è un luogo accessibile e le
sue città sono aperte a tutti.
Avrei poi dimostrato razionalmente come le anime possano vedersi a vicenda senza alcun bisogno di un “mondo esterno”, e tale dimostrazione, scritta in chiaro e per esteso, è contenuta nel libro V de Il fondamento della ricerca. Per allora, i mondi mi spinsero verso questo progresso, di nuovo, con la loro bonaria irrisione. Il brano qui riportato, infatti, conclude:
...ben presto gli hurqalini si spazientirono, e uno di
loro mi mostrò una grande spiaggia tutta affollata e con un tono un po’ di
scherno, mi disse: “E allora? non sono poi così deserte le tue spiagge!”
3.9.No, il cielo non è deserto: il vero deserto è qui, nel mondo umano dove l’anima è arida e non produce frutti, perché le manca la verità, e cioè la retta idea di essere, e dove perciò è costretta a ignorare che cos’è il bene vero e manca dunque completamente di amore e non sa comunicare con nessuno. L’aver compreso che la coscienza dell’essere è molteplice e che il mondo dell’anima è un vero mondo, intersoggettivo e visibile, mi fruttò una visione chiarissima, splendida, un’estasi breve ma intensissima, che ho registrato nei seguenti versi (avevo scritto anche una raccolta di poesie, in quel periodo, infatti, che si chiamò La via del sonno e dove avevo registrato molte visioni in versi, perché la prosa non esprimeva appieno l’incanto delle estasi):
...Io
vidi che ero in piedi su di un suolo
sconosciuto,
e vidi che era notte
ed
in quel cielo vidi
un
numero incredibile di stelle
sempre
più fitte, ed esse
benché
lontane nel profondo spazio
l’una
dall’altra, sulla volta
si
univan confondendo
l’una
con l’altra la sua luce,
tanto
eran nunmerose e vidi infine
che
in cielo si era fatto
un
unico grandioso continente
tutto
di luce...
(Dalla
poesia Viaggio, autunno-inverno
1986).
Questa volta avevo visto e guardato senza fare capitomboli.
3.10.Così superai il dilemma fondamentale in cui, come dissi, mi dibattevo agli inizi: verità senza mondo o mondo senza verità? Visione dell’essere e perdita della molteplicità o molteplicità lontana da Dio, dall’essere? L’antitesi svanì, quando capii che Dio è l’essere che conosce sé stesso, è pensiero e coscienza, e che la coscienza di Dio siamo noi e che noi siamo fonte dei mondi; che la nostra coscienza è materia e dà origine ai corpi perché lo spazio infinito, l’immaginazione dell’essere, rappresenta ogni sua coscienza come fonte d’acqua viva, dalla quale poi, se ella si rivolge alle forme trascendenti, e cioè alle rette idee, nascono gli oggetti solidi e cristallini del quieto e splendente mondo dello spirito. Ogni fonte dà luogo a una città, ogni città sorge sulla riva dell’infinito mare: mille mondi, mille spazi, ma un solo mondo infinitamente molteplice in un unico spazio infinito. Dio è un mondo visibile, è infinite città splendide di sole, che si vedono l’una con l’altra e si guardano e si amano: il vero mondo intersoggettivo, che è la somma di tutte le anime e dei loro contenuti, e delle immagini visibili che tali contenuti manifestano, e cioè i veri corpi, gli oggetti reali, questo è Dio. Non è vero, come credono i Cattolici, che Dio è invisibile, inconoscibile, misterioso: essi chiamano Dio la tenebra. Noi no, noi chiamiamo Dio la luce, e cioè il pensiero visibile, che rappresenta sé stesso nel chiaro mondo dell’anima; e non è vero quel Dio incomprensibile alla ragione che dà di sé solo cenni oscuri in una presunta rivelazione ispirata ai profeti: se il Lettore ha affrontato seriamente il nostro studio intitolato La Natura, sa bene ormai da dove vengono queste ambigue e ingannevoli ispirazioni. Dio, quello vero, parla apertamente e chiarissimamente, e il suo discorso, la rappresentazione di sé delle sue infinite coscienze che siamo noi, le anime, è perfettamente razionale e comprensibile a chiunque impieghi rettamente la ragione: il suo linguaggio è il simbolo, ed ogni corpo è l’immagine simbolica visibile di un contenuto delle nostre coscienze. Questo è Dio: io l’ho visto, ho camminato dentro al suo cielo amoroso, ho percorso le sue vie illuminate dal sole, ho visto le sue piazze e le sue fontane... Ho visto cioè me stesso e gli altri me stessi, ci siamo specchiati insieme nell’immaginazione di Dio, dell’essere, come sue immagini. E io ho ascoltato le loro lezioni cercando di capire più che potevo, mentre mi impegnavo poi, di giorno, a studiare il pensiero umano, sia per trovare i mezzi indispensabili per comprendere il significato dei simboli, per tradurli in discorsi razionali, perché altrimenti sarebbero rimasti muti, sia per capire quanti e quali errori può produrre il pensiero quando si inganna, e imparare a confutarli, cioè a purificare (questa è l’unica vera purificazione) la mia anima da quei detriti e da quelle rovine che mi impedivano di vedere il cielo. Che viaggio, anima mia! Fu lungo e faticoso, ma che splendore...
3.11.Contemporaneamente a tutto questo, dovetti lottare contro un altro ostacolo: il problema della “materia”, quella terrena, quella che in epoche pre-filosofiche avevo ritenuto eterogenea al pensiero ed extramentale e che ora non sapevo come considerare. Ora che avevo deciso quale dei due mondi considerare vera realtà, come spiegare l’esistenza dell’altro? Che cosa mi obbligava ancora a sognare di avere un corpo aggregato, e come mai questi prepotenti sogni del mondo terreno, le percezioni che gli uomini chiamano erroneamente “mondo della veglia” ed “esperienza sensibile”, mi si imponevano contro la mia volontà alla fine di ogni estasi? Se ho dimostrato a me stesso che questo mondo è un’illuisione, perché non svanisce? chi o che cosa mi impone i suoi sogni? Nel 1985 evidenziai per la prima volta il problema in una poesia dove mi lamento, chiamando “altra me stessa” e “sorella” l’anima, quella che mi si era mostrata nei sogni estatici, e anche: “la mia metà del sonno”, intendendo con questa espressione un po’ criptica la fonte di quelle immagini che mi si erano mostrate, appunto, per la “forza del sogno” nelle visioni; cioè, se ricordo bene quel mio pensiero ancora sconclusionato di quando ho scritto questa posesia, ritenevo che la mia vera anima fosse quella del sogno, e mi pensavo come diviso in due, o reduplicato: la vera mia anima addormentata e in possesso dei sogni, ma impotente, incapace di trasmettermi le immagini del suo mondo, e io, la personalità terrena e fasulla imprigionata nel mondo incomprensibile dei corpi aggregati; e immaginavo anche che le visioni fossero i richiami della mia anima, quella vera, che in preda al sonno e all’angoscia per la mia assenza, mi chiamava perché io tornassi a risvegliarla... Che guazzabuglio! Ma ne uscii quando compresi da chi realmente proveniva il richiamo. Se il Lettore vuol ridere di me, gliene do agio, mentre anch’io rido di me stesso, di quel me stesso in preda a smarrimento e confusione, che in quella poesia, intitolata Primavera e sogni, tra le altre cose scriveva:
La
mia metà del sonno
che
giace oltre le stelle, dorme
ed
attende la lontana sorella
che
è nel mondo sola: perché ti abbandonai,
perché
io t’ho lasciata? Tu sei la luce
là
dov’io son ombra...
La sorella lontana, che ha abbandonato la sua “metà del sonno” è, appunto, la mia personalità terrena smarrita nel mondo basso, e la “metà del sonno” doveva essere la mia vera anima. Beh, in fondo non è poi così sbagliato, se per “metà del sonno” intendiamo la coscienza in possesso della forma eletta e in grado di produrre il suo mondo con la “forza del sogno”, solo temporaneamente spodestata dall’aggregazione col corpo terreno, ma che mi aspettava nel futuro, cioè ora. Ora posso guardare a quel me stesso del passato, a quella sua anima ancora deforme, come a una lontana sorella smarrita; in fondo ero io stesso che mi chiamavo allora, perché mi chiamava l’essere e io sono l’essere, insieme a tutte le altre anime, e, perciò, non sarebbe sbagliato considerare come mia vera anima e chiamarla “la mia metà del sonno”, visto che è il sogno che la rende visibile, l’anima molteplice del mondo... Ma non arzigogoliamo: è sciocco esprimersi in maniera involuta e oscura, tanto per fare i poeti e gli originali, quando ci si può esprimere più chiaramente e in maniera piana. Quello che qui ci interessa è che, almeno, avevo chiaro in mente un problema:
...senza
di te
devo
vagar di fuori, all’altrui luce
perché
dentro non vedo e gli oggetti scuri
restano
ignoti e strani.
Già: non avevo ancora esercitato il linguaggio dei simboli e gli oggetti del mondo dell’anima mi restavano ancora oscuri. La poesia prosegue:
E
se tu eri il mare liquido e profondo
con
nel tuo grembo tutto,
io
delle onde ghiaccaite percorro
in
superficie le valli
e
l’ombra stringe chi vi cammina in mezzo.
Il
demonio è che vi cammina in mezzo.
Chi
trafisse il mio cuore ad una trave
sì
che io diventai il demonio?
Infelice demonio trafitto a