GREGORIO
AGIS.
LA CURA
DELL’ANIMA.
Uno studio per
il recupero della psicologia socratico-platonica.
CONTENUTI.
Prologo.
Forma spirituale e libertà dell’anima (Libro I).
L’amore (Libro II).
Punti di alienazione del valore. L’ingigantimento dell’ego (Libro III).
Il male (Libro IV).
Il male (parte 2°) (Libro V).
Il fallimento dei punti di alienazione del valore (Libro VI).
PROLOGO.
Tanti anni fa, ero ancora uno studente di liceo, mentre aspettavo l’autobus per andare a scuola, mi capitò di assistere a un brutto episodio che mi colpì assai e si scrisse nella mia memoria per sempre. Una signora vistosamente claudicante, che portava i segni di una poliomielite grave (si era negli anni Settanta, infatti, e quella generazione non aveva conosciuto i vantaggi del progresso medico), stava attraversando la strada, tenendo per mano una bimba, la sua figlioletta. In quella passò un uomo in bicicletta, visibilmente mezzo ubriaco, che nel vedere la donna arrancare penosamente, invece di compatirla, se ne eccitò e, malignamente compiacendosi delle disgrazie altrui, le gridò contro: ma dove galoppi bella? La bimba chiese alla madre: ma che vuole quel signore? Ed ella, con viso cupo, le fece cenno di no, che non doveva preoccuparsene: niente, niente…Mi si strinse il cuore.
Ero fresco di studi, come dicevo, e avevo in mente il cosiddetto “intellettualismo socratico”: nessuno fa il male volontariamente, chi compie un’azione cattiva crede di procurarsi un bene; vuole il bene, ma ignorando che cosa è realmente il bene, credendo di procurarsi un bene, fa il male. In teoria, tutto logico. Ma ora, davanti a un caso concreto di azione malvagia, mi chiedevo: che vantaggio si crede di ottenere quest’uomo basso e volgare umiliando una persona che soffre? Davvero un’azione errata è dettata dalla ricerca di un bene? Che bene sta cercando costui? Allora non seppi trovare una risposta, ma iniziai a cercare. Cercai a lungo, sia nelle visioni filosofiche sull’uomo e sul male presenti nella nostra cultura, sia osservando le persone, nella vita comune, nella storia, ovunque, quando agiscono. E oggi, circa trent’anni dopo quell’episodio posso dimostrare scientificamente che Socrate aveva ragione.
Milano, 17.3.2007.
LIBRO I.
FORMA
SPIRITUALE E LIBERTA’ DELL’ANIMA.
LIBRO I.
INDICE DEGLI
ARGOMENTI.
Definizione di forma spirituale(1.1).
Poiché le tendenze e disposizioni che danno forma all’anima dipendono da ciò che ella crede bene, e le concezioni sul bene cambiano a seconda di quello che si crede sull’essere, la forma spirituale dipende dall’idea di essere(1.2).
L’anima, se conosce la verità sull’essere, vede il bene e dunque, se bene è l’essere e se l’essere è il pensiero con i suoi infiniti atti di coscienza (le anime), l’anima vedrà come bene sé stessa e tutte le altre anima, e dunque amerà sé stessa e tutte le altre anime(1.3).
Dunque la retta ontologia è terapia dell’anima(1.4).
Definizione di anima sana. L’occultamento della retta idea di essere nell’anima provoca la perdita del bene e dunque provoca malattie nella sua forma spirituale(1.5). Errori patogeni presenti nella nostra cultura(1.6).
Sull’autonomia dell’anima. Chiarificazione del concetto di libertà(1.7-1.10). Non è nel momento contingente di un’azione che l’anima sceglie esercitando la propria autonomia, ma quando decide che cosa pensare sul bene(1.11).
Riepilogo e polemica contro il concetto contraddittorio di inconscio(1.12).
1.1.Nel libro II del nostro scritto Il fondamento della ricerca abbiamo parlato dell’anima come di uno degli infiniti atti di coscienza dell’essere, e abbiamo stabilito che ella è autonoma nel darsi la materia e anche la forma(1). E’ soprattutto della forma spirituale che ora vogliamo parlare: intendiamo per forma spirituale l’insieme di disposizioni che nell’anima vengono prodotte dalle idee in essa contenute. Intendiamo dire che nell’anima si crea la tendenza a provare un certo tipo di desiderio o di sentimento a seconda di ciò che l’anima stessa crede essere il bene. Poiché si desidera ciò che si crede un bene, che lo sia realmente oppure no, l’anima cambierà la serie di disposizioni (cioè la sua forma) a seconda delle sue concezioni sul bene. Anche la tendenza a provare certi sentimenti piuttosto che altri dipende dalle idee che l’anima ha in sé sul bene, perché ci rallegriamo di ciò che ci pare un bene, che lo sia realmente o no, mentre ci rattristiamo per ciò che riteniamo un male, anche se magari non lo è veramente. E, di contro, sul piano fisico, quando una cosa ci fa provare piacere la consideriamo buona, mentre ciò che ci disgusta è definito cattivo. Il sentimento di piacere, però, può cambiare a seconda dell’apparato di idee che si è imposto al nostro spirito: in certe culture il piacere fisico è represso, considerato sporco e peccaminoso, e dunque si prova più piacere delle privazioni e delle sofferenze che delle cose gradevoli, appunto quando l’idea di bene si sia distorta in modo vistoso per qualche tipo di condizionamento culturale. Si dovrà vedere tutto questo (cioè il conflitto tra i sentimenti e desideri ricevuti dall’anima passivamente e provenienti dal corpo organico, che sono specifici, e i sentimenti e desideri prodotti individualmente dall’anima) in dettaglio, in uno studio a parte; per ora basti fissare questo enunciato: l’anima ha in sé disposizioni (o tendenze, o inclinazioni, che dir si voglia) che dipendono dalle idee che ha introdotte in sé stessa, e tale insieme di disposizioni o tendenze si chiama forma spirituale.
1.2.E’ importante notare un fatto: le concezioni sul bene e sul male che operano all’interno dell’anima dipendono dalla sua idea di essere, poiché un assioma sotteso a tutta la nostra esistenza e sordamente inteso anche da chi non abbia sviluppato la ragione e il linguaggio è che bene sia ciò che ci mantiene nell’essere, male ciò che distrugge il nostro essere(2). Perciò, quando la coscienza è ancora in preda di quegli errori concettuali sull’essere che ci siamo affaticati a confutare nel libro I de Il fondamento della ricerca, quelli che Platone (Timeo 52b) chiama “ragionamento bastardo”, e quindi concepisce l’essere irrazionalmete come una realtà extramentale fatta di una materia eterogenea al pensiero, identificando sé stessa col corpo aggregato, crederà che siano beni i mezzi materiali per la sopravvivenza del corpo terreno e la riproduzione della specie, confondendo così l’utile del corpo terreno e gli interessi della specie con il bene. Un’anima così ridotta allo stato animalesco avrà delle tendenze ben precise dentro di sé: se vuole sopravvivere biologicamente deve impadronirsi delle risorse presenti sul territorio e dunque diverrà aggressiva ed egoista. E se vuole riprodurre la specie in un altro individuo, convinta che questa sia la sola forma di sopravvivenza che le tocca, dovrà imporre a un individuo dell’altro sesso di prestarsi ai suoi scopi, dovrà obbligarlo a dedicare la propria esistenza alla prole, e svilupperà dunque sentimenti possessivi e di gelosia. In una parola, l’identificazione col corpo aggregato spegne l’amore.
1.3.Invece, l’anima che abbia in sé intatta la retta idea di essere come l’abbiamo definita nel I libro de Il fondamento della ricerca (§1.9 e segg.) e dunque sa che il vero essere è pensiero e coscienza, sa che, se bene è l’essere e se l’essere è coscienza e conoscenza di sé, il bene non è altro che l’insieme degli atti di coscienza mediante cui l’essere conosce sé stesso, cioè l’insieme di tutte le anime. Dunque le tendenze di un’anima siffatta saranno tutte dirette al vero bene: poiché, come si è detto (§1.1) si desidera ciò che si sa essere il bene e per ciò che si sa essere il bene si hanno sentimenti di contentezza, l’anima che sappia di essere l’essere e dunque di essere il bene, amerà (infatti il desiderio di bene si chiama amore) sé stessa e amerà parimenti tutte le altre coscienze dell’essere che insieme a lei sono il bene. L’anima ove vige la retta idea di essere arde d’amore.
1.4.Si noti qui una cosa importante: da quanto detto nel §1.3 si vede che il solo mezzo per riaccendere nell’anima l’amore che si era spento è ripristinare in lei la retta idea di essere, e dunque l’ontologia, che è lo studio dell’essere, se condotta rettamente, è anche terapia dell’anima. Ogni altro mezzo che si offra per riportare l’anima al suo stato di salute è spurio e ingannevole.
1.5.Infatti noi chiamiamo anima sana quella che conosce la verità, e cioè sa che l’essere è pensiero e coscienza, sa di essere l’essere, e ha in sé solo disposizioni amorose e benigne; come dire che la sua forma spirituale è eletta, è quella scelta dall’essere per rappresentare sé stesso. Invece l’anima è ammalata quando presenti una delle infinite forme che derivano dall’oscuramento dell’idea di essere dovuto all’identificazione col corpo aggregato(3), che induce in lei il “ragionamento bastardo”. Tale forma, come si vedrà in dettaglio nel corso del presente studio, è la somma di tendenze verso ai falsi beni, che per via del fraintendimento della nozione di essere e dunque di bene, l’anima alimenta e nelle quali rimane aggrovigliata.
1.6.Tutto ciò che confonde l’anima sull’essere è patogeno: sia la visione di un’anima creata da un Dio sommo e onnipotente, che sarebbe più essere di lei(4) e da cui ella dovrebbe propiziare favori e grazie con preghiere e riti, cioè con idolatrica piaggeria; sia la convinzione materialista che l’anima non sia l’essere, ma un sottoprodotto della materia inerte, negando all’anima la retta visione di sé stessa come bene, la svalutano(5) e perciò l’ammalano. Vedremo infatti più in dettaglio nel corso della presente opera che le malattie dell’anima dipendono dalla perdita di valore.
1.7.Abbiamo detto che le tendenze dell’anima verso un certo tipo di desideri o di sentimenti dipendono dalle concezioni che ella ha introdotto in sé stessa sull’essere e sul bene, che la portano a ritenere desiderabile, giusto, buono, meritevole, ammirabile un certo tipo di comportamento e a screditare come colpevole, cattivo, ingiusto, empio tutta un’altra serie di comportamenti. Abbiamo anche detto, nei §§2.5-2.7 del nostro scritto precedente, Il fondamento della ricerca, che l’anima è autonoma, cioè si plasma da sé, appunto, scegliendo come pensare, quale concezione avere di sé stessa e dell’essere. Abbiamo usato la parola “autonomia” e non “libertà”, per un motivo ben preciso: l’anima umana è libera, in un certo senso, di scegliere quali idee introiettare sull’essere e sul bene, sul giusto e sull’ingiusto, ma in un altro senso non è libera affatto, perché ella si trova, una volta identificata col corpo aggregato, ad alimentarsi di una cultura tradizionale che la condiziona fin dai primordi del suo pericoloso viaggio nel mondo terreno, quando è immemore e indifesa, e assorbe in maniera irriflessa il sistema di idee e di valori(6) della cultura dominante nella sua epoca e nel suo luogo di appartenenza. E’ vero dunque che ogni anima è autonoma nell’accettare le idee che introduce in sé stessa, ma è altresì vero che la situazione di un essere umano nel mondo dei corpi aggregati è quella di un essere debole, stordito, smarrito, frastornato… Quando siamo bambini, difettiamo delle armi della logica e della dialettica predicativa, che ci difenderebbero dalle intrusioni di errori concettuali spiriticidi, e anche quando siamo adulti, per lo più, continuiamo a difettarne, a meno che qualche evento particolare non ci spinga verso la ricerca. Subiamo sempre pressioni terribili da parte della società, della famiglia: si richiede da noi che ci adeguiamo in fretta e che in fretta otteniamo i risultati richiesti dalle comuni consuetudini. Veniamo mossi dai fili del desiderio di approvazione sociale, poi veniamo spinti a cercare di emergere, di avere successo, di procurarci un ruolo lavorativo che sia prestigioso e ammirato, a mettere su famiglia, ad accumulare benessere in eccesso da esibire. In questo modo ci troviamo invischiati in una rete di fini sbagliati, dove l’anima rimane avviluppata come una farfalla in una tela di ragno. Siamo obbligati a consumare tutta la nostra vita in queste occupazioni, omettendo di impegnarci in quell’unico compito che ci porterebbe fuori dal male, verso il bene: la cura della nostra anima. E perché non ne sentiamo l’esigenza, la società stessa, che vuole da noi dedizione completa ai suoi scopi terreni, sa sostituire la vera cura dell’anima con mezzi accidiosi e fraudolenti, sa offrirci le comode scorciatoie della fede, dei riti e della credulità cieca, che illudono l’anima di essere sana e salva con poca spesa, sì da potersi poi dedicare liberamente ai suoi affari terreni.
1.8.L’anima è dunque autonoma, perché quando accetta di considerare beni i fini che le impone la consuetudine sociale, che derivano dall’ignoranza del vero bene e del vero essere e dalla rappresentazione falsa della realtà, lo fa senza che nessuno la costringa(7); se accetta le idee della cultura dominante, lo fa solo a causa di quello che essa è, non per interventi estranei. Ma non è libera, perché, se per libertà intendiamo la capacità di realizzare ciò che si vuole, a questo stadio l’anima, non essendo libera dai condizionamenti che la portano a errori concettuali, se anche vuole il bene, non è in grado di realizzarlo. Come già detto e dimostrato ne Il fondamento della ricerca, quando un’anima è unita a un corpo aggregato, è indotta a pensare che l’essere sia una realtà fatta di cose estese e visibili in uno spazio extramentale, cose fatte di una materia inerte eterogenea al pensiero, e così dimentica che il vero essere è pensiero e coscienza; e così, dato che bene è l’essere, perdendo la retta idea di essere e alimentando concezioni errate, ha perso il bene. E dunque, mentre, come ogni essere, ella vuole il bene, non sapendo che cosa è il bene non sa procurarselo, e al suo posto riesce solo a procurarsi, invece, ciò che crede bene ma non lo è affatto, illudendosi e venendo ingannata. Dunque vuole il bene ma non sa realizzarlo, non fa ciò che vuole, e quindi non è libera. Possiamo dire, perciò, che l’anima è sempre autonoma, raramente è libera: è, per lo più, nella condizione terrena, debole e incapace e allora la sua autonomia non è sufficiente perché possa liberarsi dal male e procurarsi il bene, perché essa è autonoma nel lasciarsi ingannare.
1.9.L’anima è autonoma e libera quando, avendo ripristinato in sé l’idea di bene, volendo il bene, sa procurarselo. Fuori, però, dal nostro linguaggio, in altri sensi si intende la parola “libero”: innanzi tutto c’è il senso giuridico. Nelle società antiche era libero il cittadino, in antitesi con chi era privo di diritti politici; concetto che si è poi in parte eclissato durante l’evo di mezzo, assieme all’eclissarsi del principio di sovranità popolare e al trionfo dell’impero o monarchia per diritto divino. Ce ne occuperemo in sede di studi storici. Nel Cristianesimo(8) l’uomo sembra in possesso di libero arbitrio, ma solo quando deve rispondere di colpe (o peccati, come in quell’ambito si usa chiamarle) per essere punito in quanto responsabile, evidentemente, perché altrimenti si nega recisamente che l’anima sia autonoma e sappia essere buona e giusta da sé, senza l’intervento divino che, secondo quanto asserito dalle dottrine romane, si realizza misteriosamente dietro a sacramenti e riti di cui ha il monopolio, a prescindere dalla sua degnità e competenza, il clero cattolico(9); mentre nella cultura pseudoscientifica materialista l’uomo diventa il sottoprodotto di una materia che lo determina attraverso il DNA, oppure è in balia di un processo inconscio che sfugge sempre al suo controllo, e da cui egli è inderogabilmente condizionato e manovrato. In quest’ambito la nozione di libertà viene trasformata in quella di licenza e sfrenatezza: l’uomo sarebbe libero di essere quello che è (sottinteso che è un determinismo extraumano, biologico, una inderogabile legge naturale meccanicistica a decidere quello che l’uomo è o non è realmente, e non la coscienza pensante e razionale), quando non reprime i suoi istinti animaleschi o i suoi desideri individualistici, le sue pretese più basse, il suo egoismo e la sua smania di ingigantimento, ma li sfoga senza remore morali e senza istanze ideali di elevazione spirituale. Questa concezione impone violentemente all’uomo di essere il peggiore possibile, spacciando per libertà la bassezza morale e l’egoismo.
1.10.Ma, in generale, nel senso comune, più semplicemente si ritiene libera una persona che non subisca costrizioni esterne sul piano fisico, cioè colui che può fare quello che desidera godendo di libertà fisica, senza gettare nemmeno un’occhiata alla situazione della sua anima, e dunque senza distinguere, come invece facciamo noi, tra desiderio e volontà. Per noi, come abbiamo detto (§1.9), la vera libertà è la capacità di realizzare ciò che vogliamo, cioè il bene. Ma, a voler essere più precisi, potremmo anche dire che “libertà” è un termine relativo, poiché un’anima può essere libera dal male (cioè dall’ignoranza e dall’inganno) quando con la sua forza e il suo impegno personale ha ripristinato in sé la retta idea di essere e di bene e dunque ha rettificato tutte le forze che la muovono (le sue tendenze sono tutte virtuose e nessuna è maligna, e la sua forma spirituale è perfetta); oppure può essersi liberata dalla verità e aver scelto di soddisfarsi con illusioni e falsità, e allora sarà libera di sfogare i suoi desideri più malvagi, salvo impedimenti esterni. Insomma, fermo restando che l’uomo è sempre autonomo, sia chiaro che quando noi usiamo il termine “libertà” in senso positivo, è sottinteso che questa espressione è abbreviata e che va intesa come libertà dal male. In altre parole, per noi l’uomo è libero quando fa ciò che vuole, cioè si procura il bene; per altri l’uomo è libero anche solo quando fa ciò che desidera, anche se poi i suoi desideri sono rivolti verso il male, cioè verso beni illusori, e quindi non riesce a realizzare ciò che vuole veramente, cioè il bene, poiché tutti vorrebbero il bene. Per questo abbiamo proposto di distinguere la libertà dall’autonomia, perché l’anima è sempre autonoma, ma è libera, nel nostro senso, solo quando si è liberata dal male, che è l’ignoranza del vero essere e del bene.
1.11.Ma se vogliamo indagare più a fondo il concetto di libertà, dobbiamo prestare attenzione a un fatto importante. Osserviamo il momento in cui un uomo (o una qualsiasi anima) compie un’azione: non è quello il momento della scelta. Cioè, le cause che inducono una persona a compiere un’azione, a prendere una decisione, a trasformare un desiderio in realtà, sono le sue tendenze o inclinazioni o disposizioni (che dir si voglia), che danno luogo a una volizione precisa in una precisa situazione contingente. La persona sceglie il comportamento da tenere a seconda di quale desiderio è più forte, cioè di quale risultato è considerato più soddisfacente, e questo dipende da quali cose egli ha classificato come beni nella sua anima. Nel momento della sua azione egli è determinato da cause già in atto, a meno che egli non sia in grado di sospendere l’azione per riflettere e cambiare le proprie idee, e di conseguenza la propria forma spirituale, in quell’occasione. Ma è pressocché impossibile che succeda così, perché le scelte della nostra vita richiedono rapidità, mentre per cambiare una forma spirituale ci vogliono anni di studi. La scelta dunque non viene fatta nel momento contingente in cui si è chiamati a prendere una decisione, e si agisce. La scelta è stata già fatta prima, nel preciso momento in cui l’anima ha deciso che cosa pensare o non pensare sul bene. In altri termini, il momento vero in cui si esercita l’autonomia dell’anima è quello teoretico, non quello pratico, è il momento in cui l’anima decide che cosa pensare e quindi plasma la sua forma spirituale. Dopo, tutto dipenderà rigidamente dalle disposizioni contenute in tale forma, che, ricordiamolo, sono forze che rampollano dalle idee che l’anima ha introdotto in sé stessa sull’essere e sul bene. Possiamo notare anche come il momento o la serie di momenti più importanti della nostra vita siano terribilmente trascurati, poiché, in genere, l’anima accetta le concezioni che si trova davanti in maniera irriflessa, frettolosa, negligente, senza alcuna attenzione, e spesso affastella concezioni disordinate, oscure e persino contraddittorie, sicché a volte i desideri che la agitano, la lacerano anche, come nel caso del conflitto tra dovere e piaceri o soddisfazioni individualistiche, per esempio. Lo si vedrà meglio più avanti; per ora basti fissare questo, che la disattenzione con cui un’anima accetta idee irrazionali sul bene e sull’essere produce guasti poi a lungo irreparabili.
1.12.Per concludere questo primo libro, che è servito a esporre i postulati della nostra scienza dell’anima, facciamo un riepilogo ordinato di ciò che dobbiamo tener presente nello svolgersi della nostra futura ricerca: dalla definizione di essere e di anima contenute nel nostro scritto Il fondamento della ricerca (essere:§§1.9-1.10 e passim; anima: §§2.1-2.2 e passim) abbiamo potuto ricavare che l’anima, essendo pensiero, e dunque essere, è autonoma perché si pensa da sé; che ella si dà da sé una forma spirituale, definita come l’insieme dei suoi contenuti conoscitivi (idee chiare o concetti oscuri e irriflessi che siano) e delle tendenze o disposizioni che da essi rampollano; le azioni, i desideri, i sentimenti, le volizioni e tutti i comportamenti delle persone sono gli effetti prodotti dalle tendenze contenute nella forma spirituale, che ne sono la causa. Aggiungerei qui che tendenze e contenuti della coscienza sono sempre consci e consapevoli, mai inconsci, anche se spesso assunti acriticamente, in maniera disattenta e magari inespressa verbalmente, o addirittura verbalmente negati (ma in questo caso è per ipocrisia). Nessun contenuto della coscienza può essere mai inconscio(10), per il principio di non contraddizione: infatti per definizione se una cosa non è percepita dalla coscienza, questa non è un suo contenuto, visto che chiamiamo contenuti della coscienza ciò che ella percepisce. Dunque non esistono desideri o sentimenti inconsci: se un sentimento o un desiderio non l’ho prodotto io, ma esiste, vuol dire che lo ha prodotto qualcun altro e questo qualcun altro, se prova desideri e sentimenti, è una coscienza, non un “inconscio”. Dunque, invece di dire assurdamente, con un artificioso gioco verbale, che desidero una cosa inconsciamente, basta dire, con più logica e senza solecismi, che quella cosa io non la desidero affatto. Quante volte capita di sentirsi dire: non è vero che non hai il tal desiderio (in genere si tratta di desideri sessuali o qualcosa di ignobile e meschino, sottintendendo che se lo reprimi ti ammali; è il genere di manovra di chi ti vuole sedurre o imporre di non essere migliore), ce l’hai, ma inconsciamente. Per il principio di non contraddizione, se non provo un desiderio, non lo provo, e se non lo provo non ce l’ho, perché avere un desiderio è la stessa cosa che provarlo. Non posso provare un desiderio senza sentirlo, cioè senza provarlo, perché il desiderio è una sensazione interna e se la sensazione non c’è, non c’è desiderio.
1.13.Ma proseguiamo con il nostro lessico. Libera è solo l’anima che fa ciò che vuole, ma poiché tutte le anime, quando vogliono, vogliono il bene, fa ciò che vuole solo l’anima che sa procurarsi realmente il bene e non cade in illusioni. Tutte le anime sono autonome perché scelgono da sé quale concezione avere e non avere, cioè si danno la forma da sé, e con la forma decidono la norma di comportamento che poi terranno nei momenti della scelta contingente (la parola “autonomia”, infatti, deriva dal greco e significa questo: darsi la norma da sé); anche se in questa scelta sono condizionate da pressioni esterne, sono comunque autonome, perché una concezione può solo essere pensata, non può essere introdotta con meccanicismi o determinismi: l’anima è pensiero e non una cosa soggetta a qualche tipo di causalità diversa da quella interna al pensiero, e il pensare è sempre un atto autonomo. Per introdurre dentro di sé una concezione l’anima deve essere convinta, e dunque anche se è convinta da pressioni esterne fortissime, nel momento in cui è convinta ad accettare una o l’altra concezione è comunque autonoma, è per la sua forza interna che accetta quella concezione. Ma se tutte le anime sono autonome, non tutte sono libere, solo quelle che sanno che cos’è l’essere e dunque che cos’è il bene. Ricordiamo però che il termine “libertà” è relativo, perché per alcuni essere liberi significa negare la verità ed esserne esenti(11); costoro sono liberi dalla verità e schiavi dell’ignoranza e del male, mentre noi siamo liberi dal male e legati solo alla verità, cioè al bene.
NOTE AL
LIBRO I.
Nota 1: Il fondamento della ricerca è a disposizione del Lettore sul presente sito. Si raccomanda la lettura preliminare di tale testo, perché in mancanza delle nozioni fondamentali di ontologia contenute in esso, sarebbe difficile accettare i risultati della presente ricerca. Riportiamo qui, per comodità del Lettore, alcuni dei passi in questione: l’essere è uno e infinito, è potenza di pensare; e, in atto, quando pensa -eternamente, perché l’essere è pensiero di sé e quando pensa non è- è infinite coscienze (…)quando l’infinito pensiero si dà rappresentazione, è infiniti atti di coscienza, è infiniti individui, infinite anime; chiamiamo anima, infatti, un atto di coscienza dell’essere (§2.1). L’anima non è soggetta ad alcun determinismo (…)si genera da sé pensandosi (…)Ella è autonoma, è quello che decide di essere, è quello che sa di essere (§2.5).
Nota 2: sembra fare eccezione a questo principio nel misticismo orientale la convinzione che meta dell’uomo sia liberarsi dell’individualità e perciò cessare di essere. Costoro pensano che il vero essere non sia individuale, come se l’atto di coscienza individuale fosse un’illusione e una menzogna sull’essere e come se il vero essere fosse qualcosa di inconsapevole, non pensante e inconscio. Ma si potrebbe dire che anche per costoro la meta, e quindi il bene, è sempre l’essere, solo che hanno dell’essere una concezione diametralmente opposta alla nostra e vogliono liberarsi di quello che per noi è l’essere vero, cioè la rappresentazione individuale, ritenendolo qualcosa di illusorio che dall’essere li allontana. La forma spirituale di queste persone contiene tendenze e disposizioni paradossali, perché essi svalutano, in quanto prodotti della coscienza individuale, oltre che i suoi contenuti conoscitivi, anche gli affetti. Sentimenti e desideri sono stigmatizzati da costoro come turbamenti da uno stato perfetto (considerando perfetto uno stato di vuoto, di inconsapevolezza), col risultato che essi alimentano un unico gigantesco e paradossale desiderio: il desiderio di non avere desideri. Quanto essi siano lontani dalle nostre posizioni lo si può capire rileggendo il §2.9 de Il fondamento della ricerca, che per comodità del Lettore riportiamo qui: …Bene non è solo il principio, separato dalle sue coscienze (che siamo noi anime) poiché bene è l’essere, ma l’essere non è se non ha coscienza e conoscenza di sé; il principio è infinita potenza, ma senza i suoi atti di coscienza, cioè noi, non sarebbe nulla, rimarrebbe oscura potenzialità, indefinita e inespressa; ma sarebbe un paradosso un essere privo di coscienza e conoscenza di sé, poiché l’essere è pensiero e per essere deve pensarsi. (…)Esso è la nostra fonte, ma noi lo facciamo essere, noi anime, intendo, noi coscienze; senza di noi sarebbe privo di significato, non sarebbe verità, né bene. Sarebbe essere che non è nulla, sarebbe come una lampada senza luce o un occhio senza sguardo; sarebbe un pensiero che non si pensa affatto. Ivi parlammo contro la superstizione cattolica che personifica il principio e ne fa un Dio sommo, ma l’argomento vale anche contro coloro che pur non personificando il principio, ugualmente sbagliano perché credono che lo stato di potenzialità inespressa sia migliore di quello dell’essere che ha in atto la retta rappresentazione di sé. Il Lettore si ricordi che noi, le anime, la somma di tutti gli atti di coscienza dell’essere, siamo la retta rappresentazione dell’essere: siamo noi Dio, noi siamo il bene.
Nota 3: insistiamo col dire che per comprendere appieno i postulati della nostra psicologia, il Lettore deve aver riflettuto su quanto detto nello studio intitolato Il fondamento della ricerca, e cioè che il mondo che si crede normalmente “la realtà” è invece una complicata simulazione e che il corpo aggregato (quello che comunemente si crede il “nostro” corpo) non è affatto il nostro vero corpo, ma una simulazione (§3.15). Come si ricorderà, si è definito il vero corpo come un consapevole atto di pensiero e si è dato conto della vera facoltà percettiva dell’anima (nel libro V dello stesso scritto) e di come, benché le immagini che ella riceve non siano mai errate, ella può essere ingannata e indotta a interpretare erroneamente quello che vede (§3.17). Si tenga anche presente quanto da noi detto ivi, §5.6.
Nota 4: cfr. Il fondamento della ricerca, §§2.9; 2.10; 3.18; 4.4; 4.11.
Nota 5: cfr. ivi, §§3.19; 4.11.
Nota 6: si dà valore a ciò che si crede bene, quindi si chiamano comunemente valori quelli che la cultura dominante indica come beni. Se nella cultura dominante le idee di essere e di bene sono errate, va da sé che i valori da essa imposti sono falsi e sono da considerarsi “idoli”. Bisognerà esaminare i vari sistemi di valori errati che si sono avvicendati nelle varie fasi della storia umana, ma lo si farà in sede di studi storici.
Nota 7: il corpo terreno può essere costretto a fare ciò che non vuole con la violenza fisica, che dipende da quel meccanicismo simulato a cui è soggetto, ma nessuno può usare costrizione sull’anima: ella pensa ciò che vuole pensare e l’unico modo per modificare i suoi contenuti è convincerla. Sicché la vera violenza, quella che si esercita sul vero essere dell’uomo, che è l’anima, è l’inganno. Ma se l’anima si lascia ingannare, questo dipende unicamente da lei, da come la sua coscienza è strutturata e da quali forze (e dunque da quali idee) ella possiede in sé stessa. Si tenga ben presente che sono logicamente impossibili interventi meccanici (cioè che non passano per la consapevolezza, che non siano comunicazioni esplicite) sull’anima, che è pensiero, coscienza, non una cosa extramentale. Si escludano dunque anche gli interventi soprannaturali tanto cari ai cattolici, che vorrebero l’anima rettificata da miracolosi interventi divini propiziati dai loro sacramenti e dal misterioso potere del sacrificio di Cristo, purché si sia con lui in comunione grazie agli offici del loro clero. Per quanto ci riguarda, questi sono riti magici e idolatrici come quelli di qualsiasi religione irrazionale e superstiziosa; e possiamo assicurare che Cristo, che è un’anima eletta nel nostro senso del termine (cfr. supra, §1.5 e infra, §2.1), ed è un maestro della nostra Scienza sacra (è logos e usa la logica, non la magia), soffre molto vedendo il suo nome mescolato a simili ciarlatanerie. Ma di questo parleremo a lungo altrove.
Nota 8: delle concezioni di libertà presenti nelle varie correnti della filosofia antica, che possono aver anticipato e influenzato il Cristianesimo, ci occuperemo in altra sede.
Nota 9: questa convinzione si è radicata definitivamente nel Cristianesimo dopo la condanna di Pelagio, fortemente voluta da Agostino di Ippona, all’inizio del V secolo.
Nota 10: per la polemica contro il concetto contraddittorio di “inconscio” cfr. Il fondamento della ricerca, nota 16 al libro III: …un fantomatico inconscio, inteso come un essere, che è te ma non sei tu, pensa al posto tuo senza avere coscienza di pensare, desidera al posto tuo senza avere coscienza di desiderare etc., è solo un’oscura immaginazione nella mente di questi pseudoscienziati irrazionali… Se si accetta la nostra definizione di essere come pensiero e coscienza, un essere inconscio è una contraddizione in termini.
Nota 11: ne abbiamo avuto un penoso esempio nella nostra storia recente, quando qualcuno ha voluto fondare un partito denominato “Casa delle libertà”, intendendo libertà dalla giustizia e dalla legalità, dal rispetto delle norme democratiche e perfino dalla convivenza civile; libertà, insomma, d’arricchire a dismisura a qualunque costo. E’ un caso d’anima particolarmente involuta di cui dovremo parlare.
LIBRO II.
L’AMORE.
LIBRO II
INDICE DEGLI
ARGOMENTI.
Desideri razionali e desideri irrazionali. L’amore di un’anima sana è desiderio razionale, le sue tendenze sono tutte rivolte al vero bene(2.1).
Sentimenti razionali e sentimenti irrazionali. Distinzione tra desideri e sentimenti(2.2).
L’amore è rivolto all’essere e alle sue coscienze; ma se una coscienza ha una forma errata, per la mancanza della retta idea di essere che produce in essa tendenze irrazionali, l’unico possibile modo di amarla è desiderare la sua rettificazione(2.3).
False immagini di amore. Attenzione a non cadervi(2.4-2.6).
Assecondare le pretese illegittime delle anime irrazionali non è amore(2.7).
Chi abbia rettificato l’idea di essere e dunque tenda al bene soltanto, si trova solo. Inanità dei legami di parentela. Impossibilità di comunicare con le anime “in via” e condizione di nascondimento(2.8).
L’unico modo di amare il prossimo, qui nel mondo terreno, è impegnarsi a capire perché non accetta la verità(2.9).
2.1.Abbiamo asserito nel §1.3 che il desiderio di bene si chiama amore e che l’anima che conosce la retta idea di essere, e che sappia dunque che l’essere è pensiero e conoscenza di sé, amerà, sentendole come bene, tutti gli atti di coscienza mediante cui l’essere conosce sé stesso, cioè tutte le altre anime, oltre che sé stessa. Nel §1.5 abbiamo definito questo stato dell’anima che arde d’amore per tutti gli esseri come salute, e abbiamo asserito che tutte le disposizioni di un’anima siffatta sono rivolte al bene e che dunque la sua forma spirituale è eletta, cioè la migliore possibile. Questo tipo di anima ha desideri molto semplici, chiari e razionali. Infatti chiamiamo desideri razionali quelli che rampollano dalla retta idea di bene, irrazionali, invece, quei desideri che nascano dalle concezioni errate sul bene, prodotte da chi irrazionalmente crede che l’essere sia qualcosa di oggettivo, fatto di una materia eterogenea al pensiero ed esteso e visibile in uno spazio extramentale, visione che nel I libro de Il fondamento della ricerca abbiamo già dimostrato essere una trasgressione al principio di ragion sufficiente e quindi irrazionale. Come già più volte si è detto, è quello che Platone chiama “ragionamento bastardo” (Timeo 52b).
2.2.Anche i sentimenti possono essere razionali o irrazionali, visto che anch’essi dipendono dall’idea di essere e di bene che l’anima ha introdotto in sé: se questa è retta, i sentimenti che ne derivano sono tutti razionali, in caso contrario l’anima sarà confusa e mossa da sentimenti irrazionali. Dunque possiamo chiamare amore il legame che l’anima ha con il bene, il quale si specifica in desiderio e sentimenti, tutti rivolti al bene. Ricordiamo che il desiderio è un legame con un bene assente(1), il sentimento un legame con un bene presente, se è positivo; se è negativo (dispiacere, disapprovazione, collera etc.) è il segno che nell’anima imprime la presenza di un male (razionalmente giudicato tale se l’anima è razionale, altrimenti è un sentimento irrazionale). I desideri negativi si chiamano timori o paure. Tutti questi che abbiamo testè chiamato legami, possono dirsi anche “affetti”.
2.3.Dunque l’amore è sia sentimento che desiderio, ed è l’unico legame razionale. Quando gioisco perché le anime consorelle insieme a me fruiscono del bene, questo è un sentimento, e si chiama amore; quando desidero l’essere di tutte le anime (compresa la mia) e dunque desidero la loro perfezione, poiché è essere pienamente solo il pensiero che conosce rettamente sé stesso e dunque solo l’atto di coscienza perfetto (cioè quell’atto di coscienza che rappresenta rettamente l’essere, come dire che è un’anima che conosce la verità) è vero essere, desidero il bene di tutti gli esseri, cioè li amo, e anche questo desiderio si chiama amore. Quando disapprovo la forma errata da cui è afflitta un’anima e desidero la sua rettificazione e cioè il suo bene, anche questo è un desiderio razionale e si può chiamare amore anche questo, anche se bisogna distinguere con sottigliezza: non amo l’anima così com’è, perché è fonte di dolore quando in preda a una forma spirituale errata, cioè a un groviglio di tendenze irrazionali, è indotta a compiere azioni ingiuste che provocano sofferenza. Ma detestare la sua forma non significa odiare lei, anzi, viceversa, se desideri la sua rettificazione, significa amarla. Ed è questo il solo modo di amare un’anima “in via”, cioè priva di forma eletta e tendente al male, perché fino a che è ridotta così non è amabile.
2.4.Perciò è irrazionale cercare legami affettivi con le anime “in via”(2): assecondando le loro pretese illegittime si farebbe solo il loro male alimentandone i vizi(3) (vizio=tendenza irrazionale dell’anima), per questo un eletto nel mondo è sempre solo. Ma spieghiamoci meglio: l’anima che abbia in sé stessa l’idea di bene, e dunque l’amore, quello vero, non può accontentarsi di quei sentimenti falsi, possessivi e feroci che nel mondo umano “normale” vengono spacciati per amore. Poiché l’anima identificata con il corpo aggregato crede che il bene sia la sopravvivenza biologica e la riproduzione della specie, si crede amore, per esempio, quello dei genitori verso i figli, si crede cioè che “mettere al mondo un figlio” sia un atto d’amore. Ma non è così(4). Abbiamo mostrato nel nostro precedente studio, Il fondamento della ricerca, che l’anima non dipende da nulla per esistere, che è essere, e quindi non ha bisogno di essere creata, non nasce e non muore. Nel momento di “mettere al mondo una creatura”, come si dice, non si crea una vita, ma quello che succede veramente è che le forze che governano il mondo aggregato (delle quali abbiamo cominciato a parlare nel libro IV de Il fondamento della ricerca) aggregano un nuovo corpo, servendosi di elementi già esistenti e delle forme consuete, all’interno di un corpo più vecchio, e lo portano poi a compimento gradatamente fino a farlo uscire “dal grembo materno” per simulare (abbiamo già visto, ibidem, che tutto il loro mondo, quello che gli uomini chiamano “realtà” è una sorta di simulazione) un evento che non c’è, cioè una nascita. Quello che realmente è successo è che una forma, quella dell’uomo biologico, è stata sovrapposta ad altre forme, quelle degli organi e dei tessuti, che a loro volta tengono insieme altre forme, quelle delle cellule, che a loro volta sono composte di forme elementari, che sono atomi(5). E tutte le forme così ingegnosamente combinate sono estranee all’anima che le subisce, ma provengono, come detto nella nostra precedente opera, da intelligenze portatrici di forma, che non sono un Dio creatore che ci dona la vita, ma gli organizzatori di una simulazione che ci inganna e ci danneggia. Niente nasce e niente muore, ma il corpo aggregato, che, come si ricorderà, non è un vero corpo, ma è una molteplicità di corpi uniti insieme per simulare una realtà che non c’è, può, appunto, aggregarsi o disgregarsi simulando le vicende dei nostri cicli vitali. Quando l’anima “entra” a far parte del corpo aggregato (cioè le viene nascosto lo spazio che riflette i corpi semplici, i veri corpi che manifestano le anime nel vero mondo, e percepisce solo immagini e sensazioni che dipendono dalle alterazioni che si verificano nel corpo aggregato), in realtà “muore”, cioè dimentica l’essere e sé stessa, la propria vera natura.
2.5.Questo non è un atto d’amore, ma è un’azione distruttiva: l’anima viene intrappolata in stato di smemoratezza e smarrimento in un mondo pericolosissimo, dove verrà invasa da errori spiriticidi che le guasteranno la forma fino a renderla disposta al male. I genitori, in genere, chiamano amore, nel migliore dei casi, un istinto animalesco, che non è prodotto dalla loro anima, ma passivamente ricevuto dalla specie, che è uno di quegli spiriti ingannatori che vogliono far durare la loro simulazione, per i loro scopi(6). Istinto che essi assecondano(7) non per amore, ma perché nella prole essi vedono un’affermazione di sé stessi: essi vogliono sopravvivere nella discendenza (idea quant’altre mai irrazionale, questa, perché l’unica vera sopravvivenza è la vita infinita nel mondo spirituale: l’anima essendo essere in atto è necessariamente esistente e dunque eterna), affermare la propria stirpe a scapito delle altre, rendere forte e dominatore il proprio gruppo sociale (tribù, razza o nazione: si ricorderà l’etica del fascismo, per esempio) o semplicemente far mostra d’aver fatto il proprio “dovere” verso la società per averne in cambio approvazione. Spesso una donna vuol essere madre perché l’unico modo per farsi ammirare in una società maschilista è occuparsi della prole e della famiglia, e dunque il figlio diventa un mezzo per procurarsi maggior importanza e considerazione, mentre nel maschio gioca quel condizionamento culturale che esalta la potenza sessuale e la virilità e fa sentire superiore e dominatore il maschio che si sia impossessato di una femmina e la usi per i suoi scopi riproduttivi a scapito degli altri. Il legame tra genitori e figli biologici non è mai amore: il figlio deve servire al prestigio della famiglia e non ha valore in sé stesso; nessun genitore cerca mai il bene vero del figlio, né quando quest’ultimo mostra aspirazioni di elevazione spirituale viene rispettato e appoggiato: tutti vogliono solo “fare il bene” dei figli, cioè quello falso, uccidendone lo spirito coll’impedire loro di impegnarsi nelle vie che portano alla verità e allo sviluppo delle capacità spirituali e obbligandoli a prestarsi a loro volta nella faticosa impresa di procurarsi il benessere materiale, l’ammirazione sociale, e mettere su famiglia, spendendo così inutilmente il tempo della loro vita.
2.6.Né mi si dica che è amore quell’istinto animalesco che si innesca irrazionalmente tra due persone di sesso opposto e che si chiama impropriamente “innamoramento”. E’ un istinto che proviene dalla specie, che ha i suoi scopi e ci usa per essi; chi ne viene colpito lo asseconda perché crede con questo di guadagnare importanza (ne riparleremo in dettaglio): infatti le persone di entrambi i sessi credono di valere di più se piacciono a un esponente dell’altro sesso e sono al centro della sua attenzione. E’ dunque un sentimento di autoesaltazione, e non amore, quello che induce le persone a stringere vincoli di coppia e con tale autoesaltazione si intrecciano poi gelosia e possessività(8), tutto tranne che amore. La pretesa di monopolizzare in esclusiva l’affettività di un’altra persona rendendola fredda e indifferente a tutti gli altri esseri è piuttosto il soffocamento del vero amore, che è rivolto all’universo intero e non a un essere solo, e questa vicenda di impossessarsi della vita di un’altra persona obbligandola ad occuparsi unicamente della prole e al benessere terreno della famiglia è gravissima deprivazione. La vita va spesa per liberarsi dal male, che è l’ignoranza dell’essere e del bene, non per riprodurre la specie. La via d’uscita da questa orribile famiglia tradizionale(9), quella che piace alla Chiesa cattolica tanto che viene addirittura spacciata per un sacramento, per via della consueta confusione che si fa in quest’ambito tra volontà divina e legge di natura(10), nella nuova società secolarizzata e materialista non si è ancora precisata, non esistendo ancora oggi modelli alternativi chiari; ma diciamo subito che anche i rapporti “liberi” in voga oggi non migliorano le cose e i sentimenti che si sprigionano nelle coppie di nuovo tipo, anche se hanno liberato la donna dall’umiliante posizione di incapace economicamente e intellettualmente, non si sono avvicinati di un passo al vero amore. Continuo a vedere in questi affetti sfoghi di autoesaltazione e prevaricazione reciproca. Ma dovremo parlarne capillarmente in altra sede.
2.7.Perciò, come dicevamo, assecondare questo tipo di sentimenti irrazionali che si spacciano per amore e sono invece odio distruttivo è sbagliato. I genitori che pretendono gratitudine dai figli per il bene falso che impongono loro nel tentativo di ridurli allo stato animalesco, si meritano solo freddezza e bene fanno quei giovani che, potendo, li piantano in asso. Quei mostri di sesso maschile (nel corpo aggregato(11)) che intrappolano l’anima di una donna perché funga da succube spattatrice, devota e piena di ammirazione per la loro presunta superiorità di maschi, proibendole di rivolgere la sua attenzione altrove (col pretesto, legittimato mostruosamente dalla religione, dei doveri familiari) meritano solo di rimanere soli; e sono quelli che a volte impazziscono di ferocia, quando vengono lasciati e, credendosi nel giusto, dato il sistema di idee distorto che vige nella società ancora improntata di cattolicesimo, si vendicano con la violenza. E quelle madri ricattatorie che c’erano una volta, che dopo aver passato tutto il loro tempo a lustrare la casa e a fare le casalinghe perfette, ti ricattavano coll’averti sacrificato la loro vita e pretendevano in nome di questo di dominarti e annullare la tua volontà, per accollarti vendicativamente e invidiosamente la vita peggiore possibile, non si meritano l’opportuno rancore(12)? Potremmo continuare con molti esempi, e lo faremo analizzando la casistica del male. Per ora sia chiaro questo: che non è amore assecondare le pretese illegittime di persone dalla forma spirituale storpia, perché se non si resiste alle loro pretese, si alimentano sempre di più i loro vizi e si fa il loro male, non il loro bene. E amare significa volere il bene, non il male. Bontà non è assecondare sempre una persona e non contrastarla mai: la vera bontà è anche saper resistere al male.
2.8.Se tutto ciò che è amabile, il bene, cioè l’essere e la verità, che è pensiero e infinite coscienze, qui nel mondo umano è assente, poiché le anime qui non sono rette rappresentazioni dell’essere, ma immagini oscure e carenti, lontane dal vero, che cosa resta quaggiù da amare? Forse nulla. In effetti, un iniziato alla nostra Scienza sacra, che abbia sradicato in sé tutte le tendenze irrazionali, non è legato ai falsi beni di cui parleremo nel prossimo libro del presente scritto, perché avendo in sé la retta idea di bene non ne viene ingannato, non li percepisce erroneamente come beni e dunque non li desidera. Né è un bene per noi essere in un rapporto di coppia, come detto, né mettere al mondo figli; i rapporti di parentela dipendono dal corpo aggregato, che è una simulazione e non è il vero nostro essere e dunque per noi non hanno alcun valore: per noi conta solo la forma spirituale e ci sentiamo fratelli solo con chi abbia ripristinato in sé la forma eletta. Perché dovrei amare una sorella biologica o una madre biologica che non mi rispettano, hanno sempre fatto tutto per distruggermi e mi scherniscono per la mia scelta di vita? Perché abbiamo i cromosomi in comune? E che c’entro io coi cromosomi? Io sono un essere di pensiero e i cromosomi dettano la forma del corpo aggregato, che non è me e ha solo la funzione di occultare e imprigionare il vero me stesso. La discendenza biologica è una simulazione, e perciò è sciocco considerare più importanti le persone che “hanno il nostro stesso sangue”: che abbiamo noi a che vedere con il sangue? Tutte le persone sono importanti allo stesso modo per noi, ma non per intrecciare con loro quei rapporti affettivi che risultano impossibili finché la loro anima è obnubilata e piena di tendenze irrazionali. L’unico sentimento che possiamo razionalmente provare verso di loro è il desiderio che più presto possibile si liberino dal male e condividano con noi il bene, la verità. Ma questo, come si può capire, non è un desiderio immediatamente realizzabile, e non possiamo colloquiare con la loro anima come vorremmo, perché esse oppongono alla nostra scienza ostacoli formidabili e non vogliono ascoltare. E noi non possiamo “destare dal sonno l’amata finché essa non voglia (Ct. 3,5)”, poiché, data l’autonomia dell’anima di cui abbiamo parlato, non si possono mutare i suoi contenuti, finché essa non vuole farlo. Perciò, anche se noi amiamo tutti gli uomini e vorremmo il loro bene, la cura e la guarigione della loro anima, il nostro amore, quaggiù, deve starsene quieto, nascosto e rimanere inefficace. Tutto quello che possiamo fare è domandarci -ed è la domanda chiave di tutta la scienza che si occupa della cura dell’anima- come si può far sì che l’anima desideri il bene? Perché, finché l’anima si appaga di soddisfazioni illusorie e di beni fasulli, non cercherà mai il vero bene e finché non si renderà conto di essere carente e ammalata, non avrà motivo di impegnarsi a colmare la sua carenza e ad accettare il farmaco che può farla guarire dalla malattia, e cioè la vera sapienza.
2.9.Dunque l’unico modo razionale per amare il prossimo su questa disgraziata terra è starsene nascosti ed isolati e impegnarsi a capire che cosa ammala l’anima dell’uomo e perché, quando cerchi di condividere il bene, la sapienza, con le altre persone, queste la calpestano e, disprezzando il tuo amore, si voltano e ti azzannano: è il consiglio che si trova nel Vangelo di Matteo, di non mettere le perle innanzi ai porci (Mt.7,6). Non è dunque vero che per noi quaggiù non c’è nulla da amare, è solo che non possiamo comunicare il nostro amore. Perché, se amore è volere il bene di qualcuno e se il bene è la conoscenza di sé e dell’essere, l’unico vero atto d’amore è quello di donare sapienza. Ma gli uomini non la sanno accettare, perché sono legati ai beni falsi, all’ingigantimento del loro ego, e non vogliono rinunciarvi; è di questo che parleremo nel prossimo libro del presente scritto.
NOTE AL
LIBRO II.
Nota 1: a voler essere rigorosi, però, anche quando si fruisce presentemente del bene, il sentimento di gioia che rampolla dal possesso del bene si accompagna al desiderio di permanere nel medesimo stato e dunque anche quando si è in possesso del bene il desiderio non è mai spento, solo viene continuamente appagato.
Nota 2: chiamiamo così, per intenderci, le anime non ancora arrivate al bene, cioè alla forma eletta (per “forma eletta” cfr. §§1.5 e 2.1).
Nota 3: possiamo riprendere la terminologia tradizionale, levandola dalle mani dei cattolici che ne abusano, e renderla di nuovo scientifica, chiamando “vizi” le tendenze o disposizioni irrazionali dell’anima, quelle, cioè, a desiderare beni illusori, e “virtù” le tendenze razionali dell’anima, il desiderio di bene che si chiama anche bontà.
Nota 4: abbiamo già fatto notare (cfr. Il fondamento della ricerca, §5.6) come la simulazione in atto nel mondo dei corpi aggregati abbia l’effetto di sostituire alle idee rette dell’anima una serie di concetti errati, sicché nulla viene più chiamato col suo nome e siamo nel mondo alla rovescia. Dopo aver trovato il fondamento nella retta idea di essere, l’anima ha ora il compito di rettificare il linguaggio, confutando le concezioni errate che l’ammalano e ripristinando in sé il sistema di idee rette, la sapienza, che le renderà lo stato di salute. Su questo cfr. anche il nostro Introduzione alla Scienza sacra, libro IV.
Nota 5: si rammenti il Lettore che gli atomi sono spiriti tenuti in forma dalle menti che governano il mondo dei corpi aggregati (cfr. Il fondamento della ricerca, §§3.13, 4.3 e 4.4 e passim. Posso aggiungere qui la dimostrazione leibniziana della natura spirituale dell’atomo: poiché ciò che è corporeo è esteso e l’estensione è infinitamente divisibile, se si trova qualcosa di indivisibile, questo non può essere corporeo ).
Nota 6: dovremo studiare dettagliatamente in altro luogo la questione degli istinti. Si tratta di contenuti che la coscienza non produce da sé, ma riceve passivamente e che tende ad assecondare finché è debole, finché, cioè, difetta di quella conoscenza di sé e dell’essere che la renderebbe inattaccabile e non manipolabile. Quanto all’asserzione che la specie è uno spirito intelligente, che può di primo acchito dare l’impressione di essere una di quelle fantasie irrazionali proprie degli esoterismi spiccioli, è invece frutto di una rigorosa applicazione del principio di ragion sufficiente (ricordiamo che per definizione è irrazionale chi trascura questo principio, non chi lo applica rigorosamente), o meglio del suo corollario, che dice: se un pensiero, un desiderio o un sentimento non l’ho prodotto io, ma esiste, dev’essere il prodotto della coscienza di qualcun altro. Poiché gli istinti sono tutti o desideri o paure o decisioni strategiche puntuali in ordine alla sopravvivenza (cioè pensieri, perché le decisioni sono pensieri), non possono che esser i prodotti di un’altra coscienza, visto che la coscienza che li riceve non li produce (non sono infatti sotto al suo controllo ed ella non sa perché li percepisce), e visto che pensieri e desideri non esistono da sé, senza una causa che li faccia essere.
Nota 7: nessuno asseconderebbe gli istinti se non vi trovasse soddisfazioni illusorie. Cioè, al fine della specie che comunica l’istinto, si giustappone il fine individuale dell’anima che vuole soddisfatto, nella realizzazione del desiderio istintivo, un suo desiderio illusorio. Così, per esempio è il caso dei genitori che seguendo l’istinto della specie procreano, ma perseguendo i loro scopi individuali, come attirare l’approvazione sociale, avere un altro sé stesso che sopravviva alla morte etc.. Vedremo in seguito come dall’istinto deviato a scopi egoistici nascano quei comportamenti assurdi che caratterizzano l’uomo nelle varie epoche.
Nota 8: Platone, nel Fedro (238e e segg.) ha dato un quadro chiarissimo degli esiti di un tale sentimento possessivo, che sciaguratamente gli uomini scambiano per amore (il fatto che il filosofo descriva qui un rapporto omosessuale secondo il tipico modello greco della pederastia non conta nulla, le sue osservazioni sono valide anche per il modello eterosessuale): colui che passa per innamorato è invece intento distruttivamente a “foggiare l’amato come più gli piace” e poiché l’interesse che egli prova per l’altra persona non è amore, ma la smania di essere sconfinatamente ammirato e riverito da lui (o lei), “non sopporterà facilmente che il suo amato (scil.: l’oggetto del suo interesse, che però non è amore) valga più di lui o gli sia pari e cercherà di farlo essere inferiore e più inetto”. Il cosiddetto innamorato ha bisogno, in realtà, di un adoratore passivo e succube, che funga da pubblico perennemente stupito per la sua presunta grandezza, al confronto del quale sentirsi un dio, e per questo lo vuole il più possibile incapace: “godendo dei difetti intellettuali dell’amato gli impedisce di colmarli”, è possessivo e distruttivo. Ed è inevitabile che sia geloso: non vorrà intorno termini di confronto che rischino di smascherare le sue presunzioni e gli facciano concorrenza, sicché i rapporti umani ne verranno atrofizzati e le esperienze limitate. Si può vedere su questo argomento il bel film Lezioni di piano (“The piano”, Francia/Nuova Zelanda 1993, di Jane Campion), ma avviso che io stesso non sopporterei più di rivedere la scena in cui il marito possessivo mozza un dito alla moglie per impedirle di suonare il piano, di evolvere cioè il suo linguaggio artistico e di comunicare con persone che la apprezzerebbero, mentre lui ne ha fatto un suo possesso e la vorrebbe usare, appunto, per gli scopi di cui parla Platone nel passo appena citato. Un altro film sulla possessività maschile deve essere stato Boxing Helena, del 1993, di J.C.Lynch, ma ammetto che di questo ho solo informazioni indirette, dalla critica e dai provini, perché non ho avuto la forza di vederlo neanche una volta: si tratta di una donna cui vengono amputate braccia e gambe da un “innamorato” chirurgo, che la tiene poi chiusa in una scatola. E’, in effetti, un’eloquente metafora di quello che le anime si fanno a vicenda quando si incarcerano in un rapporto di coppia. Il problema, in sintesi, è che nel mondo alla rovescia dove le cose non ricevono mai il loro vero nome, il cosiddetto innamorato chiama amore quello che realmente è la disponibilità da parte dell’altro a ingigantire la sua importanza; e questo pretende dal partner, non amore vero, ma ingigantimento, chiamandolo amore, con tutto ciò che ne consegue, e cioè, come dice Platone, che il partner deve farsi inetto ed incapace, annullarsi per esaltare lui. Nel matrimonio di vecchio tipo l’uomo riusciva ad ottenere questo dalla donna tenendola in stato di minorità economica ed intellettuale, oggi non è più così e i rapporti di coppia sono diventati delle vere e proprie guerre fra “giganti”, cioè tra due persone che, chiamandola amore, pretendono invece dall’altro la disponibilità all’ingigantimento del proprio ego. Ricordiamoci bene, per non cadere in queste trappole, che assecondare la smania di ingigantimento di un egocentrico esaltato non è amore, perché amore è volere il bene di una persona, mentre chi asseconda un vizio lo alimenta e lo peggiora, e dunque fa il male, non il bene.
Nota 9: avevo già dato una descrizione della famiglia di vecchio tipo nel precedente scritto Introduzione alla Scienza sacra, §3.6 come esempio di violenza spirituale.
Nota 10: la dottrina autentica del Cristo, di cui si trovano ancora tracce nelle lettere di Paolo e nel tema evangelico della vittoria sul mondo, vedeva, come noi, il mondo terreno governato da potenze nemiche dell’uomo, una Natura operante per allontanare l’uomo dal bene e tenerlo invischiato nell’ignoranza e nel male. Era compito del vero cristiano combattere e vincere tali forze ostili per poter ritrovare la vera natura del proprio essere, quella spirituale (si ricordi la tematica dell’uomo nuovo, spirituale, che deve nascere dopo l’uccisione dell’uomo vecchio, che è quello identificato col corpo terreno e che dunque ignora il vero essere e il vero bene ed ha tendenze mondane); ma, caduto nelle mani sbagliate, il Cristianesimo è tornato a essere una religione naturalistica e idolatrica, come le altre, perché interpretato secondo le abitudini mentali dei greci e dei romani, che tradizionalmente vedevano la norma stabilita dagli dèi nella legge naturale e il divino come un potere sul mondo da propiziarsi mediante un culto. Sicchè la confusione tra legge di natura e volontà divina vige ancora oggi nella Chiesa cattolica e in nome di essa si impongono come doveri quelle che sono vere e proprie mostruosità. Di recente abbiamo assistito al comportamento crudele dell’alto clero nei confronti del sig. Welby (ne abbiamo parlato in uno scritto, una preghiera intitolata Sull’eutanasia) che chiedeva di essere liberato dalle sofferenze insopportabili che gli infliggeva un corpo troppo ammalato, e alle ingerenze clericali nell’attività legislativa italiana per impedire le ricerche scientifiche sugli embrioni (idolatrati come qualcosa di sacro, quando invece sono grumi di cellule e aggregati di atomi che, disaggregati, non subiscono alcun male); ora è in corso un feroce attacco clericale contro i diritti delle coppie di fatto, in nome appunto della famiglia tradizionale e della concezione che vede il matrimonio, assurdamente, come un sacramento.
Nota 11: già dicemmo (Il fondamento della ricerca, §§2.11 e 2.13) che l’anima sana possiede i due principi, maschile e femminile, e che dunque nella vera realtà non esiste distinzione fra i sessi; ne ho parlato anche in un breve scritto del 27.9.2006, destinato a rintuzzare un’accusa di maschilismo rivolta a Cristo da una persona molto ignorante, sconfinatamente presuntuosa e petulante quant’altre mai -di solito non faccio così, ma costei mi aveva proprio esasperato- che è a disposizione di chi lo voglia leggere, richiedendolo all’Autore. Il corpo aggregato è una simulazione e nasconde il vero essere dell’anima, e dunque tutti coloro che credono di essere maschi solo perché il loro corpo aggregato ha genitali maschili, non possedendo il principio maschile (cioè la visione retta delle idee eterne) nella vera realtà non sono maschi affatto. E magari, invece, proprio perché maschi (nel corpo aggregato) si credono di avere più intelletto delle donne, come se essere razionali fosse un istinto che viene dal corpo! Simile pregiudizio è assai radicato nella nostra cultura e ancora oggi si sente ripetere, anche da gente acculturata e progressista (l’ho sentito dire, per esempio, da Gad Lerner in una sua trasmissione di qualche anno fa), quell’idiozia che suona: “l’uomo è intellettuale, la donna viscerale”.
Nota 12: era questa una volta la reazione più tipica di una donna intrappolata nella famiglia tradizionale e relegata dal marito in un ruolo subalterno, umiliante e riduttivo, tanto che si parlava, a quei tempi, di “nevrosi della casalinga” senza però intenderne il senso e le vere cause. Cfr. infra, §5.8.
LIBRO III.
PUNTI DI
ALIENAZIONE DEL VALORE. L’INGIGANTIMENTO DELL’EGO.
LIBRO III.
INDICE DEGLI
ARGOMENTI.
Richiamo alla definizione di essere e di bene; all’autonomia dell’anima nel darsi materia e forma, all’effetto devastante che la simulazione dei corpi aggregati ha su di essa(3.1-3.2).
Perdita del valore: l’anima che non ama sé stessa si ammala. Questa è la radice del male spirituale(3.3).
Digressione: la cultura umana, sia quella religiosa che quella materialista, svaluta l’uomo e dunque peggiora il suo male(3.4-3.5).
Conseguenze della lesione al valore dell’anima: ingigantimento dell’ego o superbia(3.6), tendenza a negare la propria normalità umana e dunque a evitare l’eguaglianza col prossimo, tendenza a deprivare gli altri del bene (primo accenno)(3.7).
Richiamo alla definizione del retto amore di sé, questa è la medicina(3.8).
Definizione di “punto di alienazione del valore”(3.9).
Puntualizzazione: la differenza tra il semplice spegnimento dell’amore nell’anima allo stadio animalesco e lo sviluppo di “punti di alienazione del valore”, che portano l’anima a un grado più profondo di malattia(3.10).
Riepilogo e: accettare la forma umana senza sentirsene svalutati è l’unico modo per evitare che essa diventi patogena(3.11).
3.1.Se vale l’assioma che essere è pensiero e conoscenza di sé, e se bene è essere e male non essere, è bene la retta conoscenza di sé e dell’essere, male l’ignoranza. Dunque tutto ciò che alimenta la conoscenza dell’essere è un bene, è un male tutto ciò che allontana l’anima dalla retta conoscenza dell’essere e di sé. Ma l’anima dimentica l’essere e sé stessa quando è aggregata a un corpo terreno e ignorando che il vero essere è pensiero e coscienza, si inganna rappresentandosi l’essere come una realtà fatta di cose oggettivamente esistenti in uno spazio extramentale. La simulazione del mondo dei corpi aggregati, di cui parlammo nel nostro precedente studio, Il fondamento della ricerca, ha effetti devastanti sull’anima, che dovremo studiare ora in dettaglio. Ivi dicemmo, lo si ricorderà, che l’anima sana è autonoma nel darsi la materia e anche la forma (§§2.6 e 2.7); infatti avevamo definito la materia come idea di essere (che l’anima ha in sé stessa, essendo essere) riflessa nello spazio (definito, appunto, come immagine dell’immaginazione dell’essere, capacità di rendere visibili le cose invisibili, cioè i contenuti della coscienza), e la forma, che è ciò di cui ci siamo affaticati a parlare nello scorso libro del presente testo, anche se da un altro punto di vista, come somma delle caratteristiche specifiche mediante cui l’anima completa il proprio essere (§2.11). Questo è lo stato dell’anima sana e bella, che splende nel vero mondo come un lago d’acqua viva e cristallina che risplenda al sole. (§2.12).
3.2.Ma, si ricorderà, allora ci chiedemmo (§3.7): se l’anima sana, che abbia in sé la retta idea di essere, specchiando questa ne ricava materia fluida e cristallina (l’immagine di sé), che accade a un’anima nella quale l’idea di essere si sia offuscata? E, si ricorderà, allora rispondemmo, dal punto di vista dell’ontologia, che la materia, cioè l’immagine di sé prodotta da quell’anima nello spazio, è una guazza buia sinistra e incomprensibile, instabile e paradossale (§§3.7 e 3.8). Poi, nel medesimo testo, ci affaticammo a spiegare qual è la causa dell’offuscamento della retta idea di essere nell’anima: è la simulazione di realtà che abbiamo chiamato mondo dei corpi aggregati, ed è ciò che gli uomini comuni si ostinano a chiamare realtà e mondo reale, quando è solo una simulazione. Ora dobbiamo valutare gli effetti di questo offuscamento non più dal punto di vista ontologico, ma da quello di chi studia le patologie dell’anima.
3.3.Abbiamo già detto (cfr. supra, §§1.2 e 1.3) che l’anima che abbia in sé stessa la retta idea di essere, poiché essere è bene, conosce anche il bene, mentre chi crede che l’essere sia oggettivo ed extramentale e fatto di una materia indipendente dal pensiero, si inganna anche sul bene. L’anima che sa di essere l’essere sa di essere il bene e si dà valore, in quanto il bene è ciò a cui noi diamo valore; insieme a sé stessa, l’anima, sapendo che l’essere è infiniti atti di coscienza, cioè infinite anime, darà anche a tutte le altre anime lo stesso valore che a sé stessa. Ma l’anima che ha perso la retta nozione di essere e ignora di essere l’essere, e cioè il bene, ha perso il suo valore. L’uomo si trova svalutato nel mondo terreno, ed è questa la radice di tutte le sue malattie spirituali: lo smarrimento del suo vero valore, la svalutazione di sé, perché un essere, che pensi di non valere nulla, soffre, chi pensa di esser spregevole, non può sopportarsi, chiunque si ritenga indegno, incapace e privo di importanza, si odia. E, se amando sé stessa, l’anima gioisce, odiandosi è in preda al dolore.
3.4.Tale svalutazione dell’uomo, che già risulta dal suo stato naturale terreno, è poi amplificata dalla cultura dominante, quando essa imponga (finora è sempre stato così) un sistema di idee non rettificato, soprattutto se legato a una tradizione religiosa. Non è solo il Cristianesimo storico a svalutare l’uomo perché essere caduto e tarato da una colpa originaria, ed incapace con la sua ragione di arrivare al bene senza aiuti soprannaturali; anche le religioni del mondo antico annullavano il valore dell’uomo di fronte a quello degli immortali che vivono sicuri, esenti da malattie e intemperie, mentre gli uomini sono mortali, deboli e tribolati. L’uomo è destinato a vivere una breve vita di cui non è padrone, essendo sottomesso al fato, che è in mano agli dèi e, a meno di non essere promosso a eroe, in casi del tutto eccezionali, ed essere accolto nelle isole dei beati, gli spetta di soggiornare dopo la morte nel mondo buio di Ade in stato di semicoscienza e sonnambulismo, per sempre. Il Cristianesimo, anche in questo caso, non ha fatto che continuare senza svolte gli errori delle religioni antiche e, anzi, ha peggiorato la situazione parlando di un peccato originale trasmesso per via ereditaria a partire dal progenitore Adamo (il dogma non è di Cristo, ma di Ireneo di Lione), cosa che ha diffuso nelle anime la cupa convinzione che è tarato e incline alla colpa ogni essere semplicemente in quanto umano. Vedremo come l’idea che essere umani significa essere spregevoli abbia prodotto in un gran numero di persone il rifiuto della forma umana, il tentativo irrazionale di negare la propria umanità con mezzi assurdi, rifiutando patologicamente rapporti di uguaglianza con gli altri esseri umani. Ancora oggi uno dei terrori fondamentali che si legge dietro ai comportamenti di chi, per esempio, rifiuta di dare valore allo stato, alla convivenza civile, alla legge e alla giustizia, per non parlare del principio della condivisione delle risorse(1) e di solidarietà sociale, è proprio quello di doversi ammettere umano come gli altri, di sentirsi uguale agli altri uomini, che è come dire, per costoro, doversi disprezzare. E lo stesso terrore è alla base di molti blocchi affettivi: desideri e sentimenti ti fanno sentire umano, ma se ti hanno convinto che essere umano significa essere spregevole e privo di valore, sentirti umano ti terrorizza e ciò ti induce a negare la tua umanità reprimendo gli affetti.
3.5.Né migliora di molto le cose la cultura materialista, per la quale la coscienza è un incomprensibile e casuale sottoprodotto della materia (intesa nel vecchio modo, come eterogenea al pensiero; visione totalmente irrazionale, come abbiamo più volte fatto notare, perché l’esistenza di una simile materia è impossibile, dato che ciò che non si causa da sé e non è causato da altro è impossibile, per il principio di ragion sufficiente) e, inoltre, non sarebbe nemmeno sotto il proprio controllo perché sottoposta a un determinismo biologico o all’oscura tirannia di un misterioso altro sé stesso, chiamato contraddittoriamente inconscio(2). Il fatto di credersi mortale, inoltre, fa impazzire l’anima, perché ella, convinta di avere pochissimo tempo per procurarsi il bene e per fruirne, cercherà, presa dal panico, le soddisfazioni più rapide e immediate e, a costo di accontentarsi anche di fingere, cercherà di arrivare a un successo più rapido possibile, fondato però sull’apparenza e sulla millanteria, in una parola, sul bluff. Chi non ha tempo di procurarsi competenze e doti prestigiose, ma vuole ciò nondimeno il prestigio, non ha altra scelta che fingere di averle. Il risultato è, per esempio, una pletora di pappagalli dottorati che infestano il mondo della cultura e dell’informazione, occupano ogni spazio editoriale e oppongono muri di invidia e gelosia a chi sia realmente competente. Tutti costoro, dicevamo, sono preda di quell’impazzimento che consegue alla perdita del proprio retto valore e del bene.
3.6.Ma esaminiamo ordinatamente quali siano le conseguenze della perdita del valore che colpisce l’anima in seguito alla sua identificazione col corpo aggregato. Dicemmo (cfr. supra, §3.3): un essere, che pensi di non valere nulla, soffre. Ed è proprio questa sofferenza che spinge l’anima a cercare un rimedio: deve trovare il modo di darsi valore. Ma, evidentemente, finché ella è identificata col corpo aggregato ed è nel mondo frastornata e confusa dalle cattive idee della cultura dominante, non è in grado di farlo rettamente: poiché nella tradizione trova idee di valore sbagliate, difettando la cultura umana dell’idea di bene e dunque della capacità di dare il retto valore alle cose, troverà solo valori spuri, che non la guariranno realmente. Crederà di darsi valore occupando posizioni di potere, per esempio, o esibendo ricchezze e lussi; crederà di darsi importanza con un ruolo lavorativo prestigioso, o guadagnandosi fama e gloria compiendo imprese ammirate; vorrà un pubblico, se è un artista e se diventa famoso, magari fino a essere considerato un divo… Abbiamo già accennato a come il modo più comune di ingigantire il proprio valore sia l’innamoramento, cioè il mettere in atto una vicenda dove all’altro viene assegnato il ruolo di adoratore passivo e inetto, e come anche mettere al mondo prole può soddisfare questa patologica esigenza di procurarsi un maggior valore. I mezzi sono tanti, e svariati, ma il fine di queste anime è uno solo: avendo perso il loro retto valore, ne cercano uno spurio per colmare la mancanza; avendo dimenticato il valore che hanno, cercano quello che non hanno. Questa tendenza ad attribuirsi un valore illegittimo, avendo perso quello legittimo, può chiamarsi “ingigantimento dell’ego”, ma un tempo si sarebbe potuta chiamare “superbia”, se i cattolici non si fossero impadroniti del termine distorcendone completamente il senso. Infatti per costoro è superbo chi si procura delle competenze e delle capacità, compresa la sapienza, e non si affida alla fede cieca, cioè per loro è superbo chi raggiunge il bene.
3.7.Osserviamo una cosa importante: l’anima può trovare sollievo alla mancanza di stima di sé che le deriva dalla condizione umana, quando può distinguersi dagli altri esseri umani, quando cioè può negare una normalità che sente come screditante. Per questo abbiamo chiamato questa tendenza “ingigantimento” o “superbia(3)”, perché a simili persone non basta trovare un mezzo per darsi valore, devono anche deprivarne gli altri, vogliono sentirsi gli unici ad avere quel valore, e dirsi superiori alla normalità umana. Dunque questo “gonfiore”, questa tendenza a ingigantire la propria importanza e a volersi distinguere a tutti i costi è un sintomo che nasconde una lesione grave dell’anima: la perdita dell’amore di sé stessa conseguita all’oscuramento dell’idea di essere dovuto all’identificazione col corpo aggregato. E’ sbagliato, perciò, definire la superbia come eccessivo amore di sé: l’amore che ha l’anima di sé non è mai eccessivo, perché il suo valore è infinito. Ed è proprio quando l’anima ama sé stessa infinitamente che può tornare a essere sana, se si ama del retto amore. Chi cerca di curare la superbia con l’umiltà, spacciando magari per umiltà l’umiliazione(4), cioè la rinuncia all’amore di sé, non fa che peggiorare la malattia.
3.8.Abbiamo già dato la definizione del retto amore. Ricordiamola, essa è la medicina: ricordiamo, cioè scriviamo nella nostra anima, che se bene è l’essere, e se l’essere è coscienza e conoscenza di sé, è bene che l’essere abbia coscienza; ma l’essere è infinito, infinita potenzialità e una sola coscienza finita non gli darebbe la retta conoscenza di sé, sarebbe una menzogna, sarebbe male. L’essere conosce sé stesso per mezzo di infiniti atti di coscienza, e questi siamo noi, le anime e noi siamo il bene. Si ricorderà il Lettore ciò che scrivemmo nel §2.9 de Il fondamento della ricerca e che abbiamo già riportato nella nota 2 al libro I del presente scritto. E se, per definizione, è amore il sentimento di gioia rivolto verso il bene e il desiderio di bene, se il bene siamo noi, è retto amore amare noi stesse, le anime, gli atti di coscienza dell’essere, e cioè amare Dio, perché noi e la nostra fonte siamo Dio. Ritroviamo il retto amore, recuperando la retta idea di essere, e allora non avremo più bisogno di trovare i mezzi per ingigantire indebitamente il nostro valore a scapito di quello degli altri, perché troveremo che il nostro valore è infinito, ma insieme a quello di tutti gli altri. Non avremo più bisogno, cioè, dei “punti di alienazione del valore”.
3.9.Infatti chiamiamo “punti di alienazione del valore” i mezzi che usano le persone per ingigantire il proprio valore indebitamente, o, in altre parole, per soddisfare la propria superbia. Questo deriva dal fatto che quando l’anima cerca un mezzo per coprire la svalutazione di sé e attribuirsi un valore illegittimo, ricava questo valore da qualcosa che è fuori di sé, non dentro a sé stessa. Il vero valore dell’anima, invece, sta nell’anima stessa. Per questo diciamo che l’anima “aliena” il proprio valore, perché sposta all’esterno quel valore che invece dovrebbe trovare all’interno di sé stessa. Se uno, per esempio, crede di accrescere il proprio valore esibendo un lusso, mettiamo che sia un’automobile costosa, cioè prende valore da qualcosa che è esterno a sé, possiamo dire che ha alienato il proprio valore, cioè lo ha collocato in qualcosa di altro da sé, nell’automobile di lusso, invece che in sé stesso. Vuol anche dire che si crede di valere meno di quell’automobile, se crede di aver bisogno di essa per darsi valore.
3.10.Ma qui dobbiamo fermarci un momento e tornare a quanto si è detto nel §1.2 del presente scritto, e puntualizzare una cosa. Ivi dicemmo che quando l’anima, in stato di aggregazione, scambia l’utile del corpo terreno, e cioè della specie, per il bene, diventa egoista e possessiva e spegne l’amore. Ma, notiamo ora: fosse solo per quello, non sarebbe difficile guarirla, non è lì tutto il male. L’aver scambiato il corpo per l’essere e il suo utile per il bene è solo il primo stadio dello smarrimento del bene, poi subentra quello dell’ingigantimento dell’ego e dei punti di alienazione, che, come vedremo in questo e in altri scritti, imbrogliano l’anima in una serie complicatissima di tendenze irrazionali che la rendono malvagia e da cui è difficile liberarsi. Gli uomini che vivano allo stadio animalesco, solo per la sopravvivenza del corpo terreno e per la riproduzione della specie, potrebbero anche sembrare graziosi, come gli altri animali, del resto; è per questo che a volte subiamo il fascino delle società primitive o preistoriche e qualche volta alimentiamo un ideale di ritorno alle origini, di ripristino di una forma di vita semplice e naturale (secondo il concetto terreno di natura), in antitesi con l’artificio, le complicazioni e la violenza che caratterizzano il nostro stadio culturale, perché a questo stadio primitivo il male è quasi assente o è limitato a pochi e più semplici fenomeni: all’interno dei gruppi primitivi c’è una certa coesione, non vigendo in essi l’individualismo proprio delle società moderne, e l’ostilità, in genere, è rivolta solo verso l’esterno, verso chi è estraneo al gruppo sociale, e, inoltre, la semplicità di vita e la vicinanza alla natura fanno sembrare tutto molto poetico, quasi paradisiaco… Ma un simile paradiso terrestre non può durare a lungo (e non avrebbe nemmeno senso(5) che lo facesse), perché comunque, essendo gli esseri umani soggetti a quelle vicende di malattia, morte, debolezza di fronte alle incombenti forze naturali che li fanno sentire piccoli e in balia del destino, è inevitabile che essi soffrano della deprivazione del valore e che poi si ammalino spiritualmente cercando di compensarsi, come dicevamo appunto, per mezzo dei “punti di alienazione del valore”. Ma dell’involuzione della coscienza concomitante all’evoluzione della società si dovrà parlare in sede di studi storici, non nella presente opera, perciò basti quanto accennato, con l’aggiunta che ogni periodo storico e ogni stadio evolutivo della società offrono a chi li abita un diverso repertorio di “punti di alienazione del valore” (cioè falsi beni mediante cui darsi importanza), sicché la storia può essere intesa come un lungo susseguirsi di forme spirituali errate, e le varie rivoluzioni o svolte culturali come passaggi dall’una all’altra.
3.11.Terminiamo il presente libro III con un riepilogo e alcune notazioni. Abbiamo individuato la causa fondamentale del male spirituale che colpisce l’uomo nello smarrimento del suo retto valore, e nel conseguente spegnimento dell’amore dell’anima per sé stessa e per tutti gli esseri, abbiamo notato che l’uomo smarrisce il proprio retto valore per via dell’identificazione col corpo aggregato che gli nasconde il suo vero essere e lo costringe a dimenticare la sua natura di bene. Abbiamo poi asserito che questo male genera un sintomo ben preciso nell’anima dell’uomo, perché chi soffre per tale perdita di valore tenta di rimediare alla sofferenza che ne consegue nel modo sbagliato, cercando di coprire la propria mancanza di valore coll’attribuirsi un valore illegittimo, in maniera irrazionale. Come una lesione nel corpo fisico produce gonfiore tutt’attorno alla parte danneggiata, anche nell’anima si produce “gonfiore”, cioè una tendenza all’ingigantimento, in concomitanza con questa grave lesione che è la disistima e l’odio di sé. I mezzi con cui l’anima cerca di mostrare un valore che non ha, nel nostro gergo, si chiamano “punti di alienazione del valore”, e abbiamo anche spiegato che cosa intendiamo per “alienare il valore”: trovare in qualcosa di esterno il nostro valore, invece che in noi stessi. Aggiungiamo le seguenti notazioni: anche per noi l’uomo è debole, obnubilato, pieno di difetti e ridotto all’incapacità ed è dunque la prima cosa che un ricercatore della verità ammette quando inizia il suo itinerario per uscire dal male: siamo ammalati spiritualmente, abbiamo bisogno di guarire. Ma questa professione di debolezza non diventa patogena per chi abbia ben chiara in mente una cosa: anche uno spirito ammalato ha valore infinito. Noi non svalutiamo noi stessi, e tanto meno gli altri esseri umani, né la forma umana, per via della condizione di debolezza e di oscurità in cui siamo caduti. La coscienza, per quanto confusa e smarrita sia, è sempre essere e l’essere ha sempre valore infinito, anche quando non conosce più sé stesso e non ama più. Coloro che pensano di valere più degli altri per il fatto di essere iniziati a qualche scienza particolare o per qualche competenza che s’attribuiscono (presuntuosamente o realmente), hanno fatto della sapienza un punto di alienazione e dunque non se ne servono rettamente, ma ne abusano al fine di ingigantirsi: evidentemente, non hanno capito. Il retto atteggiamento verso la forma umana è accettarla (senza esaltarla, naturalmente!) come un male che non dipende da noi: la subiamo, ne siamo vittime e perciò non ci svaluta; ed è anche un male superabile, perché, se riusciamo a recuperare la fiducia nella nostra capacità di esseri pensanti, che possono servirsi della logica e della ragione per rettificare i contenuti della propria coscienza, possiamo anche ricavarne qualche merito. Chi non si svaluta non si ammala spiritualmente, ricordiamolo, e ricordiamoci anche che nessuno ha motivo di sentirsi svalutato, neanche il peggiore degli uomini.
NOTE AL
LIBRO III.
Nota 1: questa è la molla, per esempio, dell’etica del capitalismo, e di quell’anticomunismo viscerale che ha caratterizzato gli anni dell’immediato dopoguerra negli Stati Uniti; abbiamo assistito da poco noi, in Italia, al grottesco spettacolo di chi bollava come “comunismo” la giustizia e la legalità, terrorizzato dall’idea di dover rinunciare alle proprie fonti di smodato arricchimento, e cioè al proprio modo di negare in sé stesso la normalità umana.
Nota 2: per la polemica sul cosiddetto “inconscio”, cfr. supra, nota 10 al libro I.
Nota 3: nell’italiano antico la parola “superbo” significava anche “ripido, scosceso, difficilmente raggiungibile” nel senso fisico (cfr. per esempio, Dante, Purg.IV, 40-41). In effetti, l’intenzione del superbo è sentirsi unico e inarrivabile, tenendo lontane le altre persone (onde si deduce la presenza di questa viziosa tendenza nell’anima delle persone quando si mostrano particolarmente scostanti), che è l’esatto rovesciamento del vero amore che vige nel mondo reale dell’essere che è infinite coscienze, dove massimo valore ha la condivisione del bene, sapienza e luce, paritariamente tra tutti gli esseri. Dio, l’Assemblea di tutti noi, è una fratellanza, un organismo egualitario, siamo tutti dèi, e Dio è la nostra somma: Dio non è il vertice di una gerarchia piramidale, come dire un tiranno, né la vera comunità è una piramide gerarchica come quella che ne è la satanica parodia, la Chiesa cattolica. Anticipo qui questa asserzione, che il Cristianesimo storico e la Chiesa cattolica siano la parodia satanica della Scienza sacra e dell’assemblea vera di Cristo, ma se ne dovrà disquisire capillarmente in studi più avanzati. (Nota: satanico=irrazionale, contro logica, contro il logos).
Nota 4: la vera umiltà è la capacità di dare valore anche a chi non ci è pari, alle anime delle creature piccole (gli animali non umani) e agli uomini involuti nel male. La religione impone ai fedeli di umiliarsi davanti a un Dio onnipotente, spacciando questo per umiltà, quando è un rivoltante atto di piaggeria. La persona umile sa di avere valore infinito e dà valore a tutto quanto la circonda; l’umiliato ha perso il suo valore e questo è fonte di malattia.
Nota 5: sul senso dell’esperienza nel mondo aggregato ho già anticipato qualche conclusione in due scritti: Introduzione alla Scienza sacra e la preghiera Sull’eutanasia. Ma poiché mi sono reso conto che tali conclusioni suscitano reazioni molto violente, essendo alquanto sconvolgenti, sono diventato propenso ad invitare le persone interessate ad arrivarci per gradi, seguendo un iter più ordinato e sistematico. Tali scritti sono fruibili solo da coloro che siano già stati capaci di porsi le giuste domande sul senso della nostra storia e soprattutto sul significato del Cristianesimo istituzionale. Invito perciò il Lettore a procrastinarne la lettura fino a che non sia arrivato ad inquadrare chiaramente la condizione umana sia in chiave ontologica che dal punto di vista storico.
LIBRO IV.
IL MALE.
LIBRO IV.
INDICE DEGLI
ARGOMENTI.
Distinzione tra tendenze irrazionali e tendenze rivolte al punto di alienazione del valore(4.1).
Solo il falso bene che fornisce all’anima un mezzo di ingigantimento è un punto di alienazione del valore(4.2). L’attaccamento(4.2). Il terrore fondamentale(4.2). Attaccamenti e terrori fondamentali muovono la storia(4.2).
L’anima che vede il bene ha tutte le sue forze allineate verso di esso, è “semplice” e non divisa in sé stessa; l’anima obnubilata ed ammalata ha il desiderio scisso e disperso in mille direzioni diverse, è dunque “complicata”(4.3).
Esempi di punti di alienazione del valore: essere nobili di sangue, essere ricchi(4.4-4.5); essere maschi(4.6); essere mamme(4.7); il potere(4.8).
Ulteriori notazioni sui termini: “fantasmagoria di comodo”(4.9). Gelosia e invidia; prepotenza(4.9).
E’ pericoloso tentare di ricondurre alla ragione chi ha in sé un attaccamento(4.9).
4.1.Ora che abbiamo arricchito il nostro repertorio di strumenti con i termini “ingigantimento dell’ego” (o “superbia”) e “punto di alienazione del valore”, possiamo dedicarci a esaminare vari tipi di forme spirituali errate, e cioè in preda a tendenze irrazionali. Ricordiamo che intendiamo per tendenze irrazionali la disposizione a provare sentimenti e desideri irrazionali, che sono quelli fondati su un’idea di bene non retta ma errata. Non tutte le tendenze irrazionali sono punti di alienazione, perché vi sono anche desideri che non si rivolgono all’ingigantimento dell’ego, ma ciò nondimeno sono irrazionali: per esempio, chi si dedica ai piaceri terreni senza per questo darsi eccessiva importanza, solo per provare sensazioni gradevoli. Simili persone che si danno alla crapula e al divertimento saranno pure frivoli e inconcludenti, ma non sono -almeno per questo verso- superbi; anzi, cercando il piacere dimostrano di non aver rifiutato la propria umanità e di essere predisposti alla ricerca della felicità(1) e dunque del vero bene. Ugualmente dicasi per chi si dedica a sviluppare un linguaggio artistico, senza prima aver rettificato le idee, come se si potesse impiegare un linguaggio senza sapere che cosa sia retto esprimere. Se costoro non usano l’arte per ingigantire la propria importanza (e potrebbe essere questo il criterio per distinguere un vero artista da un pallone gonfiato), i loro sentimenti e desideri irrazionali non sono punti di alienazione del valore e, anzi, vanno apprezzati perché portano nel mondo di quaggiù qualche visione del bello e cioè del vero mondo, grazie all’ispirazione(2) che li muove.
4.2.Quando, però, un desiderio irrazionale è rivolto verso un falso bene, che sia sentito dall’anima come un mezzo per ingigantire la propria importanza, questo diventa un punto di alienazione del valore e ingenera nell’anima un attaccamento(3) tenacissimo. Intendo dire che l’anima che abbia costruito un’immagine di sé ingigantita e che abbia con questo allontanato la penosa sensazione di svalutazione e disprezzo di sé, non vorrà facilmente rinunziare al mezzo che le ha consentito di ingigantirsi; anche perché su un tale attaccamento avrà costruito tutta la sua vita. Uno che abbia dedicato tutta la sua vita ad arricchire, per esempio, convinto che il benessere materiale ingigantisca l’importanza delle persone, sarà terrorizzato dall’idea di diventare, o anche solo di sembrare, povero e modesto come gli altri. Infatti, la negazione del punto di alienazione di una persona è il suo terrore fondamentale. Chi ha come punto di alienazione piacere all’altro sesso, per fare un altro esempio, avrà come terrore fondamentale quello di perdere la propria bellezza, e dunque sarà terrorizzato all’idea di invecchiare; attaccamento, questo, che fa prosperare una gigantesca industria cosmetica e impingua le tasche di molti chirurghi estetici. Lo stesso dicasi per l’attaccamento al potere, e così via… Queste forze che muovono l’anima umana, attaccamenti e terrori fondamentali, sommate insieme muovono anche la storia, perché riflettendosi nelle ideologie dei sistemi di potere possono anche scatenare guerre: si pensi all’imperialismo nelle sue varie specificazioni storiche, da quello degli Assiri e dei Babilonesi, attraverso Roma, fino a quello del capitalismo americano(4); oppure alla tendenza di certi ceti italiani ad accettare il fascismo e la conseguente alleanza con Hitler pur di non vedere il dilagare di nuovi ideali di eguaglianza e giustizia sociale; oppure alla guerra fredda, dove un’intera enorme nazione era in preda al proprio terrore fondamentale, l’abolizione della proprietà privata e dunque della possibilità di distinguersi mediante arricchimento, mentre di contro una ristretta cerchia di tirannelli (la cosiddetta nomenklatura), dopo che una rivoluzione aveva promesso una forma di egualitarismo conciliare (soviet significa “concilio”), si era impadronita dello stato e, tenendolo nelle proprie mani come un unico gigantesco giocattolo, se ne serviva per esaltarsi di potere obbligando una smisurata massa di uomini a vivere in stato di minorità. Ma di questo parleremo in sede di studi storici.
4.3.Aggiungiamo solo un’osservazione, prima di entrare nel vivo del problema: che mentre nell’anima sana, che ha in sé unicamente tendenze razionali, l’idea di bene è unica (perché il bene è uno solo, l’essere), nelle anime ammalate l’idea unica di bene si eclissa e la rappresentazione del bene si sbriciola in tanti diversi concetti errati, a volte addirittura in contraddizione tra loro. Mentre per l’anima sana il bene è uno solo e dunque tutte le sue forze sono allineate verso quell’unica meta, nell’anima ammalata il desiderio si scinde e si disperde in mille rivoli, rivolgendosi verso una pletora variegata di beni falsi; il groviglio di tendenze che ne consegue rende l’anima molto debole e instabile, scissa in sé stessa, mentre l’anima sana è capace di eccezionale stabilità. Diciamo dunque “semplice(5)” l’anima sapiente e sana, “complicata” l’anima ottenebrata e ammalata, aggrovigliata in mille desideri irrazionali. Ma è ora di iniziare ad esaminare approfonditamente e più ordinatamente possibile le specificazioni del genere delle forme spirituali ammalate dalla superbia. A seconda del mezzo (o dei mezzi, perché in un’anima possono essere attivi anche più punti di alienazione in una volta) che ogni persona usa per soddisfare la propria superbia, la incaselleremo in una specie differente di forma spirituale ingigantita.
4.4.Il più arcaico punto di alienazione di cui si abbia notizia nel nostro sistema di idee europeo è quello di discendere da un antenato illustre e di far parte quindi di un tipo di nobiltà che si eredita per via biologica. Così erano gli esponenti dei gene nella Grecia arcaica e delle gentes latine, e di quella nobiltà di sangue che dal medio evo (quando le concezioni di una superiorità proveniente dal sangue devono essersi corroborate e riaffermate in Europa per via dell’apporto germanico) all’età moderna è sopravvissuta nel suo tenace attaccamento a privilegi e impunità fino alla Rivoluzione francese. In tutte e tre le esperienze storiche appena citate, a queste primitive élites (come si chiamano in sede storica, ma a noi, in sede di psicologia sacra può riuscire più consono definirle come gruppi di individui in preda allo stesso punto di alienazione) si sono col tempo giustapposti dei nuovi ceti emergenti, la cui importanza si fondava sul censo invece che sul sangue; sicché il nuovo punto di alienazione, affermatosi sia nell’Atene democratica che nelle poleis oligarchiche della Grecia centrale, sia a Roma, dove si è esteso per tutta la durata dell’impero, sia nel basso medio evo fra le borghesie cittadine e, soprattutto, presso la borghesia capitalistica del XIX e XX secolo (e XXI, se le cose non cambieranno rapidamente), è quello, appunto, dell’arricchimento, cui abbiamo fatto cenno più volte in varie occasioni, essendo l’esempio più comune e dilagante di punto d’alienazione del valore. Lasciando perdere i difetti spirituali dei nobili di sangue, i cui ultimi esponenti, in Italia, stanno dando squallido spettacolo di sé nelle cronache e sulle riviste di pettegolezzi, che verranno esposti in sede di analisi storica, vediamo, invece, di completare l’osservazione della forma spirituale del ricco.
4.5.Il suo attaccamento al guadagno si chiama avidità; e a tale idolo egli è disposto a sacrificare tutto il resto. Pur di fare profitto è disposto a degradarsi a sfruttatore: che altro è uno che usa le vite altrui per ingrassare i propri capitali e che poi li sperpera in lussi idioti? Già sarebbe tale un capitalista che riconosca i diritti dei lavoratori sanciti dalla legge italiana, a maggior ragione sono sfruttatori quelli che spostano l’attività in paesi ancora arretrati dove i lavoratori, avendo meno diritti, costano meno; in nome del suo profitto farà strame di principi irrinunciabili, come quello della salute pubblica e del rispetto per l’ambiente e del paesaggio, macchiandosi così di gravi colpe. Declasserà, insomma, la giustizia a intralcio e dirà a sé stesso che il più grande nostro valore è uno zimbello per gli allocchi; e dopo che avrà ridotto così la sua anima, dopo che si sentirà basso e squallido per aver perso ogni inclinazione nobile, avrà peggiorato il proprio male, perché sentirà di disprezzarsi di più(6). E avrà allora bisogno di intensificare il suo falso rimedio, dandosi più soddisfazioni, umiliando chi gli sta intorno, ad esempio, col far pesare più che può il proprio danaro(7), perché avrà bisogno di rassicurarsi continuamente, sarà continuamente spinto dall’ansia di dire a sé stesso: non è vero che sono spregevole, io ho un grande valore, cercando incessantemente la conferma di questo suo presunto valore nell’ammirazione del prossimo. Ma non si rende conto che più che ammirazione troverà o invidia o disprezzo, e ipocrisia. Inoltre, dovrà raccontarsi che era impossibile agire altrimenti, che nessun uomo può essere migliore, che è una necessità inderogabile per gli uomini, è legge di natura, fare i propri interessi, che chi rispetta il prossimo è solo un debole destinato a soccombere. Avere termini di confronto che mettano in risalto la sua inettitudine sarebbe per lui insopportabile, perciò deve crearsi una fantasmagoria di comodo nella quale nessuno è realmente nobile e onesto, nessuno è realmente temperante o virtuoso: gli uomini così, dice a sé stesso, sono solo dei falliti, dei frustrati, degli incapaci, degli sciocchi, degli ipocriti… Colui che sente di aver perso un bene è invidioso di chi invece abbia saputo procurarselo. Tenterà di distruggere, quindi, l’onestà e la temperanza altrui in tutti i modi possibili, o negando la realtà calunniosamente o intervenendo su di essa per modificarla, o negandone il valore. Un simile uomo dovrà convincere sé stesso che il suo sacrificio, aver abbassato così la propria anima, era indispensabile, che ne è valsa la pena: dovrà convincersi che chi non ha tanti soldi come lui è infelice e vive male. Impazzirebbe, se venisse a sapere che una vita temperante è migliore e più serena, che anche una persona economicamente modesta può vivere bene, e dunque tenderà ad impedire che questo caso si verifichi: tenderà, potendo, ad aggredire e distruggere tutti quei dispositivi di cui si dota la comunità per provvedere al benessere e alla tutela dei cittadini medi o meno abbienti. La cosa pubblica(8) è per lui fumo negli occhi, proprio perché il buon funzionamento degli enti e dei servizi pubblici darebbero a tutti agio di vivere bene. Noi italiani abbiamo assistito, negli ultimi decenni della cosiddetta “prima repubblica”, alla sistematica distruzione del nostro stato, capillarmente, da parte di chi, rifiutando di farne parte per superbia, danneggiava ogni ambito della vita pubblica con il sistema della corruzione; certamente il movente principale sarà stato appagare la propria avidità di danaro, ma in molti casi avrà pesato anche questo secondo motivo, la soddisfazione di vedere le persone che danno valore alla convivenza civile come sciocchi straccioni, incapaci di fare i propri interessi, umiliandole in strutture mal funzionanti e deprivandole dei loro diritti. Arricchirsi, abusando del danaro pubblico e impedendo nello stesso tempo il buon funzionamento, per esempio, delle strutture sanitarie pubbliche, per gioire malignamente dei disagi dei malati comuni, e poi avere il privilegio di farsi curare (o ammazzare, visto che dove vige il criterio del profitto i risultati non sono ottimali) in cliniche costose ed esclusive non è un’azione da persone razionali; è un’azione da superbi che non sopportano di condividere il bene.
4.6.Un altro punto di alienazione altrettanto diffuso, altrettanto antico (se non di più) e altrettanto tenace è quello di credersi superiori perché maschi. Ne abbiamo già accennato sopra (cfr. supra, §2,7), ma dobbiamo qui completare l’argomento. Il movimento femminista, che ha avuto la sua acme negli anni Sessanta del secolo appena trascorso, ha posto un argine (non voglio dire che l’abbia sradicato, perché sarei troppo ottimista) a un fenomeno che deve essere iniziato addirittura nell’Età del bronzo, con l’invenzione dei metalli e della guerra, e con l’affermarsi delle società patriarcali indoeuropee (secondo una tesi ancora accreditata, nonostante le molte critiche, e che si fonda su studi di linguistica e sui dati dell’archeologia). La dimensione storica del problema verrà affrontata in altra sede; qui notiamo il lato psicopatologico: da allora tutti gli individui aggregati a un corpo terreno con genitali maschili credono di essere per natura dotati di capacità e diritti superiori a quelli degli individui dell’altro sesso. E per quella legge psicologica secondo cui chi crede già di essere in possesso di una cosa non la cerca, in genere i maschi tendono a trascurare di più la ricerca dell’intelletto e della ragione, visto che presumono di essere già intelligenti e razionali solo perché maschi. Sicché per condizionamento culturale essi rischiano di più delle donne di avere un’anima tanto presuntuosa quanto inetta. In compenso, le donne che se ne lascino ancora condizionare sono spinte a trascurare di sviluppare ed esprimere la propria intelligenza dal fatto che per essere accettate da un maschio e per piacergli bisogna sottomettersi al ruolo che egli, nella sua “fantasmagoria di comodo(9)” assegna di prepotenza alla propria compagna, e cioè quello di un essere inferiore, stupido e incapace, eternamente ammirato della sua presunta superiorità di maschio; già, lo si ricorderà, ne abbiamo accennato (cfr. supra, nota 8 al libro II). Ora le cose forse stanno cambiando, speriamo; ma per secoli è stato impedito alle donne di accedere a un’istruzione superiore, di svolgere attività che non fossero casalinghe e perfino di muoversi liberamente nel mondo. Così si sono sprecate le risorse spirituali di metà dell’umanità. Ancora oggi (lo dicono le statistiche) il mondo del lavoro è in mano agli uomini, i quali, negando di prepotenza la realtà, ignorano la capacità e la competenza delle lavoratrici donne e le tengono lontane a bella posta dai ruoli di responsabilità. Roccaforte di questo atteggiamento maschilista è la Chiesa cattolica, dove un clero tutto di maschi (nel senso fisico del termine, ma cfr. supra, nota 11 al libro II) si è inventato di chiamare “nuovo femminismo” quella serie di pregiudizi idioti che più appropriatamente si chiamerebbe “vecchio maschilismo”, e cioè che la donna non è uguale all’uomo, per natura, e che dunque non deve ambire a ruoli “maschili”, ma dedicarsi esclusivamente o prioritariamente alla maternità; che è la natura(10) stessa femminile a occupare un posto particolare nella società; che la donna non può vivere per sé stessa, ma è chiamata da Dio a diventare un sostegno importante della famiglia(11). La pretesa che le anime aggregate a corpi femminili non debbano vivere per sé stesse, cioè che non abbiano valore in sé stesse, che non siano fini ma solo mezzi, pretesa che accolla loro per dovere il ruolo di serve del maschio, il quale riserva per sé tutto il valore, è illegittima e, anzi, mostruosa. E’ un atto di indicibile violenza, compiuto col pretesto della legge di natura, come di consueto confusa con la volontà di Dio. Noi sappiamo che le coscienze sono tutte l’essere, e che l’essere è il bene; e che dunque è bene che ogni essere rappresenti l’essere pienamente e non in maniera oscura e carente. Il bene, per l’anima obnubilata dall’identificazione col corpo aggregato, maschile o femminile che sia, è liberarsi dell’inganno e della tenebra, tornare a conoscersi come essere e come bene, e diventare dio. Bene, perciò non è far figli, riprodurre la specie, vivendo così allo stato animalesco, ma dedicarsi all’evoluzione spirituale verso la perfezione dell’essere. Chi vuole spacciare per norma morale quello che è un feroce atto di annullamento del valore del prossimo, un vero e proprio spiriticidio, ha bisogno di una sanzione soprannaturale, deve cioè inventarsi che le proprie pretese illegittime siano, invece, legge voluta dalla volontà divina, intendendo questa, però, fraudolentemente, come un’istanza misteriosa e incomprensibile, che può imporre i suoi dettami senza darne conto dal punto di vista razionale. La vera legge, al contrario, è un enunciato razionale, e sa imporsi da sé, così come non c’è bisogno né di coercizione né di minacce di punizioni infernali, per far accettare a una persona razionale un teorema di geometria, ma basta la dimostrazione. Giustizia è dare a ciascuno ciò che gli spetta, ma l’anima è essere e dunque le spetta l’essere. E se essere è pensiero e conoscenza di sé, spetta all’anima (a tutte le anime, senza distinzione, prescindendo dal sesso del corpo a cui sono aggregate) di conoscere, di procurarsi la verità e la luce su sé stessa e sull’essere, e nascere così da sé stessa bella ed eterna. Non di figliare corpi aggregati, che non sono l’essere, ma ingannevoli agglomerati di atomi estranei e forme spurie(12), per appagare la superbia del maschio che la vuole dedita a servire lui e ad accudire la prole mediante cui dà importanza ingigantita a sé stesso e si afferma nel mondo terreno.
4.7.Ma anche la maternità può diventare un punto di alienazione del valore, visto che è così socialmente apprezzata, e perciò assistiamo allo spettacolo di quelle donne che diventano mostri soffocanti assumendo un ruolo ipertrofico all’interno della famiglia, tendendo cioè a enfatizzare l’importanza del proprio servizio alla famiglia e della cura dei figli. Esse tendono a tenere in stato di minorità i loro figli (e spesso anche il marito) vita natural durante, per via dell’attaccamento (cfr. supra, §4.2) a ciò che le ingigantisce, scodellando così degli incapaci egocentrici(13): la mamma ossessiva e possessiva è l’animale diseducativo per eccellenza. A volte, però, la sua tendenza ad annullare la volontà dei figli e a negarne le capacità intellettive provoca in essi un salutare moto di ribellione, nel migliore dei casi, nel peggiore può farne degli spiantati, o, al limite può indurli al suicidio(14). Quando poi i figli diventano adulti ed escono di casa, è il momento peggiore, soprattutto se un figlio maschio si sposa. La nuora scatenerà una gelosia feroce, perché, come già dicemmo, gli spiriti ingigantiti vogliono valore in esclusiva, la superbia non ammette concorrenza: contro la malcapitata nuora si scatenerà la distruttività del mostro, che non le risparmierà rimproveri di inadeguatezza e negligenza, e calunnie d’ogni sorta… E’ situazione comune, perciò non mi dilungo; il miglior testo per studiare i punti di alienazione e i loro effetti è la vita stessa(15).
4.8.Lo stesso dicasi per quell’altro punto di alienazione del valore tanto universalmente diffuso da essere la principale molla che muove la storia: la sete di potere. Quando un uomo può annullare la volontà del prossimo e imporre la propria, si sente potente. Se volessimo esaurire la casistica di questo fenomeno, dovremmo riempire milioni di pagine, ma, appunto, la vita è il miglior libro di testo, ed anche la storia. Noi italiani ci possiamo ricordare dell’attaccamento al potere di tutto un ceto politico, quello della cosiddetta “prima repubblica”, e degli abusi che si sono fatti di esso fino alla degenerazione rovinosa in corruzione che ha portato alle inchieste di Tangentopoli. E se torniamo al fascismo potremo assistere al modello della prepotenza al potere con l’annullamento dei più elementari diritti e della dissidenza. Ma degli abusi del potere politico bisognerà parlare in sede di studi storici; per ora basti averne dato la definizione dal punto di vista della psicologia sacra. Aggiungiamo che anche in ambito privato può scatenarsi la sete di potere: nella famiglia la responsabilità dei genitori verso i figli minorenni può degenerare in potere, se per esempio un padre geloso o invidioso proibisce al figlio di seguire le sue inclinazioni e gli impone una strada (“a fin di bene”, come sempre) che gli tarperà le ali; e non occorre certo che descriva io il comportamento arrogante di un capoufficio verso i suoi sottoposti, che è cosa fin troppo comune. La fenomenologia di questo tipo di superbo, in sintesi, è la seguente: egli vuol sempre dare ordini, anche quando non ha nessuna competenza in materia, e tenderà a zittire chi propone soluzioni migliori; vorrà omaggi formali che esprimano il suo potere come titoli o posti d’onore; tenderà a legittimare ideologicamente la sua prepotenza, riferendosi a principi autoritativi inesistenti (per esempio la volontà di Dio come la intendono le religioni) e a bollare come ribelli e cattivi coloro che non si sottomettono. Tenderà a deprivare gli altri dei mezzi di giudizio, perché nessuno possa giudicare la sua conduzione del potere, e a negare le capacità di intendere e di volere dei sottoposti, essendo geloso del suo ruolo normativo e decisionale; e tenderà ad allontanare chiunque, mostrando qualche capacità, potrebbe fargli ombra. Sarà geloso dei successori, perché il suo attaccamento non si esaurisce con la vecchiaia e la vicinanza della morte. E’ emblematico, su questo argomento, il rapporto che ci fu tra Federico II di Svevia e il suo disgraziato figlio Enrico, finito suicida, dopo che suo padre aveva stroncato gelosamente qualunque sua iniziativa politica e, spodestatolo, l’aveva destinato alla prigionia, facendo arrestare e rinchiudere anche un altro suo fratello. Ma potrei più semplicemente raccontare di un piccolo industriale marchigiano, a me parente per parte di madre (in senso biologico, s’intende), che impedì a suo figlio di occuparsi della minuscola industria laniera di famiglia, salvo poi che la sua direzione fu così dissennata che questa fallì, nello stesso periodo in cui, invece, decollava la Benetton. Il giovane, mio cugino, non ne morì, per fortuna, ma è certo che se ne addolorò parecchio; sua madre finì suicida.
4.9.Terminiamo questo libro raccogliendo alcune osservazioni importanti che abbiamo toccato di passaggio, ma sulle quali non abbiamo focalizzato a sufficienza l’attenzione. Abbiamo parlato di “fantasmagoria di comodo” (§§4.5 e 4.6) e abbiamo descritto la tendenza, propria delle anime ammalate di superbia, a negare la realtà e a sostituirla con uno scenario fittizio, che sia soddisfacente e in linea con le proprie pretese: il ricco, abbiamo detto per esempio, nega che qualcuno possa essere temperante, nobile e giusto e si inventa che tutti siano meschini come lui; il maschilista nega tenacemente le capacità delle donne e le inclinazioni che esse abbiano differenti da quella verso la maternità e la